Il tesoro di Ligrestinelle casse cantonali – Al Ticino una parte dei soldi dell’imprenditore italiano

FEDERICO FRANCHINI Caffe.ch 20.3.21

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Cifre non ne vengono fornite. Ma è un bel tesoretto quello che potrebbe finire nelle casse del Canton Ticino a seguito di una vicenda giudiziaria che ha come protagonista il defunto imprenditore italiano Salvatore Ligresti. La giustizia elvetica ha infatti stabilito che la Svizzera potrà consegnare all’Italia le azioni di una società confiscate nell’ambito di un’inchiesta sfociata a Milano con la condanna dell’uomo d’affari.
Ma facciamo un passo indietro. Tutto comincia nel 2012 quando, su richiesta italiana, il Ministero pubblico ticinese sequestra le azioni di UnipolSai, in precedenza chiamata Premafin e già holding della famiglia Ligresti. Cinque anni più tardi, il 27 novembre 2017, l’imprenditore è condannato dal Tribunale di Milano per aver manipolato i titoli della Premafin. Con lui sono stati condannati anche l’immobiliarista Giancarlo de Filippo e un fiduciario ticinese.
Nato a Catania, Salvatore Ligresti entrò nel business delle costruzioni e divenne una delle più grandi fortune d’Italia negli anni ‘70. Morto nel 2018, Ligresti è stato protagonista del mondo finanziario ed è stato al centro anche di inchieste giudiziarie. Alcune delle quali hanno toccato la Svizzera. Come il caso Premafin, oggi rinominata UnipolSai e attiva nel settore assicurativo. Secondo i giudici, Ligresti ha manipolato il valore di Borsa del titolo Premafin con compravendite, per circa 9 milioni, effettuate tramite due trust a lui riconducibili e titolari del 20% del capitale della società. Con la sentenza del 2017 i giudici hanno così disposto anche la confisca delle azioni sequestrate in Ticino.
Azioni che, sulla carta, sono intestate a diverse società panamensi o a Anstalt del Liechtenstein i quali si sono opposti contro la decisione, presa lo scorso settembre dalla Procura ticinese, di consegnare all’Italia i beni sequestrati. Le ricorrenti hanno fatto leva sulla violazione del loro diritto di essere sentite, nella misura in cui le autorità penali italiane hanno adottato nei loro confronti un provvedimento di confisca nell’ambito di un procedimento al quale non avrebbero partecipato, con conseguente impossibilità di far valere i loro diritti. Ciò che, a loro dire, sarebbe inammissibile e intollerabile, oltre che contrario ai principi sanciti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. I ricorsi sono però stati respinti dal Tribunale penale federale. I giudici di Bellinzona sottolineano come le azioni in questione erano comunque riconducibili ai trust “che occultavano gli interessi della famiglia Ligresti”. Le società erano riferibili sia a Ligresti che a Giancarlo De Filippo: i due, deceduti nel 2018, “hanno avuto modo di esercitare pienamente i loro diritti processuali dinanzi ai giudici italiani”. I successivi ricorsi al Tribunale federale sono stati giudicati inammissibili.
Il Ministero pubblico cantonale non ha voluto esprimersi. Da parte sua, da Berna, l’Ufficio federale di giustizia conferma che gli importi sequestrati possono essere ora consegnati allo Stato italiano, previa una procedura di “sharing” che, però, non è ancora iniziata. Cifre, come detto, non ne vengono date. Ma si parte dal presupposto che siamo di fronte a importi con almeno sei zeri. Metà dei quali dovrebbe finire nelle casse ticinesi.