Banche: e’ il momento di crescere (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Molte banche italiane sono ancora troppo piccole e hanno modelli di business troppo tradizionali. Un elemento di fragilità a cui bisognerà porre rimedio nei prossimi anni per evitare che gli effetti della pandemia possano generare instabilità nel sistema finanziario. Ne è convinto Marcello Messori, economista ed ex presidente di Assogestioni che da anni segue da vicino l’evoluzione del credito italiano e oggi vede nel consolidamento una strada obbligata per molte realtà.? 

Domanda. Professor Messori, a oltre un anno dallo scoppio della pandemia come valuta lo stato di salute dell’economia italiana? 

Risposta. Come spesso accade, le risposte dell’economia italiana sono state molto differenziate. Mi hanno sorpreso in positivo i dati aggregati della manifattura, che dopo il duro ridimensionamento del primo semestre 2020 ha registrato un forte rimbalzo nel terzo trimestre e soprattutto ha limitato il ripiegamento durante la seconda ondata pandemica dello scorso autunno e ha ripreso a crescere nei primi mesi del 2021 nonostante la terza ondata. Il resto dell’economia nazionale ha subito invece cadute più marcate e temo che fra l’autunno e l’inverno 2020-2021 nell’insieme l’Italia sia caduta nella sua quinta recessione degli ultimi 15 anni. 

D. Quale risposta ha dato il sistema bancario italiano alla crisi? 

R. Rispetto alla crisi europea del 2011-2013 il settore bancario italiano è stato più reattivo durante la pandemia ed escludo che questa maggiore reattività sia assimilabile alla fugace resilienza manifestata da tale settore durante la crisi finanziaria internazionale del 2007-2009 e sfociata poi in un tracollo. Dopo aver sfiorato una crisi sistemica fra l’autunno del 2014 e la metà del 2017, buona parte delle nostre banche si è infatti irrobustita: maggiore patrimonializzazione, minore incidenza dei crediti problematici, più efficaci accantonamenti, recupero seppur modesto di margini di redditività. Ciò non significa che tutti i problemi siano risolti. 

D. Vede fragilità? 

R. La principale risiede nella struttura del mercato bancario italiano: vi sono due gruppi, fra loro molto diversi, che hanno dimensione europea; poi vi è un vuoto, nel senso che si passa a pochi gruppi che rispetto al mercato europeo sono medio-piccoli e si approda a banche di dimensione piccola o piccolissima. 

D. Essere piccoli è un problema? 

R. Lo è se l’attività bancaria si basa su un modello tradizionale: credito alle piccole imprese e alle famiglie, amministrazione non specializzata della ricchezza personale, detenzione e intermediazione dei titoli nazionali del debito pubblico. Non vorrei però essere frainteso: in Italia, data l’alta incidenza della piccola dimensione di impresa e l’elevata ricchezza media delle famiglie, le attività bancarie tradizionali sono necessarie. Il problema è che, anche alla luce della concorrenza digitale nel sistema dei pagamenti e di altri servizi, tali attività sono efficienti e profittevoli soltanto se la banca raggiunge quella dimensione critica necessaria a tenere al proprio interno efficaci fabbriche-prodotto, per esempio nei campi del risparmio gestito e dei servizi assicurativi. 

D. Quindi senza fabbriche prodotto il consolidamento rappresenta una strada obbligata? 

R. Data l’attuale struttura del mercato bancario italiano, direi che, con l’ovvia eccezione del gruppo già di dimensione europea, le aggregazioni sono necessarie per tutte le banche che puntano su un’attività tradizionale. Vi sono peraltro ampi e profittevoli spazi di mercato per piccole o medie banche specializzate in servizi non tradizionali. Basti pensare allo spettro di servizi finanziari che è richiesto per riorganizzare i processi produttivi e accedere alle innovazioni digitali.? 

D. Il periodo 2014-2017 è stato costellato da salvataggi bancari assai onerosi, da Banca Etruria a Mps fino alle due banche venete. Ci saranno altre crisi bancarie? 

R. L’uscita dall’emergenza pandemica sarà pesante. Come noto, il settore bancario subisce con ritardo i maggiori impatti delle depressioni nell’economia reale e al contempo è chiamato ad adattarsi subito alle novità della ripresa. Pertanto credo che l’intensità delle crisi bancarie dipenderà da come gli istituti e le autorità di regolamentazione e vigilanza sapranno gestire il lascito negativo della pandemia e adattare le loro attività al nuovo mondo post-pandemico. Si è già discusso sul secondo aspetto. Quanto al primo, sarà importante la gestione delle attività deteriorate, che subiranno un’impennata con il venir meno delle garanzie pubbliche e delle moratorie. Nell’area dell’euro e in Italia ciò porrà il problema se affidarsi al mercato delle cartolarizzazioni o una bad bank nazionale oppure a entrambi gli strumenti. 

D. Lei che strategia preferirebbe?? 

R. L’equazione da risolvere è difficilissima: come istituire bad bank nazionali senza soffocare quel promettente mercato europeo e italiano delle cartolarizzazioni che si è affermato in questi anni e che è una componente essenziale per il rafforzamento del mercato finanziario europeo. E’ noto che tale mercato palesa rilevanti inefficienze nella formazione dei prezzi delle attività problematiche – per esempio, i crediti – in quanto gli offerenti hanno spesso posizioni di debolezza rispetto al limitato numero di potenziali acquirenti. L’intervento di una bad bank, che in via diretta o indiretta ha natura pubblica, può calmierare questa asimmetria. Essa rischia però di spiazzare gli investitori privati e di «uccidere» il mercato delle cartolarizzazioni in quanto, non essendo vincolata nella fissazione dei prezzi, tende a privilegiare troppo le banche offerenti. Per evitare di cadere in una delle due soluzioni estreme, che sono inefficaci, la regolamentazione è cruciale. 

D. Alcune soluzioni potrebbero contemplare l’intervento dello Stato. Un tabù peraltro caduto qualche anno fa con la nazionalizzazione a tempo di Mps. Ritiene che il pubblico potrebbe dare un contributo prezioso al settore finanziario? 

R. In genere non ho a priori forti rispetto alle forme proprietarie purché rispettino criteri di efficienza ed efficacia. Nel caso del settore bancario però è particolarmente facile cadere in conflitti di interesse. Si tratta di un mercato che richiede un’accurata regolamentazione e una forte vigilanza. I compiti dell’operatore pubblico sono quindi pervasivi e devono assicurare un continuo equilibrio fra principi di trasparenza e di stabilità. Pertanto, anche alla luce della passata evidenza empirica, la proprietà pubblica di una banca può interferire rispetto all’efficace applicazione delle regole. Per tornare alla difficile compresenza fra bad bank e cartolarizzazioni di mercato, è difficile evitare che una banca pubblica ricorra a una bad bank pubblica spuntando prezzi fuori mercato per i suoi crediti problematici. 

fch 

(END) Dow Jones Newswires

March 22, 2021 04:02 ET (08:02 GMT)