Spettacolo senza pubblico… e svuotato di enfasi

Il calcio non sarà più come prima, questa è una certezza

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PIPPO RUSSO, DOCENTE DI SOCIOLOGIA DELLO SPORT caffè.ch 27.3.21

Non sarà più come prima. Questa è la certezza, per il microcosmo dello sport come per il mondo che gli si muove intorno. E si tratta di una certezza talmente ferma da far sembrare tautologico rimarcarla. Ma dato per assunto che non sarà più come prima, è possibile immaginare come sarà?
Ecco l’interrogativo che spalanca scenari impensabili. Perché stiamo vivendo una fase ibrida. In cui lo sport, inteso nella doppia accezione di pratica agonistica d’alta competizione e di spettacolo di massa, attraversa l’epoca della profilassi. Isolato dalla società e con la tentazione di isolarsi da se stesso. Ma al tempo stesso va avanti come poche altre forme di spettacolo, intanto che la quasi totalità delle altre (cinema, teatro, concerti) vive uno stop interminabile e l’assenza di prospettive. Costretto a esserci comunque, per regalare sensazioni di normalità a una platea locale e globale che la normalità l’ha persa in modo irrimediabile. Ma poi? Cosa sarà dello sport quando infine l’emergenza sarà terminata? Troverà certo un equilibrio. Ma con l’avvertenza che si tratterà di un equilibrio diverso, fatto delle successive stratificazioni effettuate sul trauma collettivo. Lo sport si è fatto carico di alleviarlo. Ma poi qualcuno si farà carico di alleviare il peso da cui lo sport è stato gravato?
Si tratta di interrogativi che sorgono in serie e ci parlano di come stiamo cambiando. C’è stata una vita prima della pandemia e mentre la vivevamo non eravamo coscienti di essere dall’altra parte di una linea di frattura epocale. Da quell’altra parte della linea di frattura si trovava anche il mondo dello sport professionistico. Che poi però è stato fra i primi segmenti dell’organizzazione sociale cui è toccato riprendere a pieno regime. Altri settori sono ancora dietro la linea di frattura e chissà quando e se la oltrepasseranno. Invece lo sport si è avventurato entro quella dimensione sconosciuta. Facendosi banco di prova del mutamento. Uno spettacolo pubblico ma senza pubblico. Un’attività fondata sull’esaltazione della piena efficienza fisica ma esposta al costante rischio del contagio e del focolaio, nonché ingabbiata dall’esigenza di maniacale monitoraggio che diffonde uno speciale senso di fragilità. Un repertorio di narrazioni mitologiche svuotato di enfasi perché deprivato dalla possibilità di far sognare ancora il suo popolo. Ché cosa mai vuoi sognare se sei circondato dalla morte? Tutto ciò sta vivendo lo sport in questo interminabile anno dacché la pandemia si è scatenata. E come potrà mai tornare simile a ciò che era, dopo essere passato attraverso una fase così lunga di snaturamento?
Nella serie di articoli inaugurata questa settimana proveremo a analizzare e a prospettare degli scenari. Lo faremo soffermandoci su alcune discipline ritenute emblematiche di un cambiamento che stentiamo a circoscrivere. Non si poteva non partire dal calcio, col suo statuto di gioco più bello del mondo che resiste a ogni smitizzazione. Lo sport che è ripartito prima di tutti, con l’idea che dovesse farlo a ogni costo mentre altre discipline gettavano la spugna e dichiaravano chiusi i tornei falciati dalla prima ondata della pandemia.
E sul motivo per cui il calcio dovesse ripartire, comunque e a qualunque costo, ci si può interrogare a lungo trovando risposte plausibili e altre vagamente cospirazioniste. Ma bisogna guardare anche a altre discipline, al loro significato sociale, alla loro dimensione di rito e alle nicchie più o meno vaste di pubblico che richiamano. Discipline fra loro diverse ma indispensabili per comporre il mosaico sulla situazione dello sport in fase di trasformazione e sulla prospettiva del dopo. A cominciare dal ciclismo, con la sua retorica della sofferenza e della strada che d’improvviso si trasforma in uno squarcio sulla mobilità che per lunghi intervalli ci è stata interdetta. Vediamo i ciclisti come simboli di una libertà che non pensavamo di apprezzare. Ma loro, i ciclisti, come vedono se stessi in questo passaggio storico dove sentono di incarnare un bisogno insoddisfatto di viaggio?
E poi il basket, la disciplina sportiva inventata in vitro a fine Ottocento negli Usa per consentire ai ragazzi dei licei di praticare agonismo indoor e che adesso riprende a simboleggiare l’attività al chiuso come auto-reclusione.
L’atletica leggera, che mette in campo l’intera gamma dell’espressione di potenzialità umana, la pura performance, ma che in questo tempo emergenziale simboleggia la volontà di non arrendersi all’assedio del male oscuro.
L’hockey, con la sua frenesia da traiettorie a velocità smodata e da scontro pericoloso, che più d’ogni altro si trova a scontare l’effetto-acquario degli impianti vuoti. E il golf, coi suoi spazi sterminati così in contrasto con la forzata dimensione domestica da telelavoro. Ciascuna di queste discipline ci racconta a modo proprio la pandemia. Ma è anche un racconto sul cambiamento che le stesse sperimentano su se stesse. Un cambiamento la cui portata scopriremo soltanto negli anni a venire.