Televisione: la rivoluzione è in onda (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

L’accordo tombale in via di definizione tra Mediaset e il socio Vivendi (28,8%), anticipato pochi giorni fa nelle sue linee principali da MF-Milano Finanza, non porterà solo a un ripensamento dei piani del gruppo guidato da Pier Silvio Berlusconi e a nuovi scenari di respiro europeo con la media company francese che fa riferimento a Vincent Bolloré guardando in particolare alla Germania (ProsiebenSat.1) e al mercato pubblicitario. 

Rumors al momento non confermati riferiscono oltretutto di possibili integrazioni o sinergie allo studio tra Havas (centro media di Vivendi) e Publitalia (concessionaria di Mediaset). La fine delle ostilità darebbe al tempo stesso la scossa a un business – quello televisivo – che attualmente vale il 72% degli investimenti pubblicitari totali, già attaccato dagli over-the-top – da Netflix ad Amazon Prime Video, da Disney+/Star a Discovery+, oltre alle consolidate Google e Facebook – e che ha anche una connotazione politica. 

Se il Biscione è stato fondato da Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia (partito che sostiene il governo Draghi) e in passato ha beneficiato indirettamente del ruolo istituzionale del Cav (dalla Legge Gasparri all’ultima norma salva-Mediaset), è altrettanto vero che oggi il primo polo per ascolti (37,5% su base giornaliera e 39,36% in prima serata, dati Auditel di marzo) è la Rai. La tv di Stato, che ha chiuso il 2020 con un fatturato di 2,5 miliardi (-5,5%), conti in pareggio ma una posizione finanziaria netta negativa per 523,4 milioni, è attesa al rinnovo del cda. Il presidente Marcello Foa e l’ad Fabrizio Salini non resteranno. I partiti stanno già trattando e tramando per occupare le poltrone di viale Mazzini. Per la presidenza sono alte le quotazioni di Ferruccio de Bortoli, ex direttore di Corriere della Sera e Sole24Ore che gode della stima del premier, Mario Draghi, e del segretario del Pd, Enrico Letta. 

Ma Fratelli d’Italia, unico partito all’opposizione vuole lo scranno del presidente: il suo candidato è l’attuale consigliere Giampaolo Rossi. Per il ruolo di capo-azienda si fanno i nomi degli interni Paolo Del Brocco (ad Rai Cinema) e Roberto Sergio (direttore RadioRai). Cavallo di ritorno potrebbe essere Eleonora Andreatta, oggi responsabile delle serie originali di Netflix. Per altri manager di aziende private lo scoglio è lo stipendio: 240 mila euro annui. In tal senso circolano i nomi di Andrea Castellari, ex Viacom, e Laura Cioli, ex Rcs e Gedi. Questa volta potrebbe prevalere la scelta aziendale, privilegiando un dirigente di lungo corso. Il tema strategico per il prossimo board è rappresentato dal ripensamento di Rai2, il posizionamento di Rai3 – entrambi soffrono in fatto di ascolti -, l’area Sport, l’offerta internazionale e la partita della raccolta pubblicitaria: in passato Mediaset (a fine febbraio aveva il 40% della torta complessiva) e La7 avevano chiesto al governo di ripartire parte degli introiti da spot della tv di Stato che gode dell’entrata fissa e certa del canone. Toccherà invece a Urbano Cairo, proprietario di La7 e di Rcs che si era fatto portavoce anche con il governo Conte della mozione per la ripartizione dell’advertising, valutare nuovi piani per la sua emittente che punta principalmente sui talk show. Del resto La7, seppure al 5% di share in prime time, nel 2020 ha registrato un ebit negativo per 6,6 milioni. 

fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

May 03, 2021 02:09 ET (06:09 GMT)