Borsa: la Piazza è semivuota (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Alle prese con il bisogno di nuovi capitali e con le esigenze di crescita l’imprenditore italiano ha un dilemma: dove cercare il denaro che serve alla sua azienda? Da una parte c’è la via più tradizionale e sicura, ossia quella del finanziamento bancario. Dall’altra la tentazione del private equity e della sua enorme mole di liquidità. 

Poi c’è la terza via, quella più rischiosa ma potenzialmente più remunerativa: l’ingresso nel mercato dei capitali. Una soluzione, quella dell’ipo, che specie in questa fase (l’indice Msci Italy da inizio anno si è apprezzato di quasi il 10%) dovrebbe rappresentare la scelta primaria per l’accesso a nuovi capitali. Invece i numeri raccontano un’altra storia: le quotazioni a Piazza Affari, se si esclude il dinamismo del segmento Aim dedicato alle pmi, sono pochissime. Dal 2020 appena tre grandi realtà sono approdate sul Mercato telematico azionario (Mta), quello dedicato alle aziende con oltre 40 milioni di capitalizzazione: lo scorso anno Gvs e nel 2021 Philogen e Seco. 

«La quotazione su Mta», commenta Giovanni Tamburi, numero uno di Tamburi Investment Partners, «ha i suoi tempi e i suoi procedimenti e il processo è ancora articolato, malgrado gli sforzi di semplificazione». Un vespaio di documenti, informative e requisiti poco conciliabile con la cultura di una classe imprenditoriale che alla corsa a ostacoli della compliance borsistica «continua a preferire un modello bancocentrico», lamenta Giovanni Natali, amministratore delegato e direttore generale di 4Aim Sicaf. Tolto il mondo delle partecipate statali, infatti, molti dei colossi industriali italiani come Ferrero, Barilla o Armani, non sentono il bisogno di quotarsi. «Il tema è anche generazionale», prosegue Natali, «ma le grandi imprese familiari prima o poi si trovano a dover consegnare carta quotata a figli e nipoti: non li si può costringere a portare avanti lo stesso lavoro che faceva il bisnonno cento anni prima». 

Un ottimismo condiviso anche da Tamburi: «Arriveranno anche le quotazioni sui mercati principali», prevede il banchiere d’investimenti.E poi c’è l’Aim, l’unica fucina di matricole in questa fase a Piazza Affari. «In questo campo siamo già ai vertici delle statistiche europee», sottolinea Natali. «Se togliamo Londra, in Italia ci sono più ipo che negli altri mercati del Vecchio Continente». MF-Milano Finanza ha già evidenziato che chi negli ultimi due anni ha deciso di quotarsi sull’Aim ha visto la capitalizzazione crescere di oltre il 70%: ultima in ordine di tempo Jonix, società di sanitizzazione dell’aria che ha debuttato il 4 maggio con un rialzo del 12%. «Si tratta di un mercato più semplice, più dinamico, più adatto alla piccola e media impresa nazionale», elenca Tamburi, evidenziando i punti di forza del segmento. 

Nonostante i numeri appaiano incoraggianti, però, c’è il rovescio della medaglia: la capitalizzazione media delle quotate sull’Aim è ancora bassa e per far crescere davvero il mercato bisognerebbe attirare molte più imprese attingendo al bacino di oltre 2 mila pmi quotabili individuato da Bankitalia. A mettere il freno alla prospettiva dell’ipo è, come detto, la compliance: la tabella pubblicata in pagina mostra i requisiti regolamentari richiesti da Aim Italia ed Euronext nei rispettivi segmenti dedicati alle pmi, Growth e Access. È quest’ultimo, quello più agile in assoluto, a rappresentare la tentazione maggiore per chi vuole snellire una volta per tutte il processo di quotazione: nessuna reportistica semestrale, zero obblighi informativi per azionisti rilevanti, specialist non obbligatorio, mancanza delle figura di un Nomad ongoing, opa obbligatoria non applicabile, consiglieri indipendenti in cda non richiesti. 

fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

May 10, 2021 02:34 ET (06:34 GMT)