L’arte perduta del rattoppoè diventata moda etica

Mai arrendersi di fronte a uno strappo, ecco come

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ROSELINA SALEMI caffe.ch 19.6.21

Chi avrebbe detto che rammendare sarebbe diventato un gesto rivoluzionario? L’arte perduta di cucire e rattoppare, il kintsugi del guardaroba, è pura moda etica. Cestinare il maglioncino assalito dalle tarme? Arrendersi di fronte a uno strappo? No, se possiamo nascondere il danno con un ricamo o un’applicazione all’uncinetto. A lanciare l’idea è Orsola De Castro, fondatrice di Fashion Revolution, movimento di moda sostenibile nato nel 2013. L’ha scritto nel saggio “I vestiti che ami durano a lungo” (Corbaccio). Si comincia proprio con il rammendo: la cosa più green che possiamo fare è ripararli. Ed eccoci agli antipodi di Marie Kondo, eroina del decluttering. Orsola De Castro non ha niente contro il riordino, ma buttare non si può. Si definisce “una radical keeper”, dice “ci tengo a (man)tenere”. Forte dell’esperienza della mamma che lavorava a maglia, della nonna bravissima all’uncinetto e della zia sarta, nel 1997 ha cominciato con la rinascita di un golf bucato (arancione, se lo ricorda benissimo) e dalla pratica è nata la teoria: un affronto al mondo della moda e alla religione del nuovo. Così è nato il brand ‘From Somewhere’. Che fossero pezzi usati, unici, tonnellate di golf di cachemire o vestiti da casalinga, il concetto è sempre stato uno solo: rielaborare ciò che gli altri non volevano. Poi sono arrivate le collaborazioni con grandi marchi come Topshop a Speedo che hanno offerto i loro stock di invenduto. E ora il riciclo non è più cheap ma snob.
Tra le iniziative più amate di Fashion Revolution c’è Lovestory, una pagina in cui raccontare la storia d’amore con un vestito al quale siamo affezionati, magari perché associato a un momento speciale. Orsola De Castro è una pessima rammentatrice, ma all’uncinetto non la batte nessuno: “Quando ho cominciato a trasformarmi i vestiti ero veramente bambina, era un po’ un gioco. Portavo a scuola il ferro e facevo due ricami sul golf bucato con l’uncinetto…”. Adesso invita a usare la creatività per re-inventare un vestito. E non è la sola. Su Instagram Paola Pellino, alias La Guardarobiera, ha trasformato il rammendo creativo e ben visibile in un’arte da insegnare. Kristina Spirk, stilista croata, con il marchio Decontoured ha cominciato a 24 anni (adesso ne ha 42) con un abito da sposa: “Una ragazza mi ha chiesto di modificare il vestito indossato dalla mamma al suo matrimonio. Aveva maniche pazzesche, una crinolina enorme. L’ho smontato e rimontato in stile Armani e ho provato una sensazione gioiosa. Ho deciso che quella sarebbe stata la mia strada”. Tra le creazioni delle quali è più orgogliosa ci sono due pezzi: un soprabito in cashmere di Yohji Yamamoto, molto rovinato, che è diventato un reversibile bicolore e un cappotto avorio di Lanvin anni ’60, ancora bello, ma le tasche e il colletto erano sciupate. Kristina ha reso staccabili le maniche, ha curato le “ferite” con tagli couture valorizzati da applicazioni scintillanti e perle, e voilà, ecco un moderno abito-cappotto doppiato in grigio. Tiare von Meister, vent’anni, innamorata della moda, ha creato la start-up Useless, proprio con l’idea di lavorare soltanto sul già fatto con applicazioni, ricami, tagli, pittura, rammendi artistici.
Forse, grazie al riciclo, al vintage e alla presa di coscienza provocata dal Covid stiamo tornando a riflettere, a riconsiderare i vestiti come compagni di viaggio. Come un pezzo della nostra storia.