Mazzette in odore di petrolioal bancario amico di Gheddafi

Si chiude il processo al Tribunale federale

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FEDERICO FRANCHINI caffe.ch 9.7.21

Corruzione, infine. A quasi quindici anni dai fatti (e dalla prescrizione) e dopo una lunga indagine, il Ministero pubblico della Confederazione porta a casa una vittoria. Il primo luglio, il figlio di Shukrì Ghanem – ex uomo chiave del regime libico di Gheddafi – è stato condannato dal Tribunale penale federale per complicità passiva in corruzione di pubblici ufficiali stranieri. Quel milione e mezzo di dollari che ha ricevuto nel 2007 sono una mazzetta per aver facilitato – tramite il padre – la realizzazione di una joint-venture tra la multinazionale norvegese Yara e la compagnia petrolifera nazionale libica. Una mazzetta che è atterrata su un conto elvetico e che quindi, secondo il giudice, dà alla Svizzera la competenza territoriale per perseguire la vicenda.
Il neo condannato, oggi Ceo di un’importante banca in Bahrein, aveva presenziato durante tutto il dibattimento tenutosi ad inizio giugno. Si è sempre detto innocente, cosciente che un’eventuale condanna potesse essere una macchia nella sua “onorata carriera”. Il giudice ha però sostenuto la tesi della Procura federale secondo cui l’uomo ha venduto le informazioni del padre in cambio di una mazzetta. Per il giudice l’imputato “sapeva” e non ha saputo giustificare credibilmente quello che di fatto era un “vantaggio indebito” che oltretutto ha tentato di “tenere nascosto”. Il giro dei soldi ricostruito dall’indagine è infatti tortuoso: il denaro arrivato sul conto di una società di offshore all’Ubs di Ginevra proveniva dalla società di Basilea Nitrochem la quale era stata poi rimborsata da una filiale elvetica di Yara tramite un pagamento sovrapprezzo di ammoniaca.
Un pagamento “che nemmeno Dio scoverebbe” aveva affermato un dirigente della società norvegese, poi condannato in patria per questa vicenda. Il meccanismo è però stato scoperto tanto che ora qui soldi entreranno nelle casse della Confederazione. L’uomo è stato ritenuto colpevole e condannato ad una pena pecuniaria sospesa. La Procura federale aveva chiesto sei mesi di detenzione sempre sospesi. Il verdetto – giunto quindici anni esatti dopo l’introduzione della nozione di passività nell’articolo del codice penale sulla corruzione degli agenti pubblici stranieri – ha notato il procuratore federale Frédéric Schaller e la procuratrice assistente Shayan Farhad: “Siamo molto contenti di questa decisione; anche se la pena è inferiore alla nostra richiesta, la nostra tesi ha tenuto fino in fondo”, hanno dichiarato a margine della lettura della sentenza. Da parte sua, l’avvocato del condannato, Jean-Marc Carniché è evidentemente di tutt’altro avviso: “Il verdetto è molto deludente e si basa su costatazione sbagliate. Non c’è stata corruzione in questo caso. Considereremo un appello una volta ricevute le motivazioni scritte”.
Ancorché impugnabile, questa sentenza è importante in quanto fatto raro: poche sono state le condanne per corruzione di funzionari pubblici stranieri dall’introduzione, nel 2000, di questo reato nel codice penale. Condanne che, però, sono in aumento: il figlio di Shukrì Ghanem è la dodicesima persona condannata per corruzione internazionale dal 2016.