Moda: i brand vanno all’estero, Milano non attrae aziende Made in Italy (MFF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Prima Stevanato (produttore di fiale di vetro per i vaccini contro il Covid-19) poi Ermenegildo Zegna. Nel breve volgere di una sola settimana, e a differenza di quanto mai accaduto nella storia recente dei mercati finanziari internazionali, due aziende del Made in Italy, seppure di settori non contigui tra loro, hanno deciso di quotarsi a Wall Street, snobbando Piazza Affari. Motivo? Nel caso di Stevanato le valutazioni garantite alla società, trattata oltre 20 volte l’ebitda, e al quale gli investitori e il mercato Usa hanno attribuito un valore di 6,3 miliardi di dollari con una raccolta di 672 milioni di dollari. 

E anche se il titolo al debutto, scrive MFF, ha fatto flop, -6,3%, il segnale dato è quantomai rilevante. Mentre per il brand di moda si è trattato più di un mix di fattori: l’internazionalizzazione del giro d’affari, il 51% proviene dalla Cina e l’ingente massa di capitali che hanno a disposizione le spac quotate a Wall Street. 

E se a ciò si va a sommare il fatto che la biotech, spin-off del San Raffaele di Milano, Genenta Sciences, sta lavorando alla quotazione al Nasdaq appare evidente che il listino di Milano fa particolarmente fatica ad attrarre storie aziendali e soprattutto mid cap e aziende di taglia rilevante. ll tutto senza trascurare il fatto che sempre più società quotate a Piazza Affari hanno deciso di trasferire la sede legale ad Amsterdam (Campari, Cementir, Cnh Industrial, Exor, Mediaset e Stellantis) per le migliori condizioni di mercato, a partire dalla tematica del voto maggiorato. E senza dimenticare poi che anche il gruppo Prada, che avrà una quota (10%) di Zegna aveva preferito optare per la borsa di Hong Kong piuttosto che per Milano che nel settore della moda e del lusso ha pure perso Luxottica, migrata sul listino di Parigi dopo l’integrazione con Essilor. Insomma, uno dei settori nei quali questo Paese primeggia su scala mondiale, l’abbigliamento, snobba la borsa, eccezion fatta per Moncler, Brunello Cucinelli, Salvatore Ferragamo, Tod’s e Aeffe. Del resto anche il re delle passerelle, Giorgio Armani, non ha mai avuto intenzione di quotare il suo gruppo, uno dei più capitalizzati e redditizi dell’intero settore. Lo stilista, come anche il duo Dolce&Gabbana, snobba Piazza Affari. Ci è entrato, indirettamente, come azionista di minoranza del cantiere nautico The Italian Sea Group. 

La difficoltà di attrarre aziende di grandi dimensioni lo dimostra anche il fatto che quest’anno, sul listino principale, si sono quotate solo tre società: Philogen (capitalizzazione di 376,6 milioni), Seco (market cap di 417 milioni) e The Italian Sea Group (287 milioni). Mentre continua il processo di approdo all’Aim Italia dove però la taglia delle pmi è decisamente più bassa. Il tutto a fronte di un elevato numero di opa finalizzate al delisting: ben 14 da inizio anno. Insomma, Milano fatica a trovare grandi storie finanziarie da raccontare e in grado di raccogliere ingenti capitali. Solo due anni fa era stato raggiunto il risultato dei due miliardi di raccolta garantiti da Nexi (capitalizzazione di 18,6 miliardi), che poi è andato a conquistare la nordica Nets e ora sta definendo l’integrazione con Sia. Un po’ poco. Tanto più che ora Borsa Italiana fa parte del circuito internazionale Euronext. 

lde 

fine 

MF-DJ NEWS 

2008:39 lug 2021 

 

(END) Dow Jones Newswires

July 20, 2021 02:40 ET (06:40 GMT)

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