Banche: la strada per Uni-Mps (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Mps deve restare indipendente. La tracotanza con cui quasi 20 anni fa Siena rispedì al mittente l’ultima ipotesi di matrimonio con una grande banca del Nord è tornata in mente a qualcuno in questi giorni. Sul tavolo del presidente Giuseppe Mussari c’era allora la bozza per una fusione con il Sanpaolo di Torino, che era non solo uno dei migliori istituti italiani ma anche una preda molto ambita da colossi del calibro del Santander. 

Dopo il fallimento delle trattative con la franco-olandese Dexia nella primavera del 2006 la banca guidata da Alfonso Iozzo era alla ricerca di un partner e intavolò discussioni con Rocca Salimbeni. Il progetto, al quale per diversi mesi lavorarono ambienti del centrosinistra senese e torinese con l’ambizione di portare al vertice del nuovo gruppo Mario Monti, finì però per arenarsi e, in uno di quei casi di eterogenesi dei fini non infrequenti nella finanza, pose le basi per le fulminee nozze tra il Sanpaolo e Intesa. Un lustro più tardi Siena, zavorrata da Antonveneta, era già il grande malato del credito italiano e lo sarebbe rimasto per quasi dieci anni, nonostante gli aumenti di capitali, i cambi di management e la nazionalizzazione. A chiudere il cerchio della tormentata storia del Montepaschi potrebbe però essere ancora una volta una banca del nord, Unicredit. A cento giorni dal suo insediamento in piazza Gae Aulenti il ceo Andrea Orcel ha aperto una trattativa in esclusiva sulla proposta presentata dal Tesoro. Un annuncio dato alla vigilia dei risultati dello stress test che hanno visto Siena in ultima posizione a livello europeo (vedi articolo a fianco). 

Ma quali saranno le prossime della delicata trattativa tra il gruppo e il governo, che oggi detiene il 64% del Monte? Secondo quanto appreso da MF-Milano Finanza, dal perimetro che sarà definito a settembre dovrebbero uscire 6,2 miliardi di contenzioso legale, 2-2,5 miliardi di crediti deteriorati e forse anche i crediti in bonis ad alto rischio (ossia una parte del portafoglio cosiddetto stage 2). Per quest’ultima categoria di attivi è anche possibile una soluzione diversa, simile a quella messa a punto per Intesa Sanpaolo durante il salvataggio delle banche venete: lo Stato potrebbe concedere a Unicredit un’opzione put con un tetto e un arco temporale predefiniti per rispedire indietro i portafogli dalla qualità dubbia. La soluzione è comunque ancora allo studio, ma l’importo potrebbe avvicinarsi a 1,5-2 miliardi. Tutti gli asset scartati confluirebbero in una bad company che provvederebbe poi a liquidarli nel tempo. Amco si farebbe invece carico degli npe, come accaduto in buona parte degli ultimi salvataggi bancari. Dal perimetro destinato a Unicredit non dovrebbe invece uscire la rete commerciale del Monte sulla quale però il compratore potrebbe mettere mano dopo il trasferimento. 

Parte del network potrebbe infatti essere ceduto a terze parti o per ottemperare alle richieste dell’Antitrust o per rispondere a esigenze di natura strategica. Secondo le prime stime il gruppo potrebbe mettere sul mercato circa 150 sportelli, collocati principalmente nelle regioni del Sud (per lo più Sicilia e Puglia). Se la scelta fosse confermata, l’acquirente naturale sarebbe il Mediocredito Centrale che lo scorso anno, con l’acquisto della Popolare di Bari, ha posto le basi di un gruppo creditizio radicato nel Mezzogiorno. Sempre secondo ipotesi allo studio il trasferimento potrebbe riguardare anche parte del personale delle direzioni centrali (che oggi occupano circa 4.900 risorse a livello complessivo), anche se per il momento non circolano numeri o progetti concreti in merito. Se su tutti questi delicati aspetti verrà raggiunto un accordo (soggetto comunque alle autorizzazioni di Bce-Bankitalia, Ivass, Consob e Antitrust), l’operazione sarà sottoposta alle rispettive assemblee di Unicredit e Mps nel corso dell’autunno per arrivare al closing per fine anno. Sempre in base alle ipotesi che circolano tra le controparti coinvolte sul deal, l’ultima tappa a quel punto dovrebbe essere la ricapitalizzazione dell’istituto senese: agli attuali azionisti verrebbero richieste nuove risorse per un importo stimato tra 2 e 2,5 miliardi attraverso un’operazione a mercato che non dovrebbe incontrare particolari problemi. 

Se questa è la road map che circola in Via XX Settembre e nelle banche d’affari, occorre ricordare che le incognite sono ancora molte e che il diavolo sta nei dettagli. Di certo però da giovedì 29 luglio seduto al tavolo c’è un interlocutore disposto a lavorare sulla privatizzazione del Monte. 

fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

August 02, 2021 02:17 ET (06:17 GMT)