Criptovalute: la vera rivoluzione (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Di Paolo Savona – presidente Consob 

Luke Ellis, un finanziere londinese a capo di un gruppo che gestisce 127 miliardi di dollari di risparmi globali, ha aggiunto un pizzico di ironia tutta inglese al dibattito corrente sulle criptovalute affermando in un intervista al Financial Times che «non hanno un valore intrinseco». Fin qui nulla di nuovo, dato che nel meno ironico italiano il concetto è stato espresso come «il nulla», al quale però è stato subito aggiunto essere un nulla pericoloso. Invece Ellis sostiene la loro utilità «per fare trading», ossia per effettuare operazioni dalle quali i più abili possono ottenere guadagni, introducendo una legittimazione che considero assai dubbia e che le autorità non devono asseverare per evitare che il mercato diventi una giungla dove il più forte si impossessa delle risorse del più debole. 

Questa interpretazione delle criptovalute non appare un’espressione di un serio sistema di libertà, la condizione in cui un essere umano è libero di agire purché non rechi danno ai propri simili; né di democrazia, il meccanismo che fissa la distribuzione del reddito tra i membri di una collettività agendo con tasse, spese e indebitamento decisi da parlamenti rappresentativi. Sono queste le basi di una convivenza civile raggiunta da lotte di popolo e sacrificio di vite umane dalle quali si spera di non tornare indietro. 

Gary Silverman, che ha intervistato Ellis, sfodera il classico esempio della proposta avanzata nel 1976 da Friedrich Hayek di passare a un regime di moneta privata per togliere alle banche centrali il monopolio della creazione monetaria. Queste citazioni di seconda mano provengono da chi non conosce i termini della proposta hayekiana e non tiene conto della contabilità monca delle valute virtuali, dove manca un debitore alla nascita. Hayek proponeva che fossero le banche (o altri) a battere moneta, registrando al passivo dei loro conti il debito acceso. I token o crypto asset sono un’altra cosa, perché la loro contabilità è corretta; a ogni creditore corrisponde infatti un debitore. La legittimazione delle monete virtuali nelle forme di stablecoin sarebbe un modo per superare alcune obiezioni avanzate se si stabilisce un regime di riserve «stabili» da tenere a fronte, tornando a una forma di convertibilità aurea/argentea affermatasi nei secoli e finita nel 1971 con l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Bretton Woods. 

Questo aspetto importante è lungi dall’essere anche solo discusso dai proponenti gli stablecoin, ma resterebbero comunque irrisolti i problemi di chi controlla le quantità di moneta creata e di chi svolge il ruolo di prestatore di ultima istanza nelle crisi. Poiché si delinea un’architettura istituzionale nella quale circola la moneta virtuale sovrana insieme a quella privata, il funzionamento del mercato mobiliare sarebbe comunque assai più complicato da governare. Siamo alla ricerca di semplificazioni e creiamo nuove complicazioni. 

Credo che il riferimento esatto non sia l’articolo di Hayek ricordato, ma quello più noto della Via della schiavitù del 1944, anch’esso ispirato da nobili istanze non molto diverse da quelle qui avanzate dell’impatto delle criptovalute sui sistemi di libertà e democratici. Un certo fastidio culturale proviene dal fatto che il problema è stato affrontato dalla Cina proibendone l’uso, un Paese verso cui si dirigono gli strali dell’ex-Occidente per i suoi regimi costituzionali discutibili. 

Ellis ha giustamente sottolineato che la grande innovazione è la blockchain, la catena contabile decentrata, che nelle sue forme chiuse comporta una perdita di informazioni da parte delle autorità, aggravando la trasparenza indispensabile per un buon funzionamento del mercato. Questo metodo contabile in forma elettronica può rendere un grande servizio all’attuale sistema dei pagamenti e all’intero mercato mobiliare, riducendo costi e tempi delle operazioni. Ancor prima o quanto meno in simultanea con l’adattamento delle normative vigenti alle forme criptate delle attività monetarie e finanziarie, occorre stabilire i modi di uso di questa innovazione contabile immutabile e autocertificantesi. Una regolamentazione tecnologicamente neutrale, come quella che si va delineando, non è in condizione di raggiungere lo scopo di riportare moneta e finanza nell’alveo della legittimità costituzionale in senso ampio. 

In conclusione, prima va definita la base tecnologica e poi si può decidere razionalmente il da farsi. La vera rivoluzione monetaria è la nascita della moneta elettronica pubblica, come sarebbe il cripto euro, eliminando non solo le conseguenze negative della moneta elettronica privata sulla libertà e sulla democrazia (ivi inclusi l’evasione fiscale, il finanziamento occulto al terrorismo e il riciclaggio di denaro sporco), ma anche uno dei fattori di instabilità intrinseca al capitalismo, quella che proviene, come ci ha insegnato Hyman Minsky, dalle banche «serve di due padroni»: la stabilità di valore della moneta e il sostegno della crescita reale. Il primo compito spetta alle autorità e il secondo verrebbe attribuito ancor più alle banche, che si collocherebbero fuori dal circuito monetario, potendo comunque continuare a rendere il servizio dei pagamenti su nuove basi tecnologiche (per esempio, gestendo i wallet); ma devono divenire più efficienti per essere ancelle della crescita, sviluppando capacità imprenditoriali sorrette dai metodi di intelligenza artificiale. 

fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

August 02, 2021 02:23 ET (06:23 GMT)