Mediobanca: manovre nel patto (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Se gli occhi del mercato sono puntati su Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone, che nei mesi scorsi hanno stretto la presa su Mediobanca, la merchant bank milanese continua a vantare una molteplicità di stakeholder, dai fondi (che oggi detengono oltre la metà del capitale) agli azionisti storici. Gran parte di questi ultimi sono riuniti nell’accordo di consultazione nato nel 2018 sulle ceneri del vecchio patto di sindacato e nei prossimi mesi saranno chiamati a decidere se rinnovare o meno l’alleanza. 

Nel frattempo alcuni soci hanno arrotondato la propria presenza nell’istituto guidato da Alberto Nagel. Questo è il caso della famiglia Gavio che, attraverso la holding Aurelia, nel corso del 2020 ha incrementato la partecipazione. Nel dettaglio il veicolo ha comprato 100 mila azioni per un investimento complessivo di quasi un milione di euro portando la quota allo 0,44% del capitale sociale. Già in passato peraltro i Gavio avevano compiuto acquisti sul mercato, a testimonianza di un legame con l’istituto milanese che si mantiene solido. 

Il futuro di Mediobanca è anche sotto la lente della famiglia Ferrero (0,64%). Nell’esercizio scorso il gruppo dolciario di Alba ha infatti svalutato la partecipazione per quasi cinque milioni di euro, portandone il valore a 20,8 milioni di euro. Una mossa non inedita visto che già un’altra volta nell’ultimo decennio i Ferrero avevano rivisto il valore dell’asset, comunque mantenuto in portafoglio. Decisi a mantenere il proprio presidio nell’istituto sono anche i Doris (3,28%) che pure l’anno scorso avevano scelto di riclassificare la quota da partecipazione strategica a finanziaria nella categoria held to collect and sale, mentre i Benetton (2,1%) non sembrano intenzionati a prendere iniziative in questa fase. 

Senza dubbio sulle future mosse dei soci storici peseranno le iniziative dei nuovi inquilini di piazzetta Cuccia. Dopo il blitz del settembre 2019 Mister Luxottica si è portato al 19% con in tasca un autorizzazione Bce per spingersi fino al 19,9%. Il penultimo passaggio di quote risale a maggio, quando Delfin si è aggiudicata il 2% messo sul mercato da un altro socio storico e membro del patto, la Fininvest della famiglia Berlusconi. Anche Caltagirone, entrato in febbraio, ha ulteriormente arrotondato la quota e in autunno potrebbe superare il 5%. Che gli acquisti di Del Vecchio e Caltagirone non puntino a destabilizzare la merchant bank guidata da Nagel è un messaggio che i compratori hanno fatto passare con chiarezza. «Fin quando ci saranno i risultati, il management non ha nulla da temere», ha dichiarato per esempio Del Vecchio in una recente intervista al Messaggero. Parole confermate, almeno sinora, dai fatti visto che all’assemblea di rinnovo del cda tenutasi in ottobre Delfin ha appoggiato la lista di Assogestioni astenendosi da operazioni di disturbo. È tuttavia difficile non leggere l’attivismo dei due imprenditori come un segnale indirizzato alla prima linea di Piazzetta Cuccia, che nei prossimi mesi sarà impegnata nel delicato rinnovo del vertice Generali. Se infatti il cda della compagnia scadrà nella primavera del 2022, già a settembre si metterà in moto la macchina per individuare i nuovi amministratori, come previsto dal sistema di governance monistico approvato lo scorso anno. Se su Trieste si troverà un accordo, la tregua in Piazzetta potrebbe durare. Viceversa l’autunno potrebbe rivelarsi molto caldo. 

fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

August 13, 2021 02:17 ET (06:17 GMT)