L’Europa lasci stare l’Italia. Mps deve mantenere il marchio

Angelo De Mattia23 AGO 2021 il tempo.it

Il futuro del Montepaschi di Siena diventa sempre più un problema che travalica il livello aziendale e solleva questioni di carattere nazionale ed europeo. Il mantenimento del marchio dell’Istituto è stato indicato come un vincolo anche nell’esposizione del Ministro dell’economia, Daniele Franco, in occasione della recente audizione presso le Commissioni parlamentari. È pur vero che non è stato sciolto il significato di tale mantenimento, ma tutti hanno capito che, se il progetto di aggregazione con l’Unicredit andrà a buon fine, una parte del Monte dovrebbe rimanere autonoma, con un ambito di operatività tutto ancora da valutare. È del pari vero che negli ultimi giorni, a testimonianza della complessità del tema, si era parlato del mantenimento del marchio in capo alla Fondazione, la quale, però, già reca la denominazione riferita all’Istituto, e che sarebbero state ampliate le facoltà operative di tale ente: una soluzione, questa, bislacca e per nulla coincidente con gli impegni originari. Ma la novità sembra sopravvenire ora: secondo notizie non confermate, ma, a distanza di alcuni giorni, neppure smentite, la Commissione Ue vieterebbe la sopravvivenza del marchio.

Non si capisce bene su quali basi, innanzitutto giuridiche, si fondi il divieto. Forse Bruxelles vede nel suddetto mantenimento una violazione della Direttiva sul «bail-in» e delle norme sul «burden sharing», forse ritiene che esservi un contrasto con le norme sul divieto di aiuti di Stato. Si menzionano queste ipotesi non perché le si ritenga fondate, ma perché, conoscendo il cieco rigorismo della Commissione, se la notizia anzidetta fosse vera, non ci si stupirebbe se fosse evidenziata una strampalata posizione sui presunti divieti, dopo quella, esemplificativa del modo di agire della Direzione «Competition», adottata a proposito della vicenda Tercas che le è costata una netta condanna in primo grado e in appello della Corte europea di giustizia. Intervenire sul merito di un’operazione di aggregazione mirata a sistemare un pezzo importante del settore bancario significa non rendersi conto del danno che si può provocare proseguendo lungo la strada che, per esempio, negli anni ha portato alla soppressione delle misure autonomamente adottabili dagli Stati nei casi di dissesti bancari ( in Italia, il famoso D.M. Sindona) con la motivazione di non accollare oneri al bilancio pubblico, mentre proprio il caso italiano dimostra che con le nuove procedure il carico sul bilancio dello Stato potrà risultare nettamente superiore a quello indotto dal predetto Decreto che, per esempio, nel caso Banconapoli ha fruttato al Tesoro un introito di circa 500 milioni ( non certo un onere). La tesi, se vera, di un Monte, il più antico Istituto del mondo, che deve obbligatoriamente dissolversi nell’Unicredit senza lasciare di sé la minima traccia.