Finpiemonte, la pezza della giunta: 200 milioni per nascondere il fiasco

lospiffero.com 23.10.18

Dopo l’impugnativa del Consiglio dei ministri, l’assemblea regionale approva la norma che riporta le risorse a sostegno del sistema produttivo piemontese. La maggioranza si arrampica sui vetri per difendere un operato culminato nello scandalo della finanziaria

first_picture

Era in cima all’elenco delle priorità individuate, di qui alla fine della legislatura, da Sergio Chiamparinodurante il confronto di ieri con la sua maggioranza. E come previsto, il via libera alla norma che riporta 200 milioni – quelli a suo tempo destinati al capitale di Finpiemonte – nel tessuto produttivo piemontese è arrivato puntuale da Palazzo Lascaris grazie anche alla posizione “responsabile” dell’opposizione divisa tra chi non ha partecipato al voto (Forza Italia) e chi si è limitato a garantire la presenza come M5s e Movimento nazionale per la sovranità.

Nulla da obiettare sul merito di un’operazione che garantisce risorse alle piccole e medie imprese della regione, quanto piuttosto sui travagli che hanno portato a una soluzione che tanto assomiglia a una toppa messa in extremis per coprire il fiasco rimediato sulla gestione di Finpiemonte. La legge appena approvata, infatti, è figlia di una precisa scelta politica di Sergio Chiamparino e della sua giunta, di trasformare la cassaforte di piazza Castello in un soggetto di intermediazione bancaria; e questi 200 milioni dovevano servire per garantire a Finpiemonte la necessaria solidità finanziaria per assolvere al nuovo ruolo. Soltanto dopo l’esplosione dello scandalo che ha portato alla luce la sottrazione di 6 milioni e una inchiesta della Procura che ha coinvolto l’ex presidente Fabrizio Gatti e alcuni dirigenti e funzionari della struttura, la giunta è stata costretta a una rapida retromarcia. Dietrofront che ha avuto come effetto la possibilità di liberare queste risorse (peraltro dopo che per oltre un anno i rubinetti sono rimasti chiusi, sempre a causa delle vicissitudini che hanno coinvolto la finanziaria).  A luglio il provvedimento era stato impugnato dal governo: secondo Palazzo Chigi un ente con bilanci in deficit non avrebbe potuto utilizzare risorse recuperate da altri capitoli di spesa se non per la copertura del disavanzo: la trattativa del vicepresidente Aldo Reschigna con il numero due del Mef MassimoGaravaglia ha portato successivamente a sbloccare la situazione.

Dopo le tre relazioni – quella di maggioranza da parte di Andrea Appiano e le due di opposizione (Francesca Frediani e Gian Luca Vignale) – l’ingrato compito di difendere la reputazione di esecutivo e maggioranza è toccato al presidente della Commissione Attività Produttive Raffaele Gallo: un intervento che ha scatenato la dura reazione di centrodestra e M5s. “Abbiate almeno il coraggio di dire che avete sbagliato” ha tuonato dai banchi dei pentastellati Giorgio Bertola, prima che l’approvazione di due ordini del giorno dei grillini placassero i propositi di belligeranza. Dalle opposizioni la contestazione che nel provvedimento non si intravvede una visione di sviluppo della Regione, ma solo un lungo elenco della spesa redatto con un occhio alla scadenza elettorale. Una grossa fetta della torta finirà industria e artigianato (113 milioni), commercio (17,3 milioni) e ricerca e innovazione (11 milioni), altri 18 milioni sono destinati al Turismo e altri 13,6 milioni alle politiche su Lavoro e Formazione professionale. QUI LA SUDDIVISIONE DELLE RISORSE

“L’approvazione del disegno di legge 329 è un momento molto importante perché permette di rimettere in moto risorse importanti nel sistema economico piemontese – afferma Reschigna –. Questa amministrazione prima ha recuperato i vecchi fondi rotativi di Finpiemonte, che nella scorsa legislatura erano rientrati ed erano stati utilizzati per garantire equilibri di bilancio sulla spesa corrente. Ora, con questo nuovo provvedimento, saniamo il problema apertosi con il governo per questioni tecniche e avviamo una grande operazione di sostegno al nostro sistema economico.  Con le importanti risorse non finanziamo molti assi, per evitare una inutile dispersione di disponibilità finanziarie. La scelta di cosa finanziare deriva dal piano industriale di Finpiemonte, dal piano triennale sulle attività produttive, cui attraverso la legge 34 sono destinate la stragrande maggioranza della risorse, e dalla necessità di integrare assi che trovano già finanziamenti nella legge di bilancio, come ad esempio l’intervento sulla qualità dell’aria, con i 5,4 milioni destinate alla modernizzazione del parco auto delle realtà produttive che si sommano ai 4 milioni già iscritti a bilancio. Anche il confronto con le associazioni economiche e sociali è stato utile per definire gli obbiettivi degli interventi”.

Manovra bocciata, Italia passa alla storia. In ballo il futuro suo e dell’Europa intera

Dallo spread non arriva una buona indicazione. Ma l’importante è che il vicepremier Luigi Di Maio abbia ragione, ovvero che sia vero che “i mercati vogliono bene all’Italia”…

A prescindere da come si concluderà questo braccio di ferro tra Roma e Bruxelles, una cosa è certa: l’Italia passerà alla storia come il primo paese dell’Unione europea bocciato dalla Commissione sulla propria manovra. Data: 23 ottobre 2018.

La cronaca di una bocciatura considerata già annunciata si fa sempre più febbrile.

Ognuno vuole dire la sua su quello che è diventato un caso. Il caso Italia, il caso del governo M5S-Lega, che ha osato arroccarsi sulle sue posizioni, ignaro di tutti gli avvertimenti più o meno pesanti, se non apocalittici, arrivati da più parti. Anche perchè non si parla di una semplice “manovra”. Qui si parla di una manovra il cui valore trascende quello normalmente attribuito alle leggi di bilancio: è una manovra che ha preso, man mano che veniva forgiata, le sembianze di una vera e propria arma finanziaria, che l’esecutivo gialloverde, già inviso all’Unione europea per le sue posizioni sovraniste, ha deciso di sfoderare e sbandierare al tempo stesso come carta di identità dell’Italia.

In ballo c’è tanto, a detta di molti troppo: il futuro dell’Italia, e con esso il futuro dell’Unione europea, il risultato delle elezioni europee dell’anno prossimo, la credibilità di questo governo M5S-Lega, la credibilità di quelli che con disprezzo vengono bollati come burocrati Ue, in sintesi il destino riservato ai sovranisti e agli europeisti, in un rapporto di tale antitesi da essere diventato una guerra.

Guerra il cui finale è tutto fuorché prevedibile, anche se sono in molti a suonare già le campane a morto per il progetto europeo.

Da un lato ci sono gli europeisti che si affidano alle idee del finanziere George Soros: dall’altro i sovranisti che sposano il progetto di Steve Bannon, l’ex responsabile della campagna elettorale di Donald Trump che tende la mano a Salvini, Le Pen & Co. Tanto da aver detto proprio nelle ultime ore, in un’intervista al Corriere, di voler aiutare i sovranisti nella sfida delle elezioni europee.

Bocciatura manovra Italia passa alla storia

Nei minuti precedenti la bocciatura della manovra destinata a passare la storia, sia il premier Giuseppe Conte che i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno insistito sulla necessità, per l’Italia, di andare dritta per la sua strada.

Già ieri Giovanni Tria aveva dato una spiegazionedel perchè l’esecutivo avesse deciso di non apportare alcuna modifica. Il progetto del ministro dell’economia, che secondo alcune indiscrezioni stampa aveva spinto affinché il target sul deficit-Pil previsto per il 2019 e inciso nella nota di aggiornamento al Def scendesse almeno al 2,1%, era già miseramente fallito.

Nella risposta alla lettera Ue di chiarimenti che gli era stata personalmente consegnata, la scorsa settimana, dal Commissario Pierre Moscovici, Tria ha parlato di una manovra che riflette una “decisione difficile, ma necessaria”. Necessaria per tornare a dare priorità, soprattutto, alla crescita economica, in quanto l’espansione del Pil viene vista come condizione sine qua non anche per curare e sanare una volta per tutte la ferita del debito pubblico.

Non è questa, però, la stessa filosofia dei tecnici di Bruxelles che vedono prioritario, piuttosto, il contenimento del debito e del deficit, il risanamento dei conti pubblici.

Poco prima del verdetto di Bruxelles – ampiamente atteso, tanto che lo stesso vicepremier Matteo Salvini ne aveva parlato senza troppi problemi – , sono arrivate le dichiarazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha fatto di tutto per rassicurare i mercati e far capire a Bruxelles il messaggio di questo governo.

Non siamo giocatori d’azzardo che scommettono il futuro dei loro figli alla roulette – aveva detto il premier – Ho la prova che una parte dello spread sia dovuta all’ipotesi Italexit. Ma posso assicurare che questo esecutivo non accompagnerà questa nazione, l’Italia, fuori dall’Europa”.

Bisogna vedere però, dopo la bocciatura della manovra e in attesa di capire cosa accadrà in queste prossime tre settimane – la correzione della legge di bilancio ci sarà o no? La ‘manovra di scorta’ o il piano B di cui ha parlato oggi il Messaggero esiste o no? – cosa penseranno non tanto Conte & Co, ma i mercati finanziari.

Dallo spread non arriva una buona indicazione. Il differenziale balza di oltre +5%, fino a rivedere quota 320 punti, a fronte di tassi sui BTP decennali al 3,6% circa.

Ma l’importante è che il vicepremier Luigi Di Maio  abbia ragione, ovvero che sia vero che “i mercati vogliono bene all’Italia”.  Per ora l’unica cosa sicura è che l’Italia, per l’appunto, è passata alla storia. 

L’Italia vera e quella (indecente) di Moody’s e Cottarelli

Giorgio Cattaneo libreidee.org 23.10.18

Ci sarebbe da ridere, non fosse per i brutti ceffi in circolazione e le loro cattive intenzioni verso il sistema-Italia, ancora solido nonostante l’impegno che gli eurocrati hanno profuso per azzopparlo. Prima comica: azzannano il timido governo gialloverde, che si è limitato al 2,4% di deficit (contro il 3% ammesso da Maastricht), neanche fosse un esecutivo rivoluzionario. Seconda comica: gli stregoni di Moody’s declassano l’Italia, regina del risparmio europeo, in combutta coi loro azionisti bancari, che speculeranno sul ribasso del rating. Terza comica: a strapparsi i capelli sono l’infimo Martina, candidato a guidare il Pd verso l’estinzione, e Antonio Tajani, «decadente e grottesco presidente del Parlamento Europeo, figura modestissima e nuovo frontman di Berlusconi per le prossime europee, anche lui impegnato a spiegarci che andiamo verso la rovina». A mettersi le mani nei capelli, semmai, è Gioele Magaldi, presidente del Movimento Roosevelt: costretto a vedere la televisione di Stato che strapaga l’oligarca Cottarelli perché ripeta, nel salotto di Fazio, che la visione economica del mondo è una sola: la sua. Il primo a denunciare «la presa per i fondelli a spese degli italiani» è stato Gianluigi Paragone: non è curioso che a spillare quattrini alla Rai sia proprio Cottarelli, cioè il massimo censore della spesa pubblica? «Quello sarebbe il primo spreco da tagliare», dice Magaldi, in web-streaming su YouTube.

Stiamo vivendo agitazioni surreali, esordisce l’autore del bestseller “Massoni”, in collegamento con Fabio Frabetti di “Border Nights”. La storia delle “manine” che secondo Di Maio avrebbero manipolato il decreto fiscale? «Fa un po’ ridere i polli», cosìGioele Magaldicome il proditorio declassamento di Moody’s. «Siamo alla farsa finale: il sistema è talmente in crisi, e anche tremebondo, che mette in atto meccanismi spudorati, e quindi anche facilmente smascherabili». Le agenzie di rating? Non sono imparziali: «Sono aziende che perseguono profitto in pieno conflitto d’interessi, perché i loro azionisti hanno interessi di tipo speculativo e possono trarre vantaggio proprio dai declassamenti delle agenzie di cui detengono i pacchetti azionari. Possono cioè trarre profitto da quello che le agenzie di rating promettono o minacciano, e dal panico che il giudizio di queste agenzie può indurre». Questo, aggiunge Magaldi, è un sistema malato, al quale Moody’s dà un ulteriore colpo. «Da un lato la Bce non fa il suo mestiere di banca centrale e non garantisce il debito in titoli di Stato dell’Italia, come dovrebbe, per mantenere basso il famigerato spread. Dall’altro, le sedicenti istituzioni europee mandano i “pizzini” e disapprovano la manovra del governo, mostrando il loro cipiglio».

Poi ci sono i pupazzi del teatrino italiano – i Martina, i Tajani – che suonano l’allarme. E quali sarebbero queste grandi e radicali manovre del governo Conte, che tanto preoccupano costoro? L’aver ipotizzato qualche spesa per lenire le condizioni di indigenza, senza neppure istituire un vero reddito di cittadinanza? Qualche spesa per migliorare la situazione fiscale? «Tutte cose che noi del Movimento Roosevelt salutiamo come un inizio, l’aurora di un possibile nuovo scenario, ma siamo sicuramente al di sotto delle proclamazioni solenni degli uni e degli altri», chiarisce Magaldi. «Dal punto di vista del governo c’è poco da strombazzare un New Deal, che non è ancora iniziato. Per contro, chi contesta il fatto che queste misure portino al 2,4% del rappoto deficit-Pil, ripete che, per questo motivo, il governo italiano andrebbe ricondotto alla ragione a forza di bastonate – attraverso le agenzie di rating, le dichiarazioni dei tecnocrati europei e le giaculatorie di questi personaggi decadenti del centrodestra e del centrosinistra. Mi sembra un teatro dell’assurdo, perché purtroppo non abbiamo ancora un Tajanigoverno che dichiari chiaramente di voler mettere in discussione, in quanto infondati scientificamente, i parametri di Maastricht, nei quali peraltro l’Italia rientra perfettamente».

Perché non si ragiona mai sulla vera natura del debito pubblico, come ha fatto recentemente Guido Grossi anche su “ByoBlu”? Ci sono economisti, intellettuali e politici che offrono soluzioni concrete, già oggi, per gestire il debito pubblico così com’è. Ma poi, bisognerebbe inquadrare il debito per quello che è, ovvero «un elemento di economiaspiegato male e utilizzato in modo improprio». Ma il governo gialloverde non ha messo seriamente in discussione i parametri di Maastricht, sul piano economico. E su quello politico, continua a giurare che non è vero, che vorrebbe “uscire dall’Europa”. «Ma il problema non è questo: bisognerebbe dire, invece, che in Europa non ci siamo mai entrati», sottolinea Magaldi. «Il governo dovrebbe dire: vogliamo una Costituzione Europea, politica». Di Maio, Salvini, Savona e gli altri insistono nel dire di voler restare nell’Eurozona, non mettendo in discussione neppure la valuta euro? «Bene, ma come vogliamo starci? Vogliamo restare in quest’Europa così com’è? In questa strana struttura sovranazionale senza Costituzione, senza meccanismi democratici e senza una vera partecipazione popolare alle decisioni più importanti?».

Se finalmente il governo parlasse chiaro, pretendendo un’Europa democratica, allora sì che si potrebbe capire, «l’alzata di scudi da parte dei veri nemici del progetto dell’Europa unita, cioè quelli che oggi occupano indebitamente le maggiori poltrone delle istituzioni sedicenti europee». Se Lega e 5 Stelle dicessero che vogliono una Costituzione Europea, il loro «sarebbe un attacco al cuore del sistema, per renderlo più democratico». Vorrebbe dire «ridiscutere il concetto stesso di deficit, di debito pubblico, e “sforare” con percentuali ben più importanti, ma con spese in investimenti». Gli oppositori lo dicono in malafede, ma hanno ragione: nella manovra gialloverde non ci sono grandi spese in investimenti. «Ma lo si può capire: è solo l’inizio, al governo bisogna dare credito e fiducia, perché l’esecutivo Conte, quantomeno, sta cercando di fare qualcosina, laddove negli ultimi 25 anni non si è fatto nulla – o meglio, si è agito solo contro l’interesse del popolo italiano». Mancano investimenti adeguati, certo, come si è visto dopo il disastro di Genova. Ma il governo gialloverde è a metà strada fra il Paolo Savona che in Giovanni TriaSenato si appella al New Deal e il ministro Tria (scelta di ripiego, imposta dal Quirinale) che «non sa deve dar retta a Visco, a Draghi, a Mattarella, oppurre alla maggioranza che sostiene il governo di cui lui è parte».

Per Magaldi «siamo, di nuovo, alla commedia dell’assurdo: si parla del nulla, il discorso politico è surreale». Quello economico, invece, è aggravato dal clamoroso declassamento di Moody’s, totalmente infondato: «L’Italia ha un grandissimo risparmio privato e ha dei “fondamentali” di economia eccellenti. L’Italia è un paese ricco, sotto molti aspetti: in Nord Europa ci sono paesi con i conti pubblici in apparenza migliori dei nostri, ma con un indebitamento privato molto più grave, quindi sono in una situazione più fragile». Perciò non si capisce (o meglio, si capisce anche troppo bene) perché Moody’s vada a declassare l’Italia. L’economista Nino Galloni, vicepresidente del Movimento Roosevelt, suggerisce di creare un’agenzia di rating di respiro europeo, che – partendo dall’Italia – guardi le cose con occhi diversi, e valuti quindi la solidità di entità pubbliche e private con altri parametri. Mossa indispensabile, conferma Magaldi, «per evitare di essere ricattati da masnadieri in costante conflitto d’interessi». E dall’altro, aggiunge, bisogna creare un’agenzia che si preoccupi di valutare il sistema economico-sociale in base all’effettiva qualità della vita, oltre il semplice Pil.

Lo disse Bob Kennedy già nel 1968, «pagando con la vita il suo tentativo di rappresentare la speranza di un’evoluzione diversa dell’Occidente e del mondo». Il Pil non può essere l’unico metro di misura delle nostre vite. Anche dal punto di vista meramente economico, aggiunge Magaldi, il solo Pil non funziona: «Questi numeri non raccontano davvero la prosperità e la ricchezza dell’Italia, pur con tutti i suoi limiti e tutta la decadenza che in questi anni è stata rovesciata sul nostro sistema. Si è tentato di deindustrializzarlo e impoverirlo, ma non ci si è riusciti: perché l’Italia è un grande paese, con capacità industriali e commerciali, grande attitudine al risparmio privato». L’Italia non può essere impunemente declassata, come giustamente rilevato dalla stessa magistratura di Trani, intervenuta in passato contro alcune agenzie di rating, in occasione del famigerato Casalino“golpe bianco” attuato con l’avvento del governo Monti: «Forse, oggi – ipotizza Magaldi – proprio la magistratura dovrebbe rimettersi in moto, analizzando le molte opacità di questo giudizio di Moody’s».

Quanto al presunto sabotaggio del documento fiscale indicato da Di Maio, secondo Magaldi si può parlare anche di “manine” «ascrivibili a filiere massoniche neo-aristocratiche, e perciò contro-iniziatiche, come quelle che hanno demonizzato Rocco Casalino», scelto dai 5 Stelle come portavoce del premier. Volevano incastrarlo con il celebre fuori-onda nel quale prometteva sfracelli contro i sabotatori nascosti nei ministeri? «Intanto è riuscito nell’intento di denunciare i tecnici del ministero dell’economia che “remano contro”, e il fenomeno non riguarda certo solo quel dicastero». Se in Italia ci fossero ancora veri giornalisti, dice Magaldi, una bella inchiesta svelerebbe che nei ministeri e negli apparati burocratici circolano da decenni sempre le stesse persone: si ritiene abbiano competenze imprescindibili, galleggiano da un governo all’altro (centrodestra o centrosinistra non importa) e si sono riciclati anche con questo governo gialloverde. «Credo sia giunto il momento di un bel cambio: non è vero che questi siano professionisti insostituibili, credo occorra puntare su una rigenerazione della scuola della pubblica amministrazione, anche nell’individuazione di nuovi parametri».

L’orizzonte è vasto: «Dobbiamo cambiare i termini di insegnamento dell’economia e della finanza, che in questi decenni hanno creato dei mostri», sostiene Magaldi. Spesso, «quelli che hanno studiato economia l’hanno fatto come asini, istruiti da altri asini, grazie a qualche “padrone degli asini” che, a monte, scientemente, ha voluto questa “asinità” diffusa». Seriamente: «L’economia dovrebbe essere un sapere critico, dialogico, scientifico e perciò aperto al confronto critico, e invece è stata insegnata come una sorta di catechismo, con dei principi di fede da seguire». Non mancano le ribellioni anche famose, contro il “lavaggio del cervello” subito in università anche prestigiose: lo conferma un caso come quello dell’economista Ilaria Bifarini, “bocconiana redenta”, mostrando (dal di dentro) tutte le storture della narrazione economica neoliberista. «Discorso che vale anche per capi di gabinetto, dirigenti e consulenti: una casta di mandarini riciclati e inamovibili, che obbediscono a chi – come loro – abita stanze del potere non sottoposte al vaglio delle elezioni». Ha ragione Casalino: c’è da fare un bel Ilaria Bifarinirepulisti. «E a proposito: non scordiamo quello che abbiamo appreso su Carlo Cottarelli, personaggio appartenente ai peggiori circuiti della contro-iniziazione massonica neo-aristocratica».

Cottarelli viene dal Fmi, potente istituito che ha contribuito alla catastrofe della Grecia. Come giustamente fatto notare da Gianluigi Paragone, proprio Cottarelli incarna un madornale paradosso: «Un signore che da anni invoca “spending review”, revisione della spesa e grandi tagli, oggi per le sue comparsate televisive (dove sciorina le sue personalissime idee, intonate all’austerity montiana più becera) è strapagato con moltissimo denaro pubblico. Sono cose vergognose». Spreco di denaro pubblico, insiste Magaldi, è riempire di soldi il neoliberista Cottarelli per parlare per 40 minuti, senza un regolare contraddittorio con un economista post-keynesiano: giornalismo (e servizio pubblico) imporrebbero di ascoltare due voci distinte e contrapposte, peraltro non remunerate, ma presenti in televisione a titolo gratuito. «Ci sono personaggi italiani che avrebbero tante cose da dire, e che non vengono mai interpellati, dai media. E gli altri, che hanno tutto lo spazio per dire la loro, sono pure strapagati. Anche questo fa parte del teatro dell’assurdo che stiamo vivendo: il nostro è un paese che ha perso il senso del ridicolo. Ecco perché dobbiamo lavorare, tutti, per far ritrovare il senso della decenza».

La realtà, aggiunge Magaldi, è che va ripensato l’intero sistema, partendo proprio dall’economia. «Forse è arrivato il momento storico in cui si può immaginare l’emissione di una moneta non “a debito”, cioè non ottenuta attraverso l’offerta di titoli di Stato. Forse dobbiamo pensare anche a monete complementari. Soprattutto: come di tutte le cose, in una società aperta, democratica e pluralistica, dobbiamo immaginare di poter parlare laicamente anche della moneta e dell’economia». Non è possibile, aggiunge Magaldi, che l’economia sia diventata una fede, «con sacerdoti che comminano scomuniche, lanciano anatemi e condannano al rogo». E’ inaccettabile l’impossibilità di essere eretici: anche perché «il mondo contemporaneo, scientifico e progressista, liberale, che tanti accigliati difensori vorrebbero difendere dalla “barbarie” dei populisti, è un mondo libero, democratico e pluralista fondato proprio sul libero confronto tra le diverse posizioni». E invece oggi «abbiamo questa surreale situazione, per cui da un lato si denunciano le pulsioni autoritarie, xenofobe, razziste e fascistoidi dei populisti, dei Giorgettibarbari che assaltano l’Olimpo della democrazia italiana, della convivenza pacifica tra le nazioni garantita dalle isitituzioni europee, e dall’altro questi signori sono fideisti, devoti a visioni monolitiche e indiscutibili».

Non ammettono, gli oligarchi, che le loro convinzioni siano sottoposte alla discussione pubblica, «come non fu ammesso alla discussione il grande tema dell’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione», che ha consentito a Mattarella di “difendere” una Carta costituzionale gravemente lesionata, rispetto al dettato democratico del 1948. Sul fronte opposto, intanto, il leghista Giancarlo Giorgetti sostiene che il futuro sia del sovranismo populista? «Sbaglia, Giorgetti, se l’ha detto davvero, perché questo – replica Magaldi – consente agli avversari di spacciare per reale il presunto assalto alla democrazia, alle istituzioni liberali, all’equilibrio faticosamente raggiunto da una società avanzata». Molto meglio «stanare gli autori di questa immensa ipocrisia: qui non è questione di sovranismo o di populismo, qui è questione di sovranità del popolo, di democrazia sostanziale». Per il presidente del Movimento Roosevelt «bisogna che sia chiaro c’è una incongruenza grande come una casa, nell’atteggiamento dell’Europa che guarda all’Italia in modo arcigno: da un lato si rivendica la difesa della tenuta democratica di fronte all’assalto populista Cottarellixenofobo, e dall’altro al popolo bue (trattato in modo veramente demagogico e manipolatorio) si propinano delle fedi, cioè l’esatto contrario di ciò che ha costruito le democrazie».

I moderni regimi democratici, aggiunge Magaldi, con l’occhio dello storico, sono stati edificati «con metodo massonico, dunque progressista», basandosi cioè «sul dubbio critico e sulla messa in discussione dei dogmi». Uno su tutti: il dogma per il quale «il potere venisse da Dio e fosse amministrato da monarchi, da aristocrazie laiche per diritto di sangue e da aristocrazie ecclesiastiche per diritto d’ispirazione divina». Questi dogmi, sottolinea Magadi, hanno regnato per secoli: «E con questi dogmi, per secoli, i molti hanno asservito i pochi». Quello massonico, continua Magaldi, è stato un metodo di liberazione, di democrazia e di parlamentarizzazione della vita politica: «Ha creato quelle Costituzioni di cui avremmo bisogno in Europa, dove invece è stato istituito un sistema neo-feudale, non c’è Costituzione: ci sono altrettanti vassalli, valvassori, valvassini e cavalieri, che difendono una sorta di impero collegiale, oggi in mano a oligarchie apolidi e sovranazionali, le quali trattano il popolo come una massa di neo-sudditi». Queste cose bisogna pur iniziale a discuterle: «Io andrei volentieri a spiegarle in televisione, ovviamente gratis, insieme a tanti altri: non ho verità in tasca – precisa Magaldi – ma vorrei che ci fosse un confronto critico tra diverse visioni del mondo». Invece paghiamo, profumatamente, Cottarelli e soci: «Sacerdoti, che ci vengono a fare le loro prediche». E hanno a disposizione tutti i pulpiti, «offerti dai pennivendoli di regime, davvero spregevoli alla vista e all’udito, che infestano i media mainstream di questo paese».

Perché Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi, Banco Bpm rischiano di essere comprate ai saldi

startmag.it 23.10.18

Il commento di Fabio Pavesi, giornalista di economia e finanza, per anni al Sole 24 Ore, ora collaboratore del Fatto Quotidiano, di Lettera 43 e del Fatto Quotidiano, sullo stato dell’arte delle maggiori banche italiane come Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Ubi e Banco Bpm

Un assegno di 70 miliardi di euro e spiccioli et voilà ci si porta a casa le prime 5 banche italiane per attivo di bilancio. Che se non fosse ancora chiaro vuol dire comprarsi il 70% dell’intera industria bancaria del Bel Paese. Detta così, quei miliardi che possono apparire un sacco di soldi, sono poca cosa per diventare i padroni del sistema bancario della terza economia della zona euro. Quei 70 miliardi erano infatti fino a venerdì sera il valore cumulato di Borsa dei primi 5 istituti nostrani.

COME STANNO INTESA SANPAOLO E UNICREDIT

Dai due colossi Intesa Sanpaolo e UniCredit che valgono insieme poco meno di 62 miliardi di euro di valore di mercato, fino a Ubi Banca, il Banco Bpm e la sempre claudicante Monte dei Paschi di Siena.

CHE COSA PUO’ SUCCEDERE A UBI BANCA E BANCO BPM

Per le tre banche dietro agli unici due campioni nazionali bastano davvero gli spiccioli. Con soli 8 miliardi fai shopping di tutte e tre. Con 3,34 miliardi ci si compra l’intera Ubi banca. Ne servono ancora meno per il Banco Bpm (2,73 miliardi il valore di Borsa a venerdì). E con meno di 2 miliardi sostituisci lo Stato alla guida di Mps.

ECCO FOTOGRAFIA E CONFRONTI

Tanto per dare una fotografia suggestiva, le prime 5 banche italiane valgono poco più del solo Santander spagnolo. La sola Bnp Paribas vale quanto Intesa e UniCredit messe insieme. E la inglese Hsbc vale due volte le nostre 5 banche tutte insieme. Persino la National Bank of Greece vale oggi il 20% in più di Mps.

EFFETTO SPREAD SULLE BANCHE ITALIANE

Forse visti così questi numeri danno al volo l’idea della crisi sconfinata che sta languendo di nuovo le banche italiane, dopo la tempesta del 2011-2012. E l’imputato principe questa volta è il tanto evocato spread. Più sale il differenziale di rendimento tra i titoli italiani e quelli tedeschi più le banche devono mettere in conto perdite su quei 363 miliardi di buoni del Tesoro che hanno tuttora in pancia.

IL PESO DEI TITOLI DI STATO ITALIANI NEI PORTAFOGLI DELLE BANCHE

Più il Paese agli occhi degli investitori perde affidabilità creditizia, più il rischio sovrano si trasmette in automatico al debito pubblico in portafoglio ai nostri istituti. Il riflesso è quasi pavloviano. Su lo spread, giù le banche in borsa. Un copione che tra alti e bassi (più alti però) si ripropone quotidianamente sul mercato di Borsa.

CHE COSA E’ SUCCESSO DA MAGGIO IN BORSA AI TITOLI DELLE BANCHE COME INTESA SANPAOLO, UNICREDIT, BANCO BPM, UBI

E del resto basta vedere quanto hanno perso in sincrono le banche dai primi di maggio a oggi. Sembra che i mercati lavorino con il pilota automatico nello scaricare tutto ciò che si chiama banca sui listini. Intesa e UniCredit hanno perso entrambe il 35% del loro valore. Ubi il 30%; BancoBpm e Mps il 41% entrambe. Le banche più piccole non sono da meno.

FOCUS SU CREVALE E BPER

La Bper ha fatto -27% negli ultimi sei mesi; stessa caduta per il Creval e vicina a lei l’altra valtellinese la Popolare di Sondrio con un -24%. Di fatto bruciati tagliati più di un terzo dei prezzi dopo che in primavera del 2018 le banche avevano ritoccato i loro massimi dell’anno. Poi il buio e il capitombolo come nella lunga crisi post 2011.

I VALORI DI MERCATO

Oggi è ancora peggio perché quei valori così compressi espressi oggi dal mercato, che coprono a malapena meno della metà del reale valore patrimoniale degli istituti non si vedevano dai tempi della crisi del debito sovrano.

LE ZAVORRE

Ma all’epoca le banche non solo erano piene oggi come allora di titoli di Stato (si raggiunse il picco di oltre 400 miliardi di Btp nei portafogli), ma erano zavorrate da una montagna di sofferenze e incagli che pesavano per oltre 300 miliardi sui bilanci. Oggi quelle sofferenze non sono più lo spauracchio principe.

DOSSIER SOFFERENZE

Tra cessioni ed effetto rientro dalla recessione dell’economia italiana, il loro peso è fortemente diminuito e non produce più quella marea di perdite che ha caratterizzato il periodo 2012-2016 quando il conto totale del rosso di bilancio ha totalizzato oltre 50 miliardi, figli delle continue svalutazioni dei crediti avariati.

UN’ANALISI

Tanto che le banche nel 2017 sono tornate a produrre utili. Ora quella via d’uscita dalla lunga crisi che sembrava acquisita è di nuovo compromessa. Troppo e troppo stringente il rapporto tra il nostro debito pubblico e quella quota pari al 15% dell’ammontare detenuta direttamente dal sistema creditizio. Le perdite sui titoli finiscono a erodere il capitale, quel capitale che le banche avevano faticosamente ricostruito con gli aumenti di capitale chiesti ai soci.

COSA SUCCEDE SE IL CAPITALE VA SOTTO PRESSIONE

Se il capitale va sotto pressione, il circolo vizioso già conosciuto torna in campo. Si riducono i prestiti e in ogni caso aumentando il costo della raccolta i nuovi costi si scaricheranno su conti correnti e servizi bancari. Non bastano quindi le perdite di portafoglio delle centinaia di migliaia di italiani che investono in azioni bancarie; si aggiungeranno nuovi costi ai clienti, dato che le banche trasleranno proprio alle clientela i nuovi costi.

SCENARI E PROSPETTIVE

Per non parlare dei crediti. La stretta creditizia non è mai finita: mancano all’appello tuttora circa 70 miliardi di impieghi rispetto allo stock di crediti a imprese e famiglie negli anni della crisi.

Vista così certa retorica populista anti-bancaria si copre solo di ridicolo. Le banche saranno anche brutte, sporche e cattive ma se le affossi, distruggi un pezzo di economia reale e danneggi i risparmiatori e gli investitori. Un boomerang incosciente e irresponsabile.

(articolo pubblicato su Dagospia)

Moody’s e non solo, tutte le ultime bizzarrie dei Mister Rating

  startmag.it 23.10.18

Il commento di Luigi Monfredi, giornalista Rai esperto di economia, sul ruolo delle agenzie di rating

Senza aspettare il giudizio dell’Unione europea sulla manovra e con 12 giorni di anticipo rispetto al calendario fissato, l’agenzia di rating americana Moody’s ha abbassato di un gradino il suo giudizio sull’Italia, che passa da baa2 a baa3, con outlook stabile.

CHE COSA SI LEGGE NEL REPORT DI MOODY’S SULL’ITALIA

A pesare – si legge nel comunicato – il cambio concreto della strategia di bilancio, con il livello di deficit più elevato rispetto alle attese. Ma anche la mancanza di una coerente agenda di riforme per rilanciare la crescita. Al momento – sottolinea ancora Moody’s – le possibilità di un’uscita dell’Italia dall’euro sono molto basse», ma potrebbero aumentare.

I CONFRONTI FRA ITALIA E GLI ALTRI PAESI

Il declassamento di Moody’s fa retrocedere l’Italia portando il merito di credito al livello di Romania, Ungheria e Portogallo. E se si guarda al di fuori del Vecchio Continente, il giudizio che ora l’agenzia di rating ha assegnato al nostro Paese è lo stesso attribuito al Sudafrica e alle Bahamas.

LA CONFERMA DELL’OUTLOOK

Moody’s conferma però l’outlook stabile per i punti di forza del sistema Italia. In particolare: un’economia molto ampia e diversificata, alcune aziende di grandi dimensioni e competitive, gli ingenti avanzi delle partite correnti, un insieme di investimenti internazionali nel paese ben bilanciato.

IL RUOLO DELLE FAMIGLIE ITALIANE

Le famiglie italiane hanno peraltro un alto livello di ricchezza, scrive l’agenzia, un importante cuscinetto contro gli shock futuri e anche una potenziale fonte di finanziamento per il governo. Come dire: caro governo italiano, non sottovalutare l’ipotesi di una bella patrimoniale, gli italiani ti potranno tranquillamente dare una mano.

IL RUOLO CONTROVERSO DI MOODY’S E DELLE ALTRE AGENZIE

Detto questo, occorrerebbe fare delle considerazioni in tutta serenità e obiettività sul ruolo, oggettivamente eccessivo e spesso debordante, delle agenzie di rating. A partire proprio da Moody’s che, un anno fa, arrivò a patteggiare col governo americano una maximulta di 864 milioni di dollari per aver giudicato con la tripla A (il massimo del rating) i titoli e le obbligazioni legate ai mutui subprime, che poi causarono il crollo economico in tutto il mondo occidentale.

I CASI EMBLEMATICI DEL PASSATO

Per non dimenticare, non solo da parte di Moody’s, il consiglio ad acquistare azioni della Lehman Brothers, appena una settimana prima del clamoroso e dolorosissimo fallimento della storica banca di affari americana. E, sullo sfondo, lo stesso atteggiamento sui bond argentini e sulle azioni Parmalat, con migliaia di risparmiatori che ancora oggi, a più di quindici anni di distanza, si stanno leccando le ferite.

IL DIBATTITO SULLE AGENZIE

E allora, cosa vuol dire tutto questo, che le agenzie di rating non servono? Di sicuro non serve che un’agenzia di rating anticipi il giudizio della Commissione europea sulla manovra di uno Stato sovrano: è una doppio sgarbo, a quello Stato e alla stessa Unione europea.

UNA CURIOSITA’ DAL COMUNICATO

Altra curiosità: nel comunicato di Moody’s si fa esplicitamente riferimento al rapporto deficit/Pil portato al 2,4% dal governo in contrapposizione con l’Europa. Bene, la stessa Commissione europea, nella sua lettera di richiamo, non menziona quella percentuale e il commissario Moscovici ha detto che “non è quello il punto critico”, ma anche la Commissione europea non è esente da critiche e sospetti, soprattutto quando si tratta di intervenire sui conti pubblici italiani.

IL REPORT DI DB

Folkerts Landau è l’economista capo della Deutsche Bank e, intervistato da Bloomberg Tv a Londra, ha detto: “L’Italia ha un surplus, se non per il pagamento degli interessi. La cosa più straordinaria è che lo sforzo fiscale dell’Italia è oltre ciò che chiunque altro ha fatto in Europa, e ha accumulato surplus primari per il 13% del Pil, mentre la Germania solo il 5%. L’Italia, in questo senso, è il paese più virtuoso in Europa, ed ora il fatto di andare da lei con una mazza da baseball e dire “Devi abbassare il tuo budget perché sia ‘sostenibile‘ per i criteri della Ue”, va contro tutte le ragioni e le logiche politiche. Infatti io credo che questa sorta di minaccia, di pressione, da parte della Ue stia radicalizzando la Nazione, stia radicalizzando la politica, stia creando un pericolo per l’esistenza dell’Eurozona. Sì sono fortemente accanto agli italiani su questo particolare argomento”.

A buon intenditor…

(testo tratto dal profilo Facebook di Luigi Monfredi)

B.Mps: arrivate offerte fondi per stock Npl di 2,4 mld (Sole)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Procede verso il rush finale il processo di cessione di 2,4 miliardi di non performing loan da parte di Banca Mps. Lo scrive Il Sole 24 Ore aggiungendo che il progetto, denominato Merlino, ha avuto una tappa ulteriore del percorso la scorsa settimana, quando sono arrivate le offerte non vincolanti per i 4 pacchetti di Npl nei quali il mega-portafoglio di sofferenze (di tipo unsecured, cioè non garantito), è stato suddiviso: un pacchetto di 1 miliardo, un altro di 800 milioni, uno più piccolo da 200 milioni e un altro da 400 milioni di euro. 

Per ogni perimetro sarebbero arrivate all’advisor Pwc, secondo indiscrezioni, numerose offerte e ne sarebbero state selezionate quattro per ogni pacchetto: per arrivare alla fase delle offerte vincolanti a novembre. In lizza ci sono, secondo i rumors, compratori come Banca Ifis, Hoist, Cerberus, Mb Credit Solutions e Kruk. In termini di sofferenze, il gruppo bancario guidato da Marco Morelli punta a superare il target di 2,6 miliardi di euro di cessioni previsto dal piano industriale per il 2018, arrivando a quota 3,7 miliardi, incluso 1 miliardo di euro di Npl di leasing. 

Mps ha avviato anche il progetto Morgana (dove advisor è Kpmg) su 1,1 miliardi di incagli, cioè Utp. Le offerte non vincolanti sono già arrivate per un portafoglio che comprende diverse posizioni in leasing, con un sottostante immobiliare per circa 700 milioni. In corsa ci sono giganti del settore come Bain Capital Credit e Cerberus, che ora sarebbero impegnati nella fase di data room. La banca senese, intanto, ha sondato gli investitori per verificare quale potrebbe essere l’accoglienza di un bond subordinato, su indicazione delle Authority ad emettere questo tipo di obbligazione. Il bond, che rafforzerebbe il patrimonio, presenta tuttavia costi proibitivi nell’attuale contesto 

di mercato. 

pev 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 23, 2018 02:50 ET (06:50 GMT)

L’uomo che sussurrava allo spread: i politici sono complici

Giorgio Cattaneo libreidee.org 23.10.18

Che lo spread sia un metodo di governo l’abbiamo scritto fino alla nausea. Non siamo stati i primi a dirvelo. Non saremo gli ultimi. Il Big Show Spread 2018, però, esibisce anche cose nuove, inedite, che nemmeno nel 2011 avevamo visto (cose che voi umani… nemmeno al largo dei bastioni di Orione). Ad esempio, il giochino quotidiano delle dichiarazioni pubbliche orchestrate per farlo salire! E magari qualche bieco speculatore in ascolto può prendere nota, perché chi sa come fare ci sta già guadagnando alla grande. A soccorrerci in questa analisi ci viene in aiuto Sabato Scala, ingegnere, studioso di fisica quantistica e ricercatore indipendente. «Spread ancora in calo oggi – scriveva Scala questa mattina – da 293 e scende fino a 291. Scommetto che dalle 10,30 arriva il nuovo attacco di Bruxelles». Mentre scriviamo – a bocce ferme – la previsione si è rivelata azzeccatissima, così come tutte le altre sciorinate in queste settimane sullo spread. Allora, abbiamo chiesto a Sabato Scala di puntualizzare la sua visione dello spread di questi giorni, con particolare riferimento al suo continuo saliscendi attorno a quota 300 punti.

«Le precedenti settimane – appena lo spread rivelava una partenza in calo, nella seconda metà della mattinata (10,30 -11,00), partiva la bordata di qualcuno della Ue o dei franchi tiratori interni. L’ora di tarda mattinata viene scelta per fare il massimo Antonio Tajanidanno e dare la possibilità agli speculatori di vendere il più possibile fino all’apertura di Wall Street alle 15:00, ora italiana, con gli americani che acquistano titoli e fanno calare lo spread. Se riescono a creare panico nelle ore precedenti, l’effetto degli acquisti del debito italiano in America si attenuano e magari con uno spread fuori controllo ci ripensano. Fino a questo momento tutti gli attacchi sono andati a vuoto. Oggi è toccato a Tajani – puntualizza Scala – ho sbagliato solo l’ora. L’annuncio è arrivato due ore più tardi, alle 12:00. Lo spread era a 292 ed è adesso a 304. Ha contato molto anche la notizia di un dietrofront possibile italiano dopo un colloquio con la Merkel alle 19:00. Conto, comunque, che se Di Maio e Salvini torneranno a essere duri sulle possibilità di trattativa, lo spread tornerà a scendere».

«I mercati stanno scommettendo sulla “forza” contrattuale dell’Italia e su un cambio della gestione europea». Riportiamo per intero l’analisi di Sabato Scala per due ordini di motivi: 1) finora è andata esattamente così; 2) finora è andata esattamente così. Per dovere di cronaca, stamane l’attacco speculativo è parso più incisivo Sabato Scalaperché nel pomeriggio ci si è messo anche il commissario europeo Oettinger che  a mercati aperti annunciava in pompa magna la bocciatura della Uealla manovra italiana. E lo spread ha chiuso la giornata a 308 bp. Poi si è saputo tramite lo Spiegel che quella di Oettinger non è la bocciatura conclamata… ma la sua personale opinione… Qui siamo alla manipolazione totale; all’insider trading. Per come sta andando, comunque, lo spread ha tenuto a fronte di incursioni ben più gravi di quelle viste nel 2011 e nel 2012. Ricordo a tutti che un paese come la Grecia, che ha fatto i compiti a casa e bla bla bla, si aggira oggi sui 390 punti di spread con la Germania.

(Massimo Bordin, “L’uomo che sussurava allo spread”, dal blog “Micidial” del 17 ottobre 2018).

Banche: faro Bce-Bankitalia su liquidità e titoli Stato (Mess)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Lo spread da troppi giorni attorno a quota 300 fa alzare l’attenzione sulle banche. Bce e Bankitalia sono in campo per tenere sotto stretta osservazione le due voci più delicate dello stato di salute degli istituti: la liquidità e gli indici patrimoniali, sotto pressione per il deprezzamento dei titoli di Stato. 

La Bce dalla scorsa settimana, secondo quanto risulta al Messaggero, ha organizzato più conference call con le banche significant, vale a dire Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Ubi, Mps, Mediobanca, Carige, Bper, Pop Sondrio, Credem, Iccrea. E ha fatto sapere che queste verifiche settimanali si protrarranno. Un paio di volte la settimana, invece, questi istituti, ma anche gli altri della fascia intermedia, devono comunicare a Bankitalia lo stato della loro liquidità. Un doppio check dei regolatori sulle condizioni delle banche che possono avere finalità diverse. Il livello Lcr (Liquidity coverage ratio) prescrive che l’istituto abbia attivi liquidi di alta qualità non vincolati, composti da contanti e attività subito convertibili in cash per soddisfare un bisogno di liquidità nell’arco di 30 giorni in uno scenario di stress predefinito dall’Autorità. Questo indicatore che doveva essere maggiore del 60%, ora dev’essere più alto del 100%. 

pev 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 23, 2018 02:32 ET (06:32 GMT)

ASSICURAZIONI / I 10 MILA INCIDENTI FASULLI DI NAPOLI. PER ORA

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

Assicurazioni a Napoli, una montagna di truffe, falsi incidenti, gestiti da una “cupola” composta da presunte vittime, avvocati e faccendieri, un vorticoso giro di soldi che spesso confluiscono lungo le piste del riciclaggio. Sono almeno 10 mila gli incidenti taroccati, ma la cifra reale potrebbe aumentare in modo molto consistente. Potrebbe perfino trattarsi solo della punta dell’iceberg.

Un grande business e un gigantesco verminaio sul quale ha messo le mani (con il pesante capo d’accusa della “associazione a delinquere”) la procura di Napoli, e dalle 800 pagine scritte dal gip Maria Luisa Miranda emerge uno spaccato da brividi, una fetta di società – tanto per dire – che vive di truffe e danari sottratti illecitamente alle compagnie di assicurazione, le quali ovviamente aumentano i prezzi dei premi a danno quindi di tutti i cittadini.

Sembrano scene uscite dai film di Totò, invece è tutto drammaticamente vero. Nel marasma e nella confusione più generali – comode per chi vuol truffare – si inseriscono episodi paradossali. Ad esempio quelli dei veicoli pubblici, cioè delle aziende pubbliche di mobilità, dell’Asl o quant’altro che risultano aver provocato l’incidente mai avvenuto. Ma poi non si trova il modo di effettuare le perizie. Per cui il danno taroccato da 2000 o 3000 euro, grazie anche ad una sola testimonianza fasulla, viene liquidato.

Ecco l’altro bubbone: quello dei testi falsi. Osserva un avvocato: “E’ da anni e anni che si dovrebbe dar vita alla famosa anagrafe dei testimoni, con la quale sarebbe facilissimo scoprire che si sono centinaia di testi taroccati, che fanno questo di professione perchè beccano 100 euro per ogni testimonianza falsa. Perchè non viene mai attivato? Vuol dire allora che ci sono precisi interessi a che il sistema resti sempre così, marcio, una mangiatoia per tanti faccendieri, spesso compresi medici che attestano patologie inesistenti dopo un non esistente sinistro”.

Il problema si trascina da almeno vent’anni. E infatti risale proprio al 2000 l’uscita del volume “Il Grande Cartello” che ricostruiva non solo questo tipo di scenario truffaldino, ma soprattutto quel mondo delle assicurazioni al quale faceva comodissimo, per lucrare premi assicurativi sempre più alti. Tanto da mettere in piedi un vero e proprio “Cartello” che dopo alcuni anni venne punito con una colossale multa dell’Antitrust guidata, all’epoca, da Giuseppe Tesauro: da 700 miliardi la batosta per le compagnie d’assicurazione. Multa che, tra ricorsi, controricorsi e burocrazie varie, evidentemente non hanno mai sborsato. E mai avviando un processo graduale e reale di trasparenza,

per evitare tali tipi di truffa.

Che cosa c’ è dietro la vendita di Magneti Marelli

Marco de’ Francesco industriaitaliana.it 22.10.18

Fca ha ceduto a Kkr il gioiello dei fari e della componentistica. Per il sistema industriale italiano è l’ ennesima mazzata. La ragione principale è l’ indebitamento della societa guidata da Mike Manley. Che cosa accadrà dell’ annunciato aumento di capitale Fca da 40 miliardi? Andrà in porto oppure è una boutade tipo “Fabbrica Italia”? Le opinioni degli economisti Fulvio Coltorti e Patrizio Bianchi

Magneti Marelli passa di mano.  Il Gruppo Fca e il fondo di private equity Kkr hanno trovato un accordo: la multinazionale quasi centenaria di Corbetta (Milano) – quella che fattura 7,9 miliardi rifornendo a livello globale i colossi dell’automotive di cambi, sospensioni, quadri di bordo, sistemi di illuminazione e di tanto altro – è stata acquistata dalla giapponese Calsonic Kansei (società nel passato controllata da Nissan Motor, ma ceduta l’anno scorso al fondo Kkr) per una cifra che, secondo Bloomberg, potrebbe arrivare a 6,2 miliardi di euro. Un annuncio ufficiale è atteso per oggi prima dell’apertura dei mercati europei. Fiat e Kkr non commentano. La fusione tra Magneti Marelli e Calsonic Kansei darà vita ad un produttore di ricambi auto con oltre 17 miliardi di dollari di fatturato e circa 65mila lavoratori da Tokyo a Milano. Secondo Bloomberg, la vendita è una importante pietra miliare per Mike Manley, il manager che ha preso il posto di Sergio Marchionne, scomparso a luglio a seguito di una malattia. È anche la prima operazione di M & A (fusioni e acquisizioni) supervisionata dal presidente John Elkann.

A quanto se ne sa, l’idea iniziale dello stesso Marchionne era quella di fare della Magneti Marelli uno spin-off da quotare in borsa. L’interesse del fondo Kkr era già noto, e dopo la morte del manager abruzzese gli americani avevano ottenuto un’esclusiva per trattare la cessione. Tuttavia, un mese fa Fca aveva bocciato l’offerta di 5 miliardi presentata dal fondo: il fatto è che dalla scomparsa di Marchionne il titolo Fca ha perso il 10% e ciò ha comportato il deprezzamento di Magneti Marelli, incorporata nel titolo. Il Lingotto ha tenuto duro, facendo presente che altri investitori, Apollo global Management e Bain Capital, erano interessati a Magneti Marelli. Di qui la “quadra” di questi giorni. Va peraltro sottolineato che l’azienda di Corbetta viene ceduta nel contesto del piano di investimenti 2018-2022 di 45 miliardi; operazione annunciata a giugno, con Marchionne al timone, dal direttore finanziario del Gruppo Richard Palmer. Ci si augura che il progetto abbia più fortuna di Fabbrica Italia, piano del 2010 di 30 miliardi di investimenti industriali di cui si sono perse le tracce. Ma la domanda è: perché vendere Magneti Marelli? E perché vendere ora, visto che il dossier di Fca sull’azienda è aperto da dieci anni, e spesso il Lingotto aveva cambiato idea?

Secondo Joel Levington, analista senior di Bloomberg Intelligence, «Fca potrebbe ora considerare di premiare gli azionisti con la vendita. L’unità potrebbe fornire a Fiat più di 2 miliardi di dollari di dividendi». Lo abbiamo chiesto agli economisti Fulvio Coltorti e Patrizio Bianchi. È emerso che il bilancio di Fca non è solido. Il debito finanziario è consistente, e ad esso non fa fronte un patrimonio gravato da troppe attività intangibili. Non si capisce neppure perché l’azienda non utilizzi la liquidità per abbattere l’indebitamento. E dato che i tassi di interesse sono previsti in crescita, era bene fare in fretta, perché l’interesse degli acquirenti avrebbe potuto scemare. Peraltro, la notizia della cessione di Magneti Marelli, e quindi dello spostamento dell’asse portante di Fca verso gli Stati Uniti, e ciò nell’incertezza della continuazione delle attività e dello sviluppo in Italia, è interpretata come un brutto segnale, al Paese e ai Mercati.

 

SERGIO MARCHONNE SI È SEMPRE OPPOSTO ALLA VENDITA DELLA MAGNETI MARELLI

 

I tentennamenti di Marchionne sulla sorte di Magneti Marelli

Il manager abruzzese aveva ricomprato rami di business ceduti dal Gruppo Fiat nel 2000. Inoltre la multinazionale di Corbetta aveva giocato un ruolo chiave nella fusione Fiat-Chrysler. Comunque sia, la trattativa con il fondo Kkr iniziò quando il manager abruzzese guidava Fca.

Almeno inizialmente, Marchionne era parso contrario alla vendita della multinazionale della componentistica. Gli è stata attribuita la frase: «Io Magneti Marelli non la venderò mai»; e nel sito di quest’ultima azienda si scopre che «tra il 2000 e il 2001, la rifocalizzazione delle attività industriali porta al delisting dai mercati azionari e alla decisione da parte del Gruppo Fiat di cedere alcuni rami di business, come sistemi elettronici, aftermarket, climatizzazione». Rami che riguardavano giusto la Magneti Marelli. Ma con Marchionne «il business della componentistica riacquista importanza strategica e con l’avvento del nuovo management inizia una nuova stagione per Magneti Marelli: viene ricostituito il perimetro industriale attraverso il reintegro delle aree relative ai Sistemi Elettronici e all’After Market». All’apparenza, Marchionne sembrava aver compreso l’importanza strategica della componentistica per il sistema Fiat-Fca: si era andato a riprendere quelle attività di cui il Gruppo, per questioni di cassa, si era liberato. E poi Marchionne doveva parecchio a Magneti Marelli, in vista della fusione che ha portato alla nascita di Fca.

Come è noto, già nel gennaio 2009 Fiat aveva annunciato un preliminare non vincolante con Chrysler per acquisire il 35% della casa automobilistica (la questione è già stata affrontata da Industria Italiana qui), all’epoca detenuta per il 19,9% dalla tedesca Daimler e per il resto da un fondo americano, Cerberus Capital Management, che aveva ottenuto la sua quota sborsando a Daimler 7,4 miliardi di dollari (al tempo pari a 5,5 miliardi di euro). Secondo alcuni l’azione di Fiat era per il momento a costo zero; prendeva un prestito dal governo americano e, secondo gli accordi, dopo la restituzione poteva acquisire sino al 51% delle azioni. In realtà c’era di mezzo il passaggio di brevetti e know-how. Caso volle che al centro della campagna elettorale di Barack Obama ci fosse la questione ambientale: questi subordinò prestiti e accordi alla produzione, in America, di auto a basso impatto ambientale e con motori di piccola cilindrata, sul modello europeo.

Comunque sia, la quota di Fiat in Chrysler passò al 46% nel maggio del 2011; e nel gennaio del 2014 venne annunciato l’inizio delle operazioni volte ad acquisire, attraverso la controllata Fiat North America, la totalità delle azioni di Chrysler Group da parte del gruppo italiano, manovra completata il 21 dello stesso mese. Il fatto è che in vista del trasferimento tecnologico dall’Italia agli Stati Uniti, l’ingrediente che ha consentito la fusione nella forma gradita ad Obama, Magneti Marelli ha giocato un certo ruolo. È stato notato (da Giuseppe Sabella sul Sussidiario) che la tecnologia dei motori Magneti Marelli ha permesso a Chrysler il riposizionamento di mercato negli Usa con nuovi prodotti a basso consumo. Solo con il know how della multinazionale di Corbetta l’azienda statunitense ha iniziato a produrre efficienti automobili di piccole dimensioni, cosa gradita all’ex presidente degli Stati Uniti. L’azienda di Corbetta è stata, in un certo senso, la carta migliore di Marchionne nella partita a stelle e strisce. Comunque sia, la trattativa con il fondo Kkr iniziò quando il manager abruzzese guidava Fca.

 

 

LO STABILIMENTO MAGNETI MARELLI A CORBETTA, MILANO ( PHOTO BY SKUKIFISH )

 

Il piano industriale 2018-2022

La vendita di Magneti Marelli nel contesto del piano industriale 2018-2022. Un progetto da 45 miliardi. Non si può non citare, però, Fabbrica Italia, piano di investimenti da 30 miliardi, scomparso nel nulla.

A quanto se ne sa, Manley è intenzionato a vendere Magneti Marelli anche per dar vita al piano industriale 2018-2022che lo stesso Marchionne aveva presentato prima di morire: prevedeva investimenti per 45 miliardi a fronte di una generazione di cassa di 75 miliardi. Il piano era stato annunciato a giugno dal direttore finanziario del Gruppo Richard Palmer. Va peraltro ricordato che nel 2010 la Fiat aveva annunciato un piano molto ambizioso: Fabbrica Italia. Trenta miliardi di investimenti industriali, di cui 20 in Italia. Sarebbe servito a portare la produzione delle auto Fiat da 650mila unità annue a 1,45 milioni nel 2014. Naturalmente aveva messo tutti d’accordo: anche la Fiom, perché si parlava di un numero considerevole di assunzioni. Nel settembre 2012, la ritirata del gruppo. Un piano oggetto di costante revisione, si disse dal Lingotto. Ma, in realtà, una nuova visione strategica, globalizzante, stava emergendo.

La crisi del 2011 c’entrava poco con il gruppo: Fiat spa chiudeva l’anno con 59,6 miliardi di ricavi; 1,65 miliardi di utile netto e ben 20 miliardi di liquidità disponibile in cassa. Quei 20 miliardi restavano in cassa. Insomma, non se ne fece niente.  Il nuovo piano di investimenti avrà più fortuna? Comunque sia, con la vendita di Magneti Marelli arriveranno più di 6 miliardi. Un’occasione, ha sottolineato l’analista di Bloombrg Joel Levington, di gratificare gli azionisti con due miliardi di dividendi. E il caso di Magneti Marelli potrebbe non restare isolato. A marzo si era parlato di un’altra importante società che potrebbe lasciare il perimetro del Lingotto: Comau, un’azienda integrata con 20 controllate che sviluppa e realizza processi di automazione, soluzioni e servizi di produzione ed è specializzata in robot di saldatura. Fondata nel 1973, attualmente è presente a livello globale con 29 centri operativi, 15 stabilimenti e 4 centri di ricerca e sviluppo. Lo stesso Marchionne parlò di un possibile scorporo, da realizzare nel 2019.

 

barack_obama
L’EX PRESIDENTE USA BARACK OBAMA

 

Coltorti: un bilancio Fca non troppo felice

Le ragioni della vendita potrebbero dipendere da un bilancio Fca non troppo felice.  Al debito molto consistente non farebbe fronte un patrimonio solido. Di qui la necessità di fare cassa.

Secondo Coltorti, si tratta di far cassa, a causa del debito di Fca. «Ridurre l’indebitamento – afferma Coltorti – è sempre stato un problema per Marchionne, che è riuscito a limare il debito industriale, e non quello finanziario. L’indebitamento talvolta non è apparso in documenti ufficiali, sostituito dalla posizione finanziaria netta (ai debiti finanziari sono sottratti prima i crediti finanziari e poi la liquidità); una pratica ammessa dalle autorità di controllo, ma dai risultati controversi». Ma guardiamo un po’ la posizione di Fca. Secondo Coltorti «c’è un motivo per cui il rating di Standard & Poor’s è “b” con outlook positivo nel breve termine, mentre è “bb+” nel medio periodo. Una posizione intermedia tra il grado di investimento (investment grade) e quello di non investimento (speculative grade)». Appunto, come stanno le cose? «Fca ha un debito a lungo termine di 10,7 miliardi di euro, e a breve termine di 7,2 miliardi. Complessivamente, stiamo parlando di 17,9 miliardi. A fronte di ciò, un patrimonio netto di 21 miliardi». E non va bene?

«No, perché le attività intangibili sono pari a 24,9 miliardi (13,4 di avviamento e 11,5 di attività intangibili pure) e queste sono molto simili a buchi finanziari, perché non corrispondono ad attività materiali in grado di fare soldi; inoltre sono difficili da valutare. In genere, si decurtano dal patrimonio, che in questo caso darebbe un valore negativo». Insomma, per Coltorti «qui non c’è un vero e proprio patrimonio netto a fronte del debito, e la vendita di Magneti Marelli produrrà il trasferimento di una certa quota di indebitamento a carico dell’acquirente. Insomma, è una mossa obbligata dalle circostanze». Le conseguenze, sempre secondo Coltorti, non tarderebbero a farsi sentire. «Chi fa il lavoro di Magneti Marelli in Europa? Bosch. Fca rischia di diventare tributaria dei tedeschi, che potrebbero dimostrarsi non disponibili a trattamenti privilegiati». Ma torniamo al bilancio. «Da un po’ di tempo – afferma Coltorti – Fca mostra una forte liquidità. Gli ultimi numeri pubblicati corrispondono a 12,6 miliardi, di cui 6,4 miliardi di depositi verso banche e 6,2 di titoli sul mercato monetario. Ora, non si capisce perché questi soldi non siano utilizzati per abbattere il debito. La liquidità costa, e si fanno ulteriori debiti per disporne. Delle due l’una: o questa liquidità è vincolata dalle banche o si preferisce tenere un rating peggiore piuttosto che rimborsare una parte del debito con quella liquidità».

 La domanda è: perché ora?

La risposta, secondo Coltorti, è che con i tassi di interesse in crescita conveniva far presto. Altrimenti l’acquirente avrebbe potuto ritirarsi.

Perché vendere adesso? Secondo Coltorti «la questione è quella dei tassi di interesse in crescita. In America c’è un grosso allarme in proposito: sono state fatte tante operazioni a lungo termine contando su tassi bassi; e fante fusioni che ora destano preoccupazione. Raramente queste ultime sono servite per dar vita a realtà più efficienti. Aziende più grandi non significa più funzionali, soprattutto quando non si è in grado di gestire la complessità dell’organizzazione che con queste operazioni si genera. Con le fusioni si arricchiscono i consulenti; e i manager che dopo queste manovre si occupano di realtà più importanti, e pertanto si sentono legittimati ad aumentarsi lo stipendio. Se la fusione non è calibrata provoca danni».

Secondo Coltorti, è il caso di Fca. «Marchionne ha svolto un grosso lavoro, ma non è stato in grado, come si è detto, di ridurre l’indebitamento finanziario, né di aumentare la qualità del prodotto. Di certo Fca non fa competizione ai top brand tedeschi. La Lancia era una macchina di lusso, ora è un’utilitaria a basso prezzo. Ma questo può essere dipeso dall’atteggiamento degli azionisti, che sono sempre stati inclini a far cassa. Si pensi che in ambito Fiat sono stati inventati il turbodiesel e l’Abs, ma invece di utilizzare queste scoperte sul mercato, di è preferito monetizzare cedendone a terzi l’utilizzo». Riassumendo, secondo Coltorti la fusione non ha portato grande efficienza; c’era necessità di raccogliere denaro, e la questione dei tassi in crescita impone di farlo subito.

 

 

L’economista Patrizio Bianchi, , ordinario di Economia applicata alla Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Ferrara

Bianchi: questa vendita non è un buon segnale per il Paese

A parte le questioni di cassa, ce ne sono altre due meritevoli di attenzione, secondo Bianchi: anzitutto l’asse portante della Fca si sposta sempre di più verso gli Usa; in secondo luogo, non è detto che le attività e lo sviluppo restino in Italia. In tutti i casi questa vendita non è un buon segnale per il Paese.  

Secondo Bianchi, a parte il «problema interno a Fca, quello di far cassa», ci sono due ordini di questioni. Il primo riguarda la “scelta Paese”. «Oramai – afferma Bianchi – sembra evidente l’intenzione di Fca di spostare l’asse portante delle attività in Usa. Per il gruppo, l’Italia conta sempre meno». E poi c’è la questione della strategia di lungo periodo. «Che cosa si vuole fare? – continua Bianchi – L’acquirente intende sviluppare la tecnologia in Italia o vuole farlo altrove? Perché fa una certa differenza. Lamborghini è senza dubbio interamente posseduta dalla tedesca Audi; ma la produzione e lo sviluppo di Sant’Agata Bolognese non sono stati posti in discussione. La proprietà è altrove, ma l’attività è qui. Anche da un punto di vista dell’avanzamento tecnologico. Ma qual è l’appeal dell’Italia, ora? Va sottolineato che il fatto che la vendita sia stata realizzata in questo periodo, sembra un messaggio chiaro di Fca al Paese Italia. Stiamo vivendo un momento di confusione istituzionale, e di scontro con i mercati, che non sono fatti solo da speculatori ma anche da investitori istituzionali, come i fondi pensione. Quello che posso dire è che, secondo me, la notizia della vendita di Magneti Marelli non è un bel segnale, al Paese e ai Mercati».

 

Magneti Marelli in Cina
LO STABILIMENTO MAGNETI MARELLI IN CINA

Chi è la Magneti Marelli, la multinazionale che fornisce componenti alle aziende dell’automotive

L’azienda è una multinazionale da 7,9 miliardi di fatturato (ultimo dato disponibile, relativo all’anno fiscale 2016) e 43mila dipendenti (di cui 10mila in Italia). E’ guidata dal Ceo Ermanno Ferrari, nominato proprio questo mese in sostituzione di Pietro Gorlier. Magneti Marelli opera come fornitore di prodotti soluzioni e sistemi ad alta tecnologia per l’industria automobilistica: sospensioni, cambio, quadri di bordo, sistemi di illuminazione, moduli plastici e altro. Ha sede centrale a Corbetta, nel Milanese. Quanto agli impianti di produzione, in Italia sono ad Amaro, dalle parti di Udine, ad Atessa (Chieti), a Bologna, e a Venaria Reale (Torino). Ma Magneti Marelli di stabilimenti produttivi ne ha in tutto il mondo: l’azienda è presente in Argentina, Brasile, Cina, Corea, Francia, Germania, Giappone, India, Malaysia, Messico, Polonia, Repubblica Ceca, Russia, Serbia, Slovacchia, Spagna, Stati Uniti, Turchia. Complessivamente, comprese quelle nel Belpaese, le unità produttive sono 85; e poi la società dispone anche di 15centri di ricerca e sviluppo.

Va sottolineato che pur facendo parte di Fca, l’azienda fornisce tutti i maggiori car maker in Europa, Nord e Sud America e Asia. Opera, cioè, a livello globale, grazie a otto aree di businessElectronic Systems (quadri di bordo, infotainment & telematica, lighting & body electronics); Automotive Lighting (sistemi di illuminazione); Powertrain(sistemi controllo motore benzina, diesel e multifuel; cambio robotizzato e altro); Suspension Systems (sistemi sospensioni, ammortizzatori, dynamic system – sistemi di controllo dinamico del veicolo); Exhaust systems (sistemi di scarico, convertitori catalitici, silenziatori); Motorsport (sistemi elettronici ed elettromeccanici specifici per le competizioni con leadership tecnologica in Formula1, MotoGP, e altro); Plastic Components and Modules(componenti e moduli plastici per l’automotive); Aftermarket Parts and Services (distribuzione ricambi; e altro).

La Magneti Marelli prima del Duemila

La Magneti Marelli fu fondata nel 1919 con il nome di F.i.m.m., Fabbrica Italiana Magneti Marelli, frutto di una joint-venture tra la Fiat e la Ercole Marelli. Quest’ultima, ricorda il sito della società, era stata fondata nel 1891 ed era specializzata nella produzione di motori e apparecchi elettrici. Nello stabilimento Magneti Marelli di Sesto San Giovanni viene avviata, nel 1929, la produzione di batterie per autovetture. «Nel 1930 nasce il marchio Radiomarelli, per la commercializzazione di prodotti radio, e successivamente televisivi, di Magneti Marelli; l’anno dopo viene avviata la produzione di batterie per veicoli a trazione elettrica, sottomarini e illuminazione treni». Dal 1935 la produzione di candele per auto e moto contribuirà alla fama e alla popolarità dell’azienda. Sempre secondo il sito, nel 1956 «il Cern di Ginevra affida a Magneti Marelli la progettazione e la realizzazione delle unità acceleratici del più grande protosincrotrone del mondo. Negli anni a seguire l’azienda apre sedi in Turchia e in Brasile».

Nel 1984 l’headquarter viene spostato a Cinisello Balsamo, sempre dalle parti di Milano, e «tra il 1986 e il 1987 Magneti Marelli è protagonista di una importante riorganizzazione aziendale che ha come risultato la trasformazione in holding industriale, cui fanno capo importanti e prestigiose industrie in ambito automotive a livello internazionale, quali Weber e Solex nel campo dell’alimentazione e controllo motore, Veglia Borletti e Jaeger nel campo dei quadri di bordo e dei sistemi elettronici, Carello e Siem nel campo dell’illuminazione, marchi storici che affondano le loro radici nella tradizione industriale italiana ed europea fin dal lontano Ottocento. Le diverse specializzazioni industriali tecnologiche e le varie esperienze convergono per costituire un eccezionale patrimonio industriale, che ha consentito a Magneti Marelli di acquisire know-how e competenze tecnologiche straordinariamente ricche». Nel 1996 l’azienda apre una sede in Cina.