Glifosato: molto peggio di quanto potessimo immaginare

comedonChisciotte.org 24.4.19

WILLIAM ENGDHAL
journal-neo.org

Mentre nuovi studi continuano ad indicare un legame diretto tra il diffusissimo erbicida glifosato e varie forme di cancro, la lobby dell’agroalimentare si batte ferocemente per ignorare o screditare le prove sia dei danni a caricio degli esseri umani che di altro genere. Una seconda sentenza, emessa da una giuria statunitense ha appena stabilito che la Monsanto, ora facente parte della Bayer AG tedesca, dovrà pagare 81 milioni di dollari come risarcimento danni al querelante, il sig. Edwin Hardeman, che aveva contratto un linfoma non Hodgkin. La sentenza e una schiera di altri 11.000 procedimenti penali attualmente aperti nelle corti americane e volti ad accertare gli effetti del glifosato, hanno colpito duramente Bayer AG, mentre l’azienda annunciava diverse migliaia di licenziamenti e la quotazione delle sue delle azioni precipitava.

In un processo a San Francisco, la giuria è stata unanime nel ritenere  il diserbante Monsanto Roundup, a base di glifosato,  responsabile del cancro del sig. Hardeman. I suoi avvocati hanno dichiarato: “È chiaro dalle azioni di Monsanto che [all’azienda] non importa se il Roundup provoca il cancro e si concentra invece sulla manipolazione dell’opinione pubblica e sulla minimizzazione nei confronti di chiunque sollevi preoccupazioni valide e legittime riguardo alRoundup.” È la seconda sconfitta per i legali di Monsanto, dopo che un’altra giuria aveva decretato, nel 2018, che il Roundup, a base di glifosato, era da ritenersi responsabile del cancro di cui era affetto un giardiniere di una scuola californiana, che aveva contratto la malattia dopo aver irrorato, tutti i giorni, per anni e senza protezioni le aiuole della scuola con Roundup. In quella sede, una giuria aveva ritenuto Monsanto colpevole di “malvolenza ed abusi,” dato che i dirigenti della società, come si era scoperto dalle e-mail interne dell’azienda, sapevano che i loro prodotti a base di glifosato potevano causare il cancro e avevano nascosto queste informazioni al pubblico.

Un nuovo studio indipendente dimostra che le persone maggiormente esposte al glifosato hanno un rischio aumentato del 41% di sviluppare un tumore linfoma non-Hodgkin (NHL). Una meta-analisi di sei studi con quasi 65.000 partecipanti ha preso in esame il legame esistente tra erbicidi a base di glifosato e l’immuno-soppressione, le alterazioni del sistema endocrino e le modificazioni genetiche. Gli autori hanno trovato “lo stesso risultato chiave: l’esposizione a GBH (erbicidi a base di glifosato) è associata ad un aumentato rischio di NHL (linfoma non-Hodgkin).” Inoltre, hanno affermato che il glifosato “altera il microbioma intestinale” e che ciò potrebbe “avere un impatto sul sistema immunitario, causare infiammazione cronica ed aumentare il rischio di infezioni da agenti patogeni.” Il glifosato “può anche agire come una sostanza chimica perturbatrice del sistema endocrino, perché si è scoperto di recente che può alterare la produzione degli ormoni sessuali nei ratti di entrambi i sessi.”

In uno studio a lungo termine condotto da scienziati francesi sotto la guida di Gilles Eric Seralini, Michael Antoniou e colleghi, è stato dimostrato che anche livelli molto bassi di erbicidi a base di glifosato causano epatopatia non alcolica. I livelli a cui i ratti erano stati esposti, per kg di peso corporeo, erano molto inferiori a quelli consentiti nella nostra alimentazione. Secondo la Mayo Clinic, oggi, dopo più di quarant’anni di uso dilagante dei pesticidi al glifosato, 100 milioni, o un Americano su tre, soffre attualmente di una patologia epatica. Alcune sono state diagnosticate anche in bambini di 8 anni.

Ma il glifosato non ha solo effetti allarmanti sulla salute umana. I pedologi stanno iniziando a rendersi conto che i residui dei trattamenti con glifosato hanno anche effetti potenzialmente distruttivi sulla qualità del terreno e sulle sue sostanze nutrive, conseguenze che possono richiedere anni per essere annullate.

Uccidere anche i terreni

Mentre la maggior parte dell’attenzione è comprensibilmente focalizzata sugli effetti umani dell’esposizione al glifosato, la sostanza chimica più utilizzata al mondo oggi in agricoltura, gli scienziati indipendenti stanno iniziando a prendere in considerazione un’altra allarmante caratteristica di questo agente agrochimico: il suo effetto sugli elementi nutritivi essenziali del suolo. In uno studio sulla qualità dei terreni nell’UE, la rivista online Politico.eu ha rilevato che gli effetti dovuti all’irrorazione di glifosato sulle principali colture dell’agricoltura europea, oltre ad uccidere le piante infestanti, stanno avendo conseguenze disastrose sulla qualità stessa del suolo.

Gli scienziati dell’Università austriaca delle risorse naturali e delle scienze della vita di Vienna hanno dimostrato che la produzione di turricoli da parte dei lombrichi era quasi scomparsa dalla superficie dei terreni agricoli dopo tre settimane dal trattamento con glifosato. La turricolazione è il processo con cui verme, scavando, spinge la parte fertile del terreno verso la superficie, azione fondamentale per un terreno sano e per l’apporto nutritivo alle piante. Uno studio condotto presso l’Università olandese di Wageningen su campioni di humus prelevati da oltre 300 località in tutta l’UE ha rilevato che l’83% dei terreni conteneva uno o più residui di pesticidi. Non a caso, “Il glifosato e il suo metabolita AMPA, derivati del DDT e fungicidi ad ampio spettro … erano le sostanze maggiormente presenti nei campioni di terreno e alle più alte concentrazioni.”

L’utilizzo di svariati pesticidi, soprattutto quelli a base di glifosato come Roundup, è esploso negli ultimi quarant’anni in tutta l’UE, così come negli Stati Uniti. L’industria agroalimentare afferma che questo è il motivo del notevole aumento della produttività del settore agricolo. Tuttavia, se si guardano più da vicino i dati, mentre le rese medie dei principali cereali come riso, grano e mais sono più che raddoppiate dal 1960, l’uso di pesticidi, come quelli a base di glifosato, è aumentato di 15-20 volte. Stranamente, mentre l’UE richiede il monitoraggio di moltissime attività, il controllo dei residui di pesticidi nel suolo non è richiesto a livello di UE. Fino a poco tempo fa, gli effetti dell’uso intensivo di pesticidi come Roundup venivano ignorati dalla ricerca scientifica.

Le prove addotte dai pedologi stanno iniziando a rivelare chiari collegamenti tra l’uso di pesticidi come il glifosato e le drammatiche cadute nella fertilità del suolo e il collasso dei sistemi e dei microrganismi essenziali per una buona qualità del terreno. I lombrichi ne costituiscono uno dei più importanti.

È noto che i lombrichi svolgono un ruolo vitale per l’apporto delle sostanze nutritive nel suolo. I terreni senza vermi sono terreni che non forniscono quegli elementi essenziali di cui abbiamo bisogno per un’alimentazione sana, un problema pandemico di esaurimento del suolo che è emerso a livello globale negli ultimi quarant’anni, guarda caso lo stesso periodo in cui l’uso dei pesticidi è esploso in tutto il mondo. I lombrichi sono utili in quanto ottimizzano il riciclo delle sostanze nutritizie del suolo, favoriscono l’attività di altri microrganismi benefici per il terreno ed aumentano la concentrazione di nutrienti facilmente assimilabili dalle piante.

L’UE non pone limiti alla quantità di glifosato che può essere irrorata sulle colture, anche se è accertato che il glifosato può uccidere proprio quei funghi e quei batteri di cui le piante hanno più bisogno per l’assorbimento delle sostanze nutritizie, oltre agli effetti sui lombrichi. Questo è il lato oscuro principale.

Dove stiamo andando?

Quello che sta diventando sempre più chiaro è il colossale (e ovviamente deliberato ed ufficiale) far finta di non vedere  i potenziali pericoli dei pesticidi a base di glifosato da parte degli organi di regolamentazione, non solo nell’UE e negli USA, ma anche in Cina, dove oggi si produce anche più glifosato di Monsanto. Da quando è scaduto il brevetto del Monsanto Roundup, la Cina con le sue industrie chimiche, tra cui Syngenta, Zhejiang Xinan Chemical Industrial Group Company, SinoHarvest e Anhui Huaxing Chemical Industry Company, è diventata il principali produttore mondiali di queste sostanze, ma anche uno dei maggiori consumatori, un presagio non buono per il futuro della sua leggendaria cucina.

Il glifosato è il componente chimico di base per circa 750 diverse marche di pesticidi in tutto il mondo, oltre al Roundup di Monsanto-Bayer. Residui di glifosato sono stati trovati nell’acqua potabile, nel succo d’arancia, nelle urine dei bambini, nel latte materno, nelle patatine fritte, negli snack, nella birra, nel vino, nei cereali, nelle uova, nella farina d’avena, nei prodotti a base di grano e nella maggior parte degli alimenti convenzionali testati. In breve, è dappertutto.

Tuttavia, nonostante le prove schiaccianti, i burocrati della Commissione europea e dell’EPA statunitense continuano ad ignorare la prudenza e a non mettere al bando questa sostanza chimica tossica in attesa di un’indagine indipendente approfondita e su periodi più prolungati. Se fossi cinico, penserei quasi che questo continuo sostegno ufficiale agli erbicidi a base di glifosato sia qualcosa di più di  semplice stupidità o ignoranza burocratica, probabilmente anche più della semplice corruzione, anche se questa, sicuramente, ha il suo ruolo. La qualità nutrizionale della nostra catena alimentare viene sistematicamente distrutta e questo è qualcosa che va oltre il semplice profitto del settore agroalimentare.

William Engdhal

Fonte: journal-neo.org
Link: https://journal-neo.org/2019/04/14/glyphosate-worse-than-we-could-imagine/
14.04.2109
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

EssilorLuxottica: parere contrario Cda a nuove proposte soci per assemblea

Luxottica lancia smart shopper: si può provare qualunque occhiale

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il Cda di EssilorLuxottica ha espresso parere contrario alle due proposte d’integrazione del Cda presentate nei giorni scorsi da due azionisti del gruppo, indicazioni che verranno comunque inserite all’ordine del giorno dell’assemblea generale di metà maggio. 

Entrambe le proposte – una presentata da Valoptec, associazione che 

riunisce lavoratori ed ex dipendenti soci di Essilor, e una sottoposta da un pool di fondi d’investimento di cui fanno parte Fidelity, Edmond de Rothschild Asset Management, Sycomore, Baillie Gifford, Comgest, Guardcap e Phitrust – chiedevano di allargare il Board rispettivamente con uno e due amministratori indipendenti. 

In una nota diffusa pochi minuti fa, il Cda del gigante dell’occhialeria si è raccomandato che i soci in assemblea respingano al mittente entrambe le richieste, poiché se anche solo una di esse venisse approvata finirebbe per rappresentare una chiara violazione degli accordi che hanno portato alla fusione tra i due gruppi e rischierebbe di avere ripercussioni sull’attività del Cda stesso. 

ofb 

 

(END) Dow Jones Newswires

April 24, 2019 12:09 ET (16:09 GMT)

Tanto tuonò, ma non piovve

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Una vera pacchia, sic dixit il tetro e rozzo Salvini per titolare lo stop all’esodo dei migranti. Una vera pacchia è la cesura con più colpi di machete che tende a spaccare in due il folle sodalizio Lega-5Stelle. Come si spacca una noce di cocco per privarla della sua preziosa linfa, prosciugata con reiterate suzioni da un buco praticato per dissetarsi e assaporare il gusto del potere. E’ pacchia e l’apprezzerebbero gli autori di balletti a trama drammatica, i pupari, lieti di poter arricchire il repertorio dei loro personaggi con duelli a colpi incrociati di scimitarra, non meno gli sceneggiatori di trame per film di cappa e spada, gli organizzatori di wrestlingi tra i pesi massimi Big Show e Braun Strowman: autori della pacchia sono i tizi che l’incoscienza e la cecità di troppa parte degli italiani ha messo sul piedistallo del potere senza intuirne le conseguenze. I soci in gialloverde si provocano reciprocamente in un crescendo a cui manca solo il ring. Rinascessero Chajkovskij e Prokof’ev, il primo riscriverebbe il finale del “Lago dei cigni” inserendo un passo a due e il tragico omicidio-suicidio dei due protagonisti. Il sipario calerebbe sul “Romeo e Giuletta” rieditato del compositore russo, per raccontare le coltellate dell’uno all’altra e viceversa, inferte per non sopravvivere alla tragica fine del loro amore. Enzo Jannaci confermerebbe il testo di “Vengo anch’io, no tu” da cantareo in duetto da Giggino Di Maio e il rude Salvini.

Rischia travasi di bile e soffre l’allergia primaverile da polline, parietaria e da governo Carroccio-Grillismo chi aspira a vederlo finire ‘dalle stelle alle stalle’ , ma al tempo stesso osserva divertito la sua esasperata ed esasperante rivalità. Schiaffi in faccia, colpi bassi, ginocchiate, calci, “tu non sai chi sono io”, insulti, dispetti, ricatti, minacce, “qui comando io”, “tu non vali un fico secco”, “sì al ‘salva Roma’ o è guerra” “Sì al Tav o ciao, ciao” “Il 25 aprile è festa di tutti”, “Comunismo e fascismo sono un derby, la lega non ci sarà”, “Chiudo i porti”, “no tu,no”, eccetera, eccetera, eccetera.

Politologi, e il residuale popolo della sinistra, ma in generale chi mantiene in esercizio la capacità di intendere e di volere, ritengono di trarne un’ ’ovvia, purtroppo deviante convinzione che tra Di Maio e Salvini è pronta la dichiarazione di guerra. Chi lo spera non ha sotto gli occhi la vignetta di accompagnamento a un corsivo di Fortebraccio, che dette ragione ad Andreotti (“il potere logora chi non ce l’ha”) avvitato all’eterna poltrona-trono.

Basta chiedere a Pagnoncelli, noto sondaggista e scoprire che il 99,999999 per cento degli eletti al Parlamento, teme terrorizzato la crisi di governo, il ritorno alle urne, lo spettro della presumibile bocciatura e il mesto addio ai soldi, ad altri privilegi elargiti a deputati, senatori, ministri e sottosegretari, presidenti delle due Camere, delle commissioni, la rinuncia al titolo usurpato di “onorevole”. Lo spauracchio del voto, è specialmente indigesto per grillini e leghisti, perché senz’arte né parte, insomma nulla facenti prima di essere eletti. Fino alle lezioni di Maggio e molto probabilmente anche dopo il voto ci tocca tenerci i Dioscuri, Toninelli, Siri, Fontana, Bonafede, Giorgetti e Crimi, il patetico Conte, i portavoce Casalino e Morisi, la Rai monopolio gialloverde, razzismo e velleitarismo basato sul niente, incompetenze e risse, recessione, qualunquismo, sovranismo, l’onesto, ma pavido Tria, omofobia e bigottismo, Trampismo e Putinismo, neofascismo, dilettanti allo sbaraglio, omofobi e xenofobi.

Ma che male abbiamo fatto?

Indennizzi a vittime banche sul binario morto del nuovo via libera Ue: si allungano i tempi e si riduce lo spazio per i piccoli

Enzo De Biasi Vicenzapiu.com 24.4.19

Barbara Venuti e cabina regia ignorata, la protesta dei risparmiatori fuori dal privée

una protesta dei risparmiatori

Il fatto che in Consiglio dei Ministri il tetto massimo sia stato raddoppiato, di per sé ed al di là delle dichiarazioni che la Vestager abbia ricevuto lumi dagli ultimi arrivati al suo ufficio, non è una buona notizia.

Sarà tutto da verificare se il nuovo limite potrà essere considerato una soglia accettabile e consona per la tipologia di “piccolo risparmiatore” da risarcire in automatico senza arbitro di sorta. Bene la precisazione del MEF riportata da ADNKronos, ciò significa che è unicamente allargata la potenziale platea di chi potrà essere beneficiato dalla norma in itinere.

Va da sè che ampliando i potenziali richiedenti verso chi ha di più ed avendo diminuito il pagabile verso tutti con la riduzione drastica in tre anni del liquidabile, coloro che rischiano di restare a bocca asciutta saranno presumibilmente i veri “piccoli risparmiatori”.

Infine, se questa parte di decreto legge è ancora sub iudice europeo, vale a dire è ancora da scrivere compiutamente, va da sé che i tempi per erogare i soldi ai truffati saranno ulteriormente dilatati.

Il rischio concreto è che il 2019, sia davvero un anno perso in chiacchere televisive e/o giornalistiche, senza soldi in tasca ai derubati dalle banche venete.

Bufera sulla N26, la banca tedesca inciampa nell’antiriciclaggio

Mauro Meggiolaro valori.it 23.4.19

Un’inchiesta di Suddeutsche Zeitung svela centinaia di conti correnti in odore di riciclaggio. Intanto la Consob tedesca lamenta carenze nella struttura della banca

La banca tedesca N26 offre la possibilità di aprire un conto, interamente gestibile dal telefonino, “in 8 minuti” in tutti i Paesi della zona E

Nei primi anni Duemila tutti erano infoiati per il conto arancio di ING e i suoi tassi stellari. Oggi, invece, il nuovo trend per gli utenti più avanzati di servizi finanziari è la banca diretta tedesca N26, con la quale si può aprire un conto,interamente gestibile dal telefonino, “in 8 minuti” in tutti i Paesi della zona Euro: basta registrarsi online, scaricare un’app, farsi un selfie, fotografare il proprio documento d’identità e associarlo allo smartphone. Il conto è collegato a una carta conto prepagataMastercard. Sia il conto sia la carta sono gratuiti: non sono previste né spese di emissione né di gestione.

N26 guadagna comunque, e in vari modi: principalmente con le commissioni pagate dai commercianti sulle transazioni effettuate con la Mastercard, con la “tassa” su eventuali scoperti di conto pari all’8,9% e impiegando il denaro depositato dai clienti, che non è remunerato. E, naturalmente, riducendo al minimo i costi, visto che non ha filiali o sportelli bancomat.

Un’impresa da 2,3 miliardi di euro

Creata a Berlino nel 2015, su iniziativa dei due imprenditori viennesi Valentin Stalf (classe 1985) e Maximilian Tayenthal (nato nel 1980), la banca dichiara di avere oggi oltre 2 milioni di clienti in 24 Paesi. I numeri di bilancio più recenti, che risalgono al 2017, parlano di un fatturato di 11,24 milioni di euro, con una crescita del 2.000% rispetto al 2016 e ricavi medi tra i 20 e i 25 euro per cliente (nel 2017 i clienti erano in media 450mila).

I due fondatori della banca N26, Valentin Stalf e Maximilian Tayenthal.
I due fondatori della banca N26, Valentin Stalf e Maximilian Tayenthal.

Agli inizi di gennaio, con la chiusura di un nuovo round di finanziamento da 260 milioni di euro, N26 è entrata a tutti gli effetti nell’olimpo degli “unicorni”, le imprese che valgono almeno un miliardo di dollari: attualmente è valutata 2,3 miliardi di euro ed ha superato abbondantemente i suoi concorrenti più stretti, le inglesi Revolut (1,5 miliardi di euro) e Monzo(1,3 miliardi di euro).

Dietro N26, fondi tedeschi, cinesi e di Singapore

Ma chi c’è dietro all’astro nascente del Fintech europeo? Prima di tutto i due fondatori, che controllano (fonte, Bureau van Dijk) almeno il 20,32% (10,16% a testa) delle azioni e a seguire una serie di fondi di private equity, che si sono aggiunti nei successivi round di finanziamento: i fondi tedeschi Earlybird Venture e Valar Ventures, Allianz Strategic Investments (5,57%, appartenente al gruppo assicurativo Allianz), la holding cinese Tencent (5,57%) e, recentemente, il fondo sovrano di Singapore GIC.

Nel mirino della Consob tedesca (e dei clienti insoddisfatti)

Capitali globali che scommettono su una crescita inarrestabile. Che però, proprio nelle ultime settimane, sembra mostrare le prime crepe. Come rivelato dal quotidiano economico Handelsblatt, l’8 aprile scorso, la banca dei record è finita nel mirino dell’autorità di vigilanza dei mercati finanziari tedesca BaFin. Le sue indagini avrebbero rilevato, nel 2018, una serie di carenze, perché N26 sarebbe «cresciuta rapidamente, senza però adattare, di pari passo, le sue strutture».

Le carenze riguarderebbero principalmente il personale, i sistemi informatici e i servizi dati in outsourcing. Inoltre, sempre secondo la BaFin, la holding di controllo – N26 GmbH – avrebbe assunto troppi incarichi per conto della controllata N26 Bank. Il direttore Valentin Stalf minimizza: «Come tutte le banche tedesche, siamo sotto la supervisione di BaFin. Le verifiche periodiche sono normali per una banca ed è normale che i regolatori identifichino punti di miglioramento».

A questo si aggiungono le lamentele da parte dei clienti che, come riportato dalla stampa tedesca, non avrebbero trovato una pronta risposta in situazioni di crisi, ad esempio in caso di attacchi di “phishing”, truffe su internet che mirano a svuotare i conti correnti, un rischio a cui sono esposte tutte le banche.

Süddeutsche Zeitung: centinaia di conti aperti per riciclare denaro da sospetti criminali

Ma il caso più grave, finora, è quello rivelato il 16 aprile da un’inchiesta del quotidiano Süddeutsche Zeitung, in collaborazione conl’emittente pubblica NDR. Sospetti criminaliavrebbero aperto centinaia di conti presso N26 per riciclare il denaro con la creazione di falsi shop online.

In base alla ricostruzione dei giornalisti, sarebbero passati «diversi giorni prima che la banca decidesse di bloccare i conti – un tempo sufficiente ai truffatori per ingannare un elevato numero di clienti in buona fede, con false offerte di prodotti».

«I conti N26 sono particolarmente amati dalle organizzazioni criminali»

La procedura è relativamente semplice: i truffatori registrano un sito web, spesso condominio .de, che ha tutte le caratteristiche di un moderno negozio online. «Per un breve periodo di tempo raccolgono soldi vendendo, in modo fittizio, macchine da caffè, orologi o giacche invernali, che però non esistono e non saranno mai consegnati agli acquirenti».

Per queste transazioni hanno bisogno di conti bancari sui quali viene depositato il denaro dei clienti. «Anche se potrebbero tentare di aprire tali conti presso molte altre banche», spiega la Süddeutsche Zeitung, «la maggior parte degli istituti finanziari conosce bene schemi di questo tipo e si rifiuta di procedere. I conti di N26, invece, sono particolarmente amati dalle organizzazioni criminali, come confermano i gestori di forum di discussione su internet e il dipartimento regionale della polizia criminale (Landeskriminalamt o LKA) della Bassa Sassonia».

Ignari cittadini coinvolti in falsi test

Per l’apertura dei conti, i criminali avrebbero usato le identità di ignari cittadini, invitati, dietro compenso, a fare dei “test” (aprendo però effettivamente dei conti) sull’efficienza dei servizi di N26, nell’ambito di false ricerche di mercato.

I giornalisti investigativi hanno ricostruito una lista di quasi 400 conti N26 che sarebbero stati utilizzati per falsi shop online e vendite su Ebay. «Per gli ignari partecipanti ai test, la storia potrebbe concludersi in modo drammatico», continua la Süddeutsche. «Secondo la procura di Amburgo, pur essendo stati ingannati, i titolari dei conti potrebbero essere indagati per aver facilitato il riciclaggio di denaro. Inoltre, potrebbero essere colpiti da azioni legali da parte dei clienti truffati».

N26, che è chiaramente parte lesa nella vicenda, ha recentemente sottolineato di aver migliorato in modo significativo la prevenzione delle frodi. La banca ha anche «iniziato ad avvertire esplicitamente i suoi clienti in video chat che non stanno facendo un test o contribuendo a una ricerca di mercato: stanno veramente aprendo un conto». Un team di 50 persone starebbe lavorando per prevenire il verificarsi nuovi episodi del genere. In un lungo comunicato stampa, diramato il 17 aprile, la banca ha ripetuto che sta applicando al meglio tutte le normative sulla verifica dell’identità dei clienti e starebbe collaborando attivamente con le autorità.

Per la start-up appena diventata unicorno la reputazione è tutto. E perderla a causa di alcune falle nei controlli potrebbe essere un colpo fatale per un business cresciuto forse troppo in fretta.

Perché le banche tedesche sono vicine al crac. Ecco i numeri della Bce sulla finanza tossica che ha inguaiato la Germania

affarbancari.it 23.4.19

Perché le banche tedesche sono vicine al crac? Che cosa sta succedendo in Germania, con Berlino che fatica a trovare una soluzione per evitare il collasso di Deutsche Bank e Commerzbank? I due principali player tedeschi sono in crisi e le nozze, date per scontate fino a poco fa, appaiono sempre meno probabili. All’improvviso, si scopre che il malato non è l’Italia, ma è la Germania. Una situazione che non è una sorpresa, però. Basta leggere i numeri – nemmeno troppo riservati – della Banca centrale europea per scoprire che in Germania le banche si sono fatte male con la finanza tossica, soprattutto derivati. E si scopre che per troppo tempo, la vigilanza della Bce ha messo sotto la lente d’ingrandimento gli istituti italiani e i loro crediti marci, tappandosi gli occhi di fronte alle manovre finanziarie spericolate dei tedeschi. Ecco, qui di seguito, tutti i dettagli.

L’analisi dei principali indicatori economici e patrimoniali delle banche sottoposte a vigilanza europea mostra come un numero sempre inferiore riesce a coprire la metà dei costi operativi con i profitti derivanti dalla vendita di mutui e prestiti a famiglie e imprese (margini netti che ottengono sui tassi di interesse). Resta pressante, peraltro, il problema della redditività media per le banche europee che complessivamente non accenna a migliorare (roe pari al 6,88%) e rimane una grande sfida da affrontare nei prossimi anni. Ruolo cruciale rimane quello del management (di qualità) nella gestione del business per produrre utili aumentare la capacità di produrre reddito. I compensi, nel frattempo, rimango elevati.

Ecco i dati: in Italia le banche hanno un roe del 7,7% e un cost to income ratio del 63,4%; in Francia i due valori si attestano, rispettivamente, al 6,9% e al 73,1%; in Germania al 3,1% e all’81,3%; in Spagna al 9% e al 51,8%; la media Ue è pari al 6,9% per quanto riguarda il roe e del 65,6% per il cost to income ratio. I dati – che vengono fuori dagli archivi della Banca centrale europea – ci dicono che l’industria creditizia della Penisola sta molto meglio della concorrenza del Vecchio continente.

Esaminando la qualità del credito del sistema, l’ammontare complessivo dei crediti deteriorati a livello europeo prosegue il trend di riduzione (ora pari a 657 miliardi e tocca i minimi storici, 4,40% del totale crediti per le banche a rilevanza sistemica) da quando è stata introdotta la nuova definizione europea di “non performing loan”, ma rimane alto il rischio derivati. Vediamo i dati: in Italia l’esposizione delle banche alla finanza tossica è pari al 3,6% degli asset finanziaria contro il 9% della Francia, il 12% della Germania, il 4,2% della Spagna e l’8% della media Ue. Se, invece, si guarda agli npl, si scopre che sì, dentro i nostri confini, i crediti marci hanno un peso rilevante sul totale delle masse finanziarie: 9,7% contro l’1,7% della Germania, il 3% swll Francia, il 4,3% della Spagna e il 4,4% della media europea.

Un occhio ai valori assoluti. Nei bilanci delle banche europee si trovano ben 1.450 miliardi di derivati, un valore anche superiore a quello del patrimonio netto di tutte le banche (1.394 miliardi). Complessivamente, i derivati pesano per l’8% dell’attivo di bilancio con valori molto alti per gli istituti di credito tedeschi, inglesi, (12% -13%,) e francesi (9%).  Quasi 4 volte il valore per le banche italiane (3,7%). Questo vuol dire che non solo le banche europee continuano a vendere prodotti finanziari complessi e a fare finanza creativa, quella che ha generato la crisi dell’intero sistema finanziario, ma non riescono a fare vera banca con una giusta remunerazione per il capitale.

Ecco le regole che Amazon deve rispettare per diventare operatore postale in Italia

di Luca Zorloni wired.it 24.4.19

Dopo l’ok all’iscrizione nel registro delle aziende di poste, il colosso dell’ecommerce deve adeguarsi a norme sulla carta dei servizi e sui lavoratori. Ma ci sono dei chiaroscuri e la partita si infittisce

Amazon (LaPresse/Andrea Alfano)
Amazon (LaPresse/Andrea Alfano)

Il diavolo è nei dettagli. E nei dettagli, nello specifico di quelli del diritto, si gioca la prima partita di Amazon come novello operatore postale in Italia. Alla fine dello scorso novembre due società controllate dal colosso dell’ecommerce, Amazon Italia logistica e Amazon Italia transport, si sono iscritte al registro nazionale degli operatori postali, dopo che l’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) le ha sanzionate perché svolgevano attività da postino senza averne i titoli. Sono scattate 300mila euro di multa e l’obbligo ad accordarsi alle oltre quattromila aziende del registro.

Ma la storia non è finita là. Al contrario, l’iscrizione all’albo è solo il primo atto. Perché con il titolo di operatore postale scattano anche i doveri che la funzione comporta. E ora Amazon deve dimostrare all’Agcom di rispettarli. Inizia quindi una seconda partita a scacchi tra la multinazionale di Seattle e il garante italiano, dopo che quest’ultimo si è aggiudicato la prima manche.

I campi di gioco

Al momento sono due i terreni del confronto: carta dei servizi e contratti di lavoro. Nel 2014 l’Agcom ha varato una delibera che impone alle aziende postali di dotarsi di una carta dei servizi. È un documento che indica le prestazioni che l’opera eroga, stabilisce gli standard di qualità, spiega come fare reclamo e ricevere un rimborso. Anche i corrieri espresso devono averne uno.

Come spiega l’autorità a Wired, “Amazon è tenuta a predisporre una carta dei servizi”, in linea con le regole definite cinque anni fa. E la multinazionale la sta scrivendo? “Amazon si avvale di fornitori terzi per le consegne”, è la secca risposta dell’azienda. Come dire: responsabilità loro. Potrebbe bastare la politica verso i clienti del gruppo a fare funzione di carta dei servizi? È uno dei dettagli allo studio. Ma l’esito dipende dall’Agcom, che per il momento ha dato tempo all’azienda di predisporre il documento.

Il secondo nodo della trasformazione delle due società in operatori postali riguarda i contratti. Perché una seconda delibera, datata 2015, impone a chi ottiene il titolo, di specificare tipi di contratti e percentuali di applicazione tra i lavoratori. Anche in questo caso Amazon reputa di non dover correggere alcunché. “Riteniamo che i contratti in essere siano coerenti con il settore postale”, replica l’azienda. L’Agcom per ora è alla finestra: “Sta svolgendo attività di vigilanza sul rispetto di tutti gli obblighi”.Ci sono i dettagli da tenere d’occhio.

Il lavoro

Il caso dei contratti di lavoro è esemplificativo, perché pieno di sfumature che si prestano a interpretazioni. Primo: nell’industria delle poste non c’è un solo contratto da applicare, ma almeno tre o quattro. Secondo: lo stesso ministero dello Sviluppo economico, che tiene il registro, ha sollevato obiezioni sull’obbligo dellequote di postali. Terzo: lo stesso garante, che pure rimarca vincolo, ha approfondito alcune eccezioni.

Nello specifico, il criterio di prevalenza (per cui l’inquadramento più diffuso in azienda anche tra mansioni differenti, vince) e la vicinanza tra i contratti dei postali e quelli della logistica, specie se questi hanno un capitolo dedicato all’attività di postino. Basterebbero questi elementi per avere le carte in regola, senza trasformazioni.

D’altro canto gli stessi sindacati non vedrebbero di buon occhio un passaggio dall’inquadramento dalla logistica alle poste, soprattutto dopo essere saliti sulle barricate per difendere le condizioni di lavoro. “Il contratto dei postali si applica sotto i 5 chili, mentre in questo caso gli operatori maneggiano anche pacchi sopra i 5 chili”, spiega Luca Stanzione, segretario generale della Filt Cgil Lombardia.

E aggiunge: “Sarebbe uno svantaggio per i lavoratori, anche perché salta la clausola di salvaguardia della filiera”, ossia la regola che impone, al cambio di appalto, di assorbire alle stesse condizioni i lavoratori assunti da almeno 6 mesi. Un paracadute sociale imposto dai sindacati contro i furbetti degli appalti, che montano e smontano cooperative di facchinaggio, che però, spostandosi da un contratto all’altro, salterebbe.

Equilibri di mercato

In questo confronto in punta di diritto, l’ingresso di Amazon nel settore postale si fa sentire. Anche se l’azienda lascia intendere che, pur avendo incassato il titolo, al momento non farà concorrenza sulla consegna di prodotti postali propriamente detti, come atti giudiziari, multe e raccomandate (“restiamo focalizzati sulle nostre attività principali e non commentiamo i nostri piani futuri”, scrive), il peso specifico della multinazionale conta. Specie per altri corrieri, che hanno accettato recalcitranti le regole dell’Agcom, con cui il garante ha cercato di mettere in ordine in una giungla di aziende. Caso unico in Europa.

Nel 2018 Corte di giustizia europea e regolamento comunitario sui pacchi hanno dato ragione al garante, portato in tribunale da alcuni corrieri che contestavano il regolamento del 2015. E l’Agcom ha sanzionato gli operatori che non avevano pubblicato una carta dei servizi (come previsto delibera del 2014). Multe sono scattate per Dhl, Ups, Tnt, Sda, Nexive e Brt.

Per questo tutte le procedure con cui Amazon entra nel gruppo delle aziende postali sono osservate speciali dal settore. Un sì o un no dell’Agcom faranno la differenza, visto che l’autorità ha avviato un’indagine sul segmento dell’ecommerce proprio per smascherare altre storture e violazioni. Nel frattempo, c’è almeno un aspetto del lavoro di postino da cui Amazon è stata sollevata: l’obbligo della segretezza della corrispondenza. Finché continuerà a consegnare pacchi, per il garante può non curarsene.

È ufficiale: Atp Finals a Torino

lospiffero.com 24.4.19

La kermesse mondiale di tennis nel capoluogo piemontese dal 2021 al 2025. L’annuncio dopo una lunga trattativa tra Coni, Governo e i vertici mondiali della racchetta. Un evento da 250mila presenze ogni anno

first_picture

Ora è ufficiale: Torino ospiterà le Atp Finals di tennis dal 2021 al 2025. L’annuncio che pone fine a una lunga attesa è arrivato questa mattina. Torino ha battuto la concorrenza di Londra, Manchester, Tokyo e Singapore, le altre città che erano state inserite nella short list. Il torneo che vede al via gli 8 migliori giocatori della stagione nel circuito maschile è attualmente ospitato dalla O2 Arena di Londra, che passerà il testimone al Pala Alpitour di Torino dopo l’edizione del 2020. La presentazione ufficiale è in programma lunedì 29 aprile (ore 12,30) a Palazzo Madama.

E così il grande sport tornerà nella città piemontese dopo le Olimpiadi invernali del 2006. Sarà il primo approdo in Italia del torneo di tennis riservato ai campioni mondiali. Uno dei massimi appuntamenti tennistici del circuito al pari degli Slam. La giusta ricompensa per il grande lavoro che la Federtennis ha svolto negli ultimi mesi, sostenuta dall’amministrazione locale, dal Coni, dalla neo nata Sport e Salute e dal Governo. Torino ha battuto le candidature di Manchester, Tokyo, Singapore e Londra, dove le Finals si giocheranno fino al 2020. Facevano parte di una short list definita dall’Atp lo scorso 14 dicembre. È stato un percorso lungo e accidentato, cominciato lo scorso novembre con in lizza 40 città. L’Atp doveva annunciare la decisione già a Indian Wells a metà marzo. Poi è slittata a Miami, ma ora finalmente è arrivata la notizia che tutti aspettavano.

Per molte settimane ci sono stati dubbi sulla possibilità di sostenere la grande spesa che comportava questo evento. Alla fine però il capoluogo piemontese è riuscito a far quadrare i conti: 78 milioni di fideiussioni, con l’ulteriore garanzia di Bnl e i 7,5 milioni a testa di Regione Piemonte e Comune di Torino. La sindaca Chiara Appendino (con il suo assessore allo Sport Roberto Finardi), insieme al governo, alla Federazione, al Credito Sportivo e alla Camera di Commercio, ha voluto fortemente che la quarta metropoli italiana diventasse la prima sede italiana nella storia dell’importante torneo maschile. Le Atp Finals si disputeranno al PalaAlpitour, il palazzetto costruito in occasione delle Olimpiadi Invernali 2006 che, con una capienza di 14.350 posti, è la più grande struttura coperta d’Italia a uso sportivo. Per gli allenamenti verranno utilizzate anche le sedi del Circolo della Stampa Sporting, che diventerà una sorta di Atp Village. Le Atp Finals si sono disputate per la prima volta a Tokyo nel 1970. Dal 2009 (fino al 2020) si disputano a Londra.

“Le Atp Finals sono un evento sportivo prestigioso, di grande richiamo e rappresentano una delle proposte tennistiche più attese a livello mondiale” afferma Appendino. “La chiave del successo di Torino – sottolinea la sindaca – non risiede solo nella qualità di una proposta eccellente e innovativa, ma è stato assicurato anche dal sostegno, dall’impegno e dalla capacità di fare squadra delle istituzioni locali, sportive, del Governo e dell’Istituto per il Credito Sportivo.

Nel salutare con favore l’annuncio, Sergio Chiamparino sottolinea come “fra gli elementi che hanno significativamente concorso alla vittoria vi è la disponibilità di impianti sportivi di prim’ordine, tra cui alcuni frutto della eredità delle, per qualcuno tanto vituperate, Olimpiadi del 2006”.

Un evento sportivo, ma di notevole impatto economico. Negli ultimi nove anni le Finals hanno portato a Londra oltre 2,3 milioni di persone con, ogni anno,  presenze costantemente superiori alle 250mila. Mentre, per quanto concerne la copertura televisiva mondiale e i canali digitali, sono state registrate in media 101,9 milioni di visualizzazioni, effettuate 10milioni di riproduzioni video e sono state 96 milioni le persone che hanno seguito l’evento attraverso i canali tv. Per otto giorni, tale è la durata del torneo, le Atp Finals rappresentano indubbiamente una grande vetrina internazionale per il Paese e per la città che ne è sede. E, per quanto concerne le ricadute di immagine ed economiche, per le Finals di Torino, prevedendo per ogni edizione un fatturato di circa 50milioni di euro, si può stimare un ritorno per il territorio quantificabile tra i 120 e i 150 milioni di euro ogni anno oltre, ovviamente, a tutti gli altri benefici intangibili in termini turistici e di immagine per il mondo dello sport italiano e non solo.

Salini Impregilo: a.d., da Panama ci aspettiamo solo fattori positivi

Salini Impregilo: utile a 180 milioni

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Dal contenzioso sui lavori per l’ampliamento del canale di Panama “sul fronte finanziario ci aspettiamo solo fattori positivi quando arriveranno le decisioni che ci riguardano” anche se “abbiamo di fronte un contenzioso lungo, costoso e complicatissimo”. 

Lo ha detto Pietro Salini, Ceo di Salini Impregilo, rispondendo alle 

domande degli azionisti durante l’assemblea generale, spiegando che “l’esborso che abbiamo sostenuto nel primo trimestre di quest’anno e’ stato per pagare upfront la restituzione di sostanzialmente tutti gli anticipi dovuti” all’Autorita’ del Canale di Panama (Acp). 

A metà dicembre il tribunale arbitrale di Miami aveva condannato il consorzio per la costruzione del Canale di Panama, di cui Salini Impregilo è capofila insieme alla spagnola Sacyr, a rimborsare quasi 848 milioni di dollari all’Authority del canale stesso. La decisione del tribunale riguarda una disputa tra l’Autorità e il consorzio, completata nel 2016, sul superamento dei costi per realizzare l’opera. 

La parte degli anticipi contrattuali garantita da Salini Impregilo in merito al lodo arbitrale emesso dall’International Chamber of Commerce di Miami (Icc) è di 217 milioni di dollari, pagati immediatamente con proprie disponibilità di cassa. In dicembre, Salini aveva ricordato che gli anticipi erano già stati iscritti nel bilancio dal consorzio e aveva rimarcato che il lodo “non pregiudica l’esito del contenzioso complessivo sul merito delle ragioni spettanti a Gupc e Salini Impregilo”. Un contenzioso per 5,2 miliardi di dollari, ancora in corso di definizione. 

fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

April 24, 2019 05:48 ET (09:48 GMT)

Unipol: studia un’alleanza per gli Npl (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La cessione di Unipol Banca a Bper ha ridisegnato il perimetro del gruppo bolognese guidato da Carlo Cimbri e saldato il legame con l’istituto modenese di Alessandro Vandelli. 

In carico alla compagnia, scrive MF, ora è rimasta UnipolRec, la bad bank nata lo scorso anno dalla scissione di Unipol Banca, che si è liberata da una zavorra di 2,9 miliardi di npl. A questo stock di partenza si aggiungono ora gli ulteriori 1,3 miliardi che, in base all’accordo annunciato a febbraio, Bper potrà vendere alla società. A bocce ferme, quindi, Unipol avrà in carico un portafoglio dal valore nominale di 3,2 miliardi di euro, che per dimensioni si avvicina a quello di molte banche medie. 

Finora il gruppo ha gestito i processi di recupero internamente e questa è la strategia perseguita convintamente da Cimbri con risultati di soddisfazione. Al contempo, però, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, Unipol si starebbe guardando intorno per valutare soluzioni alternative. Negli ultimi mesi, diversi grandi servicer nazionali hanno bussato alla compagnia per proporre soluzioni di cogestione dei portafogli. Pur con qualche differenza di impostazione, le proposte prevederebbero da un lato la cessione di parte del portafoglio e dall’altro una partnership sulla piattaforma di gestione che consentirebbe a Unipol di beneficiare del potenziale upside. Soluzioni simili a quelle messe in campo nell’ultimo anno da diversi gruppi bancari italiani. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

April 24, 2019 02:50 ET (06:50 GMT)

Paura derivata: le paure che rovinano le nostre vite, secondo Zygmunt Bauman

angolopsicologia.com 22.4.19

paura derivata

La paura è una sensazione universale. Anche se non è piacevole provare paura, questa ci può salvare la vita perché produce uno stato d’allerta, sia psicologico che fisiologico, che ci consente di reagire prontamente mettendoci al riparo dai pericoli.

La paura è, quindi, un’emozione positiva e attivatrice. Il problema inizia quando la paura non ci abbandona facendoci credere che siamo costantemente in pericolo. Allora ci condanna a vivere con i nervi a fior di pelle, in attesa di venire aggrediti da un momento all’altro. Il problema inizia quando soffriamo di “paura derivata”. Un problema che, secondo Zygmunt Bauman, è endemico nella nostra società e potrebbe contagiarci tutti.

Cos’è la paura derivata?

La paura derivata è una specie di paura “riciclata”, di natura sociale e culturale. “è un fotogramma fisso che possiamo descrivere come la sensazione di suscettibilità al pericolo: una sensazione di insicurezza (il mondo è pieno di pericoli che possono piombarci addosso e materializzarsi in qualunque momento senza il minimo preavviso) e vulnerabilità (se il pericolo ci attacca, ci saranno poche o nessuna possibilità di sfuggirgli o affrontarlo con una difesa efficace; l’assunzione della nostra vulnerabilità davanti ai rischi non dipende tanto dalla dimensione o la natura delle minacce reali ma piuttosto dall’assenza di fiducia nelle difese disponibili)”, dice Bauman.

Come nasce la paura derivata?

La paura derivata sorge come risultato di esperienze negative passate, è l’effetto secondario dell’esposizione ad un pericolo che viviamo sulla nostra pelle, di cui siamo stati testimoni o di cui abbiamo sentito parlare.

Bauman spiega che “la paura derivata è il sedimento di un’esperienza passata di confronto diretto con la minaccia: un sedimento che sopravvive a quell’incontro e diventa un fattore importante nel plasmare il comportamento umano, quando non v’è alcuna minaccia diretta per la vita o l’integrità della persona”.

È la paura che continua a tormentarci dopo la paura. Se perdiamo una persona cara, è la paura residua che resta dopo la perdita. Se perdiamo il lavoro, è la paura di perdere il lavoro attuale. Se soffriamo uno svenimento o un attacco di panico, è la paura di rivivere quell’esperienza.

La paura derivata si instaura perché si dissocia facilmente dalla coscienza; cioè, la paura rimane sebbene il pericolo sia scomparso. Separiamo la paura dal fattore che l’ha causata.

L’esperienza angosciosa che abbiamo vissuto è stata così intensa da scatenare la nostra immaginazione, facendoci intravedere pericoli ovunque. Così la paura finisce per permeare la nostra visione della realtà e iniziamo a pensare che il mondo sia un posto ostile e pericoloso.

I lunghi tentacoli della paura derivata

“La paura derivata riorienta il comportamento dopo aver cambiato la percezione del mondo e le aspettative che guidano il comportamento, sia che vi sia una minaccia o meno […] Una persona che ha interiorizzato tale visione del mondo, che include insicurezza e vulnerabilità, ricorrerà abitualmente alle reazioni tipiche di un incontro faccia a faccia con il pericolo, anche in assenza di una minaccia reale. La paura derivata acquisisce quindi la capacità di autopropulsione”, dice Bauman.

Le persone che non escono quasi mai di notte, ad esempio, tendono a pensare che il mondo esterno sia un posto pericoloso da evitare. E dato che durante la notte i pericoli sono più seri, preferiscono rimanere al sicuro nelle loro case. Quindi la paura derivata crea un circolo vizioso che si autoalimenta. La paura spinge queste persone alla solitudine, e più si isolano e si proteggono, più il mondo gli sembrerà spaventoso.

Se perdiamo una persona cara, la paura residua ci porterà ad assumere comportamenti iperprotettivi con le persone che abbiamo anccanto a noi. Se perdiamo il lavoro, il timore derivato ci renderà tesi sull’attuale posto di lavoro per paura di sbagliare ed essere licenziati di nuovo. Se subiamo un attacco di panico, adotteremo un atteggiamento iperattivo in cui ogni cambiamento innescherà di nuovo l’ansia. Quindi la paura derivata genera le situazioni che temiamo di più.

Chi soffre di paura derivata ha perso la fiducia in se stesso. Non confida nelle sue risorse per affrontare le minacce, ha sviluppato una sorta di impotenza appresa. Il problema è che vivere immaginando pericoli e minacce ovunque non è vivere.

Questo stato di costante allerta finisce presentandoci un conto salato, sia a livello psicologico che fisico. Quando l’amigdala rileva una situazione di pericolo, reale o immaginaria, attiva l’ipotalamo e la ghiandola pituitaria, che secerne l’ormone adrenocorticotropo. Quasi allo stesso tempo viene attivata la ghiandola surrenale, che rilascia epinefrina. Entrambe le sostanze generano cortisolo, un ormone che aumenta la pressione sanguigna e la glicemia e indebolisce il sistema immunitario. Con questa scarica abbiamo più energia per reagire, ma se rimaniamo a lungo in questo stato la nostra salute finirà per soffrirne e saremo continuamente sull’orlo di un esaurimento nervoso.

Viviamo in una società che alimenta le paure derivate

Bauman suggerisce che viviamo in una società che alimenta sproporzionatamente le paure derivate. “Sempre più minacciosa è l’onnipresenza delle paure: possono insinuarsi in ogni angolo delle nostre case e del nostro pianeta. Possono venire dall’oscurità delle strade o dai lampi degli schermi televisivi, dalle nostre camere da letto e dalle nostre cucine, dai nostri luoghi di lavoro e dal vagone della metropolitana in cui ci spostiamo, dalle persone che incontriamo e da quelle che passano inosservate, da qualcosa che abbiamo ingerito e da qualcosa con cui i nostri corpi sono venuti a contatto, da ciò che chiamiamo natura o da altre persone […]

“Giorno dopo giorno ci rendiamo conto che l’inventario dei pericoli potenziali è tutt’altro che completo: nuovi pericoli vengono scoperti e annunciati quasi ogni giorno e non si sa fino a che punto siano riusciti a eludere la nostra attenzione preparandosi per colpirci senza preavviso.”

La paura liquida, come la chiama Bauman, scorre ovunque e si alimenta attraverso diversi canali perché “l’economia del consumo dipende dalla produzione di consumatori e i consumatori che devono essere prodotti per acquistare i ” prodotti contro la paura ” devono essere spaventati e terrorizzati, mentre sperano che i pericoli che temono così tanto possano essere costretti a ritirarsi, con il piccolo aiuto pagato di tasca loro, naturalmente.”

Non possiamo dimenticare che la paura è uno strumento utile, non solo per le multinazionali che vendono i loro prodotti, ma anche per i politici che chiedono il nostro voto e per lo Stato che si presenta come nostro “protettore e salvatore”. La paura è capitalizzata molto bene perché spegne la nostra mente razionale, scatena un vero e proprio sequestro emozionale che ci impedisce di pensare a qualcosa di diverso dal metterci al sicuro. Attraverso questo meccanismo insano, chi scatena la paura ci offre anche una “soluzione palliativa”.

Così “la lotta contro le paure è diventata un’attività che dura tutta la vita, mentre i pericoli che scatenano queste paure sono diventati compagni permanenti e inseparabili della vita umana”.

Cosa fare? Come uscire da questo meccanismo?

Abbattere le paure derivate per vivere più pienamente

  1. Inserisci le paure nel contesto. Prima di tutto, dobbiamo essere consapevoli che “sono molti più i problemi che continuano ad essere annunciati come imminenti di quelli che ci colpiscono finalmente”, secondo Bauman. Ciò significa che la società o la nostra immaginazione producono più situazioni spaventose di quelle che realmente accadono. Adottare questa prospettiva ci consente di assumere una distanza psicologica da ciò che ci spaventa per renderci conto che le probabilità che si verifichi sono minori di quanto pensiamo.
  2. Quello che è successo non deve necessariamente succedere di nuovo. Ci sono esperienze di vita molto dure che sono difficili da superare. Non c’è dubbio. Ma anche se la paura derivata che generano è comprensibile, non è comunque sostenibile. Ciò significa che il passato deve essere fonte di saggezza, resilienza e forza per affrontare il futuro, non una scusa paralizzante che limita il nostro potenziale.
  3. O la vita è un’avventura da vivere audacemente oppure è niente. Fuggire dalla paura è aver paura. La nostra straordinaria capacità di proiettarci nel futuro ci fa anche temere l’incertezza, immaginando mostri spaventosi che ci perseguitano. È il dilemma umano. Per sfuggire a questo abbiamo bisogno di fare nostro questo messaggio di Bauman: “sapere che questo mondo in cui viviamo è temibile, non significa che dobbiamo vivere nella paura”. Esistono alcuni pericoli, non possiamo ignorarli, ma non possiamo lasciare che condizionino le nostre decisioni e ci impediscano di vivere pienamente. Dopo tutto, “O la vita è un’avventura da vivere audacemente oppure è niente”, secondo Hellen Keller.

Fonte: 

Bauman, Z. (2010) Miedo líquido. Barcelona: Editorial Paidós.

La entrada Paura derivata: le paure che rovinano le nostre vite, secondo Zygmunt Bauman se publicó primero en Angolo della Psicologia.

Salvini è al top ma rischia: non ha una visione per il futuro

libreidee.org 24.4.19

Avanti il prossimo. Giù nella scarpata ci sono le icone semoventi di Silvio Berlusconi, Beppe Grillo, Matteo Renzi, per dire solo dei più noti e dei più recenti. Ora il primo in alto, davanti al precipizio, nel cono di luce, è Matteo Salvini e tutti gli occhi sono puntati su di lui e sull’orologio che segna il suo tempo, per vedere quanto dura, se ci sono segni e scricchiolii sinistri, se comincia a scivolare pure lui nel burrone. È inesorabile la macchina dell’oblio e del rigetto che macina leader, li brucia, li consuma e poi li vomita, li spara in cielo e poi ricadono in terra, per una misteriosa forza di gravità che coincide con la precarietà, tramite overdose. La parabola dei leader è veloce, la loro esposizione mediatica è la causa del loro folgorante successo e pure del loro precipitoso declino. È una legge inesorabile della politica senza fondamenti, della leadership emozionale. La cosa più terribile è che non lasciano traccia, le scie dei rimpianti durano poco e poi restano a una minoranza scarsa, sempre più scarsa. È irripetibile il loro momento d’oro, le stesse cose che una volta conquistavano consensi e perfino entusiasmi, diventano a un certo punto insopportabili cliché; basta, non ne possiamo più di quel repertorio, quella faccia, quella voce. A volte fiducie immeritate si risolvono in sfiducie esagerate. Ma quando entri nel ciclo dei consumi mediatici di leader e di parole, tutto è liquido meno la legge che governa il ciclo, che invece è ferrea, inesorabile.

Salvini rischia grosso a questo punto, e gli va detto anche – e vorrei dire soprattutto – da chi pensa che, al momento, sia il leader preferibile, migliore, o “meno peggio”. Ha raggiunto il tetto dei consensi virtuali e della condivisione, per la sua capacità Matteo Salvinidi intrecciare messaggi a forte valenza simbolica, linee largamente condivise di una ideologia emozionale, capitalizzando l’odio che converge contro di lui. L’odio polarizza, genera spartiacque tra chi detesta e chi ama o finisce con l’amare il leader detestato, offeso, massacrato. Salvini usa bene l’effetto di ritorno dell’odio che raccoglie, in un’operazione martirio che in un paese di derivazione cattolica funziona sempre. Salvini parla chiaro e dice quel che la gente vuol sentirsi dire, offre obbiettivi simbolici, non potendo offrire grandi risultati pratici. E riesce a far giungere alla gente un messaggio: io vorrei realizzare quella rivoluzione che voi aspettate e che vi ho promesso, ma non ho i numeri per farlo, ho un alleato che non è d’accordo, anzi mi ostacola. Ergo, datemi più forza ed io sarò in grado di farlo. Dunque riesce a coltivare il malessere presente, l’onda d’indignazione verso la sua demonizzazione, ma anche l’orizzonte d’attesa della gente.

Ma poi avviene un passaggio misterioso, repentino, dapprima implicito e poi clamoroso, e il sostegno inverte direzione. Accadde a Matteo Renzi e tutti lo citano come il Precedente da Manuale. Qui le interpretazioni divergono: ci sono quelli che catalogano gli errori compiuti da Renzi per spiegarne il cambiamento di fortuna, così radicale e così repentino; e ci sono quelli che invece sostengono l’ineluttabilità della legge che governa i media, il potere e le opinioni della gente; quella fatale, inarrestabile parabola da cui è impossibile sottrarsi. Tra le due versioni propendo per una soluzione-matrioska: la prima spiegazione, specifica e personale, è dentro l’altra, generale se non epocale. Nell’epoca dell’effimero tutto è effimero, nell’epoca dei consumi tutto è oggetto di consumo, nell’epoca del presente assoluto e tirannico, tutto passa in fretta e diventa passato. Ma questa considerazione di ordine generale non può consegnarci al puro fatalismo dell’abbandono. Allora provo a dire: ma non è Salvini con un mitrache il problema è la stoffa di cui sono fatti questi leader, ovvero il materiale di cui sono composti i loro successi? Non si presentano, sin dall’inizio, con la loro forza-limite di cavalcare l’onda emotiva del momento come yogurt con la scadenza scritta sulla fronte?

E allora implicito viene il suggerimento: e se qualcuno provasse la via diversa, se uno provasse a far seguire agli appelli estemporanei i disegni duraturi, se qualcuno provasse a lasciar traccia ad agire non solo sulla cresta dell’onda ma in profondità? So quanto sia difficile, in un’epoca del genere, e so quanto sia veramente ardito riuscire a usare l’appeal dell’istantaneo emotivo come una buccia che però protegge un midollo di sostanza. Ma è l’unica possibilità di non finire rapidamente e inopinatamente di proiettarsi nel futuro e di restare in piedi. Legarsi a idee, temi, prospettive che non passano. Temi grandi, decisivi, epocali e culturali, che riguardano le civiltà, i popoli, la storia, la forza delle idee e le cose che durano. Scommessa difficile ma è l’unica che si può opporre alla rapida obsolescenza della merce-leader. Pensaci Salvini, anche se sei stretto tra le elezioni europee, l’Iva, il marasma e l’assedio generale. Pensaci, anche se ti trovi tra un alleato presente che è il concorrente futuro e un alleato passato che vuol farsi futuro. Sei lì, in alto, il primo sulla vetta, e ricevi spinte da dietro e incitazioni dal basso. Difficile restare lì a lungo, bisogna cambiar gioco, cambiare posizione, muoversi a lato, guardare in alto. Pensaci, Matteo, se ne sei capace.

(Marcello Veneziani, “Salvini è all’apice ma davanti al burrone”, da “La Verità” del 19 aprile 2019; articolo ripreso dal blog di Veneziani).

Le sofferenze di UBS e Credit Suisse

finews.ch 23.4.19 Peter Hody

(Immagine: Shutterstock)

Carlos Ghosn: una vittima dei bastoni del pugnale?

UBS e Credit Suisse sono sulla stessa barca: sia in termini di strategia che di futuro incerto. Perfinews.ch una ragione per illuminare i paralleli della sofferenza poco prima delle cifre trimestrali.

È del tutto possibile che il primo trimestre del 2019 abbia già colpito duramente sia UBS che Credit Suisse (CS) sui suoi obiettivi annuali. Il profit warning travestito da CEO di UBS Sergio Ermotti a un evento del settore Marzo – “l’ambiente più difficile per anni” – ha inumidito le aspettative per quanto riguarda la presentazione dei risultati trimestrali il prossimo Giovedi, 25 mese di aprile di conseguenza.

Ma prima, sarà il turno del CS il 24 aprile: i numeri già pubblicati dai concorrenti statunitensi lasciano spazio a sorprese – su e giù. Ma nel medio-lungo termine, le due grandi banche svizzere si trovano nella stessa barca: sia in termini di strategia che di sfide.

Ecco cinque punti che illustrano questo:

1. Mancanza di slancio di crescita, strategia tiepida

Entrambe le grandi banche non si sono distinte come campioni della crescita né nel 2018 né negli anni precedenti. In UBS, il reddito nel core business Wealth Management è rimasto stagnante a lungo. A sua volta, CS ha perso una notevole quantità di guadagni durante la sua fase di ristrutturazione di tre anni.

Ora si può dire: è voluto. Il settore dell’investment banking svolge solo un ruolo secondario per entrambe le banche, ma l’attività di gestione patrimoniale è meno suscettibile alla volatilità e vincola meno capitale. Sia Ermotti che Thiam hanno sottolineato più volte questi vantaggi – più recentemente nei rispettivi giorni di investitori alla fine del 2018.

Ma allo stesso tempo sorge la domanda: è sufficiente definire una strategia di crescita che cresca più velocemente dell’economia globale? Ed è sufficiente, come leader del settore, voler assicurare una quota di mercato superiore alla media dall’aumento globale delle attività? Forse si trova nelle strategie lievi e in definitiva non ispirate di entrambe le grandi banche, il motivo per cui ricevono così scarso supporto dagli investitori.

2. Mancanza di amore per gli investitori

Le domande sollevate sono particolarmente alla luce degli stipendi estremamente generosi ricevuti da Ermotti, Thiam e dai loro team di gestione. Le relazioni dei due CEO non sono completamente superate, data una strategia essenzialmente limitata al controllo dei costi e al superamento del rallentamento della crescita?

Alle rispettive Assemblee Generali (CS, 26 aprile, UBS, 2 maggio) sia Ermotti che Thiam dovranno prevedere un enorme rifiuto . Lo sviluppo al di sotto della media delle azioni di entrambe le società per anni serve investitori insoddisfatti come munizioni, la critica più forte dei riferimenti così come la mancanza di idee da parte dei manager per la pratica.

3. Il limone schiacciato

Che si tratti di “costi trainanti e crescita efficiente del capitale”, come UBS chiama il nucleo della sua strategia, o nelle parole di CS, “leva operativa positiva”: in linea di principio, la strategia di entrambe le banche va oltre i guadagni di efficienza per aumentare la redditività. I mezzi sono l’automazione e la sostituzione del personale da parte dei robot.

Sebbene entrambe le principali banche considerino questa la risposta al cambiamento fondamentale che sta attraversando il settore finanziario, non è chiaro cosa sarà fatto da Ermi e Thiam contro i margini sempre più ridotti, i concorrenti nuovi e più veloci e le minacce ai loro modelli di business.Poco. Piuttosto, si attengono al loro approccio precedente e continuano a spremere il limone, spremere il costo e cercare di assicurare la loro posizione ottenuta.

4. Applicare o essere preso in consegna?

Anche la “Neue Zürcher Zeitung” ha recentemente annunciato che UBS e CS potrebbero essere candidati all’adesione dato il loro sconto in borsa. Con la loro capitalizzazione di borsa di 52 miliardi e 35 miliardi di franchi, sarebbero una preda facile per il colosso della banca in piena espansione negli Stati Uniti e in Cina.

Sullo sfondo del consolidamento bancario progressivo nel mondo, uno scenario del genere non può essere completamente respinto. In particolare poiché sia ​​UBS che CS – obbligati – hanno preso precauzioni nella loro struttura aziendale al fine di semplificare lo spin-off delle singole divisioni.

Al contrario, i due leader del settore svizzero devono anche chiedersi se un’acquisizione avrebbe senso da parte loro e offrire opportunità per nuove fonti di reddito. In particolare, UBS può essere accusata di attività di fusione e acquisizione eccessive negli ultimi anni.

E se le due banche vogliono migliorare continuamente la propria efficienza, prima o poi il tema della “superbank” sarà di nuovo aggiornato: perché non creare un campione nazionale dal back e middle office di UBS e CS?

5. Disordini nel top management

I paralleli tra UBS e CS si riflettono anche nelle incertezze e nei disordini nei loro organi di governo. Il capo di UBS Ermotti deve creare potenziali successori, il che porta a rimescolare i vertici del management e a innescare cambiamenti nel comitato esecutivo. Lui stesso ha perso il suo nimbo di inviolabilità. Gli azionisti lo rimproverano per la sconfitta nel processo francese e per i continui anni di incertezza riguardo a ulteriori multe che ammontano a miliardi.

Finews.ch ha riferito in primavera delle dissonanze tra Ermotti e il presidente del consiglio Axel Weber . Che questo tra il presidente CS Urs Rohner e Thiam prevalga, ora è anche noto.

Thiam ha ora fatto il suo turno di naufragare nel Comitato Esecutivo. Allo stesso tempo, le voci di un possibile cambiamento da Iqbal Khan a Julius Baer hanno dimostrato che alcune persone stanno strascicando i piedi per prendere in consegna il lavoro di Thiam un giorno.

Francia: ex premier Fillon rinviato a giudizio

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

L’ex premier francese, Francois Fillon, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di appropriazione indebita di fondi pubblici. 

L’accusa aveva interrotto la corsa alle elezioni presidenziali dell’ex premier aprendo la strada all’attuale presidente, Emmanuel Macron. 

La corte per i reati finanziari francesi ha accusato Fillon anche di appropriazione indebita di beni aziendali. Fillon ha 10 giorni di tempo per presentare ricorso contro la decisione dei giudici. 

L’ex premier ha ripetutamente negato le accuse, affermando che fossero una campagna diffamatoria per annullare la sua candidatura. 

vdc 

 

(END) Dow Jones Newswires

April 23, 2019 13:08 ET (17:08 GMT)