Generali Ass.: cancella limiti età, verso conferma Galateri (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Generali si prepara a cambiare lo statuto per eliminare 

il limite dei 70 anni per il presidente della compagnia. Oggi si riunirà 

il consiglio di amministrazione dell’assicurazione di Trieste e secondo 

quanto risulta a MF-Milano Finanza i consiglieri sono pronti a dare il 

loro via libera alla modifica dell’articolo 29.1 che potrà aprire la 

strada alla riconferma alla presidenza di Generali Assicurazioni di 

Gabriele Galateri di Genola (che nel frattempo è stato contattato da 

Vivendi per il vertice di Tim ), prossimo ai 72 anni. 

All’assemblea straordinaria che dovrà cambiare lo statuto e nominare il 

nuovo consiglio di amministrazione mancano ancora più di tre mesi, 

considerando che l’attuale Cda arriverà a scadenza con l’approvazione del 

bilancio 2018. C’e insomma ancora tempo e lo scenario appare fluido, con i 

principali soci che continuano ad aumentare la presa. Nei giorni scorsi 

sia Francesco Gaetano Caltagirone sia Leonardo Del Vecchio hanno 

arrotondando ulteriormente la propria quota, arrivando rispettivamente al 

4,715% del capitale e al 3,737%. Entrambi appaiono favorevoli 

all’innalzamento del limite d’età per la presidenza, mentre contrario 

sarebbe Lorenzo Pellicioli. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 12, 2018 02:42 ET (07:42 GMT)

Bper: Cimbri, è uno dei destinatari di Unipol B. (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

L’amministratore delegato di Unipol, Carlo Cimbri, ha 

confermato le indiscrezioni riportate nei giorni scorsi da MF-Milano 

Finanza secondo cui Bper si sta muovendo per conquistare Unipol Banca. La 

banca modenese “è uno dei possibili destinatari” di Unipol Banca, la 

controllata del gruppo assicurativo da tempo destinata ad essere ceduta. 

Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, il gruppo modenese guidato 

da Alessandro Vandelli avrebbe conferito mandato a Citi per lavorare al 

dossier. Bologna, invece, che in passato ha lavorato proficuamente con 

Mediobanca, dovrebbe selezionare l’advisor finanziario in tempi brevi e 

comunque entro la fine del mese. L’obiettivo infatti sarebbe definire le 

condizioni del deal in tempi rapidi per poter procedere nella prima metà 

dell’anno. 

A tal proposito Cimbri oggi non ha commentato questi rumors 

sull’imminente scelta di un consulente da parte di Unipol . Il top manager 

ha sottolineato che il gruppo non ha fretta di concludere la cessione di 

Unipol Banca, ma piuttosto è necessario “che ci sia un incastro con la 

strategia di un altro gruppo bancario”, ossia una strategia coerente con 

quella di di un operatore che voglia acquistare un gruppo, come Unipol 

Banca, che è stato appena ripulito dai crediti in sofferenza grazie alla 

drastica azione annunciata l’anno scorso. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 12, 2018 02:42 ET (07:42 GMT)

Cdp: arriva Pellegrini come super consulente (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Un banchiere di lungo corso e comprovata esperienza internazionale per la Cassa Depositi e Prestiti. Il braccio finanziario del ministero delle Finanze, guidato dall’amministratore delegato Fabrizio Palermo, ha deciso di affidarsi a un super consulente per ciò che riguarda le attività nel settore dell’equity. 

Così, secondo quanto appreso da MF-Milano Finanza, da qualche settimana è entrato in azione Andrea Pellegrini, uno dei più noti banker italiani degli ultimi 30 anni. Pellegrini, dopo essersi fatto le ossa in qualità di senior credit analyst in Barcalys (1988-1990), ha avuto una carriera di primo piano nelle principali banche internazionali. Per cinque anni, dal 1992 al 1997, ha ricoperto la carica di vicepresidente di Lehman Brothers, lavorando tra Londra e New York, per poi divenire, dal ’97 al marzo del 2009, presidente e managing director di Bank of America Merrill Lynch (ha avuto la responsabilità dell’investment banking per l’area Emea, oltre a essere co-head dell’investment banking in Italia), per poi passare tra la primavera e l’estate di dieci anni fa ai vertici di Nomura, ricoprendo la doppia carica di co-chairman e managing director della filiale italiana. Un ruolo che ha ricoperto fino al marzo del 2013, quando ha iniziato l’attività di partner e consulente per Thalia Advisors e poi Long Term Partners. 

La chiamata alle armi di Pellegrini da parte di Cdp però apre anche a nuovi e futuribili scenari per il banchiere formatosi in Bocconi (e poi al Mit di Boston) che oggi siede nei cda di Sias , Maire Tecnimont e Idea Capital Funds sgr, oltre a rivestire la carica di vice presidente del gruppo alberghiero Italian Hospitality Collection. Perché, secondo indiscrezioni di mercato, è possibile che i vertici di Cdp possano poi indicare la sua figura quale nuovo presidente del polo Sace-Simest. 

fch 

 

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December 12, 2018 02:22 ET (07:22 GMT)

Italo: Montezemolo, nei piani sbarco in Spagna e Regno Unito (Sole)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Ci stiamo guardando intorno. E’ chiaro che le nostre decisioni dipenderanno da come si muoveranno i singoli Paesi, ma noi siamo pronti”. 

Lo dice in un colloquio con il Sole 24 Ore il presidente di Italo, Luca Cordero di Montezemolo. Iralo ha già lo Uk Rail Franchising Pqq Passport, che consentirà di partecipare alle gare britanniche nel trasporto ferroviario, ma ci sono altri Paesi potenzialmente interessanti: “tra questi, per struttura morfologica, c’è sicuramente la Spagna, ma non è l’unico target a cui guardiamo”. 

Oggi il Cda di Italo sancirà la nomina di Gianbattista La Rocca come a.d. e di Flavio Cattaneo a vice presidente, mentre Montezemolo manterrà la carica. “La Rocca – prosegue il presidente di Italo – è un giovane manager con grande competenza nel business, partito come responsabile degli equipaggi di bordo operativi e cresciuto all’interno dell’azienda, che è stato scelto dal Ceo uscente a cui devo grande gratitudine. Cattaneo è stato fondamentale per il rilancio della società, che è partita tra lo scetticismo generale, da un foglio bianco e da una grande operazione imprenditoriale di rischio puro avviata dal sottoscritto e da un gruppo di amici. Da oggi avrà un ruolo strategico e di supporto al nuovo a.d. alla vigilia delle scelte cruciali che vedranno protagonista l’Europa e presiederà il comitato esecutivo, previsto dallo statuto, in cui siederanno oltre al Ceo e al vice presidente anche due consiglieri in rappresentanza del fondo Usa”. 

In merito ai ritardi dei treni, Montezemolo spiega che “siamo coscienti che esiste un problema e siamo sempre disponibili a confrontarci per individuare soluzioni che consentano di risolvere le problematiche di efficienza della rete. Però non vorremmo che tutto questo si risolvesse in un ritorno al passato”, ovvero in “qualche rigurgito anti-concorrenziale che vediamo attorno a noi”. In merito alla richiesta di Rfi di spostare parte del traffico su nodi alternativi, come Milano Garibaldi e Roma Tiburtina, Montezemolo ricorda che “Italo ha lottato molto per portare i suoi treni nelle stazioni principali e questo ha prodotto una forte crescita di passeggeri che saranno 17 milioni a fine 2018 sui 50 milioni complessivi dell’alta velocità. Non siamo perciò disponibili ad accogliere questa sollecitazione perchè rappresenta un atto contro la competitività e un passo indietro a detrimento innanzitutto di chi sceglie i nostri servizi”. Da Rfi, conclude, “ci aspettiamo che metta in campo gli interventi necessari per migliorare l’infrastruttura sia in termini di numeri che di manutenzioni e che ciò avvenga attraverso una pianificazione attenta e non solo come risposta alle emergenze”. 

rov 

 

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December 12, 2018 02:22 ET (07:22 GMT)

Polizze vita a rischio di morte

phastidio.net 11.12.18

Sul Financial Times, un commento di John Gapper su un tema che diverrà sempre più attuale, al crescere dell’avanzamento tecnologico e della sua invasività nelle nostre vite: la progressiva erosione del concetto di aggregazione del rischio (risk pooling) nello strumento della polizza vita per opera del meccanismo di selezione avversa. Un tema molto rilevante perché rischia di spostare sulla fiscalità generale nuovi oneri.

Come noto, le assicurazioni vita (e quelle sanitarie) sono basate sul risk poolingdelle longevità individuali degli assicurati. Alcuni fattori di rischio sono riconducibili allo stile di vita, e come tali possono essere controllati e modificati con opportuni incentivi. Ad esempio Discovery, un gruppo assicurativo multinazionale con base in Sudafrica, ha introdotto un programma a premi per incentivare il raggiungimento e mantenimento di date soglie di attività fisica.

Ad uno dei programmi è associato il rimborso delle rate mensili di un Apple Watch, usato per il tracciamento dei progressi nell’attività fisica. I risultati sono positivi in tutti i paesi in cui la compagnia ha attivato lo schema di incentivi. La prassi di incentivare i comportamenti “sani” e l’esercizio fisico si sta estendendo ad altri assicuratori vita e salute. E sin qui, tutto bene. I problemi, commenta Gapper nel suo editoriale, nascono quando si consideri che non è solo lo stile di vita sano a determinare gli esiti di salute ma anche il patrimonio genetico. E nel secondo caso, almeno per ora, non c’è modo di modificare condizioni negative e criticità.

Se da un lato, almeno sinora, gli assicuratori hanno accettato di rispettare un codice di condotta che eviti screening genetici degli assicurati, non c’è nulla che impedisca a questi ultimi -in prospettiva- di indagare i propri profili di rischio genetico ed agire di conseguenza. Ad esempio, chi dovesse sottoporsi a test genetico ed apprendere di avere il rischio di sviluppare una patologia cronica avrebbe un forte incentivo ad assicurarsi, mentre chi fosse al riparo da questo rischio finirebbe con l’evitare l’esborso di una polizza sanitaria. Per quelle più strettamente di tipo vita resterebbe in essere la motivazione di investimento del risparmio.

In questo modo, quindi, al diffondersi della possibilità di conoscere i propri fattori di rischio genetico, si assisterebbe ad una progressiva erosione del risk pooling, ed al parallelo deterioramento dei conti degli assicuratori, che ad un certo punto straccerebbero gli impegni di non intrusione nella “privacy genetica” degli assicurati, e di conseguenza il prodotto Vita e Salute finirebbe ad essere solo un fondo comune con abbinata l’iscrizione alla palestra, per dirla in modo spiccio.

Come scrive Gapper a chiusura del pezzo, quando gli assicuratori non conoscevano le probabilità di vita degli assicurati, il loro lavoro era più semplice. La tecnologia è destinata a privarli dell’ignoranza.

Gialloverdi che leggono Keynes, ma non lo applicano

Massimo Bordin micidial.it 11.12.18

Ho oramai ben pochi dubbi che Salvini, Di Maio, Borghi e Bagnai soffrano della sindrome di KeynesBlog. Come capita sovente ai redattori del noto blog economico, infatti, anche i gialloverdi al governo leggono Keynes, ma capiscono Hayek (suggerimento per Guido Iodice e gli altri: e ribattezzarlo HayekBlog no?).

Bisogna aprire il cervello e fare delle analisi, anche se gli altri politici a confronto di Bagnai e di Borghi fanno vomitare il ragù dell’anno scorso. E per fare analisi servono dei dati; quali abbiamo noi finora? Salvini e Di Maio fanno UN DEFICIT MINORE di Renzi, Letta, Gentiloni e persino di Mario “Dracula Monti… MINORE!!!! ma dichiarano, per bocca di Bagnai che “la manovra ha un impianto espansivo…” . Bè, per quanto – e lo ribadisco – il linguaggio di questo governo sia più accettabile di quello finora sentito, il termine “espansivo” applicato a questa manovra lo vanno a rifilare a qualche druido in Val Camonica, non al sottoscritto.

Resta inteso che salario minimo e pensioni in linea con la dignità del lavoratore vanno benissimo. La dignità è un valore non emendabile. Anche sui migranti il segnale anti-tratta c’è stato, e bello chiaro. Giù applausi, ma non si può parlare di Keynes o di manovra espansiva, per carità del Signore, evitiamo le menzogne almeno a Natale.

Adesso tutti i sostenitori del governo a ripetere: “non importa che il deficit sia 2% o 2,4% o 3%… quello che conta è IL CONTENUTO del deficit….”, ma se leggiamo la Teoria della Moneta di Keynes, c’è scritto che può andare bene anche pagare per scavare buche e poi riempirle, SE NON TROVI DI MEGLIO, pur di aumentare il denaro in circolazione, se esso è scarso, ed è proprio questo il nostro caso.

Sono tutti concentrati nel sostenere che il reddito di cittadinanza è bello, oppure brutto, ma nessuno che insiste sul fatto che la Francia supererà il 3% di deficit. Questo è il grande risultato che le proteste d’oltralpe hanno raggiunto in pochi giorni, mentre da noi si fa meno deficit degli anni dell’austerità.

E’ chiaro, oppure no?

Riproviamo con i numeri razionali, quelli della scuola elementare. Allora, con molta pazienza: tutti gli Stati della UE (meno la Germania) hanno fatto deficit del 5%, dell’ 8%, del 10% e persino del 30% del PIL (Irlanda) negli ultimi anni.

In Italia, invece, cosa abbiamo visto? Che si è attuato il famoso piano B. Il piano B era però questo: “applicando il Piano A da Palazzo Chigi sosteniamo di fare il 2,4% di deficit pubblico, ma se voi alla UE dite di no, allora noi per ripicca facciamo il 2%”. Keynes dentro la tomba sta facendo la trottola da tanto che gira. Se le cose non cambieranno – magari grazie ai gilet gialli francesi – il governo gialloverde spenderà per gli italiani MENO di quanto spese il pd. Se ci aggiungiamo l’inevitabile recessione (inevitabile con questi numeri, lo scrivo da mesi), l’elettorato starà poco a riconsegnare il paese nelle mani dei soliti noti.

Intesa Sanpaolo retrocede a BPVi in Lca altri crediti deteriorati. Bankitalia lo comunica con calma e senza cifre: la forma è salva, la sostanza la conoscono i risparmiatori azzerati

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 11.12.18

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Intesa ha retrocesso il 23 ottobre scorso a quel che resta della popolare vicentina (ossia alla procedura di liquidazione) crediti che Bankitalia si guarda bene dal quantificare nella sua nota di ufficializzazione, solo, odierna che pubblichiamo di seguito* e qui linkiamo. Chissà come mai… Intanto in forza del contratto “capestro” e notturno del 26 giugno 2017, parallelo e contemporaneo al dl 99 del 25 giugno, oltre a pagare la Banca Popolare di Vicenza la bellezza di… 50 centesimi di euro la banca di Carlo Messina (nella foto con Ignazio Visco, governatore di Bankitalia) ha beneficiato di una erogazione da parte dello Stato di 4 miliardi 785 milioni di euro a fondo perduto oltre ad altre provvidenze e condizioni contrattuali.

Tra queste c’era quelle per cui Intesa San Paolo poteva “retrocedere”, sulle base di sue decisioni e per ben tre anni, alla BPVi in Lca i crediti in pancia alla ora defunta popolare berica qualora questi fossero peggiorati come status, da in bonis a incaglio o a sofferenza (i famosi NPL, o crediti deteriorati).

Ecco, quindi, dove nasce l’ennesima retrocessione del 23 ottobre di crediti alla liquidazione (ora si stanno avvicinando a un miliardo di euro), nulla retrocedendo, però, dei vantaggi

Continua, poi, ad abundantiam, l’estrema trasparenza della nostra Authority sul credito, che comunica i crediti rispediti al mittente ma non li quantizza, e questo dopo i “brillanti” risultati della sua attività di vigilanza che in terra veneta ha esplicitato le proprie virtù a tutto tondo, sulle spalle dei poveri risparmiatori per poi costituirsi addirittura come parte civile nel processo i cui capi di imputazione (ostacolo alla vigilanza…) la mettono al riparo da ogni responsabilità al punto tale da farla passare per danneggiata…

E ancora una volta Intesa Sanpaolo plaude e gongola sugli ottimi risultati reddituali ottenuti grazie all’affare finanziario del millennio e, visto che è, udite udite, il principale azionista di Palazzo Koch, si prepara a percepirne anche quest’anno i succulenti utili oltre quelli che, magari, un giorno saranno anche rimpinguati dai danni che Banca d’Italia potrebbe vedersi riconosciuti.

Chissà … a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca quasi sempre, come diceva qualcuno che nei palazzi del potere ha soggiornato per decenni.

Questa notizia, gli diamo atto della sua costante attenzione, ci è stata segnalata da Silvano Trucco, ex dg di Bene Banca, un’altra delle banche amate dall’ex Istituto centrale che la commissariò in “maniera precauzionale” (favorendo anche un cospicuo flusso di cassa verso Zonin & company) e con una velocità inversamente proporzionale alla calma con cui ha sanzionato ex post i vertici della banca vicentina, da Gianni Zonin in giù, e con cui oggi, 11 dicembre, ci ha ufficializzato quanto deciso da Intesa il 23 ottobre scorso.

Di sicuro rispettando le formalità, mentre, però, la sostanza, i danni miliardari, pesa su centinaia di migliaia di risparmiatori azzerati.

*Banca Popolare di Vicenza S.p.A. in l.c.a. – Contratti di cessione di crediti deteriorati. 

In data 31 ottobre 2018 Intesa Sanpaolo S.p.A. ha retrocesso a Banca Popolare di Vicenza S.p.A., in liquidazione coatta amministrativa, i crediti deteriorati già oggetto delle operazioni di cartolarizzazione “Berica PMI 2”, “Berica 10 Residential MBS” e “Berica ABS 2”, in esecuzione di quanto previsto dal contratto del 26 giugno 2017 per la cessione di attività, passività e rapporti giuridici di Banca Popolare di Vicenza S.p.A., in liquidazione coatta amministrativa, e in conformità con le previsioni di cui all’art. 4 del D.L. n. 99 del 25 giugno 2017, recante “Disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A.” (conv. nella Legge n. 121, del 31 luglio 2017).

In data 23 novembre 2018 Banca Popolare di Vicenza S.p.A., in liquidazione coatta amministrativa, ha poi ceduto i crediti deteriorati sopra menzionati alla Società per la Gestione di Attività – SGA S.p.A., in esecuzione di quanto previsto dal contratto di cessione stipulato con la citata SGA l’11 aprile 2018 e in conformità con le previsioni di cui all’art. 5, comma 1, del citato D.L. n. 99/2017.
Delle predette cessioni si dà notizia ai sensi e per gli effetti dell’art. 3, comma 2, dell’art. 4,
comma 6, e dell’articolo 5, comma 1, del D.L. n. 99/2017.  

EURO-FOLLIE/ La Francia ha il 3,4% di deficit: la doppia morale dell’Ue condanna l’Italia

La Francia porterà il deficit/Pil al 3,4%, ma la Commissione europea non sembra disposta a fare sconti all’Italia: deve stare sotto il 2%

12.12.2018 – Paolo Annoni ilsussidiario.net

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Pierre Moscovici, commissario agli Affari europei (LaPresse)

Ieri mattina la Repubblica dava la notizia che la Commissione europea sarebbe stata disponibile a concedere all’Italia un deficit su pil dell’1,95% nel 2019. Con il passaggio delle discussioni alla seconda cifra decimale possiamo ufficializzare la surrealità del dibattito. Ci appassioniamo alle seconde cifre dopo la virgola in un contesto macroeconomico e geopolitico in cui contiamo molte variabili che invece potrebbero spostare i punti percentuali. Nelle stesse ore dello scoop sul deficit all’1.95% della Repubblica, Les Echos dava le prime stime sul nuovo deficit francese dopo le dichiarazioni di Macron: 3,5% rispetto al 2,8% “promesso” alla Commissione per il 2019 e sensibilmente sopra il limite del 3% delle “regole europee”. Questo, naturalmente, al lordo del rallentamento del 2019. In serata le stime di Les Echos si rivelavano sostanzialmente corrette e sbagliate in eccesso per uno 0,1%. Per qualche ora abbiamo assistito alla trepidazione dei “mercati” e della “stampa” per uno 0,05% di deficit italiano mentre la Francia spostava il suo deficit almeno dello 0,6% sforando per l’ennesima volta la formula magica del 3%. Poi ci dicono che non dobbiamo pensare male e che questa non è una “narrazione” che fa acqua da tutte le parti.

In questa vicenda ci colpiscono due aspetti. Il primo aspetto è il livello del dibattito in Italia che continua a rimanere attaccato a un’impostazione che, forse, potrebbe essere valida in periodi di crescita e stabilità, ma che risulta folle in questa fase. È da queste cose che si comprende quanto sia ideologico un certo “europeismoeuro“ e quanto le “regole europee” siano ormai lunari. Infatti, questa è l’impostazione europea che ha fissato paletti, limiti e politiche che perdono qualsiasi efficacia in periodi di volatilità. Paletti che la burocrazia continuerebbe a “guardare” a prescindere da qualsiasi evoluzione esterna.

Questa è l’impostazione di chi ci avvisa delle preoccupazioni dei “mercati”, come se in questa fase quello che spaventa o preoccupa i mercati fosse lo 0,1% del Pil. In questo scenario chi contesta questa impostazione poi può proporre e fare qualsiasi cosa; se le uniche due opzioni sono le discussioni sulle seconde cifre decimali in questo contesto macro o il rifiuto di questa impostazione, chi continua, imperterrito, a parlarci del 2% perde qualsiasi credibilità. Stesso discorso vale per l’ossessiva difesa di una diversità di trattamenti all’interno dell’Europa che è tutta politica. I populisti nostrani possono stare tranquilli per le prossime due generazioni. La discussione che ci appassionerebbe è quella su cosa si deve fare nel momento in cui si ignorano, come è giusto che sia, le “regole europee”.

Il secondo aspetto è la schizofrenia del dibattito intra-europeo, perché se un Paese come la Francia si “rimangia” il deficit promesso dello 0,6% dopo quattro mesi facendo intravedere variazioni anche maggiori e nello stesso tempo la Commissione tiene inchiodato un altro Paese a una discussione sullo 0,1% mentre il grafico di Deutsche Bank continua a ricalcare quello di Lehman vuol dire che c’è qualcosa che non va nell’assetto di fondo. E questo non è un male per l’Italia, ma per tutta l’Unione. Si dovrebbe riconoscere che la gestione delle “crisi” sovrane all’interno dell’Unione è stata impostata in un’ottica di competizione interna che ha indebolito l’Europa e che l’Unione è stata messa in crisi da un’applicazione asimmetrica delle regole.

Abbiamo poi dei dubbi sul fatto che l’Unione si possa salvare continuando con un processo di integrazione calato dall’alto dalle “élites” e guidato da un accordo franco-tedesco o solo tedesco. Difendere questo modo di fare a prescindere, continuando a nascondere gli errori fatti, forse non aiuta la causa europea. Intanto registriamo che l’Italia è scomparsa e Theresa May non passa da Roma per le consultazioni sull’accordo con l’Unione europea. Il problema, purtroppo, non è nemmeno questo Governo, ma tre decenni di svendite, europeismo ideologico e ostinata difesa dell’attuale assetto burocratico, giustizia inclusa.

J. A. Kregel – Crescita e moneta unica: il paradosso della politica fiscale (Allegato alla “Politeia” di Savona)

Di Carmenthesister – Dicembre 11, 2018 vocidallestero.it

Una esauriente e approfondita scheda esplicativa sullo studio intitolato “Crescita e moneta unica: il paradosso della politica fiscale” elaborato dall’economista J. A. Kregel e allegato al documento  “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa” che il Ministro Paolo Savona ha proposto come base di discussione al Consiglio europeo al fine di verificare la reale rispondenza della architettura europea agli obiettivi di crescita di piena occupazione e di stabilità che sarebbero alla base dei trattati.  Il documento di Kregel, estremamente significativo,  dimostra su base scientifica la natura paradossale dell’impianto della moneta unica, che con le sue regole di rigore fiscale nel lungo periodo non può che portare o a condizioni di stagnazione permanente o ad un’intrinseca fragilità finanziaria tipica di uno schema Ponzi, che si scaricherebbe sul resto del mondo. Una follia economica. 

Ringraziamo il curatore della scheda Beppe Vandai, che ha spesso collaborato con Vocidallestero traducendo articoli di particolare rilevanza. Beppe, di formazione filosofica, vive da 32 anni in Germania e ha fondato ad Heidelberg il circolo di discussione politico-culturale Volta la Carta!! e a Treviso il circolo Risorse, sui temi dell’economia.

Scheda a cura di Beppe Vandai sul documento di Jan A. Kregel* “Crescita e moneta unica: il paradosso della politica fiscale”

*Jan A. Kregel è un importante economista post-Keynesiano, direttore del programma «Politica monetaria» presso il Levy Economic Institute of Bard College e professore di Development Finance presso la Tallinn University of Technology. Ex professore di Economia Politica presso l’Università degli Studi di Bologna ed ex professore di Economia Internazionale presso il Johns Hopkins University’s Paul Nitze School of Advanced International Studies, dove è stato anche direttore associato del Bologna Center dal 1987 al 1990.

La Moneta unica e la stabilità del cambio

Con il sistema di Bretton Woods i tassi di cambio tra le monete erano fissi, ma modificabili di comune accordo. La moneta di riferimento era il dollaro statunitense, a sua volta scambiabile ad un tasso con l’oro, fisso e immodificabile. Nel 1971–73 questo sistema collassò e lasciò il posto in breve tempo alla pratica dei cambi flessibili tra le monete. Negli anni settanta del secolo scorso però l’Europa comunitaria avviò il progetto della moneta unica. La fase preparatoria doveva consistere nel sistema del serpente monetario a banda stretta (solo ± 1%, poi ± 2,5%). Entrambi i tentativi si dimostrarono di difficilissima realizzazione.

La moneta unica europea, varata nel 1999, introduceva due grandi novità:

Cambi fissi all’interno dell’Eurozona, ma variabili tra Euro e resto del mondo, impediscono il libero aggiustamento tra la moneta di ogni singolo paese dell’Eurozona ed il resto del mondo; il rapporto risulta infatti sempre mediato dal rapporto tra Euro e la moneta extra-Euro in questione. Ad esempio, se l’Euro in certo periodo fosse risultato essere più forte rispetto al dollaro di quanto sarebbe stato lo scudo portoghese, le merci portoghesi offerte in euro al di fuori dell’Eurozona sarebbero risultate più care; ergo: calo della loro vendita e peggioramento della bilancia commerciale portoghese. Viceversa, se l’Euro fosse risultato essere più debole rispetto al dollaro di quanto sarebbe stato il marco tedesco, le merci tedesche sarebbero risultate più facilmente vendibili al di fuori dell’Eurozona; ergo: miglioramento della bilancia commerciale tedesca verso l’area extra-eurozona. In breve: aumenta la divaricazione tra paesi più competitivi e paesi meno competitivi dell’Eurozona. I primi risultano favoriti, i secondi sfavoriti.

Essendo l’Euro emesso da una istituzione scollegata da un governo e da un bilancio nazionali o sovranazionali, spariva la coordinazione tra la creazione di liquidità e i tassi di interesse e la politica fiscale. Di nuovo: risultavano impossibili manovre differenziate di stimolo o di raffreddamento delle economie nazionali. Ne risultavano svantaggiati i meno competitivi, avvantaggiati i più competitivi

Aggiustamenti interni agli squilibri esterni

Con la moneta unica, venendo a mancare l’aggiustamento tra le valute nazionali precedenti all’Euro, la variabile di maggiore impatto per i riequilibri tra le economie nazionali diventava il livello dei salari. Un paese con un problema di bilancia commerciale negativa non poteva fare altro che cercare di tenere bassi i salari o di comprimerli. In teoria nulla vieterebbe che accadesse il contrario, cioè che i paesi più concorrenziali aumentassero i salari di più rispetto ai meno concorrenziali, ma la logica economica vigente in Europa sembra non considerare questa variante. Solo il miglioramento della bilancia commerciale dell’Eurozona verso il resto del mondo viene presa in considerazione.

La conseguenza: una compressione sulla domanda aggregata dell’Eurozona e una tendenza inevitabilmente deflazionista. Cioè: riduzione o azzeramento dell’inflazione o addirittura deflazione pura. Ovviamente, ne conseguono tassi di interesse calanti o addirittura negativi e aumento della disoccupazione e del lavoro precario.

Che queste sarebbero state le conseguenze era inciso nel corpo della costituzione materiale europea voluto con l’Atto unico europeo (1986) e con il Trattato di Maastricht (1992). Infatti, vi si disinnescava in modo crescente anche l’unica leva che in teoria rimaneva a disposizione per controbilanciare gli squilibri: quella fiscale, cioè il finanziamento di politiche pubbliche volte a stimolare la domanda aggregata (consumi e investimenti). La tendenza a rendere inservibile la leva fiscale si incrudì con il Fiscal compact ed il Six Pack (2012), allorché si iniziò a prescrivere il pareggio o il surplus del bilancio statale. Con ciò il bilancio pubblico, nota Kregel, viene trattato come quello di qualsiasi ente privato.

Con un’unica gestione dei tassi di interesse da parte della Banca Centrale Europea prese le mosse un’altra distorsione delle regole classiche di funzionamento delle economie di mercato: quella del rapporto tra livello di rischio e i tassi di interesse. Infatti, dando la sensazione che con l’Euro non c’erano più differenti rischi di credito, i tassi di interesse nominali iniziarono rapidamente ad uniformarsi nell’Eurozona. Così, i governi dei paesi meno competitivi, nel primo decennio dell’Euro, poterono stimolare la spesa pubblica per evitare di giungere alla compressione salariale e alla spinta deflazionista sulle proprie economie.

Con la crisi finanziaria del 2008, però, il re era nudo. Il sistema creditizio si rimise a prezzare in modo differenziato il rischio del finanziamento sia ai privati che agli stati. Iniziò la ben nota storia degli spread. Interessi improvvisamente molto alti per i paesi meno competitivi, cioè meno sicuri, iniziarono a strangolare sia il settore pubblico che quello privato di questi paesi. L’Eurozona rispose con i Fondi salva-stati. Vista la loro insufficienza, nel 2012 Draghi dovette pronunciare il famoso “what it takes”. La BCE dichiarò che l’acquisto di titoli di stato (poi anche privati) sul mercato secondario sarebbe proseguito, anzi si sarebbe allargato.

Primi riconoscimenti dell’impatto della politica monetaria e delle restrizioni fiscali 

J. KREGEL cita ampiamente “Derailed” (“Deragliati”), il breve scritto di Winne Godley del 1993. Godley, uno dei principali esponenti della scuola post-keynesiana, spiegò già allora come il ‘grosso buco nel Trattato di Maastricht’ fosse la mancanza di una politica fiscale adeguata, o meglio, la contraddizione tra una politica monetaria centralizzata e politiche fiscali decentrate e depotenziate. La politica monetaria e quella fiscale dovrebbero invece essere coerenti in questo senso: la politica fiscale deve risolvere i problemi che quella monetaria crea, e viceversa. Perciò devono essere pensate centralmente. In uno stato democratico, entrambe vanno gestite da istituzioni democraticamente elette e collocate allo stesso livello, non dovrebbero essere dirette da centri tecnocratici, tanto più se questi usano il ‘pilota automatico’.

La crisi finanziaria del 2009 e la politica fiscale straordinaria. Rafforzare i vincoli fiscali riduce la flessibilità della risposta alla crisi

Una volta che i nodi vennero al pettine, nel 2009, l’Eurozona non volle riconoscere che la costruzione dell’Euro era diventata insostenibile, mancando di una politica fiscale di sostegno della domanda aggregata e degli investimenti. Invece di provvedere in tal senso si inasprì ulteriormente la stretta sui bilanci statali. Perché? Per mantenere forte l’Euro, addirittura per rafforzarlo. Si anteponeva cioè il cambio della moneta all’equilibrio macroeconomico dell’intera area. Ne risultò una tendenza deflazionistica che punì ampi strati della popolazione. Per metterci una pezza Draghi agì di nuovo con la leva monetaria, iniziando il Quantitative easing. Il risultato fu di guadagnare tempo senza risolvere la contraddizione-base dell’Eurozona.

Stabilità fiscale e fragilità finanziaria 

Con il 2012 l’Eurozona – grazie al Fiscal compact – ha reso ancora più paradossale la propria politica economica. Esigendo che gli stati giungessero, per di più in fretta, al pareggio di bilancio, per poi passare al surplus di bilancio, imponeva loro di fare il cosiddetto hedge financing, cioè di avere un flusso di cassa sicuro e in grado di pagare puntualmente sia gli interessi per un debito contratto che il debito stesso. Come si può centrare in generale questo obiettivo? Di solito con un mix di crescita sufficiente del PIL e inflazione, magari anche con moderati aumenti della tassazione. Ma il nocciolo del problema rimane la crescita del PIL. E questa da dove può venire? Dato il Fiscal compact, il mercato interno non può assolvere questo compito, visto che si riduce il reddito disponibile per i consumi e gli investimenti. Non resta in teoria che la domanda estera. Ma qui ci si incaglia su una grave difficoltà, sull’Euro stesso. Per i paesi che devono ridurre il deficit c’è un primo problema: siccome il grosso delle esportazioni dei paesi dell’Eurozona sono interne alla stessa e non sono più possibili degli aggiustamenti di cambio per le economie in difficoltà, non resta che la cosiddetta “svalutazione interna”, cioè il calo dei prezzi dei beni e dei servizi, ovvero una forte disinflazione. Come si fa? Riducendo i salari in termini reali. A questo punto è però certa la decrescita interna e non è chiaro se l’aumento delle esportazioni sarà superiore alla decrescita. A ciò si aggiunga che la terapia del Fiscal compact viene consigliata e somministrata contemporaneamente a tutti i paesi dell’Eurozona. Non si capisce come questo schema possa funzionare. I maggiori successi, senza danni collaterali, dovrebbe offrirli l’export verso paesi esterni all’eurozona. È pensabile che, seguendo tutti l’esempio tedesco, stringendo la cinghia e aumentando la competitività, l’intera eurozona raddoppi il surplus commerciale con il resto del mondo, passando da un surplus annuo di 400 mld. € a 800 mld. €. Ma il resto del mondo accetterà questa enorme pressione mercantilistica? E poi, una tale strategia può avere successo sul medio-lungo periodo?L’Euro aumenterebbe di valore, le merci dell’eurozona diventerebbero più care per gli acquirenti esteri. A quel punto il surplus si ridurrebbe. Ci sarebbe sempre la strada della manipolazione del valore delle moneta. Si comprerebbero allora, alla grande, assets esteri. L’estero si indebiterebbe sempre di più. Lo si costringerebbe a passare a forme di finanza speculativa e rischiosa. Ad un certo punto gli assets finanziari esteri comperati dall’eurozona perderebbero di valore. In casi estremi diventerebbero carta straccia. Pensando la cosa fino in fondo, eccolo il futuro radioso che la filosofia eurista ci offrirebbe!

 **** NOTA BENE: KREGEL mette a frutto concetti elaborati da Hyman Minsky e con essi testa sia la teoria che la pratica eurista. Centrale è la constatazione che per chiunque, impresa, famiglia o stato sono possibili tre scenari creditizi: lo hedge financing, lo speculative financing e il Ponzi financing. Che si intende con questo? Si ha hedge financing (finanza coperta) quando il debitore è in grado di sostenere puntualmente, con il suo flusso di risorse, sia il pagamento degli interessi che la restituzione del capitale. In genere dà anche in garanzia dei beni o dei titoli finanziari. Si ha speculative financing (finanza speculativa) quando il flusso di cassa riesce a coprire gli interessi maturati, ma il debitore non è in grado di restituire per tempo il capitale o parte del capitale prestato. Si hanno dunque continue ricontrattazioni del debito. Se nulla cambia nel flusso di cassa, ad un certo punto si avrà l’insolvenza del debitore. Si ha Ponzi financing (finanza alla Ponzi) quando il debitore non ha nemmeno un flusso di cassa per pagare gli interessi sul debito contratto. Il ‘nostro’ Ponzi (dal nome di un imbroglione italo-americano) punta sul fatto che gli assets che ha comperato aumentino talmente di valore da poter ripagare sia interessi che capitale. Di solito finisce malissimo. La crisi americana dei subprime calza a pennello per illustrare questo caso. Negli USA il sistema finanziario, per alimentare la crescita dell’economia, spinse parecchia gente a vestire i panni del ‘buon’ Ponzi. Com’ è andata a finire lo sappiamo. Minsky ha analizzato anche come si creano cicli finanziari in cui un sistema economico passa per le tre tappe del tipo di indebitamento. È giunto anche alla conclusione che è soprattutto l’indebitamento privato ad essere labile e pericoloso. Kregel usa il suo armamentario concettuale per sottolineare che, nel caso europeo, la volontà stessa di hedge financing, male intesa, conduce involontariamente paesi o settori economici verso lo speculative financing o addirittura al Ponzi financing. *****************

Stabilità fiscale, fragilità finanziaria : il paradosso della politica fiscale 

Il combinato di Fiscal Compact (FC) + Six Pack europeo (SPE) chiama gli stati dell’eurozona alla riduzione del rapporto Debito Pubblico (DP)/PIL fino alla soglia del 60% entro 20 anni. Al momento solo tre piccoli stati (Estonia, Lussemburgo e Lettonia) sono al disotto di quella soglia. Per l’Italia la forbice che andrebbe chiusa per il passaggio sotto-soglia è del 70% del PIL (da 130% a 60%).L’intenzione è di costringere gli stati dell’€Z a praticare quello che Minsky chiamava hedge financing in un contesto in cui anche il debito privato sia sostenibile, cioè non cresca per via della diminuzione del debito pubblico. Si tratterebbe cioè di spingere sia il settore pubblico che quello privato contemporaneamente sulla via dell’ hedge financing.

Quale la via per raggiungere l’obiettivo proposto? Agire sul numeratore del rapporto DP/PIL senza che il denominatore (cioè il PIL) scenda, anzi aumenti almeno moderatamente. Si tratterebbe di seguire la Germania che ha praticato prima il pareggio e ora il surplus del bilancio pubblico contenendo il consumo dello stato, incentivando il risparmio in generale e contenendo gli investimenti privati. La cosa in Germania sta riuscendo. Ma in che contesto? La Germania ce la sta facendo da sola o grazie all’espansione all’estero? La risposta: da soli è logicamente impossibile farlo. Per capirlo dobbiamo dapprima studiare come funzionano le cose in un’economia chiusa, che non interagisca con l’estero. Ma il discorso vale anche per economie che di fatto hanno una bilancia commerciale in pareggio con l’estero.

Per seguire Kregel però ci servono ora almeno conoscenze rudimentali della contabilità nazionale:

[La contabilità nazionale di un’economia chiusa parte dalla definizione di PIL annuale di un paese quale valore aggiunto in un dato anno generato da tutte le attività economiche. Il valore aggiunto lordo (VAL) viene calcolato, per qualsiasi agente economico (per la Volkswagen, come per il negozio di parrucchiere all’angolo), sottraendo dai ricavi (l’importo lordo di ciò che si è venduto) i costi per l’acquisto di materiali e prestazioni esterne necessarie alla produzione di beni o alla fornitura di servizi (dalle materie prime, ai semilavorati, al pettine del parrucchiere, ai costi per l’energia e per la pubblicità, alle spese generali, alla riparazione di una macchina ecc.). Per un’impresa, in pratica il VA lordo comprende (a) il profitto lordo dell’impresa (prima della tassazione), (b) i salari lordi erogati e (c) l’IVA, detratte le sovvenzioni erogate alle imprese. Anche l’attività dello stato, preso come datore di lavoro, viene considerata così. Nell’aggregato del VA lordo nazionale (PIL) entrano anche il VA delle imprese finanziarie (banche ecc.), così come le rendite finanziarie dei privati o di associazioni private. Così il quadro sarà completo.

La formula canonica della contabilità nazionale dal lato della sua formazione è suppergiù questa:

( Equazione 1) Y = ( Ya + Ym + Ye + Ysp + Ysg + Yf + Yaff + Yv + IVA ) – Sovv.

laddove Y sta per l’aggregato totale che chiamiamo anche PIL (Prodotto Interno Lordo), Ya simbolizza il VA dell’agricoltura, Ym quello della manifattura, Ye quello dell’edilizia, Ysp quello dei servizi privati, Ysg quello dei servizi forniti dalla pubblica amministrazione, Yf quello generato nel settore finanziario (rendite dei clienti comprese), Yaff il VA dagli affitti e Yv quello da settori vari non ancora considerati. Infine, IVA sta per l’Imposta sul Valore Aggiunto e Sovv. per le sovvenzioni erogate in quell’anno. Ben si capisce come sia complicato fare questo calcolo in tempi rapidi (necessari per agire in fretta).

C’è però un altro metodo, più rapido per calcolare il PIL: calcolare non come si è andato formando, bensì come è stato utilizzato. Perciò – per un’economia chiusa – viene usata quest’altra equazione:

(Equazione 2) Y = C + I + G,

laddove Y sta sempre per l’aggregato totale che chiamiamo anche PIL (Prodotto Interno Lordo), C sta per l’aggregato totale dei consumi privati di quell’anno, I simbolizza il totale degli investimenti lordi dei privati (le posizioni principali che vi rientrano sono: le spese delle imprese per gli impianti produttivi e per la propria edilizia, le scorte di beni prodotti in quell’anno e aggiuntesi all’invenduto, infine le spese per l’edilizia abitativa). G simbolizza le spese dello stato e della pubblica amministrazione (spese per il personale, per i materiali acquistati per lo svolgimento corrente delle sue funzioni, per fornire beni di utilità sociale, per sussidi sociali, investimenti per infrastrutture e beni pubblici, ecc.). Nell’insieme, è più agevole calcolare questi tre aggregati. Ma i vantaggi non sono finiti, come vedremo fra poco.

Si giunge facilmente ad una terza equazione, che poi metteremo in relazione con la seconda. Il reddito generato (Y) si lascia disaggregare necessariamente, per chiunque abbia a disposizione un certo reddito, sotto tre voci: i consumi, le tasse ed il risparmio.

Da qui la terza equazione:

(Equazione 3) Y = C + T + S,

laddove C sta sempre per l’aggregato totale dei consumi privati di quell’anno, T simbolizza l’insieme dalla tassazione diretta, sugli individui e le imprese, S infine sta per il risparmio.

Ora, visto che nella seconda e terza equazione i membri di destra sono entrambi uguali a Y, ne consegue anche la validità della seguente quarta equazione:

(Equazione 4) C + I + G = C + T + S. Equazione ovviamente semplificabile in:

(Equazione 4.1) I + G = T + S, a sua volta trasformabile in:

(Equazione 4.2) G – T = S – I.

L’equazione 4.2 ci dice questo: in un’economia chiusa – basandosi esclusivamente sul reddito generato in un certo anno – la differenza tra il consumo dello stato e l’intera tassazione diretta di quell’anno deve essere (per definizione) uguale alla differenza tra il flusso di risparmio di quell’anno e gli investimenti privati, operati in quell’anno. L’equazione ci fornisce cioè una importante informazione: indipendentemente dalle dimensioni delle singole posizioni, che possono essere assai diverse, la differenza tra la coppia dei membri di sinistra e quella di destra è sempre uguale. Ad esempio, se uno stato ha un deficit di bilancio pari al 2,9% del PIL (cioè se G > T per il 2,9% del PIL), allora: S > I per il 2,9% del PIL. Dall’ equazione non sappiamo forse ancora né l’entità degli investimenti, né quella del risparmio, né come è andata l’economia in quell’anno, sapremo però che il risparmio delle famiglie (e forse anche delle imprese) ha sopravanzato gli investimenti di quell’entità. Dove sarà andato a finire quel saldo di risparmio? Avrà coperto il deficit statale di quell’anno. Quella fetta di reddito pari al 2,9% del PIL non consumato dai privati sarà stata allocata per finanziare i consumi e gli investimenti della pubblica amministrazione. Lo stato avrà dunque offerto ai risparmiatori un’occasione per piazzare quel surplus di nuovi risparmi e garantire loro, in futuro, un surplus di reddito. Uno stato ben gestito, però cercherà di non esagerare nell’offrire questa ‘droga’. Viceversa, se ad esempio lo stato avrà avuto un saldo di bilancio positivo dell’1,5% del PIL (per aver risparmiato sulla spesa corrente o sugli investimenti, oppure per avere aumentato la tassazione oppure combinando entrambe le cose) sapremo che il risparmio privato non sarà stato sufficiente a coprire tutti gli investimenti di quell’anno del settore privato. Ma allora come sarà stato finanziato quel saldo degli investimenti? In un’economia chiusa, in cui per definizione non può affluire risparmio dall’estero, magari si usano vecchie scorte di risparmio (ad esempio i privati, siano essi imprese o famiglie, venderanno alle banche asset accumulati in passato). In ogni caso il sistema bancario creerà dal nulla la quantità di moneta endogena necessaria. Non sapremo neanche, dall’equazione stessa, se uno stato, che ad esempio passa da un anno all’altro da un deficit di bilancio del 2,9% ad un surplus dell’ 1,5%, avrà favorito la crescita dell’economia o se l’avrà mandata in recessione. Quasi sicuramente sarà il secondo caso, ma per dirlo ci servirebbero altre informazioni. Non è infatti da escludersi che il settore privato si sia fortemente indebitato con il sistema bancario per sostenere gli investimenti e l’attività economica in generale. Se così fosse, la posizione debitoria dello stato sarebbe migliorata grazie ad un peggioramento speculare di quella del settore privato. Usando la terminologia proposta da Minsky, lo stato avrebbe fatto hedge financing, ma spinto il settore privato verso lo speculative financing.

[ **** NOTA BENE: a) ogni membro delle equazioni è un flusso aggregato (non va confuso con il totale degli stock precedenti accumulatisi); b) queste equazioni sono delle tautologie, cioè sono vere per definizione; questa parte dell’economia è sicuramente scientifica, poiché dedotta per via logica da definizioni; ciò garantisce anche lo statuto di verità della certezza a tutte le deduzioni correttamente effettuate a sua volta da queste equazioni.******************* ]

Orbene, dall’equazione 4.2 consegue pure la seguente

(Equazione 4.3) (T – G) + (S – I) = 0.

In parole: in un’economia chiusa – basandosi esclusivamente sul reddito generato in un certo anno – la somma del saldo del bilancio dello stato e del saldo netto tra investimenti e risparmio dei privati è uguale a zero. Detto altrimenti: in un’economia chiusa è logicamente impossibile che, in un dato anno, lo stato abbia un saldo positivo tra entrate e uscite (cioè che le sue entrate sopravanzino le uscite) e contemporaneamente che il saldo tra risparmio e investimenti sia positivo (cioè che i privati risparmino di più di quanto investano). Peccato che proprio questo è ciò che in teoria vorrebbe ottenere il Fiscal compact. In economie chiuse (o in economie con la bilancia commerciale equilibrata) è impossibile che lo stato e i privati siano contemporaneamente risparmiatori netti. È impossibile che entrambi i settori facciano sul medio-lungo periodo dell’hedge financing. Se uno dei due settori fa a lungo dell’hedge financing, per quel periodo l’altro deve continuamente indebitarsi e scivolare nello speculative financing. Del resto è pure abbastanza intuitivo: affinché qualcuno possa risparmiare e mettere a frutto il suo risparmio, qualcun altro deve indebitarsi. Questa regola è certamente valida per l’economia mondiale nel suo insieme. Finché non commerceremo con degli extraterrestri la bilancia commerciale planetaria sarà sempre in parità, così come il debito aggregato del pianeta sarà sempre uguale a zero. Se uno continua ad accumulare risparmio, il suo partner dovrà continuamente indebitarsi, fino ad andare in rovina, passando cioè dall’ hedge financing, allo speculative financing o al Ponzi financing. Alla faccia dell’ideologia del Fiscal compact.]

Finora ci siamo limitati all’istantanea dei rapporti tra il settore privato e quello pubblico di un’economia nazionale di un dato anno, supponendo che il sistema finanziario non intervenga con immissioni o restrizioni di liquidità. Togliamo ora invece quest’ultima restrizione; in più passiamo alla dinamica, a vedere cioè che accade tendenzialmente al PIL della nostra economia chiusa, a seconda che il sistema finanziario intervenga o meno, creando equilibrio o squilibrio tra i settori (privato e pubblico). Mi riferisco qui alle pag. 45 e 46 del documento governativo. Kregel espone, usando una raffigurazione grafica elaborata da R. Parenteau, quel che accade con tutte le combinazioni possibili dei saldi settoriali.

Il Grafico 1 è costruito su due assi cartesiani. Sull’asse delle x si riportano tutti i valori (positivi e negativi) del saldo settoriale privato a seconda che valgano S > I, S = I (origine degli assi), oppure S < I. Sull’asse delle y si riportano tutti i valori (positivi e negativi) del saldo settoriale pubblico, a seconda che valgano G > T, G = T (origine degli assi), o G < T. La linea tratteggiata che disegna la diagonale nel grafico riporta tutte le coppie in cui i valori dei saldi (pubblico e privato) sono uguali, indipendentemente dal segno ( “+” oppure “–“ ). Ovviamente la linea ha un’inclinazione di 45°. Che accade al PIL? Resterà in equilibrio, cioè non riceverà nessun impulso né a crescere né a decrescere. Invece, in tutte le combinazioni in cui G > T e S < I (vedi area del quadrante III del grafico) si avrà crescita del PIL. In termini keynesiani: si farà del deficit spending sensato del settore pubblico. All’opposto, in tutte le combinazioni in cui S > I e T > G, cioè in cui entrambi i settori risparmiano, avremo una spinta alla decrescita. Lo stato restringe il reddito disponibile sia per i consumi che per i risparmi e al contempo toglie occasioni di allocazione del risparmio, induce anche il sistema a inibire gli investimenti. Logicamente il PIL diminuisce. Monti docet. L’area di proiezione di queste combinazioni è il quadrante I del grafico. Nei quadranti II e IV la situazione è variegata. Laddove il deficit del settore pubblico è maggiore del saldo di risparmio di quello privato (zona bassa del quadrante IV) ci sarà un impulso alla crescita. Se invece il saldo di risparmio del settore privato sarà maggiore del deficit del settore pubblico (zona alta del quadrante IV) il PIL tenderà a scendere. Le cose stanno in senso opposto nel quadrante II. Nella zona alta ci saranno impulsi alla decrescita, in quella bassa, alla crescita. Cito ora da Kregel : “Non è possibile per il governo gestire lo schema di hedge financing senza sacrificare la crescita, a meno che il settore privato non aumenti il suo indebitamento. (…) Se il governo dovesse gestire un surplus che fosse sufficiente ad eliminare nel tempo l’eccesso di debito, allora il risultato sarà semplicemente la sostituzione del debito pubblico con il debito privato, oppure la caduta del reddito nazionale, producendo condizioni di stagnazione permanente.

Jan Kregel si chiede poi: c’è una strada per uscire dal paradosso della linea di politica economica sposata dall’Eurozona? Sì, se si realizzano due condizioni: (a) l’ area economica è aperta verso l’esterno, (b) si scarica costantemente sull’esterno l’onere dell’indebitamento. A quel punto saranno possibili sia T > G che S > I in contemporanea. Ed è proprio quello che è successo. Germania docet. È possibile far praticare dell’ hedge financing sia al settore pubblico che a quello privato della propria nazione e in più avere una certa crescita se e solo si esternalizza l’indebitamento (verso i partner europei ed extraeuropei). Questa è la sola soluzione che si offre anche all’intera eurozona. L’Euro potrà sopravvivere, seguendo la sua attuale filosofia economica, se e solo se il resto del mondo si sobbarcherà l’onere di indebitarsi continuamente. L’eurozona potrà continuare in un doppio hedge financing (pubblico e privato) mentre ampie zone del resto del mondo dovranno avviarsi prima verso un più rischioso speculative financing ed infine giungere a praticare del Ponzi financing. Lascio a voi immaginare il finale di questa storia.

Da pag. 46 alla fine del documento governativo del 7 settembre 2018 Jan Kregel allarga la riflessione al caso di una economia aperta (la situazione che conosciamo come normale). Nella contabilità nazionale l’ equazione settoriale base va scritta in questo modo:

( Equazione 5) (T – G) + (S – I) = ( X – M ).

Un altro modo di formulare le relazioni tra i saldi settoriali per un’economia nazionale aperta – vedi Kregel a pag. 46 del documento governativo – è questo:

(Equazione 5.1) (T – G) + (S – I) – ( X – M ) = 0.

Si inserisce infatti il rapporto commerciale con l’estero, laddove X sta per il flusso aggregato dell’export e M per il flusso aggregato dell’import. La cosa è evidente, ma per nulla banale. Infatti tutto quanto un’economia nazionale ha esportato, cioè quanto ha venduto ai clienti esteri, ha aumentato il reddito nazionale, mentre quanto i residenti hanno comperato dall’estero, non essendo stato prodotto dalle imprese indigene, ha aumentato il reddito dei fornitori esteri e sminuito il reddito nazionale del Paese importatore, dato che, se quei beni o servizi fossero stati prodotti in loco, avrebbero aumentato il reddito nazionale per quell’importo. [In realtà X – M della nostra equazione non coincide del tutto con la bilancia commerciale del paese considerato, bensì con il saldo delle partire correnti (Co.Pa.Co.). Non ci addentriamo ora nelle differenze tra i due saldi, limitiamoci a dire che quasi coincidono perché il ‘pezzo forte’ del conto delle partire correnti è la bilancia commerciale.]

Che ci dicono in buona sostanza le equazioni 5 e 5.1? Ci dicono che la somma del saldo del settore pubblico (T–G) e del saldo del settore privato (S–I) è uguale al saldo del conto delle partire correnti (X–M) (Current Account in inglese, Leistungsbilanz in tedesco). Infatti se il CA è positivo, cioè se X > M, allora, summa summarum, è affluito reddito aggiuntivo, e quindi liquidità, nel paese considerato. Questo afflusso si va dunque ad aggiungere a S e a T. Pensiamoci un po’. Se X>M, allora le imprese nazionali hanno prodotto di più, c´è dunque un surplus di S per loro; ma per produrre di più hanno impiegato manodopera aggiuntiva, che a sua volta avrà risparmiato una parte del suo reddito, aumentando pure S. Infine, con quei redditi aggiuntivi (per via di X>M) lo stato avrà incassato più tasse, quindi T risulterà maggiorato. Anche I e G potrebbero esserne influenzati, ma in genere molto di meno. Dunque, se X>M, allora nella parte destra dell’equazione 5 non avremo uno zero, ma un numero positivo. E quel surplus ce lo ritroveremo anche nella parte sinistra, distribuito tra (S–I) e T– G). È quindi evidente che la differenza positiva (il surplus) di X–M offre all’insieme dei due settori interni (pubblico e privato) più agio finanziario. Perciò un paese che fa registrare per lunghi periodi un surplus con l’estero avrà l’occasione di migliorare costantemente la sua situazione finanziaria, avrà meno deficit statale, o addirittura un surplus tra T e G e le imprese e le famiglie avranno a disposizione più S. Anche gli stock di debito pubblico e privato diminuiranno. Questa è la situazione di lungo periodo di paesi come la Germania e l’Olanda. Da alcuni anni anche dell’Italia; da poco tempo, della Spagna e del Portogallo. Viceversa stanno le cose per un paese che ha costantemente un deficit commerciale, e dunque anche nel CA. La sua situazione finanziaria peggiorerà di anno in anno; questo paese diminuirà gli stock pregressi di risparmio (S) e si indebiterà con l’estero in maniera crescente, la sua bilancia dei pagamenti (da non confondere né con la Bilancia commerciale  né con il CA.) peggiorerà. Questa la situazione della Francia da molto tempo, ma, guardando al di fuori dell’Eurozona, anche della Gran Bretagna, e per dimensioni ancora maggiori, anche degli USA. Il loro apparato produttivo ne risulta sminuito così come la loro possibilità di fare hedge financing.

Da pag. 46 a pag. 52 Kregel si dedica allo studio degli scenari ipotetici e reali nella combinazione dei saldi finanziari dei tre settori (pubblico, privato e verso l’estero). [Vedi i Grafici da 2 a 7.] All’inizio di questa parte anticipa però, con queste parole, le conclusioni a cui giungerà: “È possibile per il settore pubblico e privato essere in surplus (S>I e T>G) se e solo se c’è una eccedenza delle partite correnti (X>M) sufficientemente grande che compensi. Questo significa che le condizioni del Fiscal Compact possono essere soddisfatte solo con un surplus esterno sufficientemente grande da bilanciare i risparmi del settore pubblico e privato. A livello UE questo significa che, poiché alcuni stati avranno bisogno solo di un equilibrio fiscale, mentre i paesi con debito eccessivo avranno bisogno di surplus, l’euro può sopravvivere solo se la UE nel suo insieme ha un surplus esterno. Ma questo significa che la fragilità finanziaria, la spesa in deficit e un indebitamento crescente sono riversati sul resto del mondo; nella situazione attuale verso gli Stati Uniti; ma la politica attuale degli USA sta prendendo iniziative per eliminare il suo ruolo di debitore di ultima istanza.”

A pag. 52/53 del documento Kregel riferisce che nel 1940 gli USA pensarono di iniziare un ciclo di espansione del surplus del Conto delle partite correnti (il cui pezzo forte, come sappiamo, è il surplus della bilancia commerciale) come supporto della domanda interna e del proprio hedge financing. Consultarono vari economisti. A quel punto E. Domar dimostrò però che un surplus di export continuo sarebbe stato possibile se e solo con un tasso di crescita del prestito all’estero maggiore o uguale al tasso di interesse sui prestiti. In altre parole: solo se ci fosse un crescendo costante di indebitamento dell’estero. Kregel aggiunge: “si nota che questa è la definizione di uno schema di Ponzi!” La grande astuzia di fare del beggar-thy-neighbour consisterebbe alla lunga nel ponzizzare altre nazioni. Questa è una variante delle conseguenze del Fiscal compact europeo. I ponzizzati sarebbero paesi non dell’Eurozona (europei o extraeuropei).

L’altra variante è questa: se l’estero extra-eurozona non si lascia ponzizzare, allora aumenteranno le tensioni interne all’Eurozona. Ad esempio, se un Paese segue le regole del Fiscal compact e riduce e tiene ai minimi termini il deficit del settore pubblico, deve aumentare l’indebitamento di quello privato oppure scaricare su altri ‘paesi fratelli’ dell’€Z quell’indebitamento. In teoria solo la Germania e l’Olanda potrebbero permettersi di indebitarsi e di mandare la bilancia commerciale in deficit per lungo tempo. Ma questo stride con la loro filosofia economia, con il Fiscal compact. Non solo, cozza con le dimensioni ed il tipo di apparato industriale e commerciale che hanno messo in piedi.

Da qualsiasi parte la si giri, il referto è questo: il Fiscal compact è una follia economica.

Kregel conclude la sua perizia mettendo a fuoco le posizioni dell’Italia e della Germania. Altro non faccio che citarlo, di nuovo, per esteso: “L’Italia non può aggiustare il suo cambio se vuole rimanere nella Eurozona. Potrebbe tentare di ridurre la crescita dei salari reali sotto il livello di crescita della produttività, ma questo dovrebbe essere ad un tasso maggiore di quello praticato in Germania e causerebbe una riduzione non solo nella domanda e nell’impiego ma anche del risparmio. Ciò ridurrebbe il risparmio anche in Germania, perché il suo tasso di crescita scenderebbe in seguito alla riduzione del surplus netto. La Germania può continuare nel suo comportamento cercando mercati per il suo export al di fuori della Eurozona, il che avvenne quando la Germania aumentò il suo export verso la Cina. Ma, data la nuova politica degli Stati Uniti, questo diventerà sempre più difficile. La linea di fondo è che i paesi altamente indebitati non saranno in grado di pagare i debiti arretrati attraverso l’austerità fiscale, e nemmeno espandendo il loro surplus esterno. – La soluzione consiste in una coordinazione delle politiche fiscali nella UE e nella economia globale, non nel Fiscal Compact. Paesi altamente indebitati possono definire il loro modo per uscire dall’indebitamento, non possono trovare nell’export la via di uscita dal debito attraverso deprezzamenti interni e aumentando l’export. Invece per far questo (uscire dalla trappola del debito, ndt) c’è bisogno di una riforma delle condizioni della politica fiscale nella UE per sostenere e condividere crescita e occupazione.”

Mia nota finale. È apprezzabilissimo che il nostro governo abbia incaricato un economista con i fiocchi di fare un’analisi scientifica del Fiscal compact e delle distorsioni dell’Euro. Si nota la mano di Savona. È auspicabile che il documento economico presentato dal governo a Bruxelles il 7 settembre scorso venga discusso nell’opinione pubblica italiana e che si faccia pressione sugli altri governi europei affinché lo prendano in considerazione, smorzando anche i toni con cui rampognano il nostro paese.

Heidelberg, 2 Novembre 2018

Beppe Vandai

RISORSE – Associazione per capire meglio l’economia – Treviglio 

VOLTA LA CARTA!! e. V. – Heidelberg 

AMIANTO & PIRELLI / DOPO 2 ANNI NON C’E’ TRACCIA DELLE MOTIVAZIONI

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Morti di amianto? Chissenefrega. E’ il desolante quadro che viene fornito dalla giustizia di casa nostra che nel 90 per cento dei casi assolve imputati d’ogni sorta, con la solita, sdrucita motivazione: “non è dimostrato il nesso causale tra l’aver lavorato a contatto con l’amianto per anni e la causa della patologia e del decesso”. Facile come bere un bicchier d’acqua e, soprattutto, lavarsene le mani.

Ma in occasione del processo che ha visto in primo grado vertici e dirigenti del gruppoPirelli (9 persone) assolti da ogni addebito (omicidio colposo e lesioni gravissime erano i capi di imputazione) con una sentenza pronuciata dal tribunale di Milano il 19 dicembre 2016, si raggiunge il massimo della “malagiustizia”.

Ebbene, a due anni esatti da quella strampalata sentenza, ancora non sono state depositate le motivazioni, circostanza assurda, visto che “per legge” è obbligatorio depositare le motivazioni dopo massimo 90 giorni dalla sentenza.

Il giudice che ha emesso quella sentenza – Anna Maria Gatto – ha pensato bene di fregarsene di quanto previsto dalla legge, e con una serie di arzigogoli ha rinviato di continuo una scadenza, appunto, di legge: non un optional. Nel frattempo, la toga è passata a presiedere il tribunale di Pavia e quindi ha ben altro a cui pensare.

Il tribunale di Milano

I familiari, le associazioni da anni in campo contro l’amianto, tra cui anche Medicina Democratica hanno perso la pazienza e sono sul piede di guerra. “Con il tempo la prescrizione corre, con grave danno per le parti civili costituite le processo. Chiediamo all’autorità giudiziaria di assumere i provvedimenti riguardo al caso in esame, riservandoci di intraprendere iniziative di lotta contro il persistere di questa malagiustizia che rappresenta un affronto a chi aspetta giustizia”.

E denunciano ancora: “In assenza delle motivazioni, poi, le vittime e le loro associazioni non possono neanche presentare appello. Non si ferma, invece, la conta dei morti fra chi ha lavorato alla Pirelli, in attesa di una giustizia che non arriva mai altri ex lavoratori continuano ad ammalarsi e a morire. Anni di lotte in fabbrica e sul territorio, anni di ricerche sul cancerogeno amianto hanno contribuito a sensibilizzare l’opione pubblica e la magistratura sui rischi concreti del killer amianto, ma tutto questo a una parte del tribunale di Milano sembra non interessare”.

Commenta un ex operaio Pirelli: “Finora, nonostante gli appassionati sforzi del pm Maurizio Ascione, che si è occupato di molte indagini sulle morti per amianto nelle fabbriche, oltre che in metropolitana e allaScala, tutti i processi si sono chiuasi con delle assoluzioni per la difficoltà a trovare il nesso causale tra le responsabilità dei manager e i danni provocati ai lavoratori dall’amianto”.

Intanto Marco Tronchetti Provera nuota, come Paperòn de’ Paperoni, nelle sue piscine colme di euro & dollari. E si gode un’assoluzione dietro l’altra. Non solo per l’amianto killer, infatti, ma anche per la storiaccia degli 007 Telecom che dossieravano e spiavano centiania e centinaia di suoi presunti “nemici”: ma – secondo il tribunale di Milano – “a sua insaputa”…

Intesa Sanpaolo e Acri, tutti i messaggini di Profumo in Compagnia

startmag.it 11.12.18

Ecco che cosa ha detto, che cosa ha fatto capire e che cosa non ha detto il presidente della Compagnia di San Paolo, Francesco Profumo, sul vertice di Intesa Sanpaolo e sull’Acri

Che cosa pensa Profumo di Gros-Pietro? Può e deve restare presidente di Intesa Sanpaolo oppure Profumo punta a succedere a Gros-Pietro?

Sono le domande che si pongono oggi nella finanza del Nord dopo l’intervista di Francesco Profumo al quotidiano il Sole 24 Ore.

Le domande vertono su un interrogativo di fondo: le parole del presidente della Compagnia di San Paolo, primo azionista di Intesa con il 6,79%, denotano un ok alla riconferma di Gian Maria Gros-Pietro alla presidenza del gruppo bancario presieduto da Carlo Messina oppure no?

Le risposte sono diverse, anche in ambienti dell’Acri. C’è chi ha letto le parole di Profumo come un auspicio alla riconferma di Gros-Pietro e chi ha scorto un tono diplomatico e poco appassionato per questo scenario. Anche perché non si tacitano le voci secondo cui lo stesso Profumo potrebbe aspirare, se Giuseppe Guzzetti e Giovanni Bazoli volessero, a prendere il posto di Gros-Pietro. Ma i candidati, veri o potenziali, potrebbero essere anche altri.

Di sicuro il presidente della fondazione torinese è pronto a candidarsi al vertice dell’Acri, dove Guzzetti è in scadenza e non potrà essere prorogato. E lo dice in maniera esplicita al Sole 24 Ore.

Ma vediamo di preciso che cosa ha detto, e che cosa non ha detto, Profumo.

CHE COSA HA DETTO PROFUMO DELLA COMPAGNIA SAN PAOLO SU INTESA

In verità l’intervista parla soprattutto d’altro: “Dobbiamo riflettere sul fatto che nel cda in scadenza solo il 68% dei consiglieri di Intesa Sanpaolo aveva tra le sue competenze l’esperienza internazionale. Secondo i dati Consob, solo il 7% dei partecipanti ai consigli delle società quotate a Milano non e’ italiano. E’ un dato insufficiente. Che dovrà portare a valutare le Fondazioni e i fondi se nominare uno o più consiglieri stranieri nel cda di Intesa Sanpaolo”, ha detto il presidente della Compagnia di San Paolo, Francesco Profumo.

IL BOARD IDEALE PER IL FUTURO DI INTESA SANPAOLO

“Alla banca – avverte Profumo – serve un board adeguato alle nuove sfide del piano su estero e fintech”. Si tratta, ha spiegato Profumo, di un’altra tappa verso l’evoluzione di una vera e propria public company: “Intesa Sanpaolo è nei fatti una public company fin dalla sua nascita, avvenuta con la fusione del 2007. Se quasi dodici anni fa questo assetto societario era una rarità, oggi questo è predominante nelle banche italiane. Con una differenza: gli altri istituti ci sono arrivati non per scelta ma a causa di una violenta diluizione detenute in passato dalle Fondazioni, a seguito di ripetuti aumenti di capitale”.

IL RUOLO DELLE FONDAZIONI

“Le Fondazioni azioniste di Intesa Sanpaolo – ha continuato – in questi anni hanno potuto continuare a erogare risorse al territorio, differenziando sempre più gli investimenti per rafforzare il proprio capitale, cresciuto in parallelo ai dividendi distribuiti dalla banca. E questo e’ avvenuto garantendo un controllo stabile sull’operatività del management, contrastando al contempo il vero tallone d’Achille delle public company ovvero l’eccesso di potere concesso, in alcuni casi, ai manager”.

LA CONFERMA DI MESSINA ALLA GUIDA DI INTESA

Per quanto riguarda le nomine nella banca, Profumo esprime apprezzamento “sia come azionisti, sia come italiani” per il ceo Carlo Messina di cui appare scontata la conferma mentre sul presidente Gian Maria Gros Pietro dice: “Il consiglio ha funzionato bene”.

DOSSIER PRESIDENZA INTESA SANPAOLO

Ha chiesto Il Sole: “Veniamo alle nomine del nuovo cda visto che, in quanto primo azionista, sarete proprio voi di Compagnia San Paolo a presentare la lista di maggioranza. Scontata la riconferma del ceo Carlo Messina, non è ancora chiaro se sarà confermato anche il presidente Gian Maria Gros Pietro. Cosa ci può dire?”. Risposta di Profumo: “Abbiamo un giudizio estremamente positivo sull’operato del management guidato da Messina, sia come azionisti che come soggetti interessati al sistema-Paese. Quanto ai nomi dei nuovi consiglieri, capisco la curiosità ma i ragionamenti sui nomi non sono ancora partiti. Lo faremo appena avremo il documento che la banca sta mettendo a punto con il processo di valutazione dei consiglieri uscenti, da incrociare con i requisiti chiesti dalla Vigilanza Bce e con le norme per il rispetto delle quote di genere e l’interlocking”. Sì, ma Gros Pietro? “l consiglio ha funzionato bene”, è la sibillina risposta di Profumo.

CAPITOLO ACRI

A giugno va rinnovata la presidenza dell’Acri. In molti hanno fatto il suo nome per il dopo Guzzetti. Lei è disponibile?, chiede il quotidiano. Risposta di Profumo: “Sono onorato che alcuni colleghi presidenti di Fondazione abbiano fatto il mio nome. Ma è presto per parlarne, la democrazia deve avere le sue dinamiche naturali”. La democrazia o Guzzetti?

Banco Bpm, ecco perché Castagna preferisce Fonspa-Elliott a DoBank-Fortress sugli Npl

  startmag.it 11.12.18

Tutti i dettagli sull’operazione con cui Banco Bpm ha ceduto uno stock di crediti deteriorati a Credito Fondiario (Fonspa) ed Elliott. Numeri, commenti e analisi

Banco Bpm sceglie Credito Fondiario e il suo azionista Elliott per l’ultima cessione massiva di crediti deteriorati. Sul piatto c’è un portafoglio da 7,8 miliardi di euro (che può scendere a 7 miliardi) e la piattaforma di gestione.  Ecco tutti i dettagli dell’operazione tra numeri, commenti, analisi e scenari.

COME E PERCHE’ BANCO BPM HA PREFERITO ELLIOTT E CREDITO FONDIARIO

Ieri il consiglio di amministrazione dell’istituto guidato da Giuseppe Castagna ha accettato l’offerta della cordata composta dall’istituto romano e dal fondo americano che ha così surclassato gli altri due concorrenti, cioè la cordata DoBank -Fortress-Illimity e quella Christofferson Robb & Company-Davidson Kempner-Prelios.

CHE COSA FARANNO CREDITO FONDIARIO ED ELLIOTT

Credito Fondiario, per finanziare l’ operazione di partnership con Banco Bpm sugli Npl e procedere con l’esecuzione delle attività previste dal piano industriale “completerà un ulteriore, significativo rafforzamento patrimoniale, garantito dal socio Elliott, con il supporto degli altri azionisti della banca e del top management”, si legge in una nota dopo l’accordo secondo cui Credito Fondiario acquisterà una quota del 70% della piattaforma di servicing Npl e Banco BPM manterrà una partecipazione pari al 30%.

ECCO COME SI MUOVERA’ LA SOCIETA’ DI BANCO BPM E FONSPA

Questa società gestirà come servicer il portafoglio acquisito da Elliott, lo stock residuo degli NPL di Banco BPM e, nei prossimi 10 anni, l’80% dei nuovi flussi di crediti deteriorati, rafforzando così significativamente la posizione di Credito Fondiario quale leader in Italia nel settore del credit management.

IL COMMENTO DEL CREDITO FONDIARIO

“Con questa operazione, Credito Fondiario rafforza a tutti gli effetti la sua posizione di leadership nel settore. Questa partnership si inquadra nella strategia di Credito Fondiario di posizionarsi al fianco di primarie banche italiane quale debt purchaser e debt servicer di riferimento”, ha commentato Iacopo De Francisco, Direttore Generale di Credito Fondiario. “Siamo onorati di poter lavorare a fianco di Banco BPM e ci impegneremo a migliorare ulteriormente i nostri standard di servizio e le nostre performance. Il servicing è la nostra linea di business primaria: impegno e investimenti saranno profusi in formazione e rinnovamento di strumenti e sistemi a disposizione della piattaforma di gestione NPL di Banco BPM, affinché insieme ai nuovi colleghi si possa contribuire a consolidare un’eccellenza del mercato”.

ECCO TUTTI I DETTAGLI DELL’OPERAZIONE

Il corrispettivo finale del portafoglio” da 7,8 miliardi di euro di sofferenze che Banco Bpm smaltirà in partnership con Credito Fondiario (Cf) ed Elliot “sarò determinato sulla base della dimensione definitiva del portafoglio, dell’accesso allo schema Gacs e del riscontro che sarà fornito dalle agenzie di rating in relazione all’ammontare massimo di titoli senior con un rating Investment Grade”, comunica in una nota per la stampa Banco Bpm.

I PERCHE’ SECONDO BANCO BPM

“L’offerta vincolante – viene spiegato dalla banca guidata da Castagna – prevede un corrispettivo minimo a copertura dei diversi scenari. Banco Bpm, Elliott e Cf coopereranno e porranno in essere quanto necessario con l’obiettivo comune di incrementare il livello di titoli senior e, quindi, il corrispettivo di cessione”. L’accordo prevede “la creazione di una piattaforma per il recupero di Npl in partnership con Cf, un servicer specializzato con licenza bancaria, avente le seguenti caratteristiche: 70% della nuova piattaforma detenuto da Cf e 30% da Banco Bpm; gestione del portafoglio ceduto nel contesto dell’operazione di cartolarizzazione e un contratto di durata decennale per il servicing dell’80% dei nuovi flussi di sofferenze generate dalla Banca”. Banco Bom, “avvierà il confronto” con i sindacati per “assicurare il pieno rispetto delle disposizioni di legge e contrattuali”.

L’ANALISI DI MILANO FINANZA

Molti fattori avrebbero giocato a favore di Fonspa, a partire dalla forchetta di prezzo che prevederebbe un floor al 21% del nominale (livello su cui ci sarebbe di fatto un backstop) e un prezzo massimo prossimo al 25%. Il valore finale dipenderà della dimensione definitiva del portafoglio, dall’applicazione della garanzia pubblica alla cartolarizzazione (prima operazione di questo genere seguita da Fonspa) e dal riscontro delle agenzie di rating, ha scritto Luca Gualtieri di Mf/Milano Finanza: “Non c’è dubbio comunque che il prezzo sia generoso. Il premio offerto rispetto ai concorrenti sarebbe del resto legato alla volontà di Fonspa di crescere nel credito deteriorato”.

Il vero motivo (spiegato) del perchè i poteri forti vogliono prima di tutto l’Italia – e poi l’EU – invasa dai migranti (Follow the Money!)

Mittdolcino.com 11.12.18

Ho recentemente contribuito ad un libro, che verrà pubblicato entro fine anno – questa volta con il nome nei miei interventi, diversamente da come successo nel recente passato con altre pubblicazioni, … -. Tale libro, un insieme di contributi incentrati sul sovranismo, tratta i motivi più che la radice del fenomeno, argomenti per altro presentati pubblicamente in una manifestazione nei pressi Roma tenutasi un paio di mesi fa. Sono 20 paginette buttate giù di getto, in quanto il meccanismo è chiaro, quanto meno a chi scrive.

Ossia, chiaramente – quanto meno secondo lo scrivente  il sovranismo non ha radice, essendo mera protesta. Si, una protesta per il crollo del benessere della classe media e soprattutto da parte di tutti coloro che non sono estremamente ricchi.

Sono finiti i tempi in cui destra e sinistra alimentavano vicendevolmente l’invidia per il piccolo benessere del vicino di casa: oggi il vicino di casa può arrivare più o meno facilmente a fine mese, può avere l’Audi o la Golf o la Tipo ma sempre fa fatica a far quadrare i bilanci famigliari, tranne rare eccezioni. Ed anche quando ci riesce vive in un ambiente di derelitti, stanchi, offesi, gente che sa di non avere futuro. Chi invece “sta bene” lo sta davvero: ossia stiamo passando da un benessere diffuso ad un benessere concentrato, novella forma di feudalesimo;un contesto duro, che appare ingiusto soprattutto perchè cancella le opportunità per i figli di “chi non ha“. Appunto, i “delta”, i figli di quelli che una volta erano la classe media, spesso sono costretti ad emigrare per sperare di fare qualcosa di buono nella vita, per avere l’ “opportunità”.

L’ascensore sociale si è fermato, chi è ricco resta ricco, chi è povero resta povero, con buona pace della sinistra che invece di occuparsi di centri commerciali in Toscana o di far assumere il proprio figlio nelle cooperative rosse emiliane avrebbe prima di tutto dovuto preservare tale bene iniziatico dell’Italia benestante, l’opportunità per tutti. Unite a tali elementi una tassazione fuori di testa, concentrata soprattutto sulle PMI che non possono delocalizzare ed avrete un mix esplosivo in cui, solo questione di tempo, verranno incendiate le città. Per ora ci è arrivata la Francia che socialmente è molto avanzata rispetto a tutti gli altri paesi EU ma, come nel ’68 che esplose a Parigi e dintorni, anche questa volta l’incendio dilagherà, lasciate che le economie vadano in recessione e mi direte (tempo un paio di anni al massimo, basta che il dollaro crolli sotto le spinte di una FED finalmente in mano a Trump a l’EUropa intera avrà seri problemi).

Torniamo ai migranti. Individuato il contesto (molti poveri, sparizione della classe media, eccesso di tasse ecc.), aggiungiamoci oneri impropri derivanti da fobie più che costi/rischi imposti dal sistema, ad esempio il cambio climatico: nel caso, giusto o sbagliato che sia crederci – non prendo posizione in riguardo in questo intervento-, il riscaldamento globale sta imponendo enormi costi alle popolazioni, che si sommano ai fattori deprimenti più che depressivi indicati sopra. Parlo dell’obbligo di cambiare l’auto se la si deve usare nei centri con più di 30’000 abitanti causa smog (auto Euro3 ed Euro4, diesel). O l’aumento del diesel, o a nuove tasse per l’acquisto di auto a ciclo termico. O ai contributi che tutti devono corrispondere (in bolletta) alle energie rinnovabili, incassate da pochi ma pagate da tutti. Appunto, tanto per centrare il mantra, andate a vedere dove vanno a finire tutti quegli oneri imposti per legge, a carico dei cittadini EU…. Spesso come effetto di leggi comunitarie. L’ho già scritto e riscritto: come nel caso delle auto elettriche, lo scopo è creare asimmetria; nel senso che qualcuno produrrà il bene imposto per legge ed altri lo compreranno, uno guadagna a l’altro spende. Nell’auto elettrica, il simbolo dell’EU asimmetrica, dirigista ed ingiusta (ne parleremo fra 5 anni, se come ritengo andremo incontro ad un grave abbassamento di temperatura sulla terra causato dalle macchie solari in sparizione, …), il meccanismo è oltremodo chiaro: la Germania produrrà le auto e la Francia darà l’energia notturna nucleare. Facile no?

Ecco, ad esempio gli italiani – che sono ricchi di risparmi – dovranno pagare,  altri invece incasseranno…

Andiamo oltre. Come ben capite se tirate una riga a 10 anni capite che la situazione – almeno socialmente – diventerà insostenibile. Ossia, tutta questa asimmetria tra chi – a vari livelli – diventerà sempre più ricco e chi si impoverirà sarà talmente stridente da causare rivolte. Oggi abbiamo gli antipasti, Salvini, i gilets jaunes e che dir si voglia. Ma cosa succederà quando le cose andranno male davvero? Ad esempio con una recessione di mezzo? Appunto, i paesi che dovranno pagare per continuare a consumare – come l’Italia – esploderanno. O semplicemente si rifiuteranno di pagare il novello pizzo comunitario. E dunque da lì sarà terra di nessuno.

In tali situazioni chi ha più da perdere sono quelli che hanno tanto. E che soprattutto possiedono cose, immobili, aziende, case, potere; insomma non l’oro che si metteva in un sacco e si portava via (come facevano gli arabi, ecco perchè adorano la barbara reliquia). Da qui la necessità di un correttivo, per evitare l’inevitabile redistribuzione della ricchezza a scapito dei nuovi feudatari che, in assenza di detti correttivi, saranno costretti a condividere le loro ricchezze.

Spero abbiate capito che l’Italia – come sempre – sarà il laboratorio, per varie ragioni: perchè c’è molto risparmio privato da aggredire, perchè è posizionata in modo invidiabile, perchè ha aziende, perchè da sempre tutti la vogliono “conquistare”; ed anche perchè è troppo prossima al dominus che si vorrebbe scalzare, gli USA (ma questa è un’altra parte della storia). Lo vediamo chiaramente oggi: tasse imposte soprattutto sui piccoli vs. leggi come quella sui Paperoni – fatte non a caso dalla sinistra cooptata al progetto, Gentiloni è un conte, non dimenticatevelo, … – che blindano la ricchezza di pochi nuovi feudatari (mettendola al riparo da future imposte patrimoniali) facendo rientrare in Italia i rampolli dell’Agnelli di turno pagando 100’000 euro annui a fronte di profitti ottenuti all’estero di decine di milioni annui (Serra e Carlo Debenedetti hanno già confermato il rientro). E poi il permesso di delocalizzare di fatto concesso alle grandi imprese. Uniamoci il controllo delle masse, l’impossibilità di fare un centesimo di evasione con la fattura elettronica, il limite ai  contanti et voilà, abbiamo creato una gabbia di regole in cui gli italiani dovranno solo pagare. Aggiungiamoci il controllo di internet, dei media, il bavaglio alle informazioni alternative e amenità simili ed abbiamo creato un contesto da “laboratorio di controllo delle masse”, casomai qualcuno volesse ribellarsi.

Certo, tutte queste misure di “controllo” funzionano solo in caso di protesta violenta, stile gilet janunes: in Italia difficilmente ci sarebbero sollevazioni simili, verrebbe tolto l’ossigeno prima. Vi faccio un esempio indicativo: le concessionarie autostradali francesi – Vinci ed Abertis – hanno avuto enorme danno dalle proteste perchè si sono sentite in dovere di non far pagare chi viaggiava per andare a protestare, ossia mezza Francia. Fosse successo in Italia penso che avrebbero chiuso le autostrade per evitare che si partecipasse alla protesta, tanto prima dell’arrivo di un giudice a confermare l’abuso tutti se ne sarebbero già dimenticati…. quando si parla di coscienza civile….

Ma non siamo ancora arrivati ai migranti. Ci siamo, ora arrivano. Abbiamo descritto la costruzione della gabbia per evitare le proteste di piazza della gente stufa di dover fare il criceto (ossia che deve solo fare girare la ruota dei consumi), ma non abbiamo citato il rischio più grande, quello che dalle urne esca fuori una maggioranza che voglia combattere tali enormi e progressive disuguaglianze. Appunto, qui entrano in ballo i migranti.

Ossia chi tira le file, le grandi famiglie elitarie europee, quelle che controllano l’EU, dopo essersi arricchite a dismisura hanno capito che un eccesso di democrazia è pericoloso. E visto che la democrazia è – per ora – un Sacro Graal, bisogna girarci attorno: dunque ecco i migranti, da far arrivare per diluire prima la protesta (“la colpa è dei migranti!”) e poi per farli votare, con l’impegno che votino per chi li ha fatti arrivare. Che poi sono gli stessi che hanno in mano il potere EU. Ossia votare per coloro che sono sovvenzionati dalle grandi famiglie non per fare gli interessi del 99% della popolazione, ma per fare interessi particolari. Spero abbiate capito: i migranti servono per poi farli votare dove più interessa, nel caso a sinistra, di fatto per sgonfiare in anticipo il voto di protesta. E più tali migranti sono stupidi ed ignoranti, più sarà facile manipolarli, ad esempio farli votare per gli stessi che in realtà hanno come unico scopo quello di preservare le proprie enormi ricchezze a scapito del resto della popolazione. Facile no?

In tale contesto gli italiani con cervello, con capacità di connettere, magari quelli non ricattabili da professionalità acquisita o da un minimo di ricchezza diventano fastidiosi, anzi un vero e proprio problema. Ecco dunque contestualizzate le parole del ministro della sinistra Poletti, ex AD delle Coop rosse (andate a vedere per chi lavorava suo figlio) quando snobbava gli italiani che emigravano: peccato non ve l’abbia detta tutta, “un problema in meno”!

Meglio cento immigrati stupidi che un italiano sveglio e rompipalle! Ai migranti che non conoscono il modo di vivere civile, si dà uno stipendio da 400 euro al mese (ma “tutto in regola”), tanto in Africa ne prendevano si e no 50 di euro, e dunque sono contenti . Et voilà, il controllo del voto è assicurato.

In tale contesto i migranti da fare arrivare negli altri paesi EU – meno che in Italia, naturalmente, … – restano solo un correttivo ad un problema, lo scopo è diverso: ad esempio per usarli come manodopera a basso costo, visto che si dovranno produrre – ed es. in Germania – i prodotti che gli altri paesi EU dovranno necessariamente consumare (…). Ovvero farli arrivare avrà, in tali contesti ad es. nordeuropei, un altro fine principe, ben sapendo che la protesta in un paese che sta bene di norma non rappresenta un problema.

Ora avete capito perchè l’EU “punta” l’Italia, vuole è vorrà migranti soprattutto in Italia; e dunque odia Salvini che li ha bloccati ecc. ecc: proprio perchè l’Italia è davvero pericolosa e va fermata, oltre che conquistata a termine. In quanto potrebbe mettere a nudo cosa sta dietro a tutto questo enorme caos, ossia un interesse elitario. Visto che Roma sovrana potrebbe far crollare lo strumento principe dell’elitocrazia globale, l’EU, va assolutamente intrapresa qualsiasi azione per dinamitare i tentativi di rinsavimento, visto che non sono negli interessi di chi tira le fila. E dunque – forse casualmente, forse no –  di punto in bianco ecco che vediamo in Italia ponti che incredibilmente crollano, svariate cisterne di gas che esplodono, roghi diffusi attorno alle grandi città. Fatti che creano indubitabilmente panico, paura. Manca solo l’incidente di treno – immancabile in Italia – o l’aereo che cade su una città ed abbiamo visto tutto (lo scorso fine settimana abbiamo addirittura visto l’uomo mascherato che, sembra in tre punti diversi contemporaneamente, causa una strage spruzzando spray al peperoncino in una discoteca strapiena, fattaccio guarda caso avvenuto proprio il giorno della protesta di massa dei gilet gialli con 2000 arresti ed anche nello stesso giorno in cui Salvini raccoglieva decine di migliaia di persone in Piazza del Popolo a Roma, due notizie passate in secondo piano). Fossi in Salvini e Di Maio farei attenzione agli “sputtanamenti”, i dossier sono sempre pronti, alla bisogna (…).

Siate lungimiranti, siate attenti, siate consci. Solo se userete il cervello e diffonderete la conoscenza avrete una possibilità.

Mitt Dolcino

JPMorgan collabora con la Banca centrale francese per il succo d’oro

zerohedge.com 11.12.18

Inserito da Ronan Manly, tramite BullionStar.com,

Il mercato dei prestiti in oro della banca centrale, con sede a Londra, è probabilmente il mercato finanziario più riservato al mondo, con pochissime informazioni sulle sue transazioni e sulla struttura del mercato.

L’opacità del mercato dei prestiti in oro è ulteriormente supportata dalle autorità di regolamentazione che proteggono la segretezza delle banche centrali e dalle principali agenzie di informazione finanziaria le cui politiche editoriali sembrano vietare qualsiasi indagine di mercato, approfondita o meno.

È nel mercato del prestito dell’oro che le banche centrali del mondo prestano i loro averi in oro a banche di lingotti commerciali, dove l’oro fisico viene venduto e spedito, e dove le banche centrali sostengono di detenere “depositi d’oro” che guadagnano interessi. con le banche di lingotti. Questi depositi d’oro (che sono solo una rivendicazione su una banca di lingotti) per lo più passano a breve termine, passano indefinitamente tra i club del cartello LBMA di banche di lingotti, in una rete totalmente dietro le quinte opaca.

I lingotti d’oro fisico prestati sono ormai lontani in Svizzera e in Estremo Oriente, e le banche centrali affermano ingannevolmente che detengono ancora l’oro nei loro bilanci (a causa di un  trucco contabile del FMI ) quando in realtà tutto ciò che hanno è una responsabilità alle banche di lingotti. Nel bel mezzo di questo mercato si trova la Banca d’Inghilterra, che offre custodia d’oro e deposito ad altre banche centrali (nei caveau sotto la sede della Bank of England a Londra) e offre conti in oro alle banche di lingotti interessati.

Cerca la documentazione sul mercato dei prestiti in oro sul sito web della London Bullion Market Association (LBMA)   e non la troverai. Cerca documentazione e rapporti sui siti web delle banche di lingotti, idem. Parla con gli ex-commercianti che hanno lavorato nella zona del prestito d’oro e dicono che non possono parlarne. Chiedete alla  Bank of England  e alla  Bank of International Settlements (BRI)  di spiegare come funziona il mercato del prestito all’oro e, tipicamente, si tacciono o rispondono a una domanda diversa.

All’interno della miriade di siti Web e rapporti della banca centrale in tutto il mondo, ci sono alcuni scorci sul mercato dei prestiti in oro, come un’infarinatura di rapporti da parte di alcune banche centrali sudamericane, ma queste sono le eccezioni piuttosto che la regola, la regola è totale segretezza per rivelare qualcosa sulla misura in cui l’oro è prestato e viene prestato, vale a dire la dimensione reale delle posizioni in oro prestate dalla banca centrale in circolazione.

È in questo mondo oscuro di opacità e “nessun commento” che la Banque di Francia afferma di essere entrato di recente con l’aiuto di uno dei giganti del lingotto bancario, JP Morgan. Quanto è recente la domanda, perché la Banque de France era già nota per essere attiva nel mercato dei prestiti in oro almeno dal 2013.

Servizi Gold: attivi nel mercato dell’oro

Le prime rivelazioni di una Banque de France – JP Morgan tie-up è arrivata in un articolo della rivista LBMA nel mese di ottobre (numero 91 The Alchemist), quando il secondo vice governatore della Banque de France, Sylvie Goulard,  menzionò  in un articolo che la centrale francese la banca sta ora facilitando l’accesso per le altre banche centrali al mercato del prestito dell’oro in un servizio offerto insieme alla banca di lingotti commerciali con sede negli Stati Uniti.

Nel suo articolo,  Goulard ha  spiegato che nel 2012 la Banque de France “ha iniziato ad estendere la sua gamma di servizi di oro ” ai gestori di fondi di riserva della banca centrale, oltre ad offrire altre banche centrali ai servizi di custodia dell’oro (deposito di deposito), ha iniziato a offrire servizi di compravendita di oro (acquisto e vendita), oro per swap fiat (per finanziamenti e garanzie) e transazioni di prestito in oro per i suoi clienti della banca centrale:

” La [la Banque] può anche offrire  scambi d’oro  allo scopo di usare l’  oro come garanzia  per i depositi … o allo scopo di  raccogliere denaro contante in valuta  contro l’oro.

Infine, le banche centrali straniere possono impegnarsi in  operazioni di leasing d’oro  con la Banque de France  come capitale , al fine di aumentare il rendimento delle loro riserve auree senza aumentare il  rischio di controparte . La domanda di  depositi in oro  per scadenze da una settimana a un anno è aumentata quando i tassi di interesse sono scesi sotto lo zero per un certo numero di valute di riserva, spingendo così le banche centrali a cercare fonti alternative di rendimento.

Anche se questi servizi di investimento d’oro hanno fino ad ora solo stati  offerti da Londra , è diventato di recente possibile per la Banque de France per offrire loro anche da Parigi, grazie ad una partnership con una  grande banca commerciale  , che è  attiva nel mercato dell’oro. 

Mentre l’articolo di Goulard è stato pubblicato a ottobre, non è stato fino al 12 novembre che l’identità della “grande banca commerciale” divenne nota, quando la Reuters pubblicò un  articolo che  nominava la banca come JP Morgan. Secondo Reuters:

” JPMorgan ha  dichiarato di aver” aperto un conto presso la Bank of France “e ha  rifiutato di commentare  ulteriormente. La  Banca di Francia ha rifiutato di commentare. 

La formulazione dei riferimenti di Goulard ai servizi d’oro della Banque è piuttosto ambigua per quanto riguarda a) quando esattamente JP Morgan è stata coinvolta come partner con la banca centrale francese eb) l’esatta gamma di servizi d’oro che JP Morgan sta fornendo a Banque la Francia e i suoi clienti della banca centrale.

Goulard afferma che la Banque de France ha iniziato a estendere la sua gamma di servizi di oro nel 2012, ma che la partnership con JP Morgan è stata  recente (cioè le offerte di servizi della partnership sono diventate di recente possibili). Ma quanto recenti? È stato solo a causa dell’articolo della rivista LBMA Alchemist di questo ottobre (2018) che Reuters ha fatto seguito e ha scoperto l’identità di JP Morgan. Ma non vi è alcuna indicazione su quando JP Morgan ha aperto un conto (oro) presso la Banque de France. Potrebbe essere stato qualche tempo fa.

Mentre la partnership tra Banque de France (BdF) e JP Morgan copre il leasing in oro / depositi in oro, non è chiaro se copre anche gli swap in oro (garanzie e finanziamenti). Le parole di Goulard sono ambigue. Lei menziona un elenco di custodia d’oro (deposito di deposito), transazioni d’oro (esecuzione commerciale), oro per swap fiat e infine operazioni di prestito d’oro, quindi usa la frase ” questi servizi di investimento d’oro”  possono ora essere offerti da Parigi ” grazie al partnership “. La Reuters ritiene che l’accordo copra anche gli swap, dicendo che Goulard aveva scritto che la Banque de France ” aveva collaborato con” una grande banca commerciale “per offrire swap, locazioni e depositi in oro da Parigi. 

BdF – Già coinvolto nel mercato dei prestiti in oro nel 2013

Nonostante le recenti notizie di Reuters su JP Morgan che apre un conto con la banca centrale francese per facilitare il prestito di oro, cosa meno nota è che la Banque of France (BdF) è stata coinvolta nell’agevolazione di depositi e gold swap per le banche centrali almeno il 2013.

In una presentazione alla conferenza LBMA di Roma del settembre 2013 intitolata ” Gestione oro e riserva, L’esperienza della Banque de France “, Alexandre Gautier, direttore del dipartimento Operazioni di mercato presso la banca centrale francese ha confermato che il BdF era “ancora attivo nell’oro” mercato delle banche centrali e delle istituzioni ufficiali, fornitura di custodia (deposito d’oro), acquisto / vendita (esecuzione di scambi di oro), depositi in oro e scambi di oro. Infatti, in una  trascrizione del discorso  di quella stessa presentazione, Gautier ha dichiarato che il desk BdF FX e Gold a Parigi era ” nel mercato [dell’oro] quasi quotidianamente”.

Pertanto, già nel 2013, la Banque de France avrebbe fornito servizi di deposito di oro alle banche di lingotti per l’oro che queste banche di lingotti prendevano in prestito dalle banche centrali e allo stesso tempo fornivano servizi di deposito di oro e oro al proprio cliente banche centrali. Questi swap e depositi in oro richiederebbero che le banche di lingotti che hanno preso in prestito l’oro mantengano conti in oro presso la Banque de France nello stesso modo in cui le operazioni di deposito in oro sono facilitate presso la Bank of England a Londra, dove le banche di lingotti mantengono conti in oro.

Scivola da una presentazione LBMA di Alexandre Gautuer della Banque de France. Settembre 2013. Fonte  qui

In un certo senso, la notizia di una partnership tra JP Morgan e la Banque de France è sorprendente. Perché collaborare con una banca di lingotti americani e non con una banca di lingotti francesi come BNP Paribas, Socgen o Natixis, che sono tutti membri di LBMA e tutti attivi nel London Gold Market? Tuttavia, solo perché una banca di lingotti ha confermato il suo coinvolgimento con la banca centrale francese nel mercato dell’oro, ciò non significa che anche altre banche di lingotti non siano coinvolte. In effetti, ci sono prove che suggeriscono che la Banque de France si sta impegnando in prestiti d’oro / scambi con un certo numero di banche di lingotti.

In un articolo del maggio 2012 nella pubblicazione di settore Central Banking (solo in abbonamento), George Milling-Stanley, ex membro del World Gold Council, ha dichiarato che la Banque de France era coinvolta negli swap d’oro con una serie di banche commerciali (lingotti) :

“Recentemente sono diventati più attivi in ​​questo spazio [mobilitando oro sul mercato], agendo principalmente come interfaccia tra la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea [BIS] e le banche commerciali che richiedono liquidità in dollari. Queste banche commerciali si trovano principalmente in Europa, in particolare in Francia “

Anche queste operazioni di swap in oro menzionate da Milling-Stanley hanno un parallelo con la serie di gold swap a cui fa riferimento il  Financial Times nel luglio 2010  quando affermava che:

” Tre grandi banche –  HSBC ,  Société Générale  e  BNP Paribas – erano tra le  oltre 10 con sede in Europa  che hanno scambiato l’oro con la Bank for International Settlements in una serie di accordi insoliti”.

Quindi, qui vediamo che le grandi banche di lingotti francesi Société Générale e BNP Paribas, entrambi membri market-making del LBMA, sono stati coinvolti in swap d’oro con la BRI già nel 2010, e che Banque de France era allo stesso livello tempo “che agisce principalmente come interfaccia tra la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea e le banche commerciali che richiedono liquidità in dollari.”  E anche che queste banche commerciali erano  “localizzate principalmente in Europa, specialmente in Francia”.

Articolo del Financial Times sugli scambi d’oro di lingotti d’oro con la Bank for International Settlements. Fonte  qui .

Ci sono ulteriori prove che la Banque de France non è un novizio quando si tratta di swap d’oro e depositi d’oro. Nel novembre 2014, alla conferenza LBMA di Lima, in Perù, è tornato Alexandre Gautier, questa volta con una presentazione intitolata ” Gestire l’oro come riserva “, incentrata sulla gestione attiva del portafoglio d’oro della Banque de France, e che ha evidenziato l’utilizzo da parte della banca centrale francese dei depositi in oro e degli scambi di oro.

Banca centrale d’oro presso la Banque de France

Come una delle più famose volte d’oro della banca centrale del mondo, “La Souterraine”, come è noto, è una volta d’oro situata sotto il quartier generale della Banque de France nel centro di Parigi, otto piani interrati, a 28 metri sotto il livello del suolo. Come tutte le banche centrali con le volte, la Banque de France è riservata a quanta quantità di oro è immagazzinata in questi caveau, ma potrebbe essere nella regione di 3000 tonnellate, appartenente alla stessa Banque, al Fondo Monetario Internazionale, alla BCE e ad una manciata di altre banche centrali con collegamenti prevalentemente storici francesi.

Complessivamente, la Banque de France sostiene di detenere 2435 tonnellate di riserve monetarie auree per conto della nazione francese, che la renderebbero la quarta più grande riserva d’oro del mondo. All’interno di questo totale, ci sono 100 tonnellate di monete d’oro e 2335 tonnellate di lingotti d’oro di grandi dimensioni. La Banque ha dichiarato nel 2013 che il 91% del suo oro è detenuto a Parigi e il 9% all’estero. Se questa divisione percentuale continua a detenere, allora ci sarebbero 2116 tonnellate di lingotti d’oro (circa 170.000 barre di grandi dimensioni) nei caveau di Parigi e 100 tonnellate di monete d’oro (supponendo che tutte le monete d’oro siano conservate a Parigi).

Lingotti d’oro nelle volte della Banque de France a Parigi

Notoriamente, la Bundesbank tedesca aveva 374 tonnellate di oro nei caveau della Banque de France, ma ha  trasferito tutto questo oro a Francoforte (lentamente) per un periodo di cinque anni tra il 2013-2017. Ora che la Banque de France offre “servizi d’oro” ad altre banche centrali, la Bundesbank trasferirà l’oro a Parigi? Improbabile, ma sono accadute cose più strane.

La volta d’oro di Banque de France è anche uno dei quattro “depositari designati” del Fondo Monetario Internazionale (FMI), e il FMI probabilmente detiene ancora parte del suo oro a Parigi, supponendo che non sia stato venduto o affittato molto tempo fa senza essere rivelato. Nel 1980, l’ultima volta che le posizioni e le posizioni dell’oro del FMI possono essere calcolate, le detenute tra 250 tonnellate e 300 tonnellate a Parigi.

La BCE ha anche circa  160 tonnellate di oro detenute presso la Banque de France , facendo parte del trasferimento della Francia alla BCE nel gennaio 1999 alla nascita dell’euro.

Storicamente negli anni ’70 e nei primi anni ’80, un certo numero di banche centrali di paesi detenevano conti in oro presso la Banque de France, tra cui Libia, Iran, Iraq, Marocco e alcuni stati francesi dell’Africa occidentale come il Benin, la Guinea, la Costa d’Avorio e il Niger. Probabilmente alcuni di questi paesi conservano ancora dell’oro nei caveau di Parigi. Ora che la Banque de France insieme a JP Morgan sta facilitando il prestito in oro della banca centrale e il deposito di oro tramite Parigi, un certo numero di banche centrali aggiuntive potrebbero iniziare a trasferire parte del loro oro in quel paese.

Alcuni mesi fa, il World Gold Council ha riferito che la banca centrale dell’Iraq era stata attiva nel mercato dell’oro, acquistando oro con l’aiuto della Banque de France. Non è stato menzionato se questo oro acquistato di recente sia conservato a Parigi, ma probabilmente lo è. Quindi, nel complesso, vi è una fornitura pronta di lingotti d’oro, di proprietà sia della Francia che di altre banche centrali, con cui far decollare i prestiti in oro se le banche centrali dei clienti lo scelgono.

Conclusione – JP Morgan – L’onnipresente oro dei pesi massimi

Qual è esattamente la partnership tra JP Morgan e la Banque de France nel mercato dei prestiti in oro? Dato che il mercato dei prestiti in oro è ultra-secretivo, molto probabilmente non sapremo mai le specifiche. Ma in collaborazione con JP Morgan, la Banque de France sta collaborando con una delle più importanti banche d’oro dell’industria dell’oro, una banca d’oro con un dito in ogni torta.

JP Morgan ha la  sua volta d’oro nella città di Londra  sotto uno dei suoi edifici su John Carpenter Street, molto vicino alle volte d’oro della Banca d’Inghilterra. JP Morgan ha il  suo caveau d’oro a Manhattan, a New York , sotto il suo palazzo della Chase Plaza, adiacente ai caveau dell’oro della Fed di New York, e si dice che sia collegato con un tunnel ai caveau dell’oro della Federal Reserve. JP Morgan è una delle banche più potenti nel LBMA e nei mercati dell’oro e dell’argento a Londra. JP Morgan è un membro del  cartello di compensazione dell’oro di Londra , London Precious Metals Clearing Limited  (LPMCL), una società privata. JP Morgan partecipa direttamente alle aste giornaliere LBMA Gold Price e LBMA Silver Price a Londra. JP Morgan dispone di depositi d’oro presso la Bank of England. JP Morgan ha una posizione nel  consiglio di amministrazione di LBMA  e ha sempre avuto un seggio in questo consiglio. JP Morgan ha anche legami storici molto forti con la BRI a Basilea.

JP Morgan beneficia anche della presenza di Banque de France nel rapporto dal momento che il BdF ha il caveau, ha i clienti, e svolge anche il ruolo di ‘principale’ nelle operazioni di prestito d’oro tra i clienti delle banche centrali e la banca di lingotti. Come ha detto Goulard nel suo articolo sugli alchimisti, ciò mitiga il rischio di controparte e rassicura i clienti delle banche centrali.

Per quanto riguarda il fatto che Parigi  “riemergerà gradualmente come un mercato chiave  per l’oro “, come afferma Sylvie Goulard, non è chiaro. Ma, cosa ancora più importante, sembra che se le banche di lingotti (compresa JP Morgan) si stanno impegnando con la Banque de France sull’espansione del prestito di oro da Parigi, allora questo è un segnale che le banche di lingotti devono guardare più lontano per l’oro fisico con cui continuare a fornire centri d’oro come l’Estremo Oriente.

Se ci fosse piena trasparenza sia nel mercato dell’oro di Londra che ora nel mercato dell’oro di Parigi, saremmo in grado di accertare la reale portata di quanto oro fisico le banche centrali abbiano effettivamente prestato e quanto del loro oro resti non emarginato nel vaults a Londra e Parigi. Ma senza tale trasparenza e senza richiedere trasparenza da parte dei legislatori e degli editori dei media (come Bloomberg e Reuters), probabilmente non lo sapremo mai.

* * *

Nota: per una panoramica completa del coinvolgimento di Banque de France con l’oro, consultare l’articolo della Gold University di BullionStar ” Gold Policies of the Banque de France “. Per una panoramica completa delle volte d’oro della banca centrale francese a Parigi, vedere l’articolo della Gold University di BullionStar ” Banque de France Gold Vaults “. Per una selezione di immagini interessanti di alta qualità delle volte d’oro della Banque de France vedi questo  link .

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul sito web BullionStar.com con il titolo ” Banca centrale francese e team JP Morgan per potenziare il prestito d’oro “

Toninelli “ignorante e incapace”. Toti e Chiamparino: “Ci hai stufato”

lospiffero.com 11.12.18

I governatori di Piemonte e Liguria si scagliano contro l’esecutivo gialloverde e in particolare mettono nel mirino il ministro delle Infrastrutture sempre più in bambola. La provocazione: “Facciamo un referendum e se perde se ne vada”

I governatori hanno perso la pazienza. Sergio Chiamparino di fronte all’ennesima sceneggiata sulla Tav – referendum sì, referendum no – sbotta: “Mi permetto di offrire all’attenzione degli interessati un piccolo promemoria sulla Tav – dice – l’opera è finanziata e in corso di realizzazione, sono già stati scavati 30 chilometri di galleria, di cui 5 del tunnel di base; il governo ha sospeso appalti già in essere e già finanziati, e ha ordinato l’ottava analisi costi-benefici, come se le altre sette non avessero valore, che doveva essere conclusa a novembre e che continua a non arrivare. Invece di imbrogliarci discutendo di referendum ed allungando i tempi per scavallare le elezioni europee, il governo faccia il governo e ci dica in fretta e con chiarezza se intende o no costruire la Tav. Se la risposta sarà sì, bene, applaudirò Toninelli. Se sarà no, sarò io a chiedere al Consiglio regionale di indire un referendum consultivo tra i piemontesi da tenere in primavera per dimostrare come la pensano”.

A dargli man forte è il collega ligure, Giovanni Toti, altrettanto seccato dall’atteggiamento, a dir poco stucchevole di Danilo Toninelli, il ministro grillino delle Infrastrutture, che a dirla con Vauro mantiene la posizione Boh Tav: “Facciamo un referendum su Gronda, Terzo Valico e altri cantieri che tieni bloccati nella tua penna con supponenza” scrive su facebook il governatore, rivolgendosi direttamente al ministro, sfidandolo. “Se i cittadini diranno di sì alle grandi opere – prosegue – tu metti una parte dei soldi dedicati al reddito di cittadinanza nei cantieri e ti dimetti. Se invece voteranno per fermare i lavori mi dimetto seduta stante”.

“Tra mesi – scrive ancora Toti – e non anni come direbbe lui, ci accorgeremo dei danni prodotti dal blocco delle grandi opere da lui voluto. Toninelli, invece di parlare a vanvera, ci dica tra quante settimane aprirà il cantiere della Gronda di Genova, ci dica come intende risolvere, compito che spetta a lui, il cantiere bloccato dell’anello ferroviario del capoluogo”. “Ci dica, per favore, perché non autorizza lo sblocco dei fondi del quinto lotto del Terzo Valico, che consentirebbero 2mila assunzioni in Liguria. E già che va in tv – prosegue Toti -, ci dica di tutte le altre grandi opere, a partire dalla Tav, bloccate dal suo ministero”. “Il ministro Toninelli non perde occasione per dimostrare la propria ignoranza e incapacità. L’unica cosa di vero che sostiene è che siamo molto diversi, per fortuna”, afferma poi Toti in tv. “Toninelli – aggiunge – forse non si rende neppure conto che è stato proprio lui a fare il più grande favore ad Autostrade, inventandosi una legge per cui, prima volta nella storia, il danneggiato paga e chi è oggettivamente responsabile del disastro, Autostrade per l’Italia, sta con le braccia conserte a guardare”.