Il caso Etruria è chiuso (con la sconfitta di Boschi e Renzi)

Matteo Renzi e Maria Elena Boschi sembrano soddisfatti dopo le ultime audizioni in commissione d’inchiesta sulle banche. Eppure non ne escono bene. (SERGIO LUCIANO- SUSSIDIARIO.NET)

Matteo Renzi (Lapresse)Matteo Renzi 

“Per me un doppio hamburger completo, molta maionese e niente cipolla!”: Woody Allen, in uno dei suoi primi e ancora spassosissimi film (Il dittatore dello stato libero di Bananas), è un giovane miliardario americano di sinistra che se ne va in Centro America per unirsi a una brigata di “barbudos”, alla macchia nella giungla tropicale inseguendo il miraggio di una qualche rivoluzione. Fa la fila al rancio e finalmente arriva il suo turno davanti a un enorme cuoco, sporco e sudato, che pesca mestolate di sbobba grigiastra da un unico pentolone. Lui, imperturbabile, avanza la sua richiesta, come se si se trovasse a Manhattan. Il cuoco lo guarda in tralice, e del tutto indifferente alla richiesta gli scodella nel piatto la stessa nauseante mestolata che ha dato a tutti gli altri. Woody Allen esamina il piatto, guarda il cuoco e dice: “Ok, perfetto!”.

È la metafora di quello che hanno fatto negli ultimi giorni Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, la coppia di ferro arrugginito del Pd, dopo le audizioni, tutte indubitabilmente nocive per loro due, succedutesi davanti alla Commissione bicamerale d’inchiesta sulle crisi bancarie, riunita in Parlamento proprio per le loro autolesionistiche richieste. 

Ieri in particolare: Federico Ghizzoni, ex amministratore delegato di Unicredit, ha confermato per filo e per segno quel che Ferruccio de Bortoli aveva scritto nel suo libro Poteri forti (o quasi). Maria Elena Boschi gli chiese di valutare l’acquisizione di Banca Etruria, lui la fece valutare e risolse di non procedere perché sarebbe stato un cattivo affare. Dunque Ghizzoni ha confermato che: 1) la Boschi, ministro delle Riforme, priva di qualsiasi mandato a occuparsi del caso Etruria e senza aver informato l’unico ministro che avrebbe potuto parlarne, figlia del vicepresidente della banca, braccio destro del premier, aveva incontrato anche lui, Ghizzoni, nel suo intenso e improprio attivarsi per influenzare le sorti della banca di papà; 2) perfino Marco Carrai, imprenditore fiorentino intimo amico di Renzi, gli scrisse una mail per insistere: “Mi è stato chiesto di sollecitarti…”.

Ebbene, cosa dicono – dopo l’ennesima sbugiardata – Boschi e Renzi? “Quello che doveva uscire è uscito. Ci sarà ancora qualche strascico per un po’ di giorni, ma sostanzialmente questa vicenda è chiusa. È finita”, dice Renzi. Come Woody Allen quando dice “ok” al barbudos che, anziché il richiesto hamburger, gli ha scodellato davanti una mestolata di sbobba nauseante.

In aula, parlando a suo tempo delle prime accuse contro la sua condotta, la Boschi aveva dichiarato: “Io come ministro non ho mai favorito la mia famiglia, non ho mai favorito i miei amici”, “non c’è dunque conflitto d’interessi, non c’è dunque alcun favoritismo, non c’è alcuna corsia preferenziale” nel caso Etruria. Le testimonianze dimostrano oggi che invece ha provato con molti interlocutori diversi di pilotare la banca del padre verso una soluzione diversa da quella che sembrava profilarsi dal mercato. 

Cos’altro c’è da aggiungere? La faccenda delle pressioni che non ci sarebbero state è penosa, si smentisce da sola. Per un ministro in carica parlare riservatamente a un’altra autorità, pubblica o privata, per manifestare una propria preferenza per una determinata soluzione in una vicenda spinosa e ancora aperta significa fare pressioni indipendentemente dalle parole e dai toni. La pressione è nel rapporto asimmetrico tra i poteri, lo capiscono anche i bambini.

In un certo senso Renzi ha ragione, però, quando dice che “il caso è chiuso”: lo è nel senso tecnico specifico, perché, come si sapeva, i fatti emersi dalle audizioni non sono reati; ma sono clamorose gaffe politiche, sono indebite invasioni di campo, sono fallimentari magheggi da apprendisti stregoni. Che indipendentemente dai commenti degli interessati hanno tagliato via una gran parte della loro credibilità, come anche nello stesso Pd in tanti ormai, irritati e preoccupati, riconoscono. E dunque il caso Etruria è chiuso, ma si apre clamorosamente quello della credibilità dell’attuale vertice del partito.

È questa l’unica eredità generata da quel “ventilatore di particelle maleodoranti” che è stato la Commissione. Matteo Renzi ha perso consensi e credibilità alla vigilia di un voto politico cruciale che si profila adesso ancor più incerto e potenzialmente improduttivo di quanto già non sembrasse. Il suo partito è ricaduto, per sua colpa, nelle sabbie mobile delle cattive relazioni con le proprie ambizioni di potere economico. Molti elettori gliene chiederanno conto. Questo non sarà un bene per la possibile governabilità dell’Italia post-voto.

 

[L’analisi] La Boschi ha mentito su Banca Etruria, ma non ha favorito nessuno. E si è ficcata in un guaio

Ormai per il Pd è una partita loose-loose Ghizzoni: “Ci occupammo di Etruria ma perchè ce lo chiesero i vertici della banca e Mediobanca”. Boschi se ne interessò, “era preoccupata per la piccola media impresa toscana”. La mail di Carrai all’ad di Unicredit incendia la giornata al grido “il giglio magico all’opera”. Lui spiega: “Chiesi informazioni per un mio cliente, la banca Del vecchio acquistata da Etruria”. Il sottosesgretario sempre più sola. Tutta colpa di quella prima, originaria bugia: “Non mi sono mai occupata di banche…”

[L’analisi] La Boschi ha mentito su Banca Etruria, ma non ha favorito nessuno. E si è ficcata in un guaio

L’audizione più attesa, quella dell’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni, è stata tra le più veloci, appena quattro ore, e scrive una parola finale sulla vicenda Boschi-Etruria. Sommando e incrociando quanto detto da Vegas, ex numero 1 di Consob, dal ministro Padoan, dal governatore Visco e stamani da Ghizzoni, si possono fissare alcuni punti:

1) l’ex ministro si è occupata in più occasioni dei destini della Banca popolare dell’Etruria e del Lazio;
2) non ha mai esercitato pressioni nè ha chiesto favori;
3) il suo interessamento è stato portato avanti in nome e per conto di un territorio, la Toscana, che come altre regioni in quegli anni risentiva della crisi economica e del credito;
4) il suo interessamento non ha prodotto benefici alla causa perorata visto che, nell’ordine, Bpel è stata commissariata (febbraio 2015), liquidata (novembre 2015), i vertici sono stati sanzionati da Consob e Bankitalia e nello specifico Pier Luigi Boschi deve pagare 175 mila euro più altre 120 mila. I “favori” in genere non producono questi effetti decisamente negativi.
5) Le quattro audizioni confermano che l’allora ministro Boschi ha mentito quando a maggio scorso disse di “non essersi mai occupata dei destini della banca”. Non lo disse in Parlamento ma è ugualmente un grave errore che adesso mette in dubbio e contamina tutto il resto.

Il libro, l’inizio di tutto

Circa il libro di Ferruccio De Bortoli (“Poteri forti”) che a maggio scorso ha avviato la narrazione del “ministro Boschi che si è spesso occupata di banche al di là del suo mandato”, va detto che la verità  sta nel mezzo. Non fu l’allora ministro ad interessare Unicredit, tramite Ghizzoni, per acquistare e quindi salvare Bpel. Il 3 dicembre 2014 Mediobanca, advisor di Bpel, fa una riunione con Ghizzoni, prospetta il rischio del commissariamento, illustra il piano di ristrutturazione e chiede che venga avviata un’istruttoria con urgenza per valutare l’entrata nel capitale Bpel. Il 12 dicembre, quando Ghizzoni vede Boschi, Unicredit è già stata interessata al dossier dai legittimi titolari: i vertici della banca toscane e il loro advisor-consulente, cioè Mediobanca.

L’altro fulmine di giornata, la mail che il 13 gennaio Marco Carrai scrive a Ghizzoni, con cui si danno del “tu” in nome di una certa  consuetudine, dovrebbe chiudersi in serata con una nota del diretto interessato che spiega di aver “sollecitato” Ghizzoni circa la risposta sul dossier  Bpel perché “un suo cliente era interessato alla Banca  Federico Del Vecchio storico istituto fiorentino acquistato da Etruria”. Carrai è un imprenditore e, per quanto amico dall’infanzia di Matteo Renzi, non ha alcun legame con il Pd.

Ma tutto ciò – i distinguo, le valutazioni, la contestualizzazione dei fatti –  nella narrazione politica non conta più. “Nel merito non c’è nulla ma Boschi s’è mossa con molta ingenuità e ha raccontato mezze verità. Non ci sono reati ma un problema enorme di opportunità politica e di tatto istituzionale” dice nel pomeriggio un senatore dello stato maggiore Pd renziano. “Adesso chi può dovrebbe non dico dimettersi ma almeno fare un passo di lato. Perchè è molto forte il rischio che il Pd paghi un prezzo altissimo per tutto questo che, ripeto, è nulla. Perchè se andiamo a vedere i veri intrecci tra banche e politica… vabbè dai, ma di cosa stiamo parlando? “.

Il cronoprogramma di Ghizzoni

Fin qui i cosiddetti “titoli” di giornata. Ma quello che conta è tutto quello che c’è dietro e intorno ai titoli. L’ex ad di Unicredit, si presenta come “uomo di numeri e non di illazioni”, s’è preparato un vero promemoria che assomiglia ad un cronoprogramma. Il succo è che Ghizzoni incontra Boschi – ministro delle Riforme ma soprattutto, in questo caso, dei Rapporti con il Parlamento – tre volte, due sono occasioni istituzionali, convegni. Una volta, il 12 dicembre 2014, quando il destino di Bpel sembra già segnato, è l’unica volta in cui affrontano il tema Etruria. Ma ecco il dettaglio.

1 settembre 2014 – E’ il primo contatto con Etruria ma avviene  tramite l’advisor Mediobanca che per conto di Bpel cerca investitori per rilevare l’istituto toscano. Dunque non c’entra il ministro Boschi. “La prima discussione che Unicredit ebbe al suo interno su Etruria fu il 1° settembre 2014 quando ci fu un contatto con Mediobanca che agiva da advisor alla ricerca di investitori. Fummo contattati per lettera e ci fu chiesto se eravamo interessati a una eventuale acquisizione. Rispondemmo il giorno dopo che non avevamo interesse, eravamo orientati in quel periodo a investire all’estero”.

6-7 settembre – Ghizzoni è ospite al Forum Ambrosetti , da sempre occasione di incontri  e relazioni spesso prodromiche ad importanti affari. “Incrociai la ministra Boschi ma non ebbi alcuncontatto con lei” h spiegato Ghizzoni.

11 settembre – “Ebbi un incontro in largo Chigi con la ministra, partecipò anche Giuseppe Scognamiglio, capo delle relazioni istituzionali di Unicredit. Fu un incontro di natura istituzionale, si parlò della politica del governo Renzi, di riforme, fu un discorso molto generale sulle banche ma non si parlò di specifiche banche” bensì “delle normative in arrivo della Bce, era il periodo del passaggio della vigilanza dalla Banca d’Italia alla Banca centrale europea”.

Fine ottobre – A Ghizzoni arriva una nuova richiesta di incontro da parte dei vertici di Banca Etruria. “Chiedono un incontro con me, alla mia segreteria dicono che della richiesta erano a conoscenza organi istituzionali. Ho pensato alla Vigilanza di Bankitalia”. Il 5 novembre “Nicastro, allora dg di Unicredit, era stato contattato dal presidente Rosi e dal dg di Etruria per sondare un eventuale interesse a investire in Etruria. L’appuntamento fu fissato per il 3 dicembre”.

4 novembre – Quel giorno la ministra Boschi “era presente in rappresentanza del governo e fece un discorso per la celebrazione dei 15 anni di Unicredit. Anche in questo incontro- ha sottolineato Ghizzoni – non ci fu occasione per discorsi di tipo bilaterale. Mi disse solo sentiamoci prima di fine anno”. Eppure, proprio in quei giorni, stavano accadendo cose importanti dentro e fuori la banca toscana.

3 dicembre – Nel colloquio con i vertici di Etruria, “mi fu presentata la situazione della banca, mi dissero che Etruria doveva trovare una soluzione urgente perchè correva il rischio del commissariamento a febbraio 2015, mi fu illustrato il piano di ristrutturazione, i tagli del personale e degli sportelli, la divisione in bad e good bank, la trasformazione da popolare in spa. Michiesero se c’era l’interesse di intervenire nel capitale di Etruria, risposi che era molto difficile per via dei tempi molto ristretti e per un fattore esterno dirimente su qualsiasi acquisizione: il passaggio della vigilanza da Bankitalia alla Bce e l’entrata in vigore delle nuove regole europee”. Comunque, “incaricai l’ufficio di avviare un’istruttoria. In Unicredit il processo è molto trasparente: convocai i colleghi responsabili per questo tipo di analisi. Decidemmo di andare a vedere perchè tanto, in caso di commissariamento, sarebbe intervenuto il Fondo interbancario a cui Unicredit partecipa con il 18%”. Insomma, Ghizzoni decise di portarsi avanti con il lavoro.

12 dicembre – E’ il giorno dell’appuntamento con Boschi. Si svolge all’interno della sede di Unicredit, è informato anche il nostro rappresentante delle relazioni istituzionali. Fu quella l’occasione in cui affrontammo per la prima volta il tema della crisi delle banche. Il ministro era molto preoccupata, soprattutto per Mps e Etruria. Parlava dell’impatto sul territorio toscano in termini di erogazione del credito, di riduzione dell’offerta, degli impatti negativi su piccole imprese. Alla fine mi chiese se fosse pensabile per Unicredit interessarsi a Bpel. Dissi che avevo già avuto contatto, che le mie strutture stavano esaminando la cosa in totale autonomia e libertà. Fu un colloquio cordiale, nessuna pressione. Da quel giorno non ci sono più stati contatti con il ministro Boschi”.

13 gennaio – Il cronoprogramma dovrebbe terminare qua. Ma Ghizzoni, con lucidità luciferina, tiene  in serbo un colpo di scena. “Il 13 gennaio 2015 mi arriva una mail di Marco Carrai…”. Ghizzoni ne dà lettura. “Scusa Federico, solo per dirti che mi è stato chiesto di sollecitare, nel rispetto dei ruoli, una risposta su Etruria”.  Il brusio si fa forte nell’aula al IV piano di San Macuto, il presidente Casini dispensa inviti ecumenici. “Pace e bene fratelli e sorelle…”. Ghizzoni continua. “Non cosa chi avesse sollecitato Carrai, non l’ho voluto neppure sapere. Ho preferito chiudere lì e risposi che Etruria sarebbe stata contattata quando avremo finito. Volevo che il canale rimasse quello ufficiale banca-banca e così è stato”. Il 29 gennaio Unicredit rispose ad Etruria che non era interessata. L’11 febbraio la banca è stata commissariata. Il 24 febbraio Bankitalia ci contattò di nuovo se fossimo interessati alla good bank. Tutti no. Fino a fine 2014 quando Unicredit fu costretta ad occuparsene per il decreto di liquidazione e l’intervento del Fondo interbancario.

La risposta di Carrai 

Arriva a metà pomeriggio. E’ scritta per evitare fraintendimenti. “Ero interessato, ‘nel rispetto dei ruoli’ come ho scritto non a caso nella mail, a capire gli intendimenti di Unicredit riguardo Banca Etruria perché un mio cliente stava verificando il dossier di Banca Federico Del Vecchio, storico istituto fiorentino di proprietà di Etruria. Dunque ho assunto informazioni, in veste di consulente, per un mio cliente”. Usando una mail pubblica, letta anche da varie segretarie. Sui rapporti con Ghizzoni: “Confermo di aver avuto, in svariate occasioni, il piacere di incontrare e dialogare, a livello professionale, con il dr. Federico Ghizzoni, nella mia veste di consulente, come dichiarato da Ghizzoni stesso”. Nessun mistero anche sul perchè lui fosse informato sul dossier. “Per chi si occupa di banche era il segreto di Pulcinella… “. Carrai avvisa di non abusare del suo nome: “Da imprenditore rispetto la polemica politica, ma diffido dall’utilizzare il mio nome e quello delle aziende con cui collaboro che da anni lavorano con innegabile professionalità e a tutela delle quali sono pronto ad agire in ogni sede”.

Ma anche questo non basta. Perché il retroscena vale più della scena. E così la mail di Carrai completa la narrazione delle opposizioni, a cominciare dai 5 Stelle:  “Il giglio magico di dilettanti che pensava di controllare il mondo”. “il clan che trascina a fondo il Pd”.  Liberi e Uguali passa all’incasso. Pierluigi Bersani dice che “tutto nasce da un circuito troppo stretto, tutte cose nate in pochi chilometri e trasportate a Roma. A Gentiloni sta bene così? E poi mai negli anni in cui sono stato ministro ho mai trattato diversamente una cosa di Piacenza da una di Canicatti,una cosa è fare il parlamentare, altra il ministro”. La Commissione si è rivelata un disastro per il Pd e un bancomat per le opposizioni.