Disperato anti-schiavistico

di Alessio Mannino – 18 ottobre 2018 lintellettualedissidente.it

Non ci vedevamo da anni, Alberto ed io. Il nome è di fantasia, mentre quella faccia larga, ruvida, arcitaliana, è reale, realissima. Sei anni fa lo avevo incrociato, per i casi della vita, e ne era venuta fuori un’intervista: allora 48enne, origini pugliesi ma straveneto di modi e mentalità, gli luccicavano gli occhi, a raccontarmi la sua storia. Una vita di normale abisso della quotidianità: nel 2006 aveva perduto il lavoro, e da allora non lo ha più ritrovato. Dodici anni di vita sul filo della precarietà.

Sempre grazie al dio Caso, ho avuto la fortuna di rincontrarlo qualche giorno fa. A ogni sigaretta accesa, la mano verso di me ad offrirmene una. No, gli faccio, le ho. Lui niente, imperterrito, ha la generosità come tic nevrotico. Dai, facciamoci qualcosa bere – mi fa. Figuriamoci se gli dico di no. Ma alla fine lo frego, e pago io. Ovviamente, si imbufalisce.

Come te la passi, vecchio mio? Esattamente come allora, come sempre:

a 54 anni non è giusto  correre da un lavoretto all’altro, col rischio di farmi licenziare dopo qualche mese perché la ditta non ha più bisogno di me.

Disoccupazione intermittente, con l’angoscia che si infiltra dentro e diventa la tua vera occupazione. Un tempo faceva l’agente assicurativo. Poi, negli anni ’90, la depressione:

fu scatenata da vicende familiari. Piombai nel male oscuro, che nel 2000 mi portò alle dimissioni dall’agenzia assicurativa per la quale lavoravo: non reggevo più il carico di lavoro.

Cominciava così l’odissea degli impieghi temporanei:

pur stando male, dovevo campare, e ho dovuto fare di tutto: l’operaio, il muratore, il magazziniere. Vivere aspettando la chiamata dell’agenzia interinale, non è vita. Quando ti va bene ti rinnovano il contratto ogni due mesi, e io in media ho avuto impieghi di un anno. Ogni volta devi imparare in fretta il tuo nuovo lavoro, e ci sono posti dove non ti rispettano, tanto dopo qualche mese te ne vai. Così a volte li ho mandati a quel paese io. Ho ancora una dignità.

Ha vissuto, in pratica, col reddito dei suoi risparmi in banca e con la pensione materna. La via d’uscita, in questi casi, è il lavoro nero:

è una necessità. Io vorrei aprire un’impresa edile, ma mi manca il capitale iniziale. Come faccio? Le banche mi sbattono la porta in faccia. Così devo cercare un lavoro da dipendente, ma vogliono solo giovani.

Adesso se la cava un po’ meglio anche grazie alla compagna che lavora: in due, si danno una mano.

È disilluso e stanco dello schifo che ha subìto:

Non vado a votare da un pezzo, per me è tutto il sistema che ha fallito. Il lavoro è diventato una fatica senza senso, ti fanno sgobbare per battere i cinesi. Ma chi vuoi battere, se loro hanno un’economia senza debito e – ho studiato, eh – liberi di battere moneta? Dobbiamo sacrificare questo sputo che è il nostro passaggio fra nascita e morte per competere a tutti i costi? Ma vaff…

Alberto viene da sinistra:

quando arriva il primo giorno di maggio mi incazzo: cosa c’è da festeggiare e da cantare? La sinistra si è venduta, fa ridere i polli. Per forza i disperati, i senza-speranza, preferiscono i 5 Stelle o la Lega. Ben venga il sussidio di cittadinanza: la Repubblica non deve forse garantire una vitaccia degna a tutti? La gente si ammazza, perfino gli imprenditori si suicidano, e dobbiamo sottostare a regole per accontentare l’Europa e la Germania e qualche infame speculatore di mestiere che sposta miliardi di risparmi (dei fessi, non certo miei, col cavolo!) da una Borsa all’altra. Dovrebbero passare quello che ho passato io e tanti come me, e forse capirebbero che la vita è una, una soltanto. Al diavolo il pareggio di bilancio, io voglio dignità.

Gli chiedo cos’è, questa benedetta dignità. È vivere senza ansia.

Immersione negli Stati Uniti, picchi di rischio italiani mentre Draghi minaccia l’Italia

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

Aggiornamento : il Dow è in calo di quasi 400 punti ora, accelerando più in basso e cancellando la maggior parte dei guadagni di lunedì in seguito alle dichiarazioni del presidente della BCE Mario Draghi, lamentandosi dei paesi che non rispettano le regole dell’UE:

“Mettere in discussione le norme all’interno dell’UE può portare ad un peggioramento delle condizioni nel settore finanziario e quindi danneggiare la crescita …

Le regole devono essere rispettate nell’interesse personale di tutte le parti, specialmente di quelle più deboli …

Il rispetto delle regole è essenziale come l’apertura alle modifiche per approfondire l’integrazione 

E sembra minacciare l’Italia:

“Non vi è alcuna prova che per minare tutte le regole porterà alla prosperità, ma porterà un alto prezzo per tutti gli attori”.

In altre parole, fai come ti è stato detto, o altrimenti!

Le azioni non sono felici …

Le scorte stanno scendendo al di sotto dei livelli tecnici critici …

Le obbligazioni sono offerte …

* * *

Come abbiamo discusso ieri , la recente ondata di ottimismo sui beni italiani non è stata pensata per durare, seguendo quello che è stato prima un avvertimento di un imminente declassamento del rating sovrano da parte di un funzionario italiano, seguito da una relazione che la Commissione Europea respingerebbe il bilancio italiano del 2019 .

E mentre non ci sono stati nuovi sviluppi materiali, l’ottimismo è finalmente svanito tra crescenti preoccupazioni per la situazione finanziaria inconciliabile dell’Italia e la situazione di stallo con Bruxelles, che si è manifestata oggi con spread tra BTP italiani e bund a 325bps, un nuovo quinquennio alta. 

L’impennata dei rendimenti italiani, che hanno toccato un enorme 3,68% a seguito di una forte svendita della carta 10Y italiana …

… si sta riversando sul risultato di contagio sulle attività di rischio in tutta Europa, e ora sta colpendo gli Stati Uniti, dove i brevi guadagni di S & P di ieri sono da tempo andati via mentre i mercati azionari statunitensi divorano l’imponente aumento di lunedì. Nessun catalizzatore specifico, ma non sappiamo che gli spread creditizi italiani sono andati al massimo dal 2013, poiché la propensione al rischio globale diventa acida.

In breve: l’Italia non è fissa.

Nel grafico in alto si nota che lo spread tra USTreasurys e Bunds è ora ai massimi storici, e con la Fed che chiarisce che sono a favore di ulteriori rialzi dei tassi, i rendimenti del Tesoro potrebbero salire più in alto, mentre i rendimenti dei bund tedeschi sono suscettibili di rimanere bassi sulla domanda di rifugio da rischi politici italiani e dubbi su quanto la Banca centrale europea sia disposta ad aumentare i costi di finanziamento.

Nel frattempo, con l’avvicinarsi del mercato europeo, i flussi di flusso portano a questo. Inoltre, stiamo ricevendo un po ‘di rumore dalle conferenze stampa del Vertice dell’UE che suggeriscono che uno stand-off è quasi una certezza.

E quel sentimento di “rischio-off” ha attraversato lo stagno, dal momento che le azioni americane stanno rapidamente perdendo i guadagni di lunedì …

E con l’attenzione che torna a spostarsi in Italia, potrebbe peggiorare prima che migliori come la settimana prossima ci sono diversi catalizzatori chiave, compresa la risposta della Commissione europea al piano di bilancio italiano entro il 22 ottobre, mentre il 25 ottobre una revisione di rating di S & P è dovuto, con Moody anche potenzialmente in coperta; un downgrade da parte di una o entrambe le agenzie di rating comporterebbe probabilmente un ulteriore contagio di vendita e di rischio.

Spread e borsa: ah saperlo, saperlo

 di: Rita Pennarola lavocedellevoci.it

A contarli sono in netta, assurda e smisurata maggioranza, senza colpa. Gli ignari, nel grande osservatorio della conoscenza di economia e finanza stazionano in zone d’ombra, misteriosi meandri, irretiti da millantatori del governo gialloverde e da storici problemi di comprensione del fenomeno. Il tema, è svolto nel loro gergo astruso dai media specializzati e l’informazione quotidiana non s’impegna si impegna quasi mai nel tradurre in parole semplici, a tutti comprensibili, il ruolo dello spread, delle frecce in su e in giù dei titoli di borsa. Un paradosso esemplifica lo stato confusionale dei poveri cristi vittime dell’ignoranza. I telegiornali riescono si e no ad mettere in ansia il loro pubblico lanciando preoccupanti allarmi se il differenziale bot-bond tedeschi vola alto. Perché confrontarci con la Germania finanziaria? Perché è il più saldo e attendibile termine di paragone della finanza europea. Le conseguenze dello spread che s’impenna sono immediate e in qualche modo sconcertano i risparmiatori. Ma come, sale lo spread e salgono anche i tassi d’interesse dei nostri buoni del tesoro? Sembrerebbe una contraddizione. Non lo è. Semplice, per gli investitori stranieri e italiani non conviene acquistare i nostri titoli di Stato a interessi alti e il mancato acquisto costa miliardi di euro alle casse del Paese. Il “che ce ne frega” del binomio Lega-5Stelle confonde le idee agli italiani, che ipnotizzati dall’incosciente spavalderia del Ce l’ho duro Salvini e dell’imbonitore Di Maio, viaggiano ignari verso il disastro. Come spiegare l’altalena delle quotazioni in borsa? Milano oggi è a più 2,5 percento, domani a meno 1,8 e, così alternando guadagni e perdite, disorienta il piccolo e medio investitore. L’errore è pensare che il titolo X Y, salga e scenda per fenomeni di oscillazione fisiologica. Non è così. Il saliscendi è determinato dai grandi speculatori che vendono azioni ad alte quotazioni e ne comprano quando il mercato, condizionato da complessi fenomeni di mercato, le manda a picco. Qualunque consulente finanziario di buona professionalità e riconosciuta onestà, sconsiglia di investire i risparmi in azioni, se non in quote molto modeste, ininfluenti. L’illusione di arricchirsi gettandosi nella mischia dei giochi di borsa fa vittime ogni giorno, senza eccezioni. In corso di scrittura di questa nota lo spread se ne sta alla quota pericolosa di 311 punti e il rendimento decennale dei nostri titoli, ahinoi, è al 3,583 percento. La guerra civile all’interno del governo gialloverde sulla manovra del Def è di non poco conto e snobba con freddo cinismo i rischi sul futuro della nostra economia.

Andare in pensione appena possibile: sono in molti a tifare per questa trovata del governo. Pochi la osteggiano. Per esempio chi lavora d’ingegno, è in buona salute e sa di poter continuare a produrre con lucidità ed efficacia. Per esempio il giornalisti, costretti a lasciare nel pieno della loro maturità professionale.

I giallo verdi, contando di attirare consensi, hanno inventato la pensione quota 100 che permette di andare in quiescenza prima degli storici 65 anni. Il gatto e la volpe, il Ce l’ho duro Salvini e l’Incompiuto Di Maio, si guardano bene dal rivelare la mazzata su chi usufruirà della quota 100. Non dicono che si potrà perdere fino a un quinto dello stipendio. Ammesso che la retribuzione sia di 1.500 euro, la pensione subirebbe, in soldoni, la detrazione di 300 euro. In altre parole la pensione sarà decurtata dal 2% per chi ha 42 anni di contributi e di un massimo del 20%. Un esempio: un lavoratore che va in pensione a 62 anni con 38 di contributi, non riceverà 1.778 euro, ma 1.442.

Tito Boeri, presidente dell’INPS, massimo esperto del sistema pensionistico italiano, avverte che con la quota 100 i lavoratori del settore pubblico, se lasciassero a 62 anni, potrebbero perdere 500 euro al mese, pari al 21% rispetto al quanto sdarebbe spettato andando in pensione a 67 anni (legge Fornero). Comunque toccherebbe a meno di 400 mila. Ne vale la pena, si chiede Boeri? E commenta che la riforma Lega-5Stelle nei prossimi dieci anni si tradurrà in un incremento della spesa previdenziale di 140 miliardi (!!!). Udite, udite, grullini e leghisti. A proposito del taglio delle pensioni d’oro, Boeri precisa che i conti elaborati dall’INPS porterebbero risparmi per 150 milioni di euro l’anno nelle casse dell’Erario, cifra lontana dal miliardo sbandierato come fake news dal governo. Il condono contributivo, conclude Boeri, avrebbe un effetto devastante sui conti dell’INPS, cioè sulle pensioni di tutti gli italiani: solo a parlarne, è calato il gettito delle riscossioni.

LE GRANDI MANOVRE DI GUZZETTI – L’84ENNE GRAN CAPO DELLE FONDAZIONI BANCARIE, VICINO A LASCIARE I SUOI INCARICHI, PROVA A SISTEMARE I PEZZI SULLA SCACCHIERA – SPINGE PER PAOLO ANDREA COLOMBO ALLA PRESIDENZA DI BANCA INTESA, MA MESSINA VUOLE LA RICONFERMA DI GROS PIETRO E ALLORA, PER AVERE UN APPOGGIO, IL GRANDE VECCHIO PROMETTE A FRANCESCO PROFUMO LA PRESIDENZA DI ACRI (A GORNO TEMPINI LA FONDAZIONE CARIPLO)

dagospia.com 18.10.18

Dagonews

GIUSEPPE GUZZETTIGIUSEPPE GUZZETTI

L’84enne Giuseppe Guzzetti, giunto quasi a scadenza dei suoi incarichi, è preoccupato di sistemare i pezzi sulla scacchiera nel modo giusto. Il suo cruccio è il rinnovo della presidenza di Banca Intesa. L’ad Carlo Messina spinge per la riconferma di Gian Maria Gros Pietro. Guzzetti, da raffinato democristiano, ha eccepito sull’ipotesi avanzando una serie di articolati ragionamenti (e molti pretesti) con l’obiettivo di far emergere il nome di Paolo Andrea Colombo. Un’idea sulla quale ha cercato l’appoggio di Francesco Profumo, a capo della Compagnia San Paolo, al quale ha promesso in cambio la presidenza di Acri. Per la poltrona di presidente della Fondazione Cariplo, Guzzetti ha il suo uomo: vuole lasciarla a Giovanni Gorno Tempini.

gian maria gros pietroGIAN MARIA GROS PIETROgiovanni gorno tempiniGIOVANNI GORNO TEMPINIPaolo Andrea ColomboPAOLO ANDREA COLOMBOcarlo messinaCARLO MESSINA

Generali Ass.: Leonardo Del Vecchio sale al 3,25%

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Prosegue il rafforzamento di Leonardo Del Vecchio nel capitale delle Generali. 

Attraverso un filing model di internal dealing pubblicato pochi minuti fa, la holding Delfin ha infatti reso noto di aver acquistato ieri sul mercato 697.000 azioni della compagnia triestina, a un prezzo medio unitario di 14,3532 euro che ha comportato un investimento complessivo di 10,004 milioni di euro. 

Dopo quest’ultima operazione, la quota Generali in mano a Del Vecchio si attesta al 3,25%. 

red/ofb 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 18, 2018 10:15 ET (14:15 GMT)

Generali Ass.: Caltagirone sale ancora, quota al 4,45%

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Non si arresta la crescita di Francesco Gaetano Caltagirone nel capitale delle Generali, fronte su cui l’imprenditore capitolino è particolarmente attivo ormai da settimane. 

In particolare, secondo quanto emerso da una serie di filing model di internal dealing pubblicati pochi minuti fa, Caltagirone si è portato al 4,45% circa della compagnia triestina. 

Nel dettaglio, il rafforzamento è avvenuto attraverso l’azione congiunta di Fincal, Caltagirone Spa, Mantegna 87 e Capitolium che negli ultimi due giorni hanno acquistato 710.354 azioni del Leone. 

Per quanto riguarda Fincal, gli acquisti effettuati sul mercato il 16 ottobre scorso hanno riguardato 10.354 azioni della compagnia triestina rilevati al prezzo medio unitario di 14,2903 euro. Il giorno stesso hanno poi rafforzato le rispettive posizioni sia Capitolium – che ha comprato 100.000 azioni a 14,1273 euro – sia Mantegna 87. Quest’ultima ha inserito in portafoglio altre 75.866 azioni a 14,2528 euro l’una, bissando poi l’azione il giorno successivo con altri 224.135 titoli acquisiti a 14,3944 euro. Ieri, infine, Caltagirone Spa ha comprato sul mercato altre 300.000 azioni al valore unitario di 14,298 euro. 

ofb 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 18, 2018 10:49 ET (14:49 GMT)

Lacalle: il problema dell’Italia non è l’euro, è la spesa politica

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

Scritto da Daniel Lacalle via DLacalle.com,

Il governo italiano ha creato un’altra enorme turbolenza nei mercati europei con la sua proposta di bilancio 2019.

Non solo rappresenta un enorme aumento in un paese che ha già il 131% del debito rispetto al PIL, ma una breve analisi delle stime delle entrate fiscali mostra che la cifra presentata è semplicemente irraggiungibile. La maggior parte degli analisti indipendenti ha evidenziato la presenza di ricavi stimati eccessivamente ottimistici, sollevando il timore di un ulteriore deficit finanziario di 14 miliardi di euro.

Il mercato azionario di Milano è crollato, le banche hanno dovuto essere sospese dal commercio dopo essere diminuite del 6-7%, i rendimenti obbligazionari sono saliti e il bond italiano a 10 anni è sceso al livello peggiore in un anno nonostante gli interventi della Banca Centrale Europea.

Questo è ciò che accade quando un paese con enormi problemi interni si lancia alla soluzione magica eterna di spendere molto di più e aumentare i deficit.

Molti hanno commentato che questo è il “prezzo della sovranità”.

Qualcuno deve chiarirmi su come conseguire la sovranità aumentando il debito e aumentando le spese correnti.

Chiunque crede che aumentare gli squilibri e minacciare il default e lasciare l’euro sarà la soluzione per l’Italia prima dei miliardi di scadenze e con le banche gravate da enormi prestiti non performing e titoli di stato, semplicemente sogni.

La prospettiva dei controlli sui capitali, delle corse bancarie e dei fallimenti di domino è persino conservatrice.

Il più grande problema delle proposte è che sono gli stessi vecchi errori che non hanno mai funzionato. Le massicce sovvenzioni e la spesa politica non sono strumenti per la crescita, ma la ricetta per la stagnazione e in definitiva adeguamenti più grandi e più dolorosi a lungo termine.

L’Italia è stata uno dei principali beneficiari del programma di acquisto di obbligazioni della BCE. Nonostante l’enorme compressione di bolle e obbligazioni creata dalla politica di allentamento quantitativo, i rendimenti dei titoli italiani sono saliti alle stelle. Immaginate al di fuori della zona euro e con una banca centrale impegnata a copiare l’Argentina e le politiche monetarie turche, come hanno fatto la Spagna o l’Italia prima dell’euro.

L’enorme peso del debito italiano non è una conseguenza dell ‘”austerità”. È fuorviante definire come austerità una spesa pubblica del 48,9% del PIL nel 2017. La spesa pubblica per il PIL in Italia è stata in media del 49,83% dal 1990 fino al 2017.

La mostruosa spesa pubblica che l’Italia sta proponendo non è la soluzione. Ancor meno, sarebbe impossibile al di fuori dell’euro, con la consapevolezza storica che la banca centrale avrebbe perseguito una politica inflazionistica e distruttiva per il potere d’acquisto, come avveniva negli anni precedenti l’euro.

I problemi economici dell’Italia si autoinfliggono, non a causa dell’euro.

  • L’Italia ha visto più governi dalla seconda guerra mondiale di qualsiasi altro paese nell’Unione europea.
  • I governi di tutti i colori hanno costantemente promosso inefficienti “campioni nazionali” di dinosauro e corporazioni semi-ministeriali statali a spese delle piccole e medie imprese, competitività e crescita.
  • Le rigidità del mercato del lavoro sono rimaste, lasciando alta disoccupazione e differenze tra le regioni.
  • Un sistema finanziario incentivante perverso, in cui le banche sono state incentivate a concedere prestiti a società statali obsolete e indebitate nelle loro disastrose acquisizioni di costruzione dell’impero , in municipi inefficienti, così come finanziare ingenti spese pubbliche locali e nazionali. Ciò ha portato alla più alta cifra di Non Performing Loan in Europa.
  • Un sistema legale da incubo che rende praticamente impossibile riacquistare beni da crediti inesigibili , porta i prestiti non performanti attraverso il tetto e il mal investito a salire.
  • Un fiorente ecosistema delle esportazioni e delle piccole imprese era costantemente limitato dalla tassazione e dalla burocrazia. Ciò ha reso le aziende fiorenti più piccole e attivamente alla ricerca di attività al di fuori dell’Italia.

Per questo motivo, le spese del governo hanno continuato a salire ben al di sopra dei ricavi. Poiché l’Italia, come Spagna e Portogallo, ha deciso di penalizzare i settori ad alta produttività con l’aumento delle imposte, i ricavi sono diminuiti, mentre le spese hanno continuato a salire. L’Italia, come tanti paesi periferici, ha creato un massiccio effetto di “spiazzamento” del settore pubblico nei confronti del privato. Non è un caso che la maggior parte dei cittadini in Italia, come la Spagna o il Portogallo, preferisca essere dipendenti pubblici che imprenditori.

Nessuno di questi problemi è stato risolto in questo budget. Di fatto, sono aggravati dall’aumento massiccio dei diritti e dei sussidi.

Non c’è da meravigliarsi se, mentre le compagnie private sono riuscite a sopravvivere e migliorare “nonostante il governo”, i prestiti a debito e non performanti sono aumentati vertiginosamente.

Molti incolpano l’euro. Come se lo stesso effetto di spiazzamento non si sarebbe verificato al di fuori della moneta unica. L’unica differenza è che al di fuori dell’euro, il governo avrebbe distrutto i risparmiatori e i cittadini attraverso continue “svalutazioni competitive” che sono state la causa delle debolezze economiche del passato. Le continue svalutazioni non hanno reso l’Italia, la Spagna o il Portogallo più competitivi, le hanno rese perennemente povere e hanno perpetuato i loro squilibri.

La corruzione costa all’Italia un valore di 60 miliardi di euro all’anno, pari al 4% del suo PIL, secondo l’indice di percezione della corruzione. Un problema che riguarda anche la Spagna. Aumentare i fondi per i politici da gestire aumenta solo il clientelismo, gli interessi speciali e gli incentivi perversi.

Le svalutazioni non sono mai state uno strumento per la competitività, ma uno strumento per il clientelismo. E questo ha spinto l’Italia alla stagnazione.

Incolpare l’euro non salverà l’Italia. Aumentare gli squilibri che hanno portato alla stagnazione peggiorerà la sua delicata situazione.

Le soluzioni magiche non funzionano mai. Ciò di cui l’Italia ha bisogno è di ridurre gli incentivi perversi, gli interessi speciali e smettere di abbattere i settori a bassa produttività, penalizzando al contempo quelli ad alta produttività.

Il problema dell’Italia è la spesa politica. Lo stesso problema che questo budget aumenterà in modo massiccio. 

La Consob sanziona PwC come revisore dei conti di Veneto Banca

 citywire.it 18.10.18

La Consob sanziona PwC come revisore dei conti di Veneto Banca

La Consob ha sanzionato per un ammontare complessivo di 600.000 euro PriceWaterhouseCoopers, ex revisore dei conti di Veneto Banca.

Nello specifico, si legge sul sito dell’authority, è stata comminata una sanzione di 450.000 euro per i lavori di revisione sui bilanci di esercizio e consolidato 2014, da altri 100.000 euro riguardanti le verifiche sui requisiti di indipendenza del team di revisione nello svolgimento di un servizio non-audit prestato a favore dell’istituto e, infine, da 50.000 per le verifiche effettuate sulla rilevazione contabile da parte di Veneto Banca dell’operazione di acquisto da JP Morgan Chase Bank di un portafoglio di prestiti ipotecari vitalizi. 

Il Comitato del Nobel celebra l’economia del fallimento del mercato

comedonChisciotte.org 18.10.18

DI JOHN CASSIDY

newyorker.com

A prima vista, la ricerca dei due studiosi che hanno vinto quest’anno il Premio Nobel per l’Economia ha poco in comune. Bill Nordhaus, Professore di lunga data a Yale, è stato celebrato per aver creato, nei primi anni Novanta, un modello matematico di come il cambiamento climatico influisce sull’economia. Dal momento che Nordhaus ha sviluppato il suo modello, ne sono stati adottati di simili da molte parti interessate, tra cui il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, che ha appena pubblicato un rapporto che avverte di terribili conseguenze se viene consentita la continuazione delle tendenze attuali. Paul Romer, originariamente a Stanford e ora all’Università di New York, è uno specialista delle forze che determinano la crescita economica a lungo termine. I documenti che gli sono valsi il Premio, pubblicati nel 1986 e 1990, hanno enfatizzato l’importanza della conoscenza e dello sviluppo di conoscenza.

Per quanto ne so, Nordhaus e Romer non hanno mai collaborato tra loro, e nessuno di loro è associato a una particolare scuola, al di là della vasta categoria dell’economia di approccio neoclassico, matematicamente intensiva. Come la maggior parte degli economisti della Ivy League(1), generalmente sostengono il capitalismo di libero mercato. In effetti, hanno entrambi scritto in merito a come il processo in corso di innovazione competitiva, intrinseco al capitalismo moderno, generi enormi benefici materiali, alcuni dei quali non sono registrati in toto in statistiche come il prodotto interno lordo.

È un po’ paradossale, quindi, che ciò che unisce Nordhaus e Romer è il lavoro che hanno svolto studiando come le economie di mercato a volte non funzionano come propagandato. Pur concentrandosi su aree separate, entrambi hanno esaminato il problema delle “esternalità” o “ripercussioni” del mercato, che sono una giustificazione chiave per le imposte sull’energia, i regimi di protezione sociale, i sussidi alla ricerca e altri tipi di intervento governativo. In un documento di riferimento, il Comitato del Nobel ha osservato: “Sia Romer che Nordhaus sottolineano che l’economia di mercato, pur essendo un potente motore dello sviluppo umano ha significative imperfezioni, e i loro contributi hanno quindi offerto informazioni su come la politica governativa potrebbe potenzialmente migliorare il nostro benessere a lungo termine.”

Il termine “imperfezioni” è un po’ fuorviante: i problemi qui sono fondamentali. In un mercato competitivo idealizzato, i prezzi mettono sullo stesso livello i costi di produzione dei beni e i benefici conseguenti per i consumatori, e questo meccanismo di equiparazione assicura che i mercati allochino risorse e beni in modo più efficiente, rispetto ai diktat governativi o ad altri metodi. Ma i mercati dei combustibili fossili (Nordhaus) e dei beni che includono i progressi della conoscenza umana (Romer) non funzionano in questo modo.

Quando si pagano tre dollari per un gallone(2) di benzina, quel prezzo copre i costi che la compagnia petrolifera ha sostenuto, estraendo petrolio dalla terra, raffinandolo e trasportandolo alla stazione di servizio, così come la soddisfazione che si prova nel portare in macchina i propri bambini a scuola o fare un viaggio su strada. Ma quel prezzo non tiene conto dei costi che le generazioni future pagheranno, quando l’accumulo di emissioni di biossido di carbonio nell’atmosfera causerà l’innalzamento delle temperature, inondazioni, siccità, la distruzione delle barriere coralline e così via. Questo costo aggiuntivo è un’esternalità negativa. Un modo per affrontarla è imporre limiti severi all’arsione di combustibili fossili, come benzina e carbone. Un’alternativa è imporre una considerevole carbon tax(3), che ne ridurrebbe l’uso. Ma quanto dovrebbe essere l’entità di questa tassa?

Nordhaus ha aperto la strada allo sviluppo di modelli che possono essere utilizzati per rispondere a questa domanda. Conosciuti come modelli di valutazione integrata, essi incorporano i collegamenti derivati dalle emissioni di [diossido di] carbonio ai cambiamenti nell’atmosfera, dai cambiamenti nell’atmosfera ai cambiamenti della temperatura globale e dai cambiamenti di temperatura agli effetti dannosi sull’economia globale. Durante i primi anni Novanta, utilizzando la prima versione del suo modello, Nordhaus ha calcolato che la carbon tax doveva essere fissata, inizialmente, a circa sei dollari per tonnellata di emissioni di [diossido di] carbonio. Nel suo lavoro più recente, che tiene conto della rapida crescita dell’economia mondiale nell’ultimo quarto di secolo e del concomitante aumento delle emissioni di [diossido di] carbonio, ha innalzato la sua stima a circa trenta dollari.

Una ripercussione positiva funziona nella direzione opposta, generando benefici che non sono pienamente registrati nelle transazioni di mercato. Piantare alberi è un buon esempio: oltre a fornire legno e frutta, gli alberi assorbono l’anidride carbonica dall’atmosfera e creano ossigeno. Un esempio meno ovvio, su cui Romer si è concentrato, è la creazione di conoscenze tecniche, che si concretizzano in nuove merci.

Paul Romer, della New York University, è specializzato nello studio delle forze che determinano la crescita economica a lungo termine e ha enfatizzato l’importanza della conoscenza e dello sviluppo di conoscenza.

Paul Romer, della New York University, è specializzato nello studio delle forze che guidano la crescita economica a lungo termine e ha sottolineato l’importanza della conoscenza e dello sviluppo della conoscenza. Fotografia di Spencer Platt / Getty

Ad esempio, lo sviluppo dei transistor. I ricercatori scientifici di Bell Labs li hanno inventati alla fine degli anni ’40 e Western Electric ha iniziato a fabbricarli per uso commerciale nel 1951. I clienti che acquistavano i prodotti che incorporavano questi primi transistor, come apparecchi acustici e radio, presumibilmente avevano speso bene i loro soldi. Ma quello era solo l’inizio: una volta stabilite le conoscenze di base su come creare un transistor, altre aziende lo potevano usare per creare prodotti diversi e migliori, un processo che Romer ha paragonato alla creazione di nuove ricette. “Ormai, le imprese private hanno sviluppato ricette migliorate che hanno ridotto il costo di un transistor secondo un fattore di 1 milione [di transistor]”, ha osservato in un saggio del 1993. “Tuttavia, la maggior parte dei benefici di tali scoperte è stata raccolta non dalle aziende innovatrici, ma dagli utenti dei transistor. Solo pochi anni fa, ho pagato mille dollari per un milione di transistor per la memoria nel mio computer. Ora pago meno di cento [dollari] per 1 milione [di transistor], eppure non ho fatto nulla per meritare o contribuire al pagamento per questo colpo di fortuna”.

Romer ha identificato la creazione di conoscenze tecniche che si riversano nella creazione di nuovi prodotti, come chiave per una crescita economica sostenuta. Nel suo documento del 1990, ha scritto un modello matematico dell’economia che includeva esplicitamente un settore della conoscenza. Ha anche sottolineato che le economie di libero mercato idealizzate, abbandonate a sè stesse, tendono a produrre una conoscenza troppo scarsa. In un ambiente completamente competitivo, le imprese saranno preoccupate che altre aziende copieranno rapidamente tutte le innovazioni che introducono, quindi saranno riluttanti a fare investimenti costosi in ricerca e sviluppo.

Per affrontare questo problema, ha affermato Romer, è necessario introdurre politiche come sussidi per la ricerca e lo sviluppo, borse di studio per studenti di scienze e brevetti ben concepiti che consentano alle aziende innovative di incassare per le loro invenzioni. Ha anche sostenuto che c’è ancora molto lavoro da fare per la politica, scrivendo: “Il Paese che prenderà il comando nel ventunesimo secolo sarà quello che implementa un’innovazione che supporta la produzione di idee commercialmente rilevanti nel settore privato.”

Né Nordhaus né Romer sono radicali. Nel dibattito su quanto lontano bisogna spingersi per affrontare il cambiamento climatico, Nordhaus è stato spesso criticato come un incrementalista. In un recente documento, ha usato il suo modello per calcolare che la strategia di cambiamento climatico “ottimale” implichi il contenimento dell’aumento delle temperature globali a circa 2,5 gradi Celsius entro il 2100, il che comporterebbe l’introduzione ora di una carbon tax di circa trenta dollari per tonnellata, che salirebbe a circa trentacinque dollari nel 2020 e a cento dollari nel 2050. Ma molti esperti in materia di cambiamenti climatici, tra cui l’IPCC (n.d.T. Intergovernmental Panel on Climate Change – Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), sostengono che permettere che le temperature aumentino di oltre due gradi Celsius sarebbe disastroso. Almeno implicitamente, stanno sostenendo carbon tax molto più alte di quelle raccomandate da Nordhaus: fino a duecento dollari per tonnellata nel 2020, che poi aumentano rapidamente da quel punto.

Romer, che di recente ha lavorato come chief economist della Banca Mondiale, continua a privilegiare il consentire che il meccanismo di mercato determini la maggior parte della vita quotidiana. È anche un grande fan dell’urbanizzazione su larga scala, che crede, tra le altre cose, favorisca la creazione e la diffusione di idee, purché le città siano gestite correttamente. In effetti, egli è l’autore di una controversa proposta per i Paesi impoveriti di stabilire “charter city”(4), che sarebbero amministrate da rappresentanti dei Paesi più avanzati. Nessuna sorpresa, questa proposta gli ha portato accuse di stare tentando di favorire il neocolonialismo.

Nel contesto della teoria economica, tuttavia, il punto chiave è che sia Nordhaus sia Romer hanno riconosciuto da molto tempo i limiti del libero mercato, specialmente quando si affrontano sfide a lungo termine, come i cambiamenti climatici e la promozione dell’innovazione. Per molte persone, al di fuori dell’economia, questo può sembrare un’intuizione ovvia. Ma non era ovvio per gli economisti accademici negli anni ’80, quando Nordhaus e Romer hanno iniziato ad affrontare questi problemi. Allora, come ha fatto notare Joshua Gans, economista della Rotman School of Management dell’Università di Toronto, gli economisti erano spesso coloro i quali ostacolavano l’adozione di politiche volte ad attenuare i cambiamenti climatici e promuovere l’innovazione. Alcuni temevano che i costi sarebbero stati troppo alti. Altri hanno respingevano le politiche industriali come controproducenti.

Come Gans ha sottolineato, Nordhaus e Romer hanno entrambi creato quadri concettuali che hanno permesso agli economisti scettici di analizzare questi due principali fallimenti del mercato, usando strumenti che riconoscevano come legittimi, e poi si sono espressi a favore dell’adozione di misure correttive. Nordhaus e Romer non hanno risolto tutte le discussioni sulla linea politica, non le hanno nemmeno chiuse. Ma per quello che hanno fatto, in un ambiente conservativo, meritano il loro premio.

Naturalmente, il problema più grande oggigiorno è se i governi possano invocare la volontà di introdurre le politiche necessarie, in particolare per quanto riguarda il cambiamento climatico. Con un negazionista del cambiamento climatico amante del carbone alla Casa Bianca e un Congresso controllato dai Repubblicani, in balia degli interessi energetici, sembra quasi impensabile che gli Stati Uniti si dimostreranno all’altezza della sfida. Ma, a questo punto, piuttosto che economico o scientifico è un problema politico.

John Cassidy è cronista al The New Yorker dal 1995. Scrive anche una rubrica su politica, economia e altroper newyorker.com. Leggi di più»

Fonte: https://www.newyorker.com/

Link: https://www.newyorker.com/news/our-columnists/the-nobel-committee-honors-the-economics-of-market-failure

9.10.2018

Scelto e Tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da NICKAL88

Note a cura del traduttore

  • Ivy League, o le Ancient Eight, è un titolo che accomuna le otto più prestigiose ed elitarie università private degli Stati Uniti d’America.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Ivy_League

  • Negli Stati Uniti si usa il gallone americano (S. gal) o U.S. liquidgallon:

1 U.S. liquidgallon = 3,785411784 L

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Gallone 

  • La carbon tax è una tassa sulle risorse energetiche che emettono biossido di carbonio nell’atmosfera. È un esempio di ecotassa, che è stata proposta dagli economisti come preferibile in quanto tassa un “male” anziché un “bene”. È uno strumento di politica fiscale secondo il quale ogni tonnellata di inquinamento da anidride carbonica rilasciata dai combustibili fossili sarà soggetto ad un’aliquota fissata dal governo.

 Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Carbon_tax

4) Negli Stati Uniti, una charter city è una città in cui il sistema di governo è definito dalla carta della città, piuttosto che dalla legge generale. Negli Stati in cui le carte della città sono consentite dalla legge, una città può adottare o modificare la sua carta organizzativa con decisione della sua amministrazione, secondo il modo stabilito nella carta. Queste città possono essere amministrate prevalentemente da residenti o tramite una struttura di gestione di terzi, perché una carta conferisce a una città la flessibilità di scegliere nuovi tipi di strutture governative.

Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Charter_city

Traduzione dall’Inglese all’Italiano

Mps, ecco il palio fra Tesoro, M5s e Lega sul Monte dei Paschi di Siena

startmag.it 18.10.18

Continua il subbuglio sul Monte dei Paschi di Siena. Su Mps si sta giocando una partita finanziaria che vede la politica al centro: il gruppo bancario ora è controllato dal Tesoro.

Gli accordi con Bruxelles prevedono che entro la metà del prossimo anno lo Stato esca dall’azionariato della banca, ma chi comprerà? Ecco perché alcuni nel governo, anche al Tesoro, pensano ad un’ipotesi BancoPosta, la controllata di Poste Italiane. Ma non tutti nella maggioranza sono concordi. Piuttosto fra M5s e Lega si preferisce un ribaltone ai vertici per silurare l’amministratore delegato, Marco Morelli, voluto dal governo Renzi. Un altro motivo di tensione fra partiti di maggioranza e il ministero dell’Economia?

Ecco fatti, indiscrezioni e analisi.

Il nuovo elemento di discordia nel governo si chiama Mps, l’istituto salvato grazie ad una ricapitalizzazione autorizzata dalla Commissione europea e che il Tesoro si è impegnato a mettere sul mercato. Un obiettivo non gradito dalla maggioranza che nel contratto di governo aveva stabilito di rivederne “mission e obiettivi” proprio nella prospettiva, stabilita sempre nel contratto di governo, di costituire una banca pubblica per gli investimenti, per sostenere “lo sviluppo dell’economia e delle imprese italiane utilizzando le strutture e le risorse già esistenti”.

Un passaggio che ha sempre condotto verso due possibili soggetti: Cdp e Mps. Nessun passo è stato fatto ancora in un senso o nell’altro ma ieri c’è stato un incontro fra il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, il direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, e il presidente di Mps, Stefania Bariatti.

Da giorni si sono intensificati i rumors su un possibile cambio dei rappresentanti dello stesso azionista di controllo pubblico nel board della banca senese. Nel mirino, ci sarebbero Antonino Turicchi (direttore privatizzazioni del Mef e nel mirino del Movimento 5 Stelle, come raccontato in questo articolo di Start Magazine) e anche quella del consigliere indipendente Angelo Riccaboni, ex rettore dell’Università di Siena.

In via XX Settembre c’è chi sostiene che il rimpasto potrebbe essere subito allargato anche all’ad invece di attendere la primavera 2019, come previsto inizialmente, ha scritto il Giornale: “Tanto da lasciar filtrare i nomi di alcuni papabili: quello dell’ad di Ubi, Victor Massiah, e del presidente di Fondazione Fiera Milano, Giovanni Gorno Tempini. Che però sarebbe in lizza anche per prendere il posto di Giuseppe Guzzetti al timone della Cariplo, il prossimo anno. Ed è lecito ritenere che, al netto dei desiderata del Tesoro, fra le due opzioni sceglierebbe Milano piuttosto che Siena”, ha scritto Camilla Conti del quotidiano milanese.

Comunque, entro metà 2019 il Tesoro, ora azionista di maggioranza di Mps, dovrà presentare a Bruxelles un piano per l’uscita dal capitale della banca. E starebbe prendendo corpo “l’ipotesi di coinvolgere BancoPosta, la struttura di Poste Italiane che si occupa della raccolta del risparmio”, secondo Mf/Milano Finanza: “Un progetto simile a quello realizzato in Germania fra Deutsche Bank e Postbank”, ha scritto Luca Gualtieri del quotidiano del gruppo Class. Un’idea, accarezzata dal Tesoro, che secondo le indiscrezioni di Start Magazine trova la contrarietà dei vertici del Movimento 5 Stelle.

Ma le attenzioni di ambienti del Movimento capeggiato da Luigi Di Maio non mancano per il gruppo bancario. Il giornalista di Repubblica, Luca Piana, ha svelato lunedì una lettera che il piccolo azionista Bluebell Partners di Londra ha inviato al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e ai vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Che cosa chiede a nome di Bluebell Giuseppe Bivona nella missiva datata 8 ottobre? “Oggi per la prima volta nella storia della banca il ministero dell’Economia ha la possibilità di nominare un vertice che non sia designato  da governi locali o centrali di matrice Partito democratico”, scrive Bivona che da tempo ha intrecciato rapporti con ambienti del Movimento 5 Stelle e in particolare, sottolinea Affari & Finanza, con l’esponente pentastellato Carlo Sibilia, sottosegretario al ministero dell’Interno.

Non è la prima volta che Bivona scrive a Tria. A metà luglio, quando il ministro doveva nominare il nuovo direttore generale del Mef al posto di Vincenzo La Via, il numero uno del fondo londinese aveva invitato il titolare del Tesoro a non indicare per quel ruolo Alessandro Rivera, responsabile della direzione Sistema bancario e finanziario del ministero dell’Economia. La nomina, secondo Bivona, sarebbe stata “in contrasto con lo spirito e la lettera del programma di governo”. “Bivona, che è ascoltato da diversi esponenti del M5S, ha inviato la stessa lettera, per conoscenza, anche ai vicepresidenti del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini e a quattro sottosegretari al Mef”, scrisse Gianni Dragoni del Sole 24 Ore sul suo blog personale Poteri Deboli.

Il ministro dell’Economia non ascoltò l’inedito suggerimento di Bivona, nominando proprio Rivera come direttore generale del ministero dell’Economia e delle Finanze. Significativa, comunque, la sponda che Bluebell avrebbe in settori del Movimento capeggiato da Luigi Di Maio, Ma questa volta Bivona sarà ascoltato da Tria?

Di sicuro al dicastero dell’Economia si fanno i conti dell’investimento del Tesoro nel Monte. E i conti finora piangono. Lo Stato italiano infatti sta perdendo 5,5 miliardi dei 6,9 investiti in Mps.

Il decreto per la nazionalizzazione finalizzata al salvataggio pubblico risale al dicembre 2016 e prevedeva una prima ricapitalizzazione da 5,4 miliardi a carico dello Stato (per una quota del 52,18%) e successivamente l’ascesa al 68,24% per 1,5 miliardi nell’ambito del piano di swap bond-azioni a tutela dei risparmiatori detentori delle vecchie obbligazioni, ha ricostruito Alessandro Graziani del Sole 24 Ore: “In totale, l’esborso per lo Stato è di 6,9 miliardi. Oggi il 100% della banca vale poco più di 2 miliardi, e il 68,24% in mano al Tesoro corrisponde a circa 1,36 miliardi”.

Ma nella maggioranza di governo non si auspica una vendita da parte del Tesoro, mentre governance e vertici restano nel mirino.

Nel “Contratto” di governo siglato da Movimento 5 Stelle e Lega, quando si parla di Mps è scritto: “Lo Stato azionista deve riprovvedere alla ridefinizione della mission e degli obiettivi dell’istituto di credito in un’ottica di servizio”.

Il cambio di governance di Mps “non entra nel contratto” di governo fra Lega e Cinque Stelle, “ma è abbastanza probabile, quasi naturale pensarlo”, dissea metà maggio Claudio Borghi, economista ed esponente di punta della Lega, che aggiunse: “E’ inutile mettere nel contratto ‘e poi cambiamo l’amministratore delegato’”.

Ma che cosa significa di preciso quel passaggio sul Monte dei Paschi di Siena nell’accordo fra Movimento 5 Stelle e Lega? “In buona sostanza”, secondo Borghi, l’obiettivo è “abbandonare l’idea di farci i profitti vendendola a chissacchì”, ma mantenerla “come patrimonio del Paese”.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: