Investimenti giù, ma pedaggi su: ecco il dossier del ministero che accusa Autostrade

Giuseppe Salvaggiulo ilsecoloxix.it 18.8.18

Nel 2016 le visite ispettive alle nuove opere sono state solamente due

Nel 2016 le visite ispettive alle nuove opere sono state solamente due

Torino – Aumenti dei pedaggi superiori a quelli dell’inflazione. Investimenti inferiori a quelli programmati. Crescita delle irregolarità riscontrate nelle ispezioni. Poche sanzioni. L’ultima relazione del ministero delle Infrastrutture sulla società Autostrade, ben prima del crollo del viadotto Morandi (tutte le foto e i video) , evidenzia un rapporto sbilanciato ai danni dello Stato concedente e a favore del privato concessionario.

La relazione riassume l’attività di vigilanza del ministero sulle aziende che gestiscono le autostrade. I poteri di vigilanza sono stati trasferiti dall’Anas nel 2012, non senza traumi. Nella prima fase la direzione generale del ministero incaricata dei controlli si è mossa con affanno e scarsi mezzi. L’allora direttore generale Mauro Coletta denunciava in Parlamento: ispettori prigionieri della burocrazia, rimborsati con cinque mesi di ritardo e privi di tutela legale.

Le ispezioni su Autostrade per l’Italia, che gestisce quasi 3mila chilometri, sono solo 211 in tutto il 2014. Crescono fino a 453 nel 2016. Ma ancor di più aumentano le irregolarità: più che triplicate da 825 a 3568 in due anni. Alcune vengono sanate dall’azienda, altre restano: 100 nel 2014, 317 nel 2016 (anche in questo caso più che triplicate). Quanto alle nuove opere,le visite ispettive sono a dir poco sporadiche: 2 nel 2016. Scarse anche le sanzioni applicate dal ministero, per le quali la convenzione prevede una specifica procedura: una da 40 mila euro in tutto l’anno.

Dalla relazione (un documento di 650 pagine che si occupa di tutti i gestori autostradali) emerge che la vigilanza sulle società concessionarie non sia la priorità del ministero. Nonostante ciò, alcuni dati sull’attività di Autostrade per l’Italia sono significativi, soprattutto se letti assieme. Il primo riguarda la tariffa. Tra il 2008 e il 2016 aumenta del 25%, a fronte di una crescita dell’inflazione dell’11,5%. Dunque più del doppio. Il resto dell’aumento dei pedaggi è motivato con il fatto che essi devono incorporare e remunerare gli investimenti che Autostrade effettua per migliorare la rete.

Questo nei piani. La tabella di monitoraggio degli investimenti racconta una realtà diversa. Nello stesso periodo gli investimenti effettuati sono 8,3 miliardi a fronte di 9,8 miliardi previsti. La differenza in negativo è di 1,5 miliardi, pari al 15%. In particolare su 9 anni monitorati ben 7 rilevano un saldo negativo sul fronte degli investimenti. Il trend di attuazione del piano investimento segna un peggioramento accentuato negli ultimi tre anni. Tra il 2009 e il 2012 gli investimenti annui superano il miliardo di euro. Poi precipitano. Nel 2016 sono i più bassi: 612 milioni, 400 milioni meno del previsto.

Un capitolo specifico del piano investimenti è rubricato “Autostrade A10 Genova – Savona, A7 Genova – Serravalle e A12 Genova – Sestri Levante: Gronda di Ponente e interconnessione A7/A10/A12”. Lo stato di attuazione è tra i più bassi: nell’ultimo decennio spesi 76 milioni anziché i 280 preventivati. Il 73% in meno. Ma intanto i pedaggi correvano.

Nel quadro generale vanno meglio le manutenzioni ordinarie: tra il 2008 e il 2016 l’impegno di spesa è stato rispettato, anzi aumentato del 2%. Ma nel 2016 mancano 3,5 milioni. Inoltre il trend di spesa è decrescente: -8% nell’ultimo anno monitorato. Calano in particolare le spese in sicurezza (-20%); al contrario crescono quelle per rinnovare i caselli per la riscossione dei pedaggi (+16%).

Nello stesso decennio in cui diminuisce gli investimenti, Autostrade aumenta i ricavi in pedaggi da 2,9 a 3,8 miliardi. E il titolo di Atlantia, la holding di controllo, vola in Borsa. Cinque anni fa era scambiato a 14 euro. La mattina del disastro di Genova a 25.

Come mai gli investimenti calano ma i pedaggi crescono? Quali iniziative ha intrapreso il ministero nei confronti di Autostrade, per sollecitarla ad adempiere agli obblighi contrattuali? Le risposte sono negli atti del ministero: verbali delle ispezioni, carteggi con la concessionaria, piani economico-finanziari allegati alle convenzioni. Nel febbraio scorso, con una parziale operazione di trasparenza, l’allora ministro Graziano Delrio aveva pubblicato le convenzioni (l’osso), ma non i piani economico-finanziari (la polpa). Il Movimento 5 Stelle allora aveva protestato, ma finora non ha colmato la lacuna.

Autostrade, il business miliardario dei concessionari. Nel 2016 fatturato da 6,8 miliardi. Allo Stato solo le briciole

 

di Carmine Gazzanni lanotiziagiornale.it
 
autostrade

L’intenzione del Governo pare essere molto chiara: revocare la concessione ad Autostrade per l’Italia. La società, controllata per il 100% dalla holding Atlantia (in pratica, la famiglia Benetton), gode da anni di un trattamento certamente vantaggioso, tanto che “in più occasioni e in varie sedi istituzionali, sono state evidenziate alcune criticità inerenti all’aspetto disciplinare in  essere”. A sottolineare tale iniquità è stata, in tempi non sospetti, la Direzione Generale per la Vigilanza sulle Concessionarie Autostradale del ministero dei Trasporti. È lo scorso settembre quando i tecnici ministeriali redigono un dettagliato rapporto relativo ai rapporti tra concessionari autostradali e Stato. Da quel documento veniamo a sapere che la rete autostradale a pedaggio data in concessione si sviluppa per 5.886,6 Km ed è gestita da 24 società. Autostrade per l’Italia, da sola, ha in gestione ben 2.857,5 km. In pratica la metà. Ma ciò che stupisce maggiormente è la durata delle concessioni. Praticamente infinite. Restando su Autostrade per l’Italia, per esempio, la società ha rinnovato il 29 maggio 2014 una convenzione con scadenza 31 dicembre 2038. Autocamionale della Cisa è concessionaria dal 12 novembre 2010 al 31 dicembre 2031. La società Rav – che sta per “raccordo autostradale della Valle D’Aosta” – ha stipulato la convenzione il 24 novembre 2010 e continuerà a gestire la tratta fino al 2033. La società autostrada Tirrenica, che arriva dal 1968, ha rinnovato il 28 giugno 2011 con scadenza 31 dicembre 2046.

Piatto ricco – C’è, poi, la parte relativa a costi e ricavi. Forse, se si può, ancora più sorprendente. Secondo la relazione,  “il settore ha generato nel corso del 2016 (ultimo dato disponibile, ndr) un fatturato pari a 6.896 milioni di euro”. Quasi 7 miliardi. Di questi, 5.710 derivano dai pedaggi autostradali; 468 milioni, invece, sono altri ricavi della gestione autostradale, “comprensivi dei proventi da concessione sulle aree di servizio”. E di questo fatturato qual è la quota che viene ceduta allo Stato? Briciole. Tra concessione (che nella maggior parte dei casi è fissata al 2,4% dei pedaggi), sub concessione e integrazioni varie nel 2016 le società private hanno versato allo Stato 841 milioni (di cui 743 all’Anas). In pratica, sul fatturato complessivo parliamo del 12%. Nulla di più. Certo, si dirà, il fatturato tiene conto anche delle spese. Specie per manutenzione e investimenti. Andiamo, allora, a vederle. Partiamo dagli invesimenti. Il settore, si legge nella relazione, ha registrato un valore di spesa per investimenti nel 2016 pari a 1.064 milioni di euro, “registrando una riduzione di circa il 20% rispetto all’importo consuntivato l’esercizio precedente”. E per quanto riguarda la manutenzione? “Per l’anno 2016 il valore delle manutenzioni risulta pari a 646 milioni di euro, inferiore di circa il 7% rispetto a quello consuntivato nel 2015”.

Il dettaglio – A questo punto, però, è interessante andare a vedere nel dettaglio cosa dice la relazione su Autostrade per l’Italia. Nel dossier ministeriale emerge come  i “compiti”, almeno sulla carta, la società guidata dall’Ad Giovanni Castellucci, li ha fatti: dal 2008 al 2016 Autostrade ha realizzato 2,57 miliardi di manutenzione, a fronte dei 2,47 previsti dal Piano economico finanziario (l’allegato, ancora secretato, della convenzione con lo Stato). La società invece risulta indietro sulla tabella di marcia rispetto alle spese per investimenti. In questo caso la spesa cumulata è pari a 8,32 miliardi di euro e si ferma all’84,31% del programma di attuazione. A fronte di tutto ciò, ci sono i guadagni. Dai bilanci della società risulta che nel periodo 2013-2017, l’azienda ha generato utili pari a 4,05 miliardi di euro, distribuendone 3,75 miliardi, pari a quasi il 93%, in dividendi all’azionista Atlantia e ai fondi esteri. E allo Stato? Briciole e nulla più. I costi per “canoni di concessione” ammontano, stando ai bilanci della società e alle relazioni del ministero delle Infrastrutture, a 417 milioni nel 2015, 431 nel 2016, 442 nel 2017.

Il M5S contro Autostrade: ‘Guadagni stellari, manutenzione da fame’

silenziefalsita.it 18.8.18

autostrade

Il M5S ha pubblicato sul proprio blog ufficiale un breve post a firma del consigliere regionale veneto Jacopo Berti, che denuncia:

“Tutti devono sapere che scandalosi regali ha fatto la vecchia politica ai suoi finanziatori!”

Autostrade Spa nel 2017 ha ottenuto ricavi per €3,9 Miliardi, di cui €3,5 Miliardi da Pedaggi (Ogni anno si fanno 5% di aumento!!)

Il margine operativo lordo è stato €2,4 Miliardi (60%)
Il argine operativo è stato €1,9 Miliardi (48%)

L’utile netto per la società della famiglia Benetton, ha sottolineato Berti, lo scorso anno è stato di 1 miliardo, che è andato “dritto pulito in tasca”.

“Per avere guadagni migliori” commenta Berti “si devono vendere droga o armi..!)”

Quanto ai costi, Berti fa sapere: “Costi manutenzione €0,45 Miliardi, mentre loro promettevano €1 Miliardo. Costi di manutenzione/km=150.000 euro/km.”

I 5Stelle hanno rilanciato sul proprio blog anche un articolo di Mario Giordano per La Verità in cui il giornalista racconta come le autostrade sono state privatizzate:

“È successo nel 1999. L’ Iri sapeva di avere per le mani, con le autostrade, una gallina delle uova d’ oro, ma pensò bene di cederla. Uno degli affari peggiori che si ricordi per lo Stato, uno dei migliori che si ricordi per i Benetton, che da quel momento campano di rendita. A gestire l’ operazione fu l’ allora presidente dell’ Iri, Gian Maria Gros Pietro, gran frequentatore di salotti che contano e amico di Romano Prodi. Subito dopo la privatizzazione delle autostrade, Gros Pietro fu assunto dai Benetton per presiedere le autostrade. Stipendio: un milione di euro l’ anno”.

Giordano osserva anche che “i Benetton godono di un pregiudizio positivo”. “Sarà” scrive Giordano “per le provocazioni in salsa buonista. Sarà che comprano spazi pubblicitari su giornali e sulle tv. Eppure bisognerebbe che qualcuno cominciasse a dire loro che una parte dei soldi che incassano grazie alla concessione dello Stato andrebbero usati per rendere le autostrade un po’ più sicure”.


 

I BEI CORPI E LE BELLE MENTI ALLA SALVEZZA DELL’ITALIA — Saviano &Co contro l’abominio gialloverde (c’è anche Laga..chi?)

comedonchisciotte.org 18.8.18

DI FULVIO GRIMALDI

fulviogrimaldi.blogspot.com

Ragazzi, ci ho messo tre giorni a scriverlo, non ci volete mettere 20 minuti per leggerlo? Del resto è solo una comica.

http://www.neldeliriononeromaisola.it/2018/08/236853/ (appello di Cacciari)

http://www.repubblica.it/cronaca/2018/07/21/news/rompiamo_il_silenzio_contro_la_menzogna-202372216/ (appello i Saviano)

http://www.repubblica.it/cronaca/2018/07/21/news/rompiamo_il_silenzio_contro_la_menzogna-202372216/ (appello di Saviano)

Tempi di caldo rovente, tempo di colpi di sole, tempo di appelli. Dicono le statistiche che col caldo aumentano i delitti. C’è quello di Veronesi, di appelli dico, quello di Cacciari, quello, enciclopedico, di Saviano. E c’è una buona fetta della nostra intellighenzia che si è mossa per la salvezza del paese. Tutti giù dagli attici, fuori dalle ville e dalle spiagge di Capalbio, a brandire penne e precipitarsi a firmare. Un’avanguardia civile e culturale contro una maggioranza populista, razzista, sovranista, contro l’inverno nucleare che, calando da Montecitorio e Palazzo Madama, gelerà il paese da Trento a Capo Passero.

Dell’appello di Sandro Veronesi è presto detto. La sua proposta chiedeva agli esponenti della bella gente, i combattenti VIP, di mettere “ i propri corpi” a disposizione della lotta ai razzisti: “Imbarchiamoci su una nave Ong per salvare i migranti”… “pensa se su una di quelle navi ci fosse Totti, o Checco Zalone, o Claudio Baglioni, Federica Pellegrini, Jovanotti, Monica Bellucci, Sofia Goggia, Chiara Ferragni, o Giorgio Armani…” Un concentrato di estetica e di soldi da sbaragliare qualunque razzista che intendesse bloccare barconi, raccoglitori di pomodori e cococò di Amazon.

Correggendo il tiro, via dai flutti comunque fastidiosi, Saviano ha suggerito di lasciar perdere i corpi e far invece sentire le voci negate dalla più agevole terra, per “una grande insurrezione civile e democratica”. Per i naviganti è morta lì e il bel corpo del povero Fratoianni, alla pesca di migranti dei VIP insieme ai medici dell’lsis (MSF), è rimasto solo.

Rimasti a terra i bei corpi, ecco le belle menti

Non presentandosi i bei corpi, ecco che si sono presentate le belle menti. E quale prima, tra tutte, se non quella del filosofo-sindaco per tutte le stagioni, quelle senza Mose, quella del Mose, ma soprattutto quelle del tutto e del contrario di tutto purchè espresse con l’iraconda e impaziente grazia del maitre à penser? Maestro del pensiero squash (lo sport in cui puoi tirare la pallina contro qualsiasi muro, basta che ti rimbalzi), Massimo Cacciari, ci conferma che quanto dicono i nuovi barbari al governo è lontano dalla cultura europea e occidentale (ma non dovevamo essere “multiculturalisti?). Che è tutta un sorriso mentre questi sono intrisi di “inaccettabile disumanità”. Scombinano il buon ordine sociale “contrapponendo il popolo alla casta”. Scongiurare “il pericolo mortale per l’Europa di una deriva sovranista”Cacciari sa che l’ha già detto Socrate. La sovranità è meglio che rimanga dove sta. Da Juncker.

Le ragioni degli appellanti

Il TAV e TAP, pilastri dell’economia italiana e occidentale, messi in forse per demagogicamente esaminarne i bassi costi e alti benefici; Un ministro, che si pretende dell’Ambiente, rivede il gasdotto appenninico solo perché privo di VAS (Valutazione Ambientale Strategica); Vaccini irresponsabilmente rinviati al 2019per compiacere i No Vax; pensioni d’oro, classisticamente tagliate sopra i 4000 euro; decreto Dignità pro riders, precari e licenziati ingiustamente, pro imprese che assumono a tempo indeterminato e contro delocalizzatori, biscazzieri, precarizzatori: una rovina dell’apparato produttivo; migranti risorsa di cui privare l’Italia per regalarla agli imprenditori europei e Ong che spostano la miserabile Africa nella ricca Europa bloccate; sospesa l’operazione salva-ILVA benchè razionalizzata grazie a 4000 lavoratori in meno e avvelenamenti pubblici solo fino al 1923; stop al CETA, trattato con il Canada (e gli USA) e quindi al ricco mercato nordamericano; via libera alla stampa sulle intercettazioni con tanti saluti alla privacy di delinquenti solo presunti; alla RAI un incontrollabile candidato alla presidenza, senza nulla osta di Nato, Israele e Mattarella; via dalle FFSS coloro che ci hanno regalato l’alta velocità e ridimensionato un trasporto regionale obsoleto e stop al matrimonio ANAS – FFSS che avrebbe messo i viaggiatori italiani sotto protezione di un unico gestore (magari Benetton); pace con lo zar Putin a dispetto dell’invasione della Crimea e disconoscimento della democrazia di Kiev; a settembre reddito di cittadinanza, legge anticorruzione, Alitalia torna di bandiera: tutto con i soldi di Babbo Natale; 150mila metri quadrati di costa sottratti agli stabilimenti e restituiti al popolino che non si può neanche permettere 50 euro/giorno per cabina, lettino e ombrellone; Autostrade tolte ai Benetton, che da decenni fanno viaggiare sicuri e a basso costo gli italiani; e, colmo dei colmi, il ministro dell’Ambiente, contro le delibere di alcune province alpine assediate da animali feroci, decide che i lupi non saranno abbattuti, ma difesi e preservati.

In bocca al lupo

Quando gli hate speech vanno bene

Sono queste scelleratezze del regime razzista, xenofobo, demagogo, incompetente, fascistoide, nemico dell’impresa e degli investitori (detti mercati), sovranista, anti-europeo, che hanno fatto imbufalire un padre della patria che è al contempo il perseguitato numero uno d’Italia. Le nequizie del governo del cambiamento bastano e avanzano per uno che ha ispirato filmati e serie televisive pedagogiche con cui ai giovani, specie napoletani, ha fatto capire che per uscire dalla fogna tocca fare come gli eroi di quei lavori. Da cui l’urlo savianeo “Rompiamo il silenzio contro la menzogna”. E, a parte il contenuto, degno di Pericle, è la forma una figata. Saviano ha fatta sua quella degli haters, odiatori, proprio per dimostrarne la perniciosa forza quando rivolta contro gli amici di Washington, il papa, Mattarella, Soros, Boldrini, Bonino, lo stipendio di Fazio, i salvatori di migranti, i datori di lavoro…

Saviano si indirizza ai suoi “amici cari”: scrittori, medici, attori, youtuber, cantanti, filosofi, cuochi, produttori, tutte le persone pubbliche. Quelle non pubbliche, tipo licenziati di Alcoa, operai dell’Ilva, maestre d’asilo, precari di Amazon, laureati in fuga, sono date per perdute. Affranto, chiede a questi suoi amici cari: “perché vi nascondete?” Il che, visto a chi si rivolge, ti lascia un po’ basito: l’uragano contro coloro che distruggono “70 anni di pace e prosperità”, El Niño dei tropici gli fa un baffoI “decenni di pace e prosperità”, assicurati anche da Berlusconi che, in fondo era solo un’innocua “macchietta italica” estratta dalla commedia dell’arte, li hanno garantiti anche i nostri soldati, in difesa della “nostra storia e dei nostri valori di democrazia giovane e fragile, ma prima di tutto antifascista e antirazzista”. E a chi antirazzisticamente li hanno garantiti? Un po’ a tutti: serbi, afghani, iracheni, libici, siriani. Quanto alla prosperità, garantita è stata soprattutto ai quasi 18 milioni di italiani che, a partire dall’abolizione della scala mobile, si ostinano a non fare gli start up e si crogiolano nella miseria.

Un governo che “usa come arma di distrazione di massa l’attacco ai migranti e alle Ong”, è arrivato “all’orrore” di far credere a quasi 60 milioni di italiani “che il nostro problema siano i migranti”. Vuoi non concluderne, con Saviano, che “le cose si stanno mettendo male, male per tutti”? “Male per tutti”, mica negli Stati africani o mediorientali, che deperiscono visto che li bombardano, o gli tirano via le generazioni migliori. Niente paura, saranno sostituite da missionari, Ong e manager Monsanto.

Con. S’Agostino all’ultima crociata

Saviano il furioso non le manda a dire. E non le si poteva dire in modo più sacro e inoppugnabileviste che sono di S. Agostino. I gialloverdi? “ Associazione di ladri, bande funeste, briganti”. E, superando addirittura il santo caro ai picchiatori morali, “potere iniquo… ingiusto incapace…criminale-.. colpi mortali che questo governo sta infliggendo allo Stato di Diritto…”

Vicino a Boldrini, Bonino, Mattarella e altri galantuomini e filantropi come Soros, agli Elmetti Bianchi, cari all’ISIS, alla Nato e a Israeledemocrazie come “l’unica del Medioriente”, specie quando la promuove tra i bambini di Gaza, giustiziere di brutta gente come Gramsci, Gheddafi, Castro feroce dittatore che “non ha mai realizzato i suoi ideali”, Assad, Chavez, Putin l’omicida che ispira il “ministro della malavita”, Milosevic, Galasso (del pool di Falcone), o di criminali come Hezbollah o Hamas, Saviano, parla ex cathedra. Il suo appello è una lectio magistralis.

Ci rassicura che l’immigrazione “non può essere bloccata” (in Africa la chiamano spopolamento), che è “una risorsa” (specie per terratenientes e Grande Distribuzione) e niente affatto “un pericolo per la tenuta sociale del nostro paese, che è un paese multietnico, fieramente multietnico” . Chi nega che i migranti siano una risorsa “non capisce niente di politica ed economia”, aggiunge e credo che si riferisca a chi non gioisce del senegalese integrato che butta il camiciotto colorato e mette la cravatta, della sudanese che dall’hijab passa al perizoma, dell’iracheno che anziché Avicenna e Averroè studia Alberoni, della somala che, per campare, cede il figlioletto per i pappa degli spot antifame, del chirurgo siriano che anziché ad Aleppo opera al Bambin Gesù. Che bello un multietnicismo così.

Il finale dell’appello è da tempesta wagneriana. Fa impallidire il Catone che rade al suolo Cartagine, o il Cicerone che manda al patibolo Catilina: “Mobilitatevi per diritti che a breve non ricorderete nemmeno più di aver avuto … truppe cammellate di bugiardi di professione al cospetto dei quali gli scherani di Berlusconi erano dilettanti… era così che Mussolini trattava Matteotti prima che venisse ammazzato…comunicazione criminale …

Comunicazione a sostegno di chi “delegittima dall’occuparsi del sociale figli di benestanti”, chi applica la “deriva autoritaria per disconoscere la fatica intellettuale”, “chi ci offende dicendo che criticare questo governo sia un favore a qualche potente” (fareste male a pensare a code di paglia, o a Soros, De Benedetti, Elkann, Cairo, Boccia, UBI, le lobby di Bruxelles). Qui si tratta di essere “o complici o ribelli”. Perché, come dice Grossman, “è la lotta del grande male che cerca di macinare il piccolo seme dell’umanità. Voi siete il piccolo seme dell’umanità, senza di voi l’Italia è perduta”. Ma, coraggio, c’è chi questo piccolo seme lo sa far germogliare. “Sono io, Roberto Saviano”, e qui la si vede tutta, la tempra dell’uomo:“Non mi fa paura la querela, non mi fa paura la solitudine… non vi ho chiamato per difendere me…”

Roberto, non sei solo. Siamo con te, tutti. Il Corriere, il Tg1, il Tg5, il manifesto più di tutti, La Stampa, La Repubblica, la “comunità internazionale”, la Nato, Juncker e tutta la UE, Soros, gli Usa che si apprestano alla battaglia finale con Mordor-Russia, gente che sa di avere ragione oggi, come aveva ragione quando ci avvertì che con il No al referendum saremmo precipitati in Grecia, che Saddam aveva le armi di distruzione di Massa, che un paio di aerei avevano fatto crollare tre torri, una senza neanche sfiorarla, che la guerra alla Jugoslavia era per i diritti umani, che Mario Draghi vuol bene non alle banche ma ai loro clienti, che con Renzi stavamo entrando nell’Eldorado, che i russi assediano l’Occidente e non viceversa, che non c’è elezione andata male che non sia stata manipolata da loro, che andare da Torino a Lione 10 minuti più veloci unisce l’Europa, che l’euro ci avrebbe reso tutti signori con piscina…

Il “manifesto”: la pistola giocattolo ferisce. Solo se sei nero

E che se si spara con una scacciacane a salve si ferisce il colpito. Solo se è un migrante. E questa non è di Saviano, bensì del giornale che ne ha intessuto la corona d’alloro. Il “manifesto” riprende la vicenda dei cretinetti tredicenni che con una scacciacani a salve hanno fatto bang contro un immigrato. Però ci mette del suo, in prima pagina e nel paginone interno: vittima del razzismo sparato e… ferito. Nel testo ovviamente niente: illeso. E alloraE’ il razzismo che li ha lanciati contro il “negro”. E la lotta al razzismo consente certe licenze. Non sarà mica la solita deformazione complottista sospettare che i ragazzetti siano stati invece ispirati da quegli affascinanti videogiochi americani dove vince chi più spara, incendia, devasta, ammazza. Quei videogiochi che, ogni due per tre, il “manifesto”, con Federico Ercole, promuove ed esalta nei suoi inserti Alias. Ma questo il “manifesto” lo esclude. Il quotidiano Piddin-Sorosian-savianeo, da sempre antirazzista, con i bimbetti neri, gialli e bianchi dell’United Colors of Benetton, sa come schierarsi sui cattivi e buoni del Ponte Morandi crollato. A quegli sciacalli di Di Maio e compagni, irriconoscenti verso una famiglia sostenitrice di cause buone, mediatiche e politiche, per le quali tosava pecore e Mapuche, non la manda a dire con Michele Prospero: “Il governo, che ha osato annunciare revoche di concessioni ai Benetton autostradali, approfitta dei cadaveri e delle macerie ancora calde per sperimentare gli effetti del populismo penale e per scatenare le reazioni più regressive”: “la vendetta contro i Benetton”. Gente che si è acconciata a contenere i pedaggi e a limitare i profitti netti a1 miliardo all’anno.

Poltrone in vista

E’ una pura malignità dei soliti barbari vedere sullo sfondo di queste intemerate alcune mete dorate. Che so, una bella candidatura alle prossime europee, o capitanare la nave della prossima “sinistra” che saprà finalmente, spiaggiata la carretta renziana, fare da Arca e traghettare il suo popolo riunito al di là del cataclisma gialloverde in un’Italia desovranizzata, tutta europea e atlantica. Oppure, hai visto mai, una bella presidenza RAI? Non ce lo vedreste bene un filosofo in vetta alla RAI? O un perseguitato dalle mafia e alleato dei “produttori” e VIP contro i barbari? O, ancora meglio, chi in Rai ci sta dentro e, scoprendo le magagne di tutti, s’è conquistato la fama di cavaliere senza macchia e paura, a cavallo di un bianco destriero chiamato “Rai bene comune-Indignerai”?

L’asso nella manica e i “raccomandati e parassiti”

Riccardo Laganà, perito industriale e tecnico Rai, non aveva finito di denunciare al capo dello Stato la scandalosa proposta pentaleghista di un giornalista indipendente, Marcello Foa, a presidente Rai che un coro di followers in Rai ha rimediato candidando proprio lui. La consigliera Rita Borioni, renziana e addirittura orfiniana del PD, tutta Forza Italia nel CDA e il giornalista Peter Gomez.Insieme alle grandi firme, pesanti argomenti a suo favore. Si era erto contro il di Di Maio dei “ parassiti e raccomandati” in Rai, individuandovi una “minaccia di rastrellamenti contro chissà quale razza di delinquenti tra i dipendenti RAI”.

Mentre 13mila dipendenti RAI facevano l’ola, io mi sono dovuto convincere che avevo visto male quando, mentre gracchiando in Rai per una ventina d’anni, m’era parso di averne pur visti di “parassiti e raccomandati”. Titoli per aspirare degnamente all’alta carica, Laganà ne ha tanti e, tra questi, oltre alla lettera contro Foa a Mattarella, la proposta di intitolare al buon Fabrizio Frizzi, scomparso simbolo di una Rai “massima istituzione culturale del paese”, gli studi televisivi DEAR. A seguire, Via Teulada potrebbe essere dedicata a Mara Venier.

Laganà e Saviano: un duo da RAI liberata

Ma dove Laganà s’è guadagnato un primato assoluto su candidati presenti e presidenti passati è stato il suo schierarsi accanto a Roberto Saviano senza se e senza ma contro i nuovi barbari, rieccheggiandone le ragioni e addirittura il lessico: fascismo, atteggiamento mafioso, orrore… Al becero Salvini, che aveva ventilato la sospensione di qualche scorta,ecco la sfida dello scudiero di Saviano: “Noi vogliamo celebrare oggi Roberto Saviano e il suo coraggio… sosteniamo oggi più che mai Roberto Saviano giornalista coraggioso e libero… la Rai è la casa di Saviano…ci batteremo perché nessuno possa sfiorarti”….

Una candidatura alla presidenza Rai al posto della sua, svanita? In questa sua accorata savianeide, il Laganà ha affiancato al martire ancora vivo, altri che non lo sono più: Impastato, Siani, Tobagi, Spampinato, Falcone e Borsellino. Solo un maligno potrebbe parlare di cattivo gusto. Per Laganà lottano mica solo Lopez, Borioni e i nazareni di PD e FI. Al suo fianco c’è anche MoveOnMica bruscolini. MoveOnvicina al Partito Democratico, è la più grande operazione online americana, ora estesa nel mondo, formatasi per contrastare l’impeachment di Bill Clinton per aver mentito al Congresso e al popolo americano. Oggi è il”portale di pressione” (lobby) che diffonde ai quattro punti cardinali tutto ciò che frulla in testa ai cosiddetti “liberal progressisti”. A suo tempo sostenne che Bernie Sanders era simpatico, ma che era meglio candidare Hillary. Il direttore è Ilya Sheyman, ebreo russo, figlio di una famiglia di dissidenti fuggiti dall’URSS negli anni ’70. Che altro?

Concludendo non possiamo che rendere grazie a Saviano, Cacciari, Laganà, manifesto: I vostri appelli ci hanno convinto: piuttosto spediti alla Cajenna da facebook, che con gli oppositori di questo governo.

 

Fulvio Grimaldi

Fonte: ttp://fulviogrimaldi.blogspot.com

Link: http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2018/08/i-bei-corpi-e-le-belle-menti-alla.html

18.08.2018

Una sentenza storica sul cancro da glifosato costituisce un precedente per tutte le persone avvelenate dai pesticidi

comedonchisciotte.org 18.8.18

GEORGINA DOWNS

counterpunch.org

Una storica sentenza emessa venerdi scorso da un tribunale di San Francisco ha fatto scalpore in tutto il mondo. Dopo aver deliberato per tre giorni, i giurati hanno riconosciuto le ragioni del querelante, Dewayne Johnson, un giardiniere di un istituto scolastico che aveva contratto una forma mortale di linfoma non-Hodgkin dopo aver ripetutamente spruzzato grossi quantitativi di erbicidi a base di glifosato Monsanto, riconoscendogli un risarcimento di 250 milioni di dollari per i danni punitivi, più circa altri 40 milioni di dollari per i danni subiti, portando così il totale a 289 milioni di dollari.

Questa è stata le prima sentenza del genere contro il pesticida più venduto al mondo: l’erbicida glifosato. Questa delibera potrebbe benissimo costituire un precedente ed ha riacceso la speranza, fra tutti coloro che soffrono di malattie causate da questi pericolosi prodotti agro-chimici, che finalmente possa esserci il giusto riconoscimento dei danni che questi pesticidi causano alla salute umana in tutto il mondo.

Il verdetto della giuria californiana non solo ha stabilito che il Roundup Monsanto e gli altri erbicidi a base di glifosato costituiscono un forte pericolo per coloro che ne vengono a contatto, ma che esistono anche “prove chiare e convincenti” di come i rappresentanti della Monsanto abbiano agito con “malizia, intimidazioni o frode” nel non aver adeguatamente avvertito la popolazione sui rischi [che questi prodotti comportano] per la salute pubblica.

Infatti, i responsabili della Monsanto e delle altre aziende produttrici di pesticidi hanno per molto tempo difeso a spada tratta la sicurezza di tutti i prodotti chimici di questo genere. Come reagirà allora la Monsanto dopo il verdetto sul glifosato? “La giuria si è sbagliata,” ha affermato, subito fuori dal tribunale, il vice-presidente Scott Partridge. In un comunicato scritto l’azienda ha affermato di essere “solidale con il sig. Johnson e la sua famiglia,” ma che “avrebbe continuato a difendere attivamente il suo prodotto, che ha alle spalle 40 anni di utilizzo sicuro.”

Anche Bayer, l’azienda tedesca che, dopo la recente fusione, attualmente è proprietaria di Monsanto ha ribadito subito dopo la sentenza che gli erbicidi che contengono glifosato sono “sicuri.

In una conferenza a cui avevo partecipato nel 2003 avevo avuto una breve discussione con un rappresentante della Monsanto. Continuava a dire che il glifosato era così sicuro da potersi bere. Allora gli avevo chiesto se potevamo fissare un appuntamento, durante il quale lui ne avrebbe bevuto un po’ e io lo avrei filmato con la mia telecamera. Aveva incominciato ad agitarsi e mi aveva detto nervosamente: “non credo che l’ufficio legale della Monsanto mi permetterebbe di fare una cosa del genere.” Al che, avevo replicato: “Allora non vada a dirlo in giro, è fuorviante e pericoloso.”

In ogni caso, un atteggiamento del genere da parte delle aziende che producono questi agenti chimici non è affatto sorprendente, dal momento che il loro obbiettivo primario, che poi è anche l’unico, è quello di proteggere le vendite e i profitti ad essi correlati, facendo ovviamente in modo che questi pesticidi continuino ad essere utilizzati.

Considerando che le vendite all’anno dei pesticidi, nella sola Gran Bretagna, ammontano a circa 627 milioni di sterline (1), mentre quelle a livello mondiale arrivano all’esorbitante cifra di 58,46 miliardi di dollari (2), diventa chiaro come questo sia indubbiamente un giro d’affari enorme, dove allignano fortissimi interessi di parte ed egoistici.

Anche un rapporto delle Nazioni Unite del 2017 (3) criticava pesantemente le multinazionali produttrici di pesticidi, accusandole di “negazione sistematica dei danni prodotti,” “tecniche di marketing aggressive ed eticamente scorrette” e di esercitare sui governi di tutto il mondo pesanti pressioni che “erano di ostacolo alle riforme e paralizzavano la messa in atto di normative mondiali restrittive  sull’uso dei pesticidi.”

Il resoconto del Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul diritto al cibo concludeva che: “La tesi sostenuta dall’industria agro-chimica, secondo cui i pesticidi sarebbero necessari per arrivare alla sicurezza alimentare non solo è inesatta, ma anche pericolosamente fuorviante. In linea di massima, esiste cibo sufficiente a sfamare il mondo intero; é colpa dei sistemi di produzione e di distribuzione non equi se esistono grossi ostacoli che ne impediscono l’accesso a chi ne ha bisogno.”

E allora, come mai la stragrande maggioranza dei governi di tutto il mondo non si è data da fare per proteggere la popolazione dai pesticidi? Qui in Gran Bretagna, ma anche in Europa e negli Stati Uniti, esiste un sistema regolatorio assolutamente perverso, in cui i controllori lavorano insieme alle stesse aziende che, in teoria, dovrebbero controllare, basandosi inoltre quasi esclusivamente sui dati forniti dalle industrie medesime. I controllori, in pratica, non fanno altro che approvare i dati forniti dalle aziende, comprese le conclusioni e le false affermazioni sulla sicurezza dei loro prodotti.

Il sistema inglese è poi particolarmente spregevole, dal momento che l’ente di vigilanza del Chemicals Regulation Directorate (CRD) ha un bilancio che per il 60% è costituito dai fondi provenienti dal settore agro-chimico, che comprendono le tasse di licenza e le imposte sul fatturato delle aziende produttrici di pesticidi (4). Con questo sistema, sono ormai parecchi anni che il CRD riceve annualmente più di 7 milioni di sterline dalle industrie del comparto agro-chimico (5). Questo è da sempre uno schema assolutamente inappropriato, dal momento che il CRD ha un interesse economico in ogni politica e/o decisione regolatoria in merito.

Perciò, mentre la priorità assoluta del CRD dovrebbe essere la salvaguardia dai pesticidi della salute pubblica e dell’ambiente, questa politica entra in conflitto con il fatto che i principali clienti del CRD sono anche i suoi legittimi datori di lavoro (costituiti sopratutto dalle aziende agro-chimiche) e contrasta anche con l’obbligo, da parte del CRD, di ripianare in modo autonomo le spese sostenute per le proprie attività, comprese quelle per la registrazione e l’approvazione dei prodotti.

La struttura stessa del CRD sembra fatta apposta per subordinare le istanze sanitarie ed ambientali a quelle sul controllo dei pesticidi. (Questo conflitto di interessi si era visto anche durante lo storico procedimento legale da me intentato nel 2008 contro la DEFRA [Department for Environment, Food and Rural Affairs] , ed era stato anche notato dalla Royal Commission on Environmental Pollution nella sua relazione d’inchiesta del 2005).

L’attuale politica inglese sui pesticidi e sulla loro regolamentazione è basata su una struttura totalmente inappropriata e ciò spiega in parte come mai l’industria dei pesticidi abbia avuto per molti anni, anche per decenni, un simile controllo sulle decisioni del governo inglese riguardanti i pesticidi, in modo particolare il loro utilizzo in agricoltura.

Se è l’industria dei pesticidi che effettivamente “paga” per i controlli che vengono (o che non vengono) messi in atto per la salvaguardia della salute pubblica e dell’ambiente, allora è ovvio che la medesima industria cercherà di pagare volontariamente il meno possibile per il minor numero di controlli possibile e preferirà magari farlo solo su base volontaria (cosa che ovviamente ha continuato a fare). Questo è il classico caso di “chi paga l’orchestra sceglie la musica.”

Fino ad ora, l’arroganza dell’industria dei pesticidi e il modo con cui essa prende di mira con deliberate calunnie e tentativi di ridurre al silenzio chiunque (vittime dei pesticidi, attivisti, giornalisti, scienziati, medici) osi dire qualcosa contro i suoi prodotti sono sempre stati dei comportamenti normali. Però la sentenza californiana ha finalmente fatto luce sui metodi dolosi e fraudolenti di queste aziende e su quello che sarebbero disposte a fare per proteggere loro stesse e i loro prodotti.

Questi non sono neanche lontanamente prodotti sicuri, i fatti conclamati e le prove sui danni causati negli ultimi decenni dall’uso del glifosato e degli altri pesticidi sono ormai abbastanza evidenti.

Non solo il glifosato è stato associato a diversi tipi di tumore, ma, in studi scientifici precedenti, era stata dimostrata la sua correlazione con il Parkinson e l’infertilità, e, inoltre, si sa che è dannoso per la pelle e che può causare danni oculari.

In relazione ai pericoli generici dei pesticidi agricoli, gli stessi foglietti illustrativi dei prodotti riportano diversi avvertimenti, del tipo “molto tossico per inalazione,” “non respirare il nebulizzato, i fumi o i vapori,” “rischi di gravi danni oculari,” “pericoloso, eventuali rischi di effetti irreversibili per inalazione,” “l’inalazione può causare il cancro” e “può essere mortale se inalato.”

Considerando che questo è il genere di avvertenze per i prodotti da banco, che cosa dobbiamo aspettarci allora da quei miscugli incontrollati di veleni agricoli che vengono nebulizzati in tutta la Gran Bretagna?

Approssimativamente, l’80% all’anno dei pesticidi usati in Gran Bretagna sono per uso agricolo. Anche se vengono utilizzati in un certo numero di altri settori (silvicoltura, casa e giardinaggio, servizi vari, insieme ad altri prodotti) il comparto agricolo è di gran lunga il loro maggior utilizzatore.

Infatti, ci sono attualmente circa 2.000 prodotti a base di pesticidi approvati in Gran Bretagna per uso agricolo. Le statistiche governative ci mostrano che nel 2014, riguardo ai soli pesticidi (non contando quindi i fertilizzanti chimici e gli altri prodotti agro-chimici usati nelle coltivazioni tradizionali), l’area trattata per l’agricoltura e l’orticoltura era stata di 80.107,993 ettari, con una quantità totale di sostanze irrorate pari a 17.757.242 kg. (6)

L’entità di questa enorme diffusione dell’uso dei pesticidi in tutta la nazione non è mai stata correttamente valutata politicamente qui in Gran Bretagna o, comunque, in altre nazioni al mondo.

Anche un importante consulente scientifico governativo, il professor Ian Boyd, ha recentemente rilasciato una relazione d’inchiesta sugli approcci normativi a livello mondiale per i pesticidi ad uso agricolo, anche se le manchevolezze [di queste normative] non sono state assolutamente riportate in modo esteso o dettagliato. [Boyd] ha anche denunciato la mancanza di un monitoraggio vero e proprio.

L’articolo del professor Boyd, pubblicato sulla rivista Science (7), afferma che i vari sistemi di controllo che operano a livello mondiale ignorano l’impatto dovuto alla “somministrazione su tutto il territorio” e perciò le asserzioni degli organi di vigilanza mondiali sulla sicurezza dell’uso dei pesticidi su scala industriale “sono false” e devono essere cambiate.

Mentre gli operatori e gli agricoltori che maneggiano i pesticidi agricoli usano solitamente delle protezioni, indumenti protettivi, respiratori, cabine di guida ad aria filtrata, ecc, i residenti e le comunità che si trovano in prossimità dei campi irrorati non hanno alcuna protezione. In nessun caso le popolazioni delle zone rurali si aspetterebbero di dover indossare un simile equipaggiamento sulle loro proprietà e sui loro terreni!

L’ex Ministro per l’Agricoltura, la Pesca e l’Alimentazione, in un documento del 1975 dichiarava che: “L’utilizzo ripetuto dei pesticidi, anche in minime quantità, può avere effetti cumulativi, che possono anche non essere percepiti prima del raggiungimento di concentrazioni pericolose.”

Questa disambigua dichiarazione di 43 anni fa dimostra che tutti i governi successivi sono stati sempre ben consci degli effetti cumulativi dei pesticidi, ma che non è mai stato fatto nulla per prevenire l’esposizione e le reazioni negative sulle popolazioni residenti.

Se consideriamo quanti milioni di persone che, nelle campagne, si trovano a dover convivere con questa situazione (compresi i neonati, le donne incinte, gli anziani, le persone già malate e/o disabili), o che hanno un’esposizione elevata a queste sostanze, allora questo è senza dubbio un fallimento assolutamente scandaloso delle politiche sulla sicurezza e sulla salute pubblica.

Numerose relazioni internazionali hanno descritto in modo dettagliato i danni causati all’organismo umano dai sistemi di coltivazione chimico-industriali intensivi dei nostri giorni. Per esempio:

Il resoconto del Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul diritto al cibo del marzo 2017, che aveva messo in luce la correlazione esistente fra l’esposizione cronica ai pestici agricoli e alcune patologie e condizioni cliniche (compreso il cancro, i disturbi dello sviluppo e la sterilità) e aveva ribadito la particolare vulnerabilità all’esposizione a queste sostanze chimiche per chiunque viva nelle vicinanze delle zone irrorate.

Il rapporto IPES-FOOD, che sottolinea i danni inaccettabili provocati dalle attuale tecniche agricole basate sulla chimica; fa luce, solo in parte, sui costi astronomici a carico del sistema sanitario dovuti a questo sistema; e trova che esistano dei presupposti validi ed importanti per adottare misure pratiche. Secondo il rapporto, molte delle patologie più gravi che interessano la popolazione mondiale, dalle malattie respiratorie ai vari tipi di tumore, sono collegabili al cibo industriale e alle pratiche zootecniche, compresa l’agricoltura chimico-intensiva.

La Commissione Lancet sull’inquinamento, sulle condizioni sanitarie, sulle morti a livello mondiale e sulle malattie croniche dovute all’inquinamento atmosferico, che comprende anche i danni derivanti dall’uso dei pesticidi. Il responsabile di questa commissione ha asserito che la sua maggior preoccupazione è rappresentata dall’impatto [sull’ecosistema] delle centinaia di agenti chimici industriali e pesticidi già ampiamente diffusi in tutto il mondo.

Non ci sono dubbi ormai sul fatto che l’ampia diffusione dei pesticidi in agricoltura sta causando gravi danni all’ambiente, alla fauna e, sopratutto, alla salute umana.

Tutto questo si può vedere nelle testimonianze veramente raccapriccianti di migliaia di persone che ne hanno subito gli effetti, raccolte in una petizione, tuttora in corso, dove si chiede al Primo Ministro Theresa May e al Segretario della DEFRA, Michael Gove, di garantire urgentemente la sicurezza dei cittadini e delle comunità di campagna vietando completamente l’uso di tutti i pesticidi e la loro dispersione sul terreno presso i luoghi di abitazione, le scuole e i parchi gioco per bambini (8). La petizione è già stata firmata da un folto numero di personalità, comprendenti Hillsborough QC Michael Mansfield, Stanley Johnson, Jonathon Porritt, Gordon Roddick, Ben Goldsmith, fra gli altri.

Contaminare la persone con sostanze tossiche è considerato un reato, per cui non dovrebbe esserci nessuna esenzione in agricoltura per un fatto del genere, e questa è una cosa che va cambiata urgentemente. Il primo dovere di ogni governo dovrebbe essere quello di proteggere i suoi cittadini, sopratutto i più vulnerabili.

La nuova normativa sull’agricoltura della Gran Bretagna post-Brexit rappresenta una vera opportunità per risanare l’agricoltura e adottare una politica agricola di tipo non-chimico, in modo da non dover più utilizzare nella produzione alimentare sostanze chimiche tossiche. In questo modo proteggeremmo non solo la salute degli abitanti e delle comunità di campagna, ma anche quella di tutta la popolazione, l’ambiente, la fauna, gli insetti impollinatori ecc.

I metodi trradizionali agricoli delle origini non comprendevano la dipendenza dai prodotti chimici per la produzione di massa. Simili veleni non dovrebbero trovare posto nell’aria che respiriamo, nel cibo che mangiamo e nell’ambiente in cui viviamo.

E’ perciò necessario un radicale cambio di paradigma per abbandonare completamente l’uso dei pesticidi in agricoltura. Una mossa del genere sarebbe assolutamente essenziale per il benessere e la vita di tutti quelli che vivono nelle campagne inglesi, ma anche per tutte quelle specie che sono a rischio di estinzione per l’uso continuo di tutte queste sostanze tossiche.

Il rischio di cancro causato dall’erbicida più venduto al mondo, il glifosato, è solo la punta dell’iceberg dei danni alla salute causati dall’esposizione ai pesticidi e agli altri agenti agrochimici tossici. E’ arrivato il momento per i governi di tutto il mondo di rimediare al loro scandaloso fallimento nel proteggerci da questo miscuglio di veleni con cui vengono irrorate le coltivazioni!

La guerra chimica che in campagna va sotto il nome di “agricoltura convenzionale” deve finire, per la salvaguardia di tutti noi e delle generazioni future.

Come ha dimostrato la sentenza californiana da 289 milioni di dollari, non proteggere le persone dai rischi che comporta l’uso di quelle pericolose sostanze chimiche non è un’alternativa praticabile.

Georgina Downs

Fonte: counterpunch.org

Link: https://www.counterpunch.org/2018/08/15/landmark-glyphosate-cancer-ruling-sets-a-precedent-for-all-those-affected-by-crop-poisons/

15.08.2018

Scelto e tradotto da MARKUS per cwww.,omedonchisciotte.org

 

Riferimenti

(1) Taken from an email from the CRD finance department on 25th September 2012 confirming this figure
(2) In 2015, see https://marketcheetah.com/2016/02/24/global-pesticides-market-trends-and-forecasts-2015-2020-decreasing-arable-land-increasing-population-driving-growth-research-and-markets/
(3) http://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=21306&LangID=E
(4) Source para 3.1 of the 2011 DEFRA document at:- http://www.defra.gov.uk/consult/files/110210-pesticides2011-condoc.pdf
(5) For example, see para 3.1 of the 2010 DEFRA document at:- http://www.defra.gov.uk/consult/files/110210-pesticides2011-condoc-ia.pdfin relation to the figure for 2009/2010 which was £7.4 million.
(6) As informed by the Government’s Pesticide Usage Survey Group.
(7) http://science.sciencemag.org/content/357/6357/1232.full
(8) https://www.change.org/p/the-prime-minister-rt-hon-theresa-may-mp-ban-all-crop-spraying-of-poisonous-pesticides-near-our-homes-schools-and-playgrounds

SPY FINANZA/ 9 settembre, la data chiave per il futuro dell’Ue

Il prossimo 9 settembre si terranno le elezioni in Svezia. Sarà un appuntamento molto importante anche per il futuro dell’Europa, spiega MAURO BOTTARELLI

LapresseLapresse

Ora che la Turchia è sparita dai radar della grande informazione (tranquilli, come vi ho detto, appena il real brasiliano romperà quota 4 sul dollaro Usa, l’allarme per l’indebitamento dei mercati emergenti in biglietti verdi tornerà prepotentemente alla ribalta e allora anche i grandi analisti torneranno a vergare verità ex post), meglio spostarsi subito sul prossimo focus geopolitico. In molti pensano che saranno due i momenti cardine per il futuro dell’Ue: le elezioni in Baviera di metà ottobre e il 26 maggio del prossimo anno, data nella quale – alle ore 23 – tutti i Paesi interessati dalle elezioni europee cominceranno in contemporanea lo spoglio delle schede. Ebbene, cari amici, un test molto sottovalutato ma decisamente interessante ci offrirà invece un proxy molto prima, esattamente il 9 settembre, quando la Svezia si recherà alle urne. Un test che, con le debite differenze socio-culturali e di dimensioni geo-demografiche del Paese, sembra la fotocopia in chiave scandinava della situazione italiana. 

Al potere, attualmente, c’è una coalizione guidata da Socialdemocratici e Verdi, apertamente filo-europeista e impegnata in una piattaforma di netto aumento della spesa pubblica, soprattutto le pensioni minime, per cercare di tamponare l’emorragia di voti sia a sinistra che a destra, stante i risultati quantomeno discutibili che il governo del premier Stefan Löfven sta ottenendo nei confronti delle vere priorità della gente, in primis la sicurezza e la criminalità dilagante e legata (inutile negarlo ipocritamente) sia al flusso di immigrati giunti con lo status di profugo negli ultimi anni, sia a una terza generazione di svedesi figli e nipoti di stranieri particolarmente aggressiva e nichilista (le idiozie sul jihad che cova in Scandinavia lasciamole alle dotte analisi di Libero, per pietà, perché stando alla narrativa dei mitologici foreign fighters di ritorno da Siria e Iraq dovremmo ormai parlare di Califfato di Stoccolma e Goteborg). 

Altre priorità del governo sono, ironia della tragica cronaca di questi giorni nel nostro Paese, un piano infrastrutturale di prima grandezza e l’aumento del salario minimo orario. Insomma, un misto di populismo per riempire le tasche con qualche mancetta e, invece, visione strategica per il futuro, questa sì tutta nordica. Ma non basta. Perché se l’opposizione moderata di centrodestra (Partito moderato di unità, Partito di centro, Liberali e Cristiani Democratici), esattamente come in Italia, gode dello stato di salute di una salma a livello di attivismo e campa di rendita sulla disillusione, a rappresentare un pericolo reale per i Socialdemocratici di guadagnare la maggioranza al Riksdag (349 seggi da assegnare con il metodo proporzionale in 29 circoscrizioni di differente grandezza e con la soglia di sbarramento al 4%), sono le cosiddette “ali estreme”. In primis, il Partito della sinistra, attualmente accreditato di circa un 9,5% dei consensi, grazie a una campagna elettorale e sociale dichiaratamente “contro”, ovvero contro il vero outsider della tornata, l’estrema destra dei Democratici Svedesi.

 Se infatti quello che possiamo definire il corrispettivo scandinavo di LeU in Italia, Linke in Germania e Partito di Melanchon in Francia sta erodendo consenso ai Socialdemocratici (attualmente accreditati al 25% dei consensi, mentre gli alleati Verdi flirtano pericolosamente con la quota del 4%, pagando politiche definite troppo “filo-governative” dalla base storica) è perché sta combattendo una battaglia tutta incentrata sulla lotta al pericolo fascista e razzista in quella che è stata la società-pilota in Europa per il concetto di welfare universalistico e inclusivo sotto la guida di Olof Palme e di accoglienza diffusa e di massa. Peccato che, però, quel modello abbia fallito, almeno negli ultimi dieci anni. E il risultato è stato palese, se ancora ce ne fosse stato bisogno, la notte precedente a Ferragosto, quando in molte periferie delle principali città, gruppi di giovani immigrati di seconda e terza generazione hanno dato vita a incidenti e devastazioni, con decine e decine di auto date alle fiamme. 

Il motivo? Nichilismo delinquenziale, finora ampiamente tollerato dalla politica svedese (meno dalla società), la quale pare terrorizzata dal concetto stesso di messa in discussione della tolleranza aprioristica, un riflesso paranoico pari a quello dei tedeschi per l’inflazione. Queste immagini 

PeterSweden

@PeterSweden7

MASSIVE UNREST ALL OVER SWEDEN TONIGHT

60 cars have been set on fire in Gothenburg, rocks thrown at police in Trollhättan

Reported places of unrest:

– Frölunda
– Hjälbo
– Eriksberg
– Malmö
– Trollhättan
– Falkenberg
– Helsingborg

Sweden is resembling a warzone – Please SHARE!

parlano da sole e, infatti, il primo ministro – forse spinto anche dal clima elettorale e dai consensi sempre crescenti della destra – è letteralmente sbottato: «Cosa diavolo stanno facendo quei ragazzi? La società svedese si farà sentire molto duramente al riguardo, anche perché quanto accaduto non è solamente una questione di mero teppismo o vandalismo, siamo di fronte ad azioni coordinate quasi di stampo militare», ha dichiarato Stefan Löfven parlando alla Radio pubblica. Insomma, anche la sinistra svedese sta cominciando a fare i conti con una realtà che ha negato a se stessa e al Paese per troppo tempo, addirittura arrivando a minacciare querele versi quei media che parlassero di no-go zones nelle periferie delle principali città del Paese, ovvero aree dove la polizia non entrava nemmeno e la legge era gestita da gang locali. 

Ora, quella miopia sta arrivando a presentare il conto, un po’ come accaduto in Italia il 4 marzo scorso: i Democratici Svedesi, infatti, sono attualmente accreditati dai sondaggi al 19,6% dei consensi. Per capire in prospettiva come sia stato proprio l’atteggiamento miope e giustificazionista dei governi succedutisi negli ultimi quindi anni a Stoccolma a favorirne l’ascesa senza sforzo, basti pensare che nel 2002, quando si presentarono per la prima volta, raccolsero solo l’1,4% dei consensi, passando poi al 5,7% del 2010 e al 12,9% del 2014. Ora, flirtano con quota 20%, pari di fatto ai Cristiano Democratici, principale partito del centrodestra. Il programma? Blocco delle frontiere, rimpatri forzati, interventi diretti di polizia ed esercito nelle no-go zones per “bonificarle” e, soprattutto, un durissimo euroscetticismo, declinato senza troppi giri di parole nella volontà – in caso di arrivo al governo – dell’indizione di un referendum per quello che già viene chiamato Swexit, l’uscita dall’eE di Stoccolma, la quale – giova ricordarlo – non fa parte dell’eurozona ed è ancora dotata di moneta sovrana, la corona. 

Ma attenzione, perché la Svezia – fomentata dalla miopia del governo di centrosinistra – non solo è alle prese con una situazione interna esplosiva, ma anche impegnata a in una parossistica corsa all’escalation militare per il timore di un attacco o addirittura un’invasione russa della Scandinavia, tanto che non solo le esercitazioni militari si susseguono senza soluzione di continuità e ai cittadini è stato distribuito un opuscolo di sopravvivenza post-atomico in auge durante la Guerra Fredda, ma, addirittura, è stato re-instituito il servizio militare obbligatorio per i nati dopo il 1999. Pur di chiudere i conti con Bruxelles, ritenuta responsabile delle politiche aperturiste verso l’immigrazione, i Democratici Svedesi potrebbero forzare la mano, in caso di successo elettorale che li porti a una possibile partecipazione a un governo di coalizione di centrodestra in stile austriaco e andare oltre il referendum per lo Swexit, dando ciò forma a quanto si sta dibattendo con sempre maggiore interesse a foga nella società svedese: l’ingresso del Paese nella Nato. 

Qualcuno, Oltreoceano, necessitante di fomentare maccartiani sentimenti anti-russi in vista del voto di mid-term (tanto per sviare l’attenzione dello stato reale dell’economia, visto che il venerdì prima del voto verrà pubblicato il dato del Pil del terzo trimestre e scordatevi fin da ora un altro +4,1%, a meno che proprio il warfarenon arrivi come un cavaliere bianco a fare da moltiplicatore) e ancora più interessato a squassare dall’interno l’Ue, potrebbe essere molto interessato a influenzare quel voto e ottenere un altro clamoroso trionfo del fronte sovranista e populista in Europa. False flag in arrivo? 

Anche perché, non più tardi dello scorso 7 giugno, il governo svedese ha dato via libera alle autorizzazioni per la costruzione e il transito nelle aree di sua competenza della pipeline Nord Stream 2, quella che porterà direttamente in Europa il gas russo, come ci mostra la cartina: ora manca solo l’ok della Danimarca e i lavori per l’infrastruttura potranno entrare in fase operativa. 

Qualcuno, sempre da quelle parti Oltreoceano, potrebbe voler ripagare lo sgarbo. E vedere seduto nella futura maggioranza parlamentare svedese qualcuno che, in nome della lotta all’immigrazione e all’Unione europea, sarebbe pronto a rimangiarsi firme e accordi. Attenzione, il 9 settembre è data di snodo fondamentale. Paradossalmente, più che il voto bavarese di ottobre. 

REVOCA CONCESSIONE AUTOSTRADE/ Ecco perché non è una follia da statalisti

Revocare la concessione ad Autostrade per l’Italia come paventato dal Governo è stata indicata come un’ipotesi dannosa e statalista. Per PAOLO ANNONI non è così

LapresseLapresse

La stampa che conta ha già emesso la sentenza secondo cui togliere la concessione ad Autostrade per l’Italia sarebbe un crimine contro l’umanità e sicuramente indegna di uno Stato serio. Noi crediamo che l’unica cosa indegna di uno Stato serio (e che confermerebbe giustamente l’idea che l’Italia sia una repubblica delle banane) sarebbe soprassedere sul crollo del ponte Morandi. Non riusciamo a familiarizzare con l’idea che un concessionario che ha moltiplicato per N volte l’investimento fatto sostanzialmente beneficiando di un monopolio pubblico, in costante ritardo sugli investimenti e mai sui dividendi, e che ha aveva un tale problema di generazione di cassa e sotto indebitamento da potersi/doversi lanciare in una mega opa per cassa sul principale operatore europeo, non abbia una responsabilità oggettiva del crollo dei ponti della rete che gestisce. Negli stessi giorni in cui leggiamo degli spagnoli che ci bagnano il naso e con i francesi che hanno il bond a due anni in territorio negativo dovremmo accettare l’idea che per una serie di ragioni incomprensibili il concessionario pubblico italiano abbia talmente tanti soldi da comprare pronta cassa la maggiore rete autostradale spagnola e una delle principali francesi (come noto la maggior parte del valore di Abertis sta nelle autostrade francesi) a un tale prezzo che nessun fondo infrastrutturale o sovrano si fa vivo per rilanciare. Possiamo dire che qualcosa è andato storto nelle privatizzazioni italiane? Oppure dobbiamo tacere se no il mercato si arrabbia?

Si è riusciti nell’impresa di usare come scudo umano i “risparmiatori italiani” contro qualsiasi danno ai concessionari. Nel caso di Atlantia si confrontano 5 miliardi scarsi di capitalizzazione in mano italiana contro gli oltre 3 miliardi di euro di pedaggi all’anno (3,3 miliardi per essere precisi nel 2017) al 70% di margine operativo. Nell’arco della concessione i ricavi pagati ad Autostrade supereranno tranquillamente i 100 miliardi di euro con un free cash cumulato che sull’arco della concessione (passato e presente) supera i 50 miliardi di euro. Se vogliamo fare i confronti confrontiamo elementi equiparabili, altrimenti o è malafede o è ignoranza colossale. L’interesse di tutti gli italiani che in quasi tre generazioni pagheranno questi importi varrà di più dei 5 miliardi dei cassettisti italiani… o no?

Ci domandiamo a fronte di quale rischio di impresa si garantiscano a un privato i rendimenti che sono stati garantiti negli ultimi anni e in futuro il 7% reale post tasse sui nuovi investimenti come nel caso della Gronda; il 7% reale post tasse su un’attività che a questo punto è a zero rischio è palesemente una follia e non serve essere statalisti per dirlo; per dirlo bisogna essere contro il mercato. Questi rendimenti sono chiaramente fuori scala per un business che a questo punto non ha rischi. Ha bassissimi rischi di traffico, essendo un monopolio, e nessun rischio operativo se si ammette il principio che non esista una responsabilità oggettiva nemmeno di fronte a crolli di ponte.

Teniamo presente che per molti anni Atlantia ha emesso bond sotto il costo del debito sovrano italiano. Ragioni? Qualsiasi cosa succeda all’economia italiana Atlantia continua a fare soldi e in più c’è una garanzia diretta e reale che sui bond statali italiani non c’è. Ci chiediamo: qual è il rischio di Atlantia se il rischio traffico è bassissimo, un monopolio naturale, e se non c’è responsabilità? Se il rischio è nullo, come si spiega un rendimento del 10% pre-tasse reale garantito per due decenni? Chi non si fa queste domande è contro il mercato.

Il ricatto assurdo di questi giorni è che chiunque si azzardi a sollevare evidenti problemi di remunerazione a fronte di rischi inesistenti è un pericoloso statalista che vuole ritornare all’età della pietra del rapporto Stato/privato. Si crea una bolla intorno ai concessionari privati che marca come “populista” chiunque provi a evidenziare la palese contraddizione tra rischio e rendimento nel caso delle concessioni autostradali italiane; neanche i cattolici riservano al Papa una tale devozione. Se il rendimento negli anni passati è stato quello che è stato, se un monopolio pubblico di un Paese in declino ha permesso ad Atlantia di diventare il maggior concessionario europeo, allora ci deve essere un rischio commisurato.

Quale società chimica, o quale acciaieria o quale fabbrica può difendersi da un rischio ambientale dicendo di aver svolto tutti i controlli? Ci sono quotidiani italiani, la Repubblica del 15 agosto per esempio, che sono riusciti a scrivere 14 pagine sul crollo del ponte senza mai nominare né Atlantia, né Benetton. Questa sarebbe informazione? Sarebbero questi i commenti “terzi” sulla vicenda? Questo sarebbe il servizio che si rende ai “piccoli risparmiatori”? Su quale base demonizziamo lo Stato imprenditore se il privato imprenditore è sollevato di qualsiasi responsabilità o rischio quando gestisce un monopolio naturale a rendimento garantito?

Citiamo le dichiarazioni rilasciate al Secolo XIX da Enrico Sterpi, attuale segretario dell’Ordine degli ingegneri liguri a riguardo del bando per i tiranti del ponte Morandi pubblicato da Autostrade per l’Italia il 3 maggio: “Questo bando significa due cose: Autostrade aveva focalizzato la criticità ed era disposta a prendersi una bella responsabilità, con una gara ristretta per un importo tanto elevato. È chiaro insomma che a un certo punto ci fosse necessità di accelerare la procedura”. Citiamo sempre dal Secolo XIX: “Poiché il viadotto è stato realizzato nel 1967, il gestore non deve fornire un piano di manutenzione (il diktat vige per chi ha in carico le strutture nate dal ’99 in poi). Non solo. Autostrade esegue per legge due tipi d’ispezione, certificate una volta compiute: trimestrale con personale proprio (controlli sostanzialmente visivi) e biennale con strumenti più approfonditi. In quest’ultimo frangente, al massimo, la ricognizione viene affidata a ingegneri esterni, ma alla fine sempre pagati da Autostrade. Né gli enti locali, né il ministero delle Infrastrutture intervengono con loro specialisti. E di fatto non esistono certificazioni di sicurezza recenti che non siano state redatte da tecnici retribuiti da Autostrade per l’Italia”. Questo parrebbe dire che non c’era un piano specifico su cui eventualmente fare una diffida ad Autostrade per un suo eventuale non rispetto. In questo scenario, se confermato, la revoca della concessione diventerebbe una opzione dello Stato prevista dallo stesso schema unico.

Quale sarebbe lo scandalo di revocare la concessione se si provasse che per negligenza del concessionario o per una manutenzione insufficiente la rete autostradale è spezzata in due e 40 persone sono morte in una figura di palta mondiale senza precedenti? Sarebbe una repubblica delle banane lo Stato che eventualmente chiude due occhi o quello che riaffida la concessione a qualcuno, privato, più bravo? Se gli azionisti o i bond crollano pazienza. Investire in borsa è un rischio e il cigno nero fa parte del mestiere. Gli stessi che si lamentano di questa eventualità sono gli stessi che da anni rimproverano alla Fed di aver falsato per sempre il gioco dei mercati impedendo la “price discovery”, ma i cigni neri ci sono e si pagano, altrimenti i soldi si mettono sotto il materasso ma almeno si dorme sereni.

Ma nel nuovo scenario in cui si corre al capezzale del concessionario si invoca il mercato contro lo Stato. Ma un concessionario che non risponde mai sarebbe mercato? Il mercato è rimettere, eventualmente, la concessione a un altro privato, non allungarla sine die e senza concorrenza a rendimenti da capogiro. Allungare la concessione al 2042 con un rendimento del 7% reale post tasse per 20 anni senza gara, ripetiamo senza gara, non è mercato e non è concorrenza. È lo Stato che abdica a qualsiasi ruolo di arbitro e di controllo e lascia le praterie sul controllo di monopoli naturali. Ridateci l’Unione Sovietica per favore.

IL CASO/ Benetton, quei 12 mld di utile e il fantasma delle privatizzazioni regalate

Per capire l’affare che i Benetton, “capitani coraggiosi”, fecero accaparrandosi Autostrade occorre riandare alle privatizzazioni orchestrate sull’onda di Tangentopoli. GIANLUIGI DA ROLD

Alessandro e Luciano Benetton (LaPresse)Alessandro e Luciano Benetton (LaPresse)

Lo Stato ha certamente commesso molti peccati, forse a partire dall’unità d’Italia del 1861, ma è difficile affermare che di fronte alle inadeguatezze della pubblica amministrazione e della burocrazia italiana si siano contrapposti e tuttora si contrappongano, in questo Paese, una grande industria privata condotta da “capitani coraggiosi”, come diceva alla fine del secolo scorso Massimo D’Alema, quando guidava il governo e lodava alcune privatizzazioni come quella di Telecom, che, fatta a debito, avrebbe dovuto far venire i brividi nella schiena anche ai più incalliti neoliberisti.

La tragedia di Genova, un lungo ponte che crolla, afflosciandosi come carta, provocando morte, distruzione e dolore, non è questa volta l’espressione solo dell’inefficienza dello Stato. Su quel ponte confluivano quattro autostrade e la struttura attraversava una parte della città. Il ponte “scomparso”, come altri 3mila chilometri di autostrade italiane, fanno parte di un autentico impero privato, quello dei Benetton, e portano inevitabilmente a ripensare alla “corsa alle privatizzazioni” che ha caratterizzato un’intera stagione politica, quella degli anni Novanta in concomitanza con Tangentopoli.

L’impresa pubblica era allora considerata, per antonomasia, inefficiente e corruttrice per conto dei partiti, anche se era costituita dall’Iri, che aveva salvato l’Italia nella crisi del 1929 e aveva promosso lo sviluppo italiano nel secondo dopoguerra. Poi arrivò anche l’Eni (anche questa impresa pubblica molto “discussa”) un colosso che assicurò energia, il combustibile della produzione, il servizio fondamentale per l’industria e per le case degli italiani. Il controllo energetico e l’erogazione capillare non erano nei programmi dei grandi proprietari italiani, che avevano già stipulato patti, forse anche bozze di contratti, con le famose “Sette sorelle”.

Quella stagione politica del 1992 è stata caratterizzata da una strana “voglia assoluta di giustizia e onestà”, limitatamente però dagli anni 1989 al 1992, perché tutto quello che era capitato prima era stato, “nottetempo”, con un voto discutibile in commissione, legato a una sanatoria, amnistiato. Nessuno prima si era lamentato. I “fiumi” di denaro che erano arrivati dal nemico sovietico venivano dimenticati e non si giustificarono nemmeno i più giustificabili soldi che erano arrivati dagli alleati americani.

L’altro aspetto di quegli anni, oppure la conseguenza della voglia di onestà, sono appunto le privatizzazioni, teorizzate in alcune stanze del potere (soprattutto estero) e pubblicizzate in seguito a  Davos e in una doppia assemblea sul panfilo reale “Britannia” proprio nel 1992.

La prima assemblea del “Britannia” fu pubblica e stabilì relazioni nazionali e internazionali; la seconda assemblea fu riservata e, con la “benedizione” di Beniamino Andreatta e del suo “amico di pendolino” Romano Prodi, venne stabilito che le privatizzazioni dovevano essere seguite, messe a punto e organizzate da banche estere, preferibilmente banche d’affari americane.

Mediobanca, la nostra grande banca d’affari, non fu invitata sul “Britannia” e non partecipò né alla prima né, tanto meno, alla seconda assemblea. Polemicamente in una relazione il delfino di Enrico Cuccia, Vincenzo Maranghi, disse: “Non porto scarpe da yacht”.

In fondo le privatizzazioni furono la rivincita di alcuni analisti e teorici stravaganti dell’economia italiana.

La parte laica della finanza e dell’economia italiana privilegiò sempre la piccola e media impresa diffusa, difendendo con i denti solo un nocciolo di grande impresa purtroppo inefficiente. Cuccia, che fece compilare dal suo ufficio studi la mappa delle piccole e medie imprese italiane, quando si riferiva alla grandi imprese (lanciò un attacco incredibile alla grande impresa nel 1978, nella relazione annuale di Mediobanca) sentenziò che aveva dovuto sempre fare “le nozze con i fichi secchi”. Era inevitabile, ma doveroso secondo il “dottore”.

Seguiva in questo la visione di Alberto Beneduce, che era rimasto sgomento di fronte all’ignavia dei grandi industriali italiani per non volersi assumere la responsabilità di riprivatizzare la telefonia italiana; seguiva Raffaele Mattioli, il quale si chiedeva dove investivano “tutti quei soldi” che guadagnavano gli industriali italiani privati. Lo ha ripetuto fino all’allontanamento dalla sua Banca Commerciale per una manovra di Emilio Colombo e Giulio Andreotti, che imposero il piduista Gaetano Stammati alla presidenza della Comit. Lo stesso Cuccia era entrato nel mirino dopo essersi rifiutato di salvare finanziariamente Michele Sindona.

Sono ricordi del passato, ma che affiorano nella memoria della corsa alle privatizzazioni.

Un grande giornalista economico del Corriere della Sera, Marco Borsa, scrisse un grande libro sui grandi industriali italiani, definendoli “Capitani di sventura”. Un uomo di sinistra, riformista ed eretico del Pci, come Giorgio Amendola, definiva seccamente questi imprenditori “borghesia stracciona” e organizzava, per primo in Italia, un convegno sul ruolo della piccola e media impresa italiana (Monza 1970).

Con questo retroterra, noto e stranoto, nessuno ha affatto voglia di partecipare all’attuale guerra di sciacallaggio che si sta consumando in questi giorni intorno al ponte di Genova e nessuno vuole il linciaggio della famiglia Benetton, fatto inaudito per come è condotto da ambienti dentro e fuori dal governo. Ma ci vorrebbe un accertamento preciso delle responsabilità e il ripensamento di scelte industriali fatte in grande fretta per “abbracciare il nuovismo” del libero mercato. Si diceva così!

Non si può improvvisare una politica industriale secondo i canoni di moda, abbandonando tutto il retroterra culturale e manageriale di quelli che sono stati i grandi “imprenditori” di Stato dell’Italia del dopoguerra e anche di prima della guerra. E forse sarebbe bene andare a comprendere come sono stati impiegati, anche dai manager solerti della Benetton, i soldi derivati dalla privatizzazione della concessione sulle autostrade e dall’aumento vertiginoso dei pedaggi.

Quando si gestisce, anche privatamente, un settore di pubblica utilità, occorre una doppia attenzione e forse i guadagni vanno misurati e calibrati con criterio. Perché, di fronte a una simile tragedia, che colpisce anche l’economia italiana, non si fa una commissione d’inchiesta (stiano tranquilli i magistrati, non si propone per Tangentopoli) sulle privatizzazioni? Si dice ad esempio che oggi gli utili dell’impero Benetton siano di 12 miliardi di euro. Quanto è destinato al monitoraggio per la sicurezza delle infrastrutture autostradali?

In fondo, il tutto chiarirebbe la storia della privatizzazione delle autostrade. Si dice che, tra le privatizzazioni, almeno due assicurarono plusvalenze incredibili. Con Infostrada, il benemerito Carlo De Benedetti comprò per meno di 700 miliardi di lire un settore chiave della telefonia e vendette a Mannesmann, dopo tre anni, per oltre 14mila miliardi di lire. Qualcuno aprì gli occhi sbalordito? Non ci risulta.

Si dice che la famiglia Benetton si assicurò la concessione delle Autostrade per meno di 900 miliardi di lire, ma dopo incassò 4mila miliardi di lire per la vendita degli autogrill. Vero, falso, montato? Ci si spieghi bene e non si dica che “questo è il mercato”, perché la risposta diventerebbe imbarazzante. Così come il silenzio di quegli anni e la gran cassa di sciacallaggio selvaggio di questi anni.

Ma infine, c’è qualcuno che vuole mettere in discussione questa politica economica “nuovista”, che ha portato nel giro di venti anni a una crisi catastrofica e a una sciagura come quella del ponte di Genova?

Altro che Torino-Lione, c’è da salvare un’Italia a pezzi

libreidee.org 18.8.18

Quando un viadotto autostradale si sbriciola in un secondo seppellendo morti e feriti, tutte le parole sono inutili. Ma quelle di chi incolpa la pioggia, il fulmine, il cedimento strutturale, la tragica fatalità imprevedibile, il destino più cinico e più baro della “costante manutenzione”, sono offensive. Se l’ennesima catastrofe da cemento disarmato si potesse prevedere, lo accerteranno i tecnici e i giudici. Ma che si potesse prevenire già lo sappiamo, visto che il ponte Morandi aveva due gemelli italiani, di cui uno già a pezzi e l’altro in manutenzione: per tenere sotto osservazione il terzo non occorreva uno scienziato, bastava il proverbio “non c’è il 2 senza il 3”. Se “il monitoraggio era costante”, allora faceva schifo. Se non c’erano “avvisaglie”, è perché non erano state rilevate. Ora, come dopo ogni terremoto o alluvione di media entità e di enorme tragicità, rieccoci a far la conta dei morti e dei danni, mentre le “autorità” giocano allo scaricabarile. E i palazzinari e i macroeconomisti si fregano le mani per gli affari e gli effetti sul Pil della ricostruzione.

Se il “governo del cambiamento” vuole cambiare qualcosa, deve partire proprio di qui. Cioè da zero. Con scelte di drastica discontinuità col passato: rivedere le concessioni ai privati che lucrano sui continui aumenti delle tariffe in cambio di Marco Travagliomanutenzioni finte o deficitarie; e annullare le grandi opere inutili, dal Tav Torino-Lione in giù, per dirottare le enormi risorse (anche ridiscutendone la destinazione con l’Ue) su piccole e medie opere di manutenzione, prevenzione e ammodernamento delle infrastrutture esistenti (finora ignorate perché la grandezza dei lavori e delle spese è direttamente proporzionale a quella delle mazzette). Da quando i partiti che hanno sgovernato finora hanno perso le elezioni e il potere, non fanno che esortare i successori a non disperdere il grande patrimonio ereditato. Invece proprio questo un “governo del cambiamento” deve fare: buttare a mare la pseudocultura dello “sviluppo” gigantista e della “crescita” faraonica; e invertire la scala dei valori e delle priorità.

Il crollo di ieri ci dice che un ponte pericolante, figlio di un sistema marcio e corrotto, fa più danni di tutti i terroristi islamici, i migranti clandestini, le epidemie di morbillo e le altre “emergenze” farlocche o gonfiate che occupano l’agenda industrial-politico-mediatica. Se vuole cambiare seriamente, il governo si occupi di cose serie con politiche serie. Confindustria, Confcommercio, Confquesta, Confquellaltra e i loro giornaloni si metteranno a strillare? Buon segno: è a furia di dar retta a lorsignori che siamo finiti tutti sotto quel ponte.

(Marco Travaglio, estratto dall’editoriale “Sotto i ponti” pubblicato dal “Fatto Quotidiano” il 15 agosto 2018 e ripreso da “Il Bene Comune Newsletter”).

Atlantia: Toninelli invia lettera avvio iter revoca concessione Aspi

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Il mio ministero ha inviato ad Autostrade la lettera con cui prende avvio la procedura per la decadenza della concessione”.

Lo scrive su Facebook il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, precisando che “vogliamo cambiare tutto. Vogliamo farlo perché le vite umane vengono prima degli utili aziendali. Perché la sicurezza dei cittadini viene prima dei dividendi agli azionisti. A tre giorni dal tragico crollo del ponte Morandi a Genova, ci sono eroi che scavano tra le macerie, feriti che soffrono e lottano per la vita, famiglie che purtroppo piangono i propri cari. Domani, nel giorno dei funerali e del lutto di Stato, il Governo sarà al fianco di queste famiglie, con il cuore straziato di dolore. Proprio a loro, ai morti e ai loro parenti, ai feriti, ai tantissimi che sono momentaneamente sfollati, e a una città lacerata e tagliata in due, dobbiamo il nostro impegno a non arretrare di un millimetro. Il Governo va avanti per accertare le responsabilità dell’accaduto e punire i colpevoli”.

Toninelli sottolinea di aver chiesto “formalmente ad Autostrade per l’Italia di fornire entro 15 giorni una dettagliata relazione per dimostrarci se e come ha agito, in merito alla manutenzione del ponte Morandi, secondo gli oneri e gli obblighi che gli competono come ente gestore di quel tratto di autostrada. Inoltre ci aspettiamo che Autostrade si mostri collaborativa su eventuali iniziative a titolo di risarcimento danni a persone e beni, naturalmente a sue spese, come peraltro previsto dalla convenzione. Vogliamo che la città torni alla sua quotidianità. E vogliamo anche giustizia. Il sistema delle concessioni autostradali deve essere ribaltato. E il Governo del cambiamento sente in modo profondo l’importanza di questa missione”.

Infine per Toninelli “è incredibile leggere la stampa che parla di Governo diviso, tra M5S e Lega, sul trattamento da riservare ad Autostrade. E invece non fa quasi cenno alle responsabilità enormi del concessionario nella tragedia. D’altronde sono decenni che i giornali reggono il gioco a certi poteri forti, mentre i partiti ottenevano fondi da quegli stessi potentati, consentendo loro in cambio di arricchirsi enormemente a scapito dello Stato e degli italiani. Il Governo andrà avanti compatto finché i diritti dei cittadini non torneranno a essere prioritari rispetto agli interessi privati di qualcuno”.

liv

(END) Dow Jones Newswires

August 17, 2018 13:20 ET (17:20 GMT)