TOTO’ “MISERIA E NOBILTA'” – DA COMMEDIA DI IERI ALLA RELATA’ DI OGGI.

 

Recensione: MISERIA E NOBILTA’ (1954)

 

Lo scrivano pubblico don Felice (Totò) e il fotografo ambulante don Pasquale (Enzo Turco) condividono la stessa casa, lo stesso vizietto per le donne e la medesima miseria, mentre le rispettive consorti passano tutto il tempo a litigare.
Quando però il Marchesino Eugenio (Franco Pastorino) si presenta con una proposta stravagante, i due marpioni colgono a volo l’occasione per guadagnare un pasto e qualche soldo; i due infatti, insieme alla moglie (Liana Billi) e la figlia (Valeria Moriconi) di Pasquale, dovranno far finta di essere i parenti nobili del Marchesino Eugenio, intenzionato a sposare Gemma (Sophia Loren), una ballerina figlia di un ex cuoco arricchito (Gianni Cavalieri), senza il consenso dei genitori.
E quando tutto sembra andare per il verso giusto inizieranno i problemi, con don Felice costretto a gestire l’incontro con Bettina (Giulia Melidoni), la vera moglie nonché cameriera di Gemma, e l’improvviso arrivo di Luisella (Dolores Palumbo), l’attuale compagna.
Una situazione destinata a precipitare prima che il fato intervenga per sistemare ogni cosa.

Chi non ha mai sofferto realmente la fame forse faticherà a comprendere fino in fondo questa divertente opera teatrale scritta nel 1888 dal maestro Eduardo Scarpetta.
Miseria e nobità, adattata sul grande schermo da Ruggero Maccari con la regia di Mario Mattoli, fotografa in mono ironico la dura realtà famigliare di due disgraziati costretti a vivere ogni giorno senza un soldo in tasca e spesso senza pasto, a causa della mancanza di lavoro. Una situazione che può sembrare anacronistica in un’epoca in cui il benessere si misura dalla quantità di oggetti posseduti, ma che la crisi (purtroppo) sta riportando alla luce.
Ma Miseria e nobiltà è anche un ritratto lucido delle debolezze umane che accomunano, si sa, tanto i poveri disgraziati quanto i nobili signori, come dimostra la situazione finale con protagonista “Bebè” (Giuseppe Porelli). Senza dimenticare una certa irrisione di un ceto sociale già ampiamente in decadenza all’epoca della scrittura originale, basato su titoli e principi morali del tutto frivoli (tanto che basta un vestito, dei baffi finti e un accento particolare per trasformare dei miserabili in principi, marchesi e contesse).

Due figure, quella di don Felice e di don Pasquale, magistralmente interpretate da Totò e Enzo Turco, che si spalleggiano a vicenda regalando allo spettatore memorabili scenette comiche, come quella della lista della spesa da pagare dando in pegno il soprabito. Due fantastici attori ben assistiti dal resto del cast, da Dolores Palumbo a Liana Billi, in perenne contrasto, passando per l’ingenuo Gianni Cavalieri e per “bellezza mia” Carlo Croccolo. Senza dimenticare la bellissima Sophia Lorennei panni della ballerina Gemma.

Una commedia dolce-amara che fa morire dal ridere e, allo stesso tempo, come quasi tutte le opere di Scarpetta, induce alla riflessione su tematiche fondamentali come la povertà. 

COMMENTO:
Ho voluto pubblicare questa commedia dolce-amara che allo stesso tempo a distanza di tanti anni rappresenta l’attuale fotografia della nostra Italia oggi ,  povertà’, mancanza di lavoro per giovani e non ,  mancanza di sicurezza su tutto e per ultimo il mio pensiero va a tutte le persone,(anziani, piccoli artigiani e a tutte quelle persone truffate dalle banche) che hanno provato e continuano a subire cosa significa essere derubati e combattere ogni giorno una storia nuova che Toto’ ed il Maestro Scarpetta allora non conoscevano. Riporto questa frase che mi ha veramente colpito “Chi non ha mai sofferto realmente la fame forse faticherà a comprendere fino in fondo questa divertente opera teatrale scritta nel 1888 dal maestro Eduardo Scarpetta.”