Un medico su misura per vegani e vegetariani

PATRIZIA GUENZI ilcaffe.ch 24.3.19

A Zurigo un ambulatorio cura chi non mangia carne
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Un’indubbia gratificazione, un successo. La conferma che i vegani non sono per niente dei personaggi strani che si alimentano di cibi ancora più strani. Così Annamaria Lorefice reagisce alla notizia di quello che ha tutta l’aria di essere il primo studio medico per pazienti vegani e vegetariani in Svizzera, aprirà ad aprile a Zurigo. “Speriamo sia solo il primo di una lunga serie e che spinga altri colleghi anche in Ticino a fare altrettanto”, dice la fondatrice di Piaceretica, club Ticino vegano nato otto anni fa, trecento iscritti. “Purtroppo è ancora un tipo di alimentazione che viene vista come estrema – riprende Lorefice -. Ma non è così. È un diverso modo di approcciarsi al cibo, nel rispetto degli animali, tutto qui”. 
L’iniziativa è del dottor Renato Werndli, da sempre attivista per i diritti degli animali, e del collega Alexander Walz, che nel 2017 aveva lanciato VegMedizin, un servizio di telemedicina. A disposizione dei pazienti un’équipe multidisciplinare di otto esperti, medici, psicologi, nutrizionisti. Tutti, ovviamente, vegetariani o vegetaliani convinti. Solo così è possibile comprendere le ragioni etiche di chi ha bandito la fettina dal proprio menu. “Non è un’operazione di marketing, non lo faccio per guadagnare – assicura al Caffè Werndli – ho già uno studio ben avviato a San Gallo, mi sono semplicemente accorto che mancava in Svizzera un’offerta del genere”. 
Mancava. Eppure, stando ad un sondaggio del 2017 dell’Associazione Swissveg, l’11 per cento della popolazione svizzera è vegetariana e il 3 per cento vegetaliana. La maggior parte vive nei centri urbani, soprattutto svizzero tedeschi. Non per niente anche i grandi magazzini, e non più soltanto i negozi specializzati, oggi offrono prodotti vegetariani certificati dal marchio Swissveg, tra cui svariati sono vegetaliani (vedi articolo qui sotto). Un business interessante, che non è sfuggito al colosso dell’alimentazione Nestlé, che ha da poco annunciato di volersi concentrare ulteriormente su questo tipo di offerta. 
Insomma, finalmente chi ha bandito dalla propria tavola la carne, e anche chi rifiuta di mangiare qualsiasi cibo di origine animale (dalle uova ai formaggi ai latticini), avrà un interlocutore preparato. Un medico che non giudicherà, un interlocutore preparato con cui confrontarsi e chiedere informazioni. Chi non mangia carne non è detto sia carente di qualche vitamina o sostanza. O che necessiti di cure particolari. Basta stare attenti a non avere una carenza di vitamina B1 o di ferro, ad esempio, ma non è complicato. “Molto spesso i medici attribuiscono i malesseri dei pazienti vegani e vegetariani alla loro alimentazione, ma non sempre è così – spiega il dottor Werndli -. Il problema è che alcuni miei colleghi non conoscono a sufficienza i valori nutrizionali della frutta, della verdura e delle fibre”.
E così, il club degli “incompresi” aumenta. “Per molti miei colleghi chi mangia vegetaliano non è in buona salute – riprende Werndli -. Purtroppo hanno insufficienti competenze di alimentazione, mentre l’industria del latte e della carne è abilissima a fare informazione a proprio vantaggio”. 
Lo studio di Werndli e Walz sarà aperto a tutti. “Non mi metterò certo a discutere l’alimentazione dei miei pazienti a meno che non influisca negativamente sulla salute”. E i farmaci? “Mi sono già informato. Un terzo dei trattamenti soltanto è vegetaliano. Nel limite del possibile proporrò delle terapie senza tracce animali. p.g.

Piccole banche (digitali) crescono

ilgiornale.it 24.3.19

Si chiamano Ualà, Babb, Hype e stanno lanciando la sfida ai «Golia» del credito

«Un segno dei tempi», l’aveva definito all’inizio di settembre il principale quotidiano finanziario tedesco, Handelsblatt. Riportando la notizia che Commerzbank, la seconda banca di Germania e una delle più antiche – 148 anni di vita – stava per perdere dopo trent’anni il suo posto nel principale indice azionario tedesco, il Dax di Francoforte dove ha peraltro sede lo stesso istituto. Ma ancor più simbolico è il fatto che a prendere il suo posto sarebbe stata una società di pagamenti digitali, Wirecard, principale avamposto in Germania dei quella rivoluzione dei servizi finanziari che va sotto il nome di Fintech. In sostanza Wirecard offre un servizio di intermediazione di pagamento: quando un cliente paga con Visa o Mastercard, i soldi non arrivano direttamente alle aziende destinatarie, ma passano per Wirecard. Morale: dal 24 settembre la società con meno di 5.000 dipendenti fino ad allora quotata sul TecDax (una specie di Nasdaq in salsa tedesca che raccoglie titoli tecnologici) ha scippato la prima fila al colosso Commerzbank costringendola a traslocare sul Mdax, l’indice di «serie B» che comprende le 60 azioni che seguono, in termini di capitalizzazione e di volumi negoziati, le 30 società quotate nel paniere principale.

Il «segno dei tempi» non si fermerà solo alla Germania. Basta guardare la mappa delle nuove cosiddette «challenger bank» che piacciono ai millennials e stanno spuntando come funghi in tutto il mondo. Dall’argentina Ualà alla messicana Inter passando per la coreana KakaoBank, l’inglese Babb e l’israeliana Pepper. Alcuni nomi sono curiosi ma la sfida alle grandi banche tradizionali è già partita sfruttando le armi competivive: i minori costi per il personale, l’assenza di filiali fisiche e di sistemi IT poco efficienti e stratificati nel tempo.

Qualche esempio? In Inghilterra Starling Bank e Revolut sono basate su operatività on line e trasferimento di denaro istantaneo. Poi ci sono gli operatori di «nicchia» come Amigo Loans, che eroga piccoli prestiti personali a breve termine con l’ausilio della garanzia di parenti o amici, o PayDay UK, che finanzia i percettori di busta paga per i pochi giorni che mancano al giorno dello stipendio in caso di temporanea carenza di liquidità. In Italia sono già in pista Mps con Widiba o Unicredit con Buddy Bank ma spunta anche la Hype di Banca Sella che a gennaio 2019 ha toccato quota 600mila clienti titolari di un Iban e di una carta di pagamento. Tecnicamente non è neppure una banca ma una divisione di Axerve, società specializzata in piattaforme di pagamento del gruppo Sella, tanto che a guidarla è un ingegnere elettronico di 388 anni e non un banchiere.

Nelle banche dati dei cacciatori di teste stanno infatti cambiando le cosiddette «skills», ovvero le professionalità abilità, più richieste dalle grandi banche internazionali. Ad esempio Hsbc, che di recente ha investito 17 miliardi di sterline nell’innovazione digitale, sta reclutando oltre mille professionisti per funzioni legate alla tecnologia come user interface designer, digital product manager e altro. Ovvero esperti in realtà virtuale, esperti di intelligenza artificiale, di dispositivi che fanno dialogare banca e cliente attraverso canali vocali o di testo, e ingegneri dei processi digitali. I bancari del futuro.

La doppia morale Ue. Punisce l’Italia e la Germania salva le banche

merkel banche

La Germania punta alla fusione di Commerzbank e Deutsche Bank per salvare i due colossi dal fallimento e creare un gigante europeo in gradi di contrastare l’avanzata dei giganti finanziari europei e americani in territorio tedesco. Questo è l’obiettivo. Mentre il metodo sarà sempre lo stesso che utilizza da anni: eludere le regole europee che impone agli altri.

Sia chiaro, il salvataggio di una banca non è un male. Il problema è che quanto sta facendo la Germania è stato sostanzialmente negato all’Italia, che anzi, ha subito la decisione dell’Unione europea e in particolare della commissariarla Margarte Vestager con le Popolari. Il nostri fu salvataggio, o meglio, fu un tentativo di aiuto di Stato che venne fermato dalla Commissione europea. Aiuto che tra l’altro è stato delegittimato proprio dalla stessa Ue, visto che il Tribunale ha emanato una sentenza con cui ha detto che  quello della Commissione fu in buona sostanza un errore. Invece, per la Germania, che è azionista di una delle due grandi banche coinvolte, non si tratta di salvataggio.

Angela Merkel continua a ribadire di non essere “immischiata” nella fusione di Commerzbank e Deutsche Bank: “Io sono favorevole al fatto che il governo tedesco non si immischi” ha detto la Cancelliera. “Si tratta di decisioni economiche private. Non do nessuno parere”, ha aggiunto Merkel.  Anzi, il governo di Berlino ha detto che il governo federale entra in campo soltanto in un momento successivo alla decisione delle due banche. Ma sembra molto difficile, se non quasi utopistico, credere che l’esecutivo non sia intervenuto prima per il salvataggio del suo gigante.

Come scrive Italia Oggi, “la garanzia vera di Deutsche bank, il vero argine contro la speculazione o contro il fallimento è come sempre lo Stato, in questo caso lo Stato tedesco. Se qualcuno pensasse che Deutsche bank è ‘da sola’ o è un puro operatore di mercato dopo tutto quello che si è detto e che si è visto sul titolo negli ultimi cinque anni, la storia avrebbe un solo possibile finale e non sarebbe positivo”.

Insomma, appare veramente difficile pensare che da Berlino non sia arrivato alcun diktat, tanto è vero che il governo sta decisamente spingendo per la fusione. Inoltre, dopo la fusione, si creerebbe un colosso da 1.8 trilioni di euro di attività – non lontano dal gigante francese Bnp Paribas – con la Repubblica federale tedesca che avrebbe una quota del 5%. Quindi parlare di una Deutsche Bank sola appare quantomeno dubbio. Se non del tutto ipocrita.

La cosa interessante, a questo, è rileggere le vicende italiane alla luce di quanto accaduto e quanto sta per accadere in Germania. La questione Tercas, con il salvataggio negato nel 2015, ha di fatto condannato le Popolari italiane. Ora Berlino non solo spinge per la fusione fra i due istituti tedeschi ma anzi, prepara anche un’altra beffa: sfruttare l’annullamento della decisione sulle Popolari italiane per salvare un’altra banca. Come spiegato su questa testata, la Germania sta cercando salvare la Nord Lb, banca che è tecnicamente fallita ma in cui i due maggiori azionisti, i governi della Bassa Sassonia e della Sassonia Anhalt, hanno evitato accuratamente l’ingresso di qualsiasi nuove azionista proprio per salvare subito dopo le banche. E la domanda sorge spontanea: se la Germania va contro l’Unione europea, e, viceversa, l’Ue non serve più gli interessi tedeschi, cosa potrebbe succedere?

Con la generazione H i giovani in “letargo”

ROSELINA SALEMI Caffe.ch 24.3.19

Chi sono gli hikikomori che vivono “reclusi” in casa
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Ci sono gli hikikomori che vivono in una stanza, chiudono con il mondo reale e restano immersi in un universo tutto loro. Ci sono i neet che non studiano e non lavorano e si trascinando stancamente giorno dopo giorno. Due categorie di giovani sdraiati, un malessere che sta pian piano diventando una emergenza in una società che viaggia a ritmi altissimi, competitiva, dove non sono ammesse debolezze o fragilità. E chi le ha, chi perde un colpo, chi ha bisogno di più tempo viene tagliato fuori. E si autoesclude in un ritiro sociale che conta già numeri importanti. In Svizzera nel 2017 la quota di giovani inattivi dai 15 ai 24 anni che non seguivano né una scuola né una formazione, secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica, era pari al 6,5%. Numeri importanti, anche se inferiori rispetto alla media dell’Unione europea che è del 10,9%. In Ticino i neet erano lievemente calati nel 2016 attestandosi all’8,5 per cento dei ragazzi dai 15 ai 29 anni per poi risalire sino a 9.4 per cento nel 2018.

I giapponesi hanno inventato per loro il termine  hikikomori (da hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”). Nel 2015 erano stati registrati 540mila casi ma c’è chi valuta cifre molto più alte (oltre il milione e non soltanto giovani). I “ritirati”, ragazzi fra i tredici e i vent’anni che non escono mai da casa, non studiano, non comunicano. Si sono “condannati” agli arresti domiciliari. Non vogliono avere contatti con un mondo che li rifiuta. E cominciano a essere tanti. In Italia la stima è di 100-120mila (lo psicologo Marco Crepaldi li ha fatti emergere con un sito dedicato), in Francia di circa 40mila, in Ticino si è parlato del fenomeno al Consiglio cantonale dei giovani e, due anni fa, ad un convegno promosso dall’Accademia di psicoterapia psicanalitica della Svizzera italiana. 
Di questo fenomeno misterioso parla il romanzo di Laura Calosso “Due fiocchi di neve uguali” (Sem). Protagonisti: Carlo, che ha deciso di chiudersi in casa, e Margherita, che gli somiglia ma tenta di restare immersa nella vita. Ne parla soprattutto il saggio di Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro, in libreria da metà marzo da Raffaello Cortina: “Il ritiro sociale degli adolescenti. La solitudine di una generazione iperconnessa”. Chi sono? Ragazzi nell’età delle grandi trasformazioni, tra la scuola media e l’Università. “Il bacino è ampio – spiega Lancini, – si tratta di quei due milioni e mezzo di neet, (di Not in Employment, Education or Training) tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano”. E non sempre chi vive accanto a loro riesce a valutare la gravità del problema. Nel nostro sistema, l’infanzia è sostenuta, c’è una grande costruzione di aspettative di crescita e successo personale. Poi l’infanzia finisce, il tuo corpo cambia, la tua “forma” viene giudicata. “Un episodio di bullismo o cyberbullismo fa crollare l’ideale. Non sei popolare – aggiunge  Lancini  – non accetti lo sguardo degli altri, soprattutto del gruppo dei pari che oggi è molto più forte della famiglia. Il ritiro scolastico non è mai improvviso, ma preceduto da una fase di assenze. Esci dallo sport, dagli scout e alla fine dalla scena sociale”.
Molti pensano che Internet sia la causa della disconnessione, invece non è così. Secondo Lancini la relazione esiste (senza Internet il ritiro non sarebbe così diffuso) “ma gli hikikomori non stanno su social. Fanno del computer un uso piuttosto solitario. Giocano. Guardano video. Soltanto alla fine della terapia, alcuni hanno aperto un profilo”.
La cura è difficile, possono volerci anni. Bisogna lavorare molto con le famiglie. “I ragazzi – spiega ancora l’esperto – negano la loro condizione, non ti parlano, non vengono da te. Se accettano, possiamo fare visite domiciliari, organizzare programmi di studio a casa, seguirli con un intervento clinico e una moderna terapia psicoanalitica. L’incontro con i coetanei, i genitori ci provano sempre invitando i compagni di scuola, è improponibile. Non c’è sessualità, non c’è contatto. I ritirati non hanno relazioni”. 
La domanda è: che cosa significa questo comportamento? C’è una ragione? “C’è una resa – sottolinea l’esperto -. Le difficoltà hanno portato alcune generazioni alla ribellione. Qui succede il contrario. Invece di farci la guerra, gli hikikomori si ritirano pacificamente, si sfilano da una competizione che diventa sempre più feroce. Nella società del sovranismo psichico, decidono di sparire”.

BORSE & MERCATI/ “L’effetto Draghi” non basta più a Piazza Affari

La Fed teme il rallentamento Usa e in Europa anche la locomotiva tedesca frena. Grazie alla Bce, il Ftse Mib mostra una buona forza relativa. Che però finirà presto

24.03.2019 – int. Alessandro
Magagnoli il sussidiario.net

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Mario Draghi (Lapresse)

La Federal Reserve lascia perplessi i mercati mondiali, la guerra sui dazi tra Usa e Cina è tutt’altro che vicina all’epilogo e in Europa la locomotiva tedesca rallenta paurosamente. Eppure, sottolinea Alessandro Magagnoli, analista tecnico e co-fondatore di Financial Trend Analysis (Ftaonline), “nonostante tutto questo, l’Italia dimostra una forza relativa decisamente favorevole, quando invece, anche per il susseguirsi di revisioni peggiorative sulla crescita del Pil 2019, sarebbe naturale aspettarsi una Borsa in tono molto dimesso”. Piano, però, con i trionfalismi: “E’ difficile immaginare che il mercato italiano possa fare molto meglio di quanto già fatto vedere finora. Il rischio di una correzione, pur magari con la possibilità di archiviare in ogni caso il 2019 con un buon rialzo, è dunque elevato”. In estrema sintesi, sui mercati azionari mondiali i venti che gonfiano le vele dei rialzisembrano destinati ad affievolirsi.

Partiamo, intanto, dall’anomalia che, pur in presenza di cattive notizie, Piazza Affari abbia reagito positivamente. Come si spiega questa apparente incongruenza?

Merito dell’atteggiamento che la Bce ha preso nei confronti della crisi della zona euro, un atteggiamento che sembra particolarmente benevolo nei confronti dell’Italia.

In che senso?

Gli operatori stanno cercando di farsi un’idea su come saranno regolate le prossime operazioni di rifinanziamento annunciate a inizio marzo dalla Bce. Il tasso sui Tltro potrebbe essere negativo, quindi le banche troverebbero conveniente attingere alla liquidità messa a disposizione dalla Bce, dal momento che i tassi inferiori a zero potrebbero incoraggiare le operazioni di carry trade: prendere a prestito a un costo basso per fare un investimento a basso rischio, e con i rating attuali questo potrebbe includere anche i Btp.

Una conferma a questa ipotesi arriva anche dal trend dello spread?

Lo stabilizzarsi sotto i 240 punti base, supporto con il quale lo spread sta flirtando ormai da alcune sedute, potrebbe dar ragione a queste aspettative. Sotto area 240 sul grafico dello spread verrebbe completato un ampio testa spalle ribassista, figura che potrebbe anticipare il ritorno verso i 165/170 punti base. La figura, al contrario, verrebbe negata dal ritorno oltre i 252 punti base.

Le misure della Bce avrebbero come effetto il sostegno al debito italiano?

Guardiamo al Btp future. Ha superato di recente la resistenza a 127,75, ultimo dei ritracciamenti di Fibonacci, il 78,6%, calcolati per il ribasso dai massimi di maggio 2018 a 131,70, livello che ora entra nel mirino del rialzo. A questo punto è possibile che in poco tempo il decennale italiano torni a quotare sugli stessi livelli precedenti la crisi di fine 2018, e tutto questo senza che ci siano state notizie di miglioramento del quadro economico. Anzi, si è verificato il contrario.

Insomma, “l’ombrello di Draghi” è tutt’altro che chiuso?

Al momento è così ed è una prospettiva della quale potrebbe avvantaggiarsi proprio Piazza Affari, visto il peso rilevante del comparto bancario e della presenza di Btp nei portafogli degli istituti di credito.

C’è da brindare, quindi, per lo scampato pericolo?

No, la statistica invita alla prudenza. In questo primo trimestre, ormai prossimo alla conclusione, l’indice Ftse Mib ha già guadagnato il 17% rispetto alla chiusura del 2018. Negli ultimi dieci anni, però, solo una volta il primo trimestre dell’anno si era concluso con una performance maggiore, nel 2015 con un +21,8%, ma nei trimestri successivi, nonostante i ripetuti tentativi, Piazza Affari non era riuscita ad allungare il passo e si era dovuta accontentare a fine anno di un +12,65%. Dal 2000 a oggi solo nel 2013 e nel 2009 il saldo dell’intero anno è stato simile al guadagno già messo a segno dalla Borsa in questo primo trimestre.

In pratica, nonostante la forza relativa attuale, la Borsa italiana dipende sempre da quel che succede nel mondo. A tal proposito, a inizio settimana, gli occhi erano tutti puntati sul Fomc, il Comitato di politica monetaria della Federal Reserve. Perché?

Le attese non erano tanto per l’andamento dei tassi d’interesse, visto che la loro stabilità era data per scontata, quanto per i messaggi, espliciti o impliciti, che la banca centrale fa seguire normalmente alla riunione. E la Fed non ha sorpreso sul fronte del costo del denaro, lasciandolo invariato e lasciando intendere che non ci saranno altri rialzi per il 2019.

L’effetto di questa notizia sulle azioni?

Non è stato positivo come si potrebbe immaginare. A lasciare perplessi è stato il fatto che i membri della Fed hanno fatto capire chiaramente come nel 2019 potrebbero non esserci altri rialzi. Anzi, molti osservatori sono ormai pronti a scommettere che il prossimo intervento sul costo del denaro sarà addirittura un taglio. Comunque per i mercati un atteggiamento così prudente della Fed è stato interpretato come il sintomo di un’economia in rallentamento. Una perplessità che non verrà cancellata facilmente.

A chiudere il cerchio ha contribuito anche il calo dei rendimenti dei Treasury?

Certo. Con conseguente discesa delle quotazioni anche dei titoli bancari. Il titolo del Tesoro Usa decennale è sceso ai minimi da un anno a questa parte al 2,532%, quello con scadenza a due anni al 2,4%. E l’andamento grafico dell’Spdr S&P Bank Etf è preoccupante, soprattutto se confrontato con l’S&P 500: le due curve si sono mosse in sintonia fino a pochi giorni fa, ma quella dell’Etf ora ha accelerato al ribasso. Un comportamento che potrebbe anticipare un analogo andamento anche da parte dell’indice.

Quali sono i livelli chiave dell’Etf sulle banche?

La violazione di area 41,90, minimo del “martello” del 31 gennaio – candela giornaliera con forte capacità di supporto – sarebbe un segnale di debolezza che difficilmente potrebbe realizzarsi in assenza di un’analoga condizione anche da parte dell’S&P 500. Indice che già al di sotto dei 2.745 punti della media mobile esponenziale a 50 giorni inizierebbe a denunciare un’evidente stanchezza dell’uptrend.

Novità non del tutto positive sembrano arrivare anche dai colloqui Usa-Cina sui dazi, non è vero?

Le dichiarazioni di Trump sui dazi con la Cina, che potrebbero rimanere per un periodo di tempo prolungato, hanno aggiunto nervosismo: l’idea che si possa arrivare a un accordo in tempi brevi sta svanendo. Ottimisticamente la data per un’eventuale accordo si sta spostando da fine marzo a giugno.

Oltre al comparto banche, ci sono altri “canarini nella miniera” da guardare con attenzione per cercare di anticipare eventuali cambi di rotta della Borsa Usa?

Nelle ultime giornate a preoccupare gli osservatori è stato FedEx, uno dei titoli di maggior valore simbolico come elemento anticipatore del ciclo economico. FedEx ha abbassato per la seconda volta in due mesi le previsioni relative ai profitti annuali e ha indicato che, nonostante l’apparente solidità dell’economia Usa, a livello globale è percepibile un rallentamento, soprattutto in Europa.

Quindi?

Non è difficile notare similitudini nel comportamento tra il grafico di FedEx e quello dell’S&P 500: spesso i cambiamenti di trend del primo anticipano quanto poi succede al secondo. Trasporti e logistica, del resto, sono da sempre un eccellente anticipatore dello stato dell’economia e quindi anche dei profitti delle aziende. Lo stesso Charles Dow, padre fondatore dell’analisi tecnica moderna, suggeriva di analizzare sempre il Dow Jones Industrial in combinazione con il Dow Jones Transportation: conferme o divergenze tra i loro comportamenti sono utili per dare maggiore consistenza alle previsioni.

Cosa dicono i grafici?

Se sul grafico dell’S&P 500 il rimbalzo dai minimi di fine dicembre ha fatto molta strada, ripercorrendo quasi per intero il precedente ribasso, nel caso di FedEx il ritracciamento è stato molto più contenuto, limitandosi al 30% circa della discesa iniziata dai massimi di gennaio 2018. Nelle ultime settimane i prezzi hanno tentato a più riprese di risalire oltre la media esponenziale a 50 giorni, ora passante a 181 dollari circa, senza riuscirci in modo convincente. In area 185 si colloca anche il lato alto del gap ribassista del 19 dicembre scorso. L’eventuale violazione della trend line che sale dai minimi di marzo 2009, passante a 152 circa, segnalerebbe la fine del rimbalzo e la ripresa del trend ribassista dell’ultimo anno circa, che per il momento ha ritracciato il 50% circa del rialzo dai minimi di inizio 2009. Sotto area 152 si rischierebbe il ritorno sui minimi del 2016 in area 120 dollari. Difficile immaginare che la ripresa del ribasso per FedEx possa avvenire senza un capovolgimento di fronte anche da parte dell’S&P 500. La rottura di area 185, resistenza che però si sta allontanando velocemente dopo il calo delle ultime ore, sarebbe invece un segnale di forza sia per il titolo sia per il mercato nel suo complesso.

Si accennava prima alla debole congiuntura dell’Europa. Si avvertono già scricchiolii preoccupanti?

Sì, sul mercato tedesco, dove il Dax, dopo un fugace test di area 11.800, ha ingranato la retromarcia, interrompendo la salita delle ultime settimane. Il Dax future, dai minimi dell’8 marzo, ha disegnato un movimento in 5 onde praticamente da manuale, un movimento che potrebbe dimostrarsi l’ultimo di un terzetto correttivo iniziato lo scorso dicembre.

Che cosa significa?

E’ possibile che con il top del 19 marzo sia terminata l’ipotetica onda C del movimento rialzista partito a fine dicembre 2018, del quale il rialzo fino al 5 febbraio sarebbe stato l’onda A. La violazione della base del canale che contiene tutto il rialzo, passante a 11.420 punti circa, farebbe temere ribassi ben più estesi, che nella migliore delle ipotesi potrebbero puntare ai 10.800 punti circa, ma che nella peggiore potrebbero anche rimangiarsi per intero il rialzo da area 10.270. Solo oltre area 11.700 dal grafico del Dax future verrebbero i primi indizi di ripresa. E solo se il Dax troverà la forza per reagire e cancellare i recenti segnali negativi, per il Ftse Mib potrebbe non interrompersi la stagione del rialzo.

(Marco Biscella) 

Bankitalia non ha tutelato i risparmiatori

Federico Lordi lintellettualedissidente.it 23.3.19

Bankitalia

La Corte di Giustizia europea si è pronunciata sul caso Tercas, ribaltando quanto aveva deliberato la Commissione nel 2014. Ma si può davvero parlare di vittoria per il sistema bancario italiano? Noi non ne siamo convinti.

Lo scorso martedì, una sentenza pronunciata dalla Corte di Giustizia europea ha gettato nello scompiglio il sistema bancario italiano (e non solo): “La Corte Generale annulla la decisione della Commissione, nel momento in cui questa ha stabilito, sbagliando, che le misure garantite alla Tercas avrebbero comportato l’utilizzo di risorse statali e fossero quindi imputabili allo Stato”. Semplifichiamo: nel 2014 la Banca Popolare di Bari (BPB) decide di ricapitalizzare Tercas, istituto posto in amministrazione straordinaria dal 2012. BPB pone però una condizione: il Fondo interbancario di tutela dei depositi (FITD) deve garantire la copertura del buco di bilancio di Tercas. A Bruxelles, però, qualcuno storce il naso: l’intervento della FITD è considerato aiuto di Stato ed è qui che si apre il famoso caso delle 4 banche poste in risoluzione nel novembre del 2015 – Banca Etruria, Banca delle Marche, CariChieti e CariFerrara.  Solo per la Banca delle Marche il FITD aveva stanziato già 800 milioni: il diktat di Margrethe Vestager – commissario UE all’antitrust – per Tercas fa scuola, negando così la garanzia del Fondo Interbancario anche per le quattro banche sopra menzionate. Ed è proprio qui che si spalancano le porte alla mattanza di obbligazionisti subordinati e azionisti delle quattro casse regionali.

Circolano le prime veline e nella mattinata di martedì rimbalzano titoloni a destra e a manca: Palazzo Koch ha rispettato i diktat della Vestager, ma solo in quanto nel 2014 non poteva fare altro. Banca d’Italia e Padoan, invece, erano spalle al muro: la sentenza della Corte di Giustizia è una gloriosa rivincita per entrambi. Fiumi di inchiostro e un mare di elogi pur di preservare l’indipendenza dell’Istituto diretto da Ignazio ViscoÈ una vittoria tutta italiana: patriottismo a giorni alterni, occorre preservare la biosfera autorazzista.

L’assordante cronaca giudiziaria giunta da Lussemburgo è stata accompagnata dall’annuncio del Direttore Generale di Via Nazionale, Salvatore Rossi, di rinunciare a un’eventuale riconferma presso il direttorio della Banca d’Italia. Dalle colonne de La Stampa del 20 marzo scorso scopriamo che la decisione sarebbe stata presa “per il bene dell’istituzione, e per evitare un nuovo scontro che ne avrebbe potuto minare la credibilità”. Non passano neanche 24 ore e la vicenda si arricchisce di un nuovo interessante dettaglioSecondo Margrethe Vestager– politicamente implicata nella vicenda e pronta a candidarsi nell’ALDE per le prossime europee – “quello che ha fatto scattare la risoluzione delle quattro banche, tra cui Etruria, è stata una decisione della Banca d’Italia”. La Vestager ha puntualizzato che il modus operandi adottato dal Governo Renzi nei confronti dei quattro istituti messi in risoluzione sarebbe dovuto a “un’altra catena di eventi”. Botte tra orbi per la Commissione e Bankitalia.

Mentre a Bruxelles e a Via Nazionale volano gli stracci, noi ci permettiamo di sollevare qualche semplice questione. Rossi rinuncia a un nuovo incarico “per il clima pesante causato dalla nuova compagine governativa” o per il semplice fatto che da Bruxelles non giungono notizie propriamente ottimali? E ancora: indipendenza è sinonimo di irresponsabilità? Passi pure accettare supinamente che nel XXI secolo la democrazia sia parametrata sul grado d’indipendenza dalla politica della Banca Centrale, ma dobbiamo anche mettere la testa sotto la sabbia e tollerare che gli errori non vengano pagati? D’altronde non chiediamo molto: ci accontentiamo di un banale e sommesso “abbiamo sbagliato”. Perché nel 2015 la vigilanza di Bankitalia non suggerì al Governo Renzi di evitare l’applicazione pedissequa della BRRD – la direttiva europea contenente le disposizioni sul bail-in –, magari beccandosi pure una procedura d’infrazione, nella consapevolezza che una futura interpretazione a proprio favore della Corte di Giustizia avrebbe dato il là a un risarcimento? Perché Bankitalia ha presentato un ricorso solo per la vicenda Tercas, evitando di intraprendere il medesimo iter per le quattro banche sottoposte a bail-in? Un aiutino potrebbe giungere dalla clamorosa dichiarazione fatta da Tria lo scorso 27 febbraio presso la Commissione Finanze e Tesoro del Senato: “da quello che so [all’epoca del recepimento della direttiva BRRD] anche la Banca d’Italia, in modo discreto, si oppose a questo bail-in ma Saccomanni, ho letto la sua dichiarazione, fu praticamente ricattato dal Ministro delle finanze tedesco”.

Questa sentenza giunge proprio quando, a causa del salvataggio con soldi pubblici della Norddeutsche Landesbank – anche grazie al fondo interbancario delle Sparkassen –, la Germania si ritrova a dover scongiurare l’incubo bail-in. Sarà un caso?

Carmelo Barbagallo, capo della vigilanza di Bankitalia, il 9 dicembre 2015, in audizione alla Camera dei deputati, disse che l’intervento attraverso il FITD “non è stato possibile per la preclusione manifestata da uffici della commissione europea”. Perché Bankitalia, anziché limitarsi a “ricercare altre strade”, non ha alzato il livello dello scontro?

La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”: chi restituirà un’esistenza dignitosa all’imprenditore di Civitavecchia impiccatosi il 28 novembre del 2015 per aver scoperto che i suoi risparmi – 100mila euro – erano stati azzerati dal decreto salva banche nell’ambito del salvataggio di Banca Etruria? Nessuno.

Mattarella, batti un colpo.

La labile ideologia dei nuovi terroristi

Guido Olimpio Caffe.ch 24.3.19

Un mix di jihadismo e xenofobia dietro gli ultimi attentati
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Nell’arco di pochi giorni una scia tracciata da attacchi. In una scuola brasiliana, in due moschee della Nuova Zelanda, sul tram a Utrecht (Olanda), infine sul bus alle porte di Milano. Forme di terrore diverse, con matrice diversa. Episodi dove non sempre c’è un’ideologia marcata a fare da guida: vediamo persone che si comportano da terroristi senza esserlo completamente. A renderli simili a militanti veri il modus operandi e le conseguenze, spesso drammatiche.
Questo nuovo approccio di esaminare il terrore è legato ad una differente visione di ciò che accade. Non si può ragionare per categorie superate dal mutamento repentino della società, del contesto, del sistema di comunicare passivo (quando ascolto) e attivo (quando lo stesso cittadino produce news). Questo vale per le tre forme di violenza che sconvolgono le nostre vite: jihadismo, xenofobia armata, elementi che agiscono su base di rivendicazioni personali, come con i mass shooters americani oggi esportati in molte parti del mondo.
È come se esistesse una piramide alla cui sommità ci sono essenzialmente tre spinte negative. L’odio, l’alienazione, il desiderio di combattere la società intesa in senso largo. Quindi lo Stato, il luogo di culto o di lavoro, la scuola, i piccoli passi quotidiani. Sono questi i bersagli generali, ai quali il killer aggiunge il nemico del momento.
Sotto la cima, la propaganda. Il neo-terrorista si informa sul web, riceve dati sul telefonino, può vedere in diretta guerra e guerriglie. Spesso non ha bisogno neppure di essere indottrinato e di ricevere ordini specifici. Seduto sul divano di casa studia, legge, si nutre di “contro-informazione”, è lui stesso poi ad alimentarla rilanciando un post di invettive, il documento di chi lo ha preceduto. Se serve prende in prestito la causa per la quale colpire.
I tre nemici – Isis, neonazi, sparatori personali – si affidano agli stessi metodi per sostenere le loro motivazioni. Un video su Youtube, un lungo manifesto sul web, proclami. L’attacco è quasi sempre accompagnato da una spiegazione affidata ad un “manifesto”. Lo stragista di Christchurch ne è la prova, con le oltre 70 pagine dove indica avversari, ideologia, pensieri. L’autista del pullman sulla Paullese ha spedito a sua volta una clip ad amici e conoscenti. Comportamenti che ritroviamo in giovani che imbracciano un fucile per sparare nelle classi di un liceo. Anche loro si preoccupano dell’aspetto mediatico e il web li aiuta.
Tutti, in qualche modo, si radicalizzano e, per fortuna, molti restano nella loro bolla di rabbia. Però può accendersi una scintilla che provoca il rogo. Tante le variabili. Una questione familiare lacerante, un fatto di cronaca – dall’attentato alla morte di migranti in mare -, ma anche un input “ideologico” colto su Internet. Non di rado massacro chiama massacro, al punto che alcuni studiosi americani sono arrivati a ipotizzare una forma di contagio, con una concreta possibilità che dopo un attacco ve ne siano subito altri.
Infine l’atto. Le tecniche sono identiche, facili da emulare. Se posseggono un’arma la usano, altrimenti impiegano un’auto, dei coltelli da cucina, della benzina. Esiste una fase di preparazione più o meno lunga a seconda delle situazioni. Quindi l’incursione con in mente due obiettivi collegati: provocare molte vittime e diventare celebri in una realtà globale. Infatti lo sono.

Da Besso al Venezuela l’intrigo del dopo Chavez

caffe.ch 24.3.19 Federico Franchini

Cinque conti svizzeri dietro la lotta di potere a Caracas
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Da una palazzina di Besso al cuore della lotta di potere in Venezuela. Al centro della vicenda, Henrique Capriles, colui che nel 2013 ha quasi sconfitto Nicolás Maduro alle prime elezioni presidenziali dopo la morte di Hugo Chávez. Da allora, però, il leader dell’opposizione è quasi scomparso dai radar e il suo ruolo è stato preso da Juan Guaidó, l’autoproclamatosi presidente ad interim. L’esilio di Henrique Capriles, ex Governatore dello Stato di Miranda, è iniziato dopo che era giunte le prime accuse di corruzione. All’epoca, l’uomo dichiarava che “se il Governo corrotto mi attacca, ciò significa che stiamo andando nella giusta direzione”. Il candidato sconfitto non poteva immaginare che qualche anno dopo, dalla Svizzera, potessero giungere in via ufficiale prove scottanti, documenti forse in grado di confermare quelle che a suo tempo potevano anche sembrare accuse politiche. 
È il 13 luglio 2017 quando, da Lugano, la procuratrice federale Elena Catenazzi invia alle autorità di Caracas una “trasmissione spontanea d’informazione”. Questo strumento permette a un procuratore svizzero di trasmettere spontaneamente a un’autorità inquirente straniera informazioni o mezzi di prova acquisiti nell’ambito di una propria inchiesta. In seno all’antenna ticinese del Ministero pubblico della Confederazione (Mpc), Elena Catenazzi da tempo si sta dedicando agli addentellati svizzeri dello scandalo Lava Jato. Al centro dell’inchiesta elvetica vi è la multinazionale brasiliana Odebrecht, condannata nel dicembre 2016 dalla Procura federale per riciclaggio e corruzione. Qualche mese prima, a Ginevra, gli agenti della fedpol avevano trovato un server contenente migliaia di documenti legati alla contabilità parallela della Odebrecht. L’analisi di questo materiale ha permesso alla Svizzera di aprire nuovi fronti d’indagini e d’inviare rogatorie in vari paesi, tra cui appunto il Venezuela.  
È così che, nell’ambito di un’istruzione penale aperta contro ignoti per sospetto riciclaggio di denaro, l’Mpc ha scoperto alcuni conti “che potrebbero essere in relazione con le inchieste della Procura del Venezuela” nei confronti di Henrique Capriles. In questa lettera ufficiale che il Caffè ha potuto consultare viene riportato come “Capriles avrebbe ricevuto tangenti relative a lavori eseguiti a Miranda, lo Stato in cui il gruppo Odebrecht ha svolto lavori importanti”. L’ipotesi della procuratrice ticinese è quella che per permettere al denaro di raggiungere l’allora leader dell’opposizione fosse quello di utilizzare una serie di compagnie di facciata controllate da alcuni alleati di Capriles. Tra il 2011 e il 2013, più di 7 milioni di dollari sono stati trasferiti ad società offshore legate alla Odebrecht su cinque conti svizzeri aperti a nome di società panamensi e controllati dai presunti prestanome dell’ex leader dell’opposizione. Le banche nominate dalla Procura federale sono cinque: Ubp, Safra Sarasin, Edmond de Rotschild e Hsbc (Suisse). 
Nell’ottobre 2017, sarà invece Dounia Rezzonico, allora responsabile dell’antenna Mpc di Lugano e da poco nominata alla guida della divisione dell’Mpc legata alla criminalità economica, a inviare altre due trasmissioni spontanee a Caracas. I documenti consultati dal Caffè riguardano due uomini d’affari attivi nella costruzione, Manuel José Salazar Bianchi e Joan Manuel Fereira Rosillo. Entrambi, sui loro conti svizzeri presso Ca Indosuez, Credit Suisse, Mirabaud e Hsbc, avrebbero ricevuto dei trasferimenti milionari da parte delle casse nere di Odebrecht. Secondo nostre informazioni, da allora la Svizzera ha smesso di inviare trasmissioni spontanee al Venezuela.
24.03.2019

L’imbroglio delle europee: il Parlamento conta meno di zero

libreidee.org 24.3.19

Votare per un Parlamento i cui legislatori non possono fare le leggi e in più devono lottare come matti se vogliono opporsi a potentissime leggi fatte da tecnocrati che nessuno ha mai eletto – cioè votare alle elezioni per il Parlamento Europeo – significa «rendersi complici intenzionali di una dittatura». Lo sostiene Paolo Barnard, nella sua “Guida alla vergogna delle elezioni europee”: un riassunto spietato dell’euro-farsa di maggio. «La gran massa di quelli che oggi vi stanno dicendo che una rimonta populista euroscettica alle prossime europee sarà esplosiva contro la bieca autocratica Ue di Bruxelles, è così ripartita: il 2% sono consapevoli falsari, il 98% sono inconsapevoli cretini», premette Barnard. «Se la mattina del 27 maggio 2019 il più potente burocrate d’Europa, Martin Selmayr, vedrà su “Sky News” il faccione raggiante di Salvini “che non lo tiene più nessuno”, scrollerà le spalle e penserà: “Vabbè, una rogna in più”. Mica altro, perché la sua Europa verrà solo di un poco infastidita». Il Parlamento Europeo, infatti, conta niente: è il più demenziale, tragicomico baraccone mai concepito nella storia politica umana. Credere che, dall’interno di un carrozzone impantanato come questo, un’eventuale fronte anti-Bruxelles possa iniziare a sparare cannonate micidiali fin dalla mattina del 27 maggio, «è da fessi», dice Barnard, «o da falsari come Salvini, Bannon, il 5 Stelle e i loro soci in Ue».

Per Barnard, è come «votare per dei vigliacchi», disposti a farsi mandare a Strasburgo pur essendo pienamente consapevoli della loro impotenza. I parlamentari europei? «Delegano la stesura di leggi sovranazionali – cioè più potenti di quelle scritte Salvinidai singoli paesi e sovente anticostituzionali, per loro – ai burocrati non-eletti della Commissione Europea». Ipocriti e codardi: «Il “principio di comodità” è ciò che li guida: è comodo sedersi a Strasburgo, intascare un grasso salario e poi, al limite, dara la colpa a Bruxelles per i danni micidiali che certe sue leggi ci fa». Lo chiarisce uno studio della Cambridge University del 1999: «I legislatori hanno noti incentivi a delegare tutto il potere ai burocrati, fra cui il fatto di evitare di essere poi chiamati a rispondere ai cittadini per scelte dure e impopolari». Tradotto: le infami “riforme” di lavoro e pensioni, e i tagli di spesa alla Juncker. Poi si è passati dal non poter fare nulla al poter fare quasi nulla, aggiunge Barnard: l’impotenza degli europarlamentari «divenne talmente oscena e grottesca, che alla fine i super-burocrati di Bruxelles decisero, dal 2006 e poi l’anno dopo col Trattato di Lisbona, d’infilare dei ritocchini cosmetici che dessero l’impressione che il Parlamento potesse bloccargli le leggi».

Con nomi attraenti (Regulatory Procedure With Scrutiny e articolo 290 Tfeu) fu dato al Parlamento Europeo il potere teorico di opporsi alle leggi della Commissione, così come poteva fare il Consiglio dei ministri. Ma era solo l’ennesima farsa: «I parlamentari contestano? Costa una fortuna, e i tempi gli sono nemici». Il Trattato di Lisbona, spiega Barnard, ha reso pressoché inaffrontabile il costo di una contestazione del Parlamento contro la Commissione. Le direttive della Commissione «sono di proposito scritte da oltre 300 tecnocrati con intrichi legali asfissianti». Per cui, l’europarlamentare che volesse capirci qualcosa «dovrebbe pagare uno staff di tecnici a costi altissimi», ma non solo: «Deve poi avere ulteriori mezzi per “istruire” un’intera commissione parlamentare sul tema che vuole criticare, e tutto questo solo per iniziare ad agire». Infine, deve Il College of Europe a Brugestrovare altri mezzi «per formare una coalizione che sia d’accordo con lui, e non basta: deve anche convincere la Conferenza dei presidenti delle commissioni».

E tutto questo, senza contare i tempi: solo 4 mesi, per organizzare il tutto, creare una lobby trasversale fra i vari partiti reclutando colleghi a favore della contestazione e quindi rifare tutto, daccapo, in seno al Consiglio dei ministri, che per legge deve essere poi d’accordo. «Scaduti i 4 mesi, il parlamentare Ue s’attacca al tram». Conferma l’“Economist”: «Il peso, i costi e gli ostacoli di una contestazione contro una legge della Commissione sono quasi sempre maggiori dei benefici. Meglio, per il parlamentare, una forma di baratto in privato con Bruxelles». Lo scriveva nel 2017 il College of Europe, Bruges. In altre parole: meglio darla vinta alla Commissione, in partenza. Un meccanismo «demenziale e democraticamente osceno», sottolinea Barnard: «Un parlamentare eletto deve svenarsi, per contestare burocrati non-eletti». Dal 2009 al 2017, su 545 leggi proposte dalla Commissione, il Parlamento Europeo di fatto ne ha contestate l’1,1%. «Il resto, e sono tutte leggi più potenti di quelle italiane, è passato liscio come l’olio».

Mettiamo pure che i populisti euroscettici prendano buoni numeri a maggio: nel qual caso, «è stra-ovvio che avranno una vita infernale, anche solo per mantenere una frazione di ciò che oggi sbraitano agli elettori». In sostanza, un europarlamentare che volesse bloccare una super-legge della Commissione dovrebbe disporre di una barca di soldi e di super-tecnici, per provare a convincere un mare di altri parlamentari, tra partiti e commissioni, solo per iniziare ad agire. Ma per arrivare a una conclusione di successo, continua Barnard, l’ipotetico parlamentare-eroe dovrebbe poi anche superare diversi veti. Il primo, dalla commissione parlamentare interessata. Poi potrebbero contestargli un conflitto di giurisdizione fra commissioni, cioè dirgli: il tema non è di tua competenza. Se poi il parlamentare non ottiene la maggioranza assoluta di tutto il ParlamentoMichael KaedingEuropeo, insieme all’ok del 55% del Consiglio dei ministri (cioè di tutti gli Stati Ue) la partita non può nemmeno cominciare. «Non è teatro pirandelliano: è come funziona ’sto delirio chiamato Parlamento Ue».

Terza farsa, continua Barnard: questi europarlamentari “evirati” sono costretti a fare i lobbysti, e spesso di nascosto. Michael Kaeding, economista neoliberista dell’università Duisburg-Essen, ricoprire una decina d’incarichi nelle maggiori think-tanks d’Europa. Un super-tecnocrate, l’opposto di un euroscettico. Con Barnard, ha intrattenuto uno scambio chiarificatore. Kaeding è esplicito: la Commissione Europea, che emana tutte le leggi, è consapevole di avere scarsa legittimità democratica. Per questo, cerca sempre di non arrivare allo scontro coi parlamentari, coi quali tenta specifici accordi. Nientemeno: «Esiste un potere di fatto, dove il singolo parlamentare baratta con la Commissione su certe leggi, piuttosto che tentare uno scontro. Il problema – aggiunge Kaeding – è che questi negoziati non sempre sono trasparenti, o addirittura sono difficili da scoprire». Capito? Ridotto all’impotenza, l’europarlamentare si trasforma in lobbysta-ombra. Persino Kaeding arriva a domandarsi che senso abbiano queste trattative “riservate”, e quanto siano lecite.

Che altro? Questo: il Parlamento Europeo può teoricamente bocciare sia la Commissione che il suo presidente. Una prospettiva che Barnard classifica «surreale», e spiega: «Il Parlamento Ue può in effetti bocciare sia la nomina del presidente della Commissione, sia la lista dei commissari». Ma poi cosa succede? «Presidente e commissari vengono ripresentati quasi identici, o al meglio con cosmetiche correzioni per salvare la faccia ai parlamentari contestatari». Ora, se un ipotetico Europarlamento “salviniano” non accettasse il salva-faccia, si riboccerebbe il tutto. A quel punto, si entrerebbe «nel labirinto chiamato “crisi costituzionale” secondo il Trattato di Lisbona», cioè la Costituzione Ue «introdotta di nascosto nel 2007, dopo Jens Peter Bondela bocciatura francese e olandese della prima Costituzione proposta, bocciata perché “socialmente frigida”». E chi la risolverebbe, una crisicostituzionale di quel tipo? Il Parlamento Europeo? «Ma non facciamo ridere», taglia corto Barnard.

Certo, resterebbe il Consiglio Europeo. Ma idem: il Consiglio «ha consegnato dispute di ’sto genere a oltre 2.800 pagine di codicilli indecifrabili, scritti da tecnocrati nel 2007 (Trattato di Lisbona), da cui si desume – secondo studiosi come Jens Peter Bonde – che la crisi verrebbe a quel punto messa nelle mani della Corte Europea di Giustizia, che è ancor meno eletta della Commissione Ue». Risultato: una bocciatura del Parlamento Europeo varrebbe zero. Lo conferma l’inconsistenza assoluta, fisiologica, dell’assemblea elettiva di Strasburgo. Le leggi Ue, prodotte dalla Commissione, «ficcano il naso dappertutto, dagli omogeneizzati alle regole d’accesso alle comunicazioni satellitari». Spiegano «come devono essere fatte le lampade al neon, definiscono «cos’è la cioccolata», delimitano la privacy e stabiliscono come irrigare un campo. «Ma ciò che questa Europa ha portato di più devastante sulla più bella e democratica Costituzione del mondo, la nostra, sono i trattati», scrive Barnard. Già, perché le leggi teoricamente impugnabili dai parlamentari sono soltanto quelle secondarie, mentre quelle primarie sono proprio i trattati: da Maastricht a Lisbona, fino al devastante Fiscal Compact che ha sfigurato la Costituzione italiana imponendovi il pareggio di bilancio, cioè la distruzione del poteresovrano di spesa (e quindi dell’equità sociale).

Ecco perché, secondo Barnard, chiedere voti per alzare la voce all’Europarlamento «è una colossale presa per il culo». L’europarlamentare è neutralizzato persino sulle leggine, e quindi conta zero sui trattati che regolano «la spesa di Stato per le nostre vite, malattie, lavoro, pensioni o giovani». Ecco come stanno le cose: il Trattato di Lisbona, con l’articolo 48 Tfeu, sancisce che per modificare un trattato europeo ci sono quattro procedure. In tutte e quattro, sottolinea Barnard, il ruolo del Parlamento Europeo è limitatissimo. Tre sono le vie fondamentali: procedura ordinaria, procedura semplificata e “passerelle” (in francese). «Vi garantisco che non esiste un premier in tutt’Europa che sappia cosa siano», dice Barnard, «perché sono procedure più complesse della fisica teorica: vi basti sapere quanti attori, a livello Ue, devono essere tutti insieme coinvolti, pluri-consultati, coordinati, informati e infine convinti, per cambiare un Trattato». L’elenco è sconfortante: attraverso un iter ultra-bizantino, praticamente folle, vanno convinti tutti i 28 governi nazionali (e anche solo uno di loro può porre il veto, Barnardbloccando tutto). Poi occorre avere con sé la Commissione Ue, il Consiglio Europeo, il Consiglio dei ministri, la cosiddetta Convenzione Europea. Ancora: la Conferenza Intergovernativa, la Bce e, in ultimo, il Parlamento Ue.

«E qualcuno crede ancora che i futuri “salvinici” o “orbanici” eroi, a Strasburgo, potranno dire be’ sui trattati?». Ma poi, è vero che a maggio i populisti euroscettici vinceranno? «Non diciamo cretinate», scrive Barnard: «Basta guardare i numeri dei 9 gruppi parlamentari europei per capire che i populisti euroscettici dovrebbero centuplicare i loro consensi per dominare il Parlamento, e gli altri perderne il 90% di botto. Una cosa sembra certa dai sondaggi: su 12 partiti cosiddetti populisti in Europa, oggi solo la Lega otterrà un certo successo, gli altri aumenteranno di 2 o 3 o forse 4 seggi». Tutto qui. Insiste Barnard: «Vi hanno mentito su tutto». Chi? Di Maio, cioè Casaleggio, e naturalmente Salvini, «coi suoi due economisti con 10 chiili di Vinavil fra culo e poltrona politica» (Borghi e Bagnai, ormai silenti di fronte alla retromarcia gialloverde dopo le minacce Ue sul deficit). «Hanno calato le braghe di fronte a Bruxelles in 5 minuti, con una spesa pubblica che è un insulto alla storia italiana», conclude Barnard. «I padani si sono rimangiati la Eurexit perché “eh, abbiamo beccato solo il 17% e quindi sticazzi le promesse elettorali, ma la poltrona ce la teniamo”, mentre Salvini mandava emissari anonimi da “Bloomberg” a dirgli “rassicurate i mercati! Staremo nei ranghi”». Barnard li chiama “cialtroni”: «Oggi vi dicono che a maggio sbaraccheranno tutta l’Europa? Una balla, da vomitare».

Ritrovati documenti inediti di Vincent Van Gogh. Erano sepolti sotto il pavimento

Roberta De Carolis

greenme.it 23.3.19. van gogh ritrovamento documenti

Documenti inediti che accendono altre luci sulla vita di Vincent Van Gogh, artista geniale e misterioso che ancora oggi incanta con le sue opere esperti e semplici appassionati. Erano sepolti sotto il pavimento della sua casa di Londra e potrebbero dirci qualcosa di più della sua vita.

Un contratto assicurativo, un libro di preghiere stampato nel 1867 e alcuni frammenti di disegni mai visti prima: stando alle parole di Martin Bailey, esperto di Van Gogh e curatore della mostra ‘Van Gogh and Britain’, il ritrovamento, effettuato sotto il pavimento dell’abitazione che fu del grande pittore, potrebbe aiutare a fare chiarezza sul periodo vissuto dall’artista a Brixton, oggi distretto meridionale di Londra.

I proprietari della casa, Jian Wang e Alice Childs, hanno scoperto i documenti durante i lavori di ristrutturazione dell’abitazione, composta da tre piani e in condizioni fatiscenti al momento dell’acquisto, avvenuto nel 2012.

Van Gogh si trasferì in quella casa quando aveva 20 anni e lavorava come assistente in una galleria d’arte a Covent Garden. Si pensa che in quel periodo si fosse innamorato di Eugenie, la figlia 19enne della proprietaria, ma in realtà non ci sono prove di questo.

I documenti ritrovati accendono però diverse luci: uno è infatti un contratto assicurativo, intestato alla padrona di casa dell’epoca, Ursula Loyer, un altro è una copia malridotta del libro di preghiere ‘A Penny Pocket Book of Prayers & Hymns’ e l’altro è un insieme di frammenti di disegni ad acquerello.
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Il libro, in particolare, conferma che in quel periodo Van Gogh divenne fervente cattolico. L’opuscolo era stato pubblicato da una casa editrice con sede nella stessa via della galleria in cui lavorava Van Gogh. Secondo Bailey probabilmente apparteneva alla padrona di casa, ma potrebbe essere stato letto dal pittore.

Per quanto riguarda gli acquerelli, non sembrano dipinti dal grande pittore olandese, ma forse proprio da Eugenie, cosa che aggiungerebbe qualche indizio sul loro legame. Tutto è stato trovato infatti sotto le assi del pavimento della camera da letto all’ultimo piano, dove dormiva Van Gogh. Quindi tutto, in qualche modo, gli apparteneva.

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Ma non finisce qui: ci sono anche altri documenti molto malconci che i padroni di casa non hanno volutamente tentato di separare per evitare di arrecare ulteriori danni (si attende l’intervento degli esperti). Intanto, che il tutto fosse sotto le assi del pavimento suggerisce che l’artista li avesse volutamente nascosti per sicurezza, il che induce a pensare che avessero tutti una grande importanza per lui.

I lavori di ristrutturazione non sono ancora terminati. Quando sarà tutto perfetto, annunciano i padroni di casa, l’abitazione diventerà “sede per residenze e mostre di artisti”, per consentire agli artisti di guadagnarsi da vivere, quello che Van Gogh non è mai riuscito a fare.

Banche: Tercas, ecco la storia degli errori della Commissione Ue

firstonline.info 23.3.19

La sentenza del Tribunale Ue, che ha bocciato l’arbitrario divieto della Commissione europea all’intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei depositi nel salvataggio di Tercas e delle quattro banche del Centro Italia, ristabilisce giustizia ma chi paga la pesante distruzione di ricchezza e i danni reputazionali subiti dalla Banca Popolare di Bari e dalle altre banche italiane?

Banche: Tercas, ecco la storia degli errori della Commissione Ue

Banca Tercas, una Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo, nel 2012 finisce in amministrazione straordinaria. Siamo negli anni più difficili della crisi economica. Tercas, come era giusto che fosse, fu aiutata in maniera trasparente attraverso gli strumenti messi a disposizione del sistema bancario e considerati legittimi dal sistema legislativo. Era in amministrazione straordinaria e non era possibile riportarla alla gestione ordinaria. La Banca Popolare di Bari si propose di intervenire, ma era necessario colmare la perdita che Tercas aveva nei propri conti, così il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, un fondo finanziato interamente dalle banche senza intervento di soldi pubblici, deliberò di versare la somma di circa 270 milioni, che azzerò la perdita della banca e consentì alla Banca Popolare di Bari di intervenire con un aumento di capitale che, a quel punto, fu tutto utile perché le perdite erano state eliminate.

Popolare di Bari entrò nel gruppo e l’operazione si concluse positivamente. Nulla poteva far presagire che la Commissione non avrebbe apprezzato l’intervento del Fondo. Tanto più che si trattava di interventi che il Fondo, nel corso della sua storia, ha sempre fatto utilizzando proprie risorse senza violare alcuna norma del Trattato che, nel frattempo, non era stato certo modificato. Circa 80 interventi, fatti in precedenza, che hanno tutelato depositanti e aziende che, in forme diverse, si sono salvate. Così, quasi come un fulmine a ciel sereno, nel 2013, la Commissione, con una propria nota di interpretazione, e dunque non un atto normativo, cambia il proprio indirizzo fino ad arrivare alla decisione di avviare un procedimento nei confronti dello Stato italiano ritenendo che l’operazione fosse da considerare aiuto di Stato e, dunque, avesse violato le norme sulla concorrenza. 

Da qui l’imposizione di restituire quanto erogato dal Fondo e il ricorso davanti alla Giustizia europea dello Stato italiano, del Fondo stesso e della Banca d’Italia. Oggi la sentenza sul caso specifico: “Quell’intervento su Banca Tercas del Fondo, un consorzio di diritto privato, non costituiva aiuto di Stato”. La Commissione non solo non aveva elementi per poter affermare che tale intervento sarebbe stato adottato sotto l’influenza o il controllo delle autorità pubbliche e che di conseguenza sarebbe stato imputabile allo Stato ma, al contrario, numerosi sono gli elementi che indicano come il Fondo abbia agito in maniera autonoma al momento dell’intervento a favore di Tercas. 

Questo “errore” della Commissione ha prodotto una pesante distruzione di ricchezza con  costi ben più alti di quanto sarebbe stato l’intervento del Fondo. La Banca Popolare di Bari ha subito la perdita di un miliardo nella raccolta con l’aggiunta di danni incalcolabili da un punto di vista reputazionale. A ciò si aggiunge che, successivamente, non è stato più possibile ricorrere al Fondo negando il salvataggio, che sarebbe stato possibile, delle “quattro banche” (tre ex Casse di Risparmio e una Popolare)Uno strumento efficace e sperimentato per affrontare le crisi bancarie che in passato ha mostrato la propria utilità, uno strumento semplice che si basa su un principio consolidato che è quello della mutualità tra gli istituti di creditouno strumento il cui utilizzo è stato impedito all’Italia proprio negli anni più duri per l’economia e per il sistema bancario, nei quali si sono manifestati tutti gli effetti della lunga crisi. 

La Corte di giustizia europea ha sancito che bloccare quel sistema è stato un atto giuridicamente illegittimo. Che fosse politicamente ed economicamente un errore era palese. Ma ora c’è un pronunciamento di un giudice terzo che, anche da un punto di vista formale, lo mette nero su bianco. Purtroppo la giustizia ha tempi diversi da quelli dell’economia e non sempre può arginare i danni della politica. Con “quell’errore”, infatti, la Commissione non ha fatto altro che aggravare la crisi bancaria e di conseguenza quella economica e, nel caso specifico, ha messo in difficoltà la Banca Popolare di Bari che è quella che più ha subito i danni e che, più di tutti, oggi può manifestare la propria soddisfazione. Ancora molto ci sarà da dire su tutta questa vicenda per capirne dinamiche e responsabilità. Oggi, però, un dato è certo: l’intervento del Fondo Interbancario non fu illegittimo e se un comportamento illegittimo ci fu, fu quello della Commissione europea.   

°°°L’autore è il Segretario Generale dell’Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

Credit Suisse taglia le gambe a Intesa e Unicredit

Francesca Gerosa milanofinanza.it 22.3.19

Con lo spread Btp/Bund che allarga a quota 249 punti base e Piazza Affari che cade dell’1,16% a 21.125 punti, in linea con gli altri mercati europei, prendono la via al ribasso le banche italiane, complice anche un report severo di Credit Suisse che ha iniziato la copertura di Intesa Sanpaolo (-2,46% a 2,16 euro) con un rating underperform e un target price a 1,8 euro, il 16% circa in meno rispetto al prezzo attuale, e di Unicredit (-2,99% a 11,564 euro) con un rating neutral e un target price a 13,3 euro.

Credit Suisse è cauta sul net interest income, la qualità del credito e i dividendi delle banche italiane. Dato l’attuale contesto macro-economico, politico e normativo “riteniamo che il mercato stia sottovalutando le sfide a livello di net interest income delle banche italiane: il consenso al momento sconta un tasso medio annuo di crescita del net interest income del 2% nel periodo 2019-2021, Credit Suisse solo dello 0-1%”, spiegano gli analisti della banca d’affari svizzera.

Al contempo, il mercato è più compiacente sia sulla qualità del credito, con Credit Suisse che ha stime del 9-10% sopra quelle del consenso per quanto riguarda gli accantonamenti per perdite su crediti, sia sul capitale. “La nostra cauta posizione sulla qualità del credito deriva dall’entità della riduzione delle esposizioni non performanti (npe, ndr) che è in sospeso per il settore, dal peso degli unlikely to pay, il 45% del totale, e dai livelli di copertura al 53% che si confrontano con il 75% implicito della regolamentazione/cessioni”, precisano gli esperti.

In più gli esperti di Credit Suisse sono convinti che l’anticipazione degli accantonamenti possa un impatto significativo sui livelli di capitale: di 70-170 punti base nello scenario peggiore e, quindi, mettere in discussione la sostenibilità e la logica della politica dei dividendi di Intesa Sanpaolo (80% di pay-out nel 2019).

E per quanto riguarda Intesa Sanpaolo, “sebbene ci piaccia il modello di business e ci aspettiamo che la banca mantenga rendimenti superiori con un RoTBV (Return on Tangible Book Value) nel periodo 2019-2020 del 9-10% rispetto all’8% di Unicredit, supportato dalle attività di asset management e insurance, le nostre stime a livello di utile sono del 7-8% sotto quelle il consenso e vediamo rischi per le aspettative sui dividendi tanto che la nostra stima di dividendo 2019 è inferiore del 13% rispetto a quella del consenso”, sottolineano gli analisti di Credit Suisse.

Gli stessi osservano che i livelli di Cet1 del 12,5-12,8% nel 2019-2021 non tengono conto dell’impatto delle linee guida dell’Eba (45 punti base) e di Basilea IV (80 punti base). Per cui con il titolo Intesa Sanpaolo scambiato a 1 volta il multiplo prezzo/book value tangibile e a 11,4 volte il multiplo prezzo/utile 2019, rispetto al settore bancario europeo che tratta a 0,88 e 9,3 volte, rispettivamente, “pensiamo che il mercato non stia scontando pienamente i rischi”.

Invece, per quanto riguarda Unicredit, gli analisti di Credit Suisse riconoscono la trasformazione del gruppo dal 2017, vedono i livelli di RoTBV all’8% per il periodo 2019-2021, ma a 0,5 volte il multiplo prezzo/book value tangibile e a 7 volte il multiplo prezzo/utile 2019 ritengono che il mercato rifletta in maniera adeguata i rischi legati sia agli utili delle banca (il broker ha stime del 6-9% al di sotto di quelle del consenso per il periodo 2019-2021) sia al capitale (Credit Suisse stima un Cet1 al 12-12,5% non tenendo conto delle linee guida dell’Eba, 90bps, e di Basilea IV, 90bps).

Fondamentalmente, concludono gli analisti della banca d’affari svizzera, “preferiamo le banche spagnole alla luce delle migliori prospettive economiche e politiche, dei bilanci più puliti con esposizioni non performanti al 5,9% contro l’11,3% e una copertura pari al 51,5% contro il 53,4%, di un outlook a livello di RoTBV relativamente più favorevole e di una posizione a livello di capitale simile, con un Cet1 del 12% circa, ma con una migliore generazione di capitale: 10-20 punti base per le banche italiane contro i 50 punti base di quelle spagnole, anche se i dividendi sono più bassi”, concludono a Credit Suisse.

Vittime banche, Cabina di regia rompe silenzio associazioni governative Alfa & Omega e diffida Tria: emani decreto della legge 145

Associazioni riunite nella Cabina di regia al Mef per Fondo Indennizzo risparmiatori

Associazioni riunite nella Cabina di regia al Mef per Fondo Indennizzo risparmiatori

Le due associazioni delle vittime delle banche venete, il coordinamento (di chi?) che prende il nome di don Torta (Arman) e quella di re Luigi (XVI) in passato accusavano le altre di essere filogovernative, perché il 27 dicembre 2017 avevano ottenuto l’approvazione (da parte di tutti i partiti e tutti, ripetiamo tutti i movimenti politici) della legge 205 (commi 1106 – 1109), che, approvata dalla UE e pur se da migliorare, avrebbe consentito, se ne fosse stato boicottato il decreto attuativo del 30 marzo 2018, l’inizio della fruizione dei ristori per i risparmiatori (come infatti avvenuto per i 560 che ne hanno beneficiato con una norma del Milleproroghe).

Ebbene oggi proprio quelle due associazioni, che non meritano di essere ancora pubblicizzate col loro nome per cui le chiameremo Alfa & Omega(alfa come nascita delle speranze, condivisa da tutti, omega come la loro morte, generata da una minoranza rissosa e autoreferenziale) sono diventate non solo filogovernative ma prone al governo bifronte giallo e verde.

Dopo mille promesse Giano, alias Di Maio e Salvini, hanno partorito la legge 145 del 30 dicembre 2018 (commi 493- 507) così zoppicante da non poter generare un decreto attuativo accettabile dalla UE anche se Alfa & Omega il 9 febbraio a Vicenza applaudivano invasate, e dopo aver escluso le altre associazioni, Luigi Di Maio e Matteo Salviniche (sper)giuravano che dal 16 febbraio (di quale anno?) tutto sarebbe andato a posto Europa volente o nolente.

Ebbene se il 21 marzo fa il pentastellato coordinamento Alfa annunciava per ieri a Oderzo un’opposizione costruttiva a Di Maio – M5S e per domani a Treviso una opposizione critica/protesta a Salvini – Lega, come se i due vice premier non fossero anima e espressione dello stesso governo che ad oggi non è capace di mantenere gli impegni elettorali con i risparmiatori gabbati, la legaiola Omegacon la solita tecnica diversiva se la prende con l’Europa e il 20 marzo spara: “Risparmiatori prepariamoci a infuocare ancora le piazze, anche ad andare a Bruxelles per riavere i nostri diritti“.

Un commento sintetico a questo brancaleonesco invito alle armi, dopo l’azzeramento della “governativa” 205, ne definisce la credibilità: “Peso El tacon del sbrego, se stavi fermi forse qualcosa se portava a casa…“).

E se qualche giorno prima, il 18 marzo, un “associato” Omega aveva commentato un altro messaggio alla Totò (“…abbiamo nei giorni scorsi chiesto ufficialmente un incontro con Vestager per spiegare la situazione dei risparmiatori italiani anche all’Europa“) con un saggio anche se amaro “E la Vestager vi riceverà? Vi ascolterà? Se non l ‘hanno convinta i nostri politici come pensate di fare voi?”), un altro post, lo stesso giorno, era sintomatico della sfiducia montante degli alfaomeghisti  nei loro condottieri: “E poi cosa vuol dire questo post!? Ma ci prendete in giro?!?“.

In questo quadro Alfa e Omega sono palesemente, loro sì, filogovernative ma di un governo diviso in due e, per ciò stesso, ciarlatano e incapace di uscire dalle sue contraddizioni se non con dannosi compromessi e rinvii.

Le oltre 15 associazioni che il “prete” e il “re” prima bocciavano come filogovernative, così tanto da… aver messo d’accordo tutti, governo e opposizione, e la loro Cabina di regia, a firma del suo rappresentante prof. Rodolfo Bettiol e a nome e per conto delle Associazioni di Categoria iscritte e riconosciute da un albo nazionale od albo regionale, hanno, quindi, rotto l’azionismo parolaio delle opposizioni di comodo e dei tour improbabili (che di fatto vuol dire l’immobilismo).

Lo hanno fatto con una “diffida” (clicca su Bankileaks.com) congiunta inviata al ministro Giovanni Tria, l’unico del Mef abilitato a parlare in nome del governo, visto che i sottosegretari Villarosa e Bitonci sono rimasti… sotto e senza deleghe per le banche ma solo con quelle per giochi e tabacchi.

La diffida all’attuazione del fondo, che pubblichiamo subito, come sempre, sperando che anche gli altri media le diano rilievo e non la censurino, già inviata  al Ministro Giovanni Tria giovedì prossimo 28 marzo 2019 verrà  consegnata a Roma a tutto il parlamento dove è prevista una manifestazione dalle 11 alle 15 quando, poi, i partecipanti si trasferiranno davanti al Ministero dell’Economia e delle Finanze dove stazioneranno dalle 16 alle 18.

Illustre Ministro dr. Giovanni Tria dell’Economia e Finanza

P.c. Illustre Presidente del Consiglio Prof. Giuseppe Conte,

P.c. Illustre Ministro Matteo Salvini,

P.c. Illustre Ministro Luigi Di Maio,

P.c. Illustre Sottosegretario On Alessio Villarosa,

P.c. Illustre Sottosegretario On Massimo Bitonci

Loro sedi

Il sottoscritto rappresentante della “Cabina di regia” a nome e per conto delle Associazioni di Categoria iscritte e riconosciute da un albo nazionale od albo regionale,

PREMESSO CHE:

1) Da notizie di stampa appare che la Commissaria Europea Sig.ra Vestager pur non negando la possibilità di un intervento a favore degli azionisti ed obbligazionisti delle banche in liquidazione abbia tuttavia criticato la legge in vigore in quanto non prevede l’indennizzo effettuato dietro accertamento caso per caso di una “truffa”. 

In sostanza l’indennizzo potrebbe avere luogo solo in seguito ad un accertamento da parte di un arbitro o di un giudice di una informativa falsa o incompleta da parte della banca. In proposito si ricorda che in prima battuta la Camera dei Deputati aveva approvato un testo art. 38progetto di legge del Governo che espressamente prevedeva una procedura arbitrale. 

Su detto articolo al MEF ben 17 associazioni, 13 delle quali riunite in un’unica cabina di regia, avevano proposto diverse modifiche inviando un testo che emendava quello predisposto nel ddl 1334/2018, salvandone l’impianto ma superando la criticità dello stesso,

2) Il 16/12/2018 l’emendamento al Senato presentato dal Gruppo Parlamentare dei  M5S come dichiarato dal vice premier On.le Di Maio è stato frutto dell’Avv.to  Andrea Arman e di Luigi Ugone rappresentanti di 2 associazioni e di una minima parte dei risparmiatori, è stato accolto in via definitiva dal Governo storcendo in sostanza il Fondo Ristoro, anche se lo stesso aveva permesso una prima e parziale erogazione pari al  30% del danno patito a favore di 560 risparmiatori truffati su di una potenziale platea di 210.000 cittadini-azzerati ,

3)  che tali modifiche apportate dalle due Associazioni sopracitate hanno creato un gravissimo ritardo espropriando la rappresentanza alle altre 13/15 associazioni dei risparmiatori che da sempre hanno costruito con modalità equilibrate il fondo con i conti dormienti, progetto partito il 02/07/2017.

Ritenendo che il troppo tempo trascorso stia causando gravi e irreparabili danni ulteriori ai risparmiatori, aggravando l’emergenza sociale già appesantita da numerosi suicidi,

DIFFIDANO ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 328 c.p.

Il Ministro pro-tempore Giovanni Tria a adempiere con proprio decreto organico e completo così come previsto dal comma 501 art. 1 legge nr. 145/2018, in linea con gli impegni presi dal Presidente del Consiglio Prof. Giuseppe Conte nell’incontro con i risparmiatori espropriati a Palazzo Montecitorio in data 24 maggio 2018 preannunciato quale “il primo atto” del costituendo Governo.

Mestre, 23 marzo 2019

Per la Cabina di Regia                                                                                                                                Prof. Rodolfo Bettiol

“Gli Agnelli possono fare ancora molto per Torino”

lospiffero.com 23.3.19

Alla messa di trigesima per Marella, l’arcivescovo Nosiglia sollecita la Famiglia a non trascurare l’impegno per la città che tanta parte ha avuto nella storia secolare della dinastia e della Fiat

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Torino e gli Agnelli, un legame per quanto controverso e travagliato non solo indissolubile, ma che anzi va rinnovato pur nelle mutate condizioni storiche. “Nei cambiamenti che ci attendono e che dobbiamo affrontare, la famiglia Agnelli può offrire ancora contributi importanti allo sviluppo complessivo della città e del suo territorio. Il ricordo di Marella, della sua dedizione generosa, può essere stimolo per questo nostro impegno comune”. Lo ha detto l’arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, nell’omelia della Messa in suffragio di Marella Agnelli a un mese dalla scomparsa. Parole che paiono un appello agli eredi della dinastia a non trascurare la città che per oltre un secolo è stata la capitale del loro impero. E che con le evoluzioni del gruppo appare sempre più marginale.

“Oggi – ha osservato l’arcivescovo – Torino ha bisogno certamente di un rinnovamento che riguarda tanti aspetti economici e sociali. Ma ha bisogno soprattutto di affetto e di attenzione, di simpatia e di intelligenza, di coraggio e intraprendenza, di unità, per essere accompagnata a crescere di nuovo in una delle svolte più delicate della sua storia. Torino ha bisogno anche di mantenere e potenziare quell’anima religiosa e laica insieme, che l’ha sempre caratterizzata come città accogliente, solidale e inclusiva di tutti”. Nosiglia ha parlato della vedova dell’Avvocato Gianni Agnelli “una donna che, sicuramente, ha cercato e voluto dare un significato alla propria esistenza, facendo buon uso della sua vita e delle doti umane, culturali e spirituali che possedeva, non solo per se stessa e la propria famiglia, ma anche per il bene comune della nostra città”.