B.Etruria: Vittime Salvabanche, bene indagine su ex commissari Etruria

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

L’associazione Vittime del Salvabanche si compiace alle decisione della Procura di Arezzo di indagare per abuso di ufficio i commissari di Banca Etruria nominati da Banca d’Italia nel febbraio 2015 e rimasti in carica fino alla risoluzione dell’istituto. 

Lo si apprende da una nota dell’associazione che ricorda che l’indagine partì a seguito di un esposto della stessa (firmato da Giorgianni e La Croce) depositato in procura l’8 luglio 2016 per richiedere la revocatoria di 302 milioni di sofferenze alla società Fonspa avvenuta solo cinque giorni prima della risoluzione e che portò all’azzeramento delle obbligazioni ed azioni dei risparmiatori di banca Etruria. “Questa operazione creò alla banca un’ulteriore perdita di circa 70 milioni di euro, cifra che avrebbe permesso di rimborsare tutti gli obbligazionisti esclusi dal rimborsi. Ipotizzammo allora, e ne abbiamo conferma adesso che si operò appositamente per accontentare qualche amico. Oggi siamo ripagati dei tanti sacrifici fatti in difesa dei nostri associati”. 

cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 16, 2019 13:26 ET (18:26 GMT)

UN’ALTRA VITTIMA DEL MOSE.

andreagiacobino.com 15.1.19

Il “Mose” fa un’altra vittima. Le difficoltà della gigantesca opera di ingegneria nella laguna veneta ad opera del Consorzio Venezia Nuova (Cvn), al centro due anni fa di un grande scandalo politico-giudiziario, che già ha affondato la Mantovani costretta a cedere pochi mesi fa il ramo costruzioni alla Coge e ha mandato in concordato preventivo la Grandi Lavori Fincosit della famiglia Mazzi, riserva ora lo stesso destino ad un altro general contractor del Mose, la Impresa Pietro Cidonio (Ipc), sempre dei Mazzi. Lucia Caterina Odello, giudice delegato del tribunale di Roma, ha infatti nominato Marco Resta commissario dell’azienda, ammessa alla procedura di concordato con riserva.

Il tribunale ha così accolto il ricorso presentato per conto di Ipc dall’avvocato Luca Gratteri dopo che la società, nata nel 1993, era stata posta in liquidazione nello scorso settembre e dopo che i commissari del Cvn l’avevano accusata di aver emesso, con altre aziende, fatture false. Nel ricorso si spiega che oltre al Mose, Ipc ha realizzato lavori nei porti di Civitavecchia, Rodi Garganico e Salerno e che le cause della crisi sono la gelata degli appalti pubblici, l’allungamento dei tempi di pagamento dei committenti pubblici e il turnover dei crediti passati dai 555 giorni del 2016 a 2mila 276 un anno dopo. Il principale fattore di crisi è stato il mancato incasso di cospicui crediti, e il contenzioso che ne è seguito da una parte e dall’altra la progressiva riduzione del sostegno bancario. Di qui la messa in liquidazione prima e la successiva richiesta di concordato, per presentare il relativo piano. Nel triennio 2015-2017 Ipc ha visto i ricavi di gruppo crollare da 84 a 47 milioni di euro ed è passata da un utile di 2,4 milioni ad una perdita di 10 milioni, con un patrimonio netto eroso da 22,5 a 8,5 milioni. Kpmgnon ha certificato il bilancio 2017.

Imprese: al Mise tavolo di crisi sulla Cmc di Ravenna

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Si è tenuto oggi al Ministero dello Sviluppo Economico il tavolo di crisi sulla Cmc di Ravenna, presieduto dal vice capo di Gabinetto Giorgio Sorial, a cui hanno preso parte i rappresentanti del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, l’azienda, i commissari straordinari nominati dal Tribunale e le organizzazioni sindacali. 

Nel corso della riunione, informa un comunicato, l’azienda ha informato che, nell’ambito della procedura di concordato preventivo, è in corso di elaborazione il piano industriale che punterà sulla continuità delle attività nella maggior parte dei cantieri presenti in Italia e all’estero. In merito ai cantieri presenti in Sicilia è stato assicurato che l’intenzione dell’azienda è quella di trovare soluzione condivise per la salvaguardia sia dei cantieri sia dei lavoratori. È stato inoltre annunciato che entro il mese di gennaio si procederà al pagamento degli stipendi di dicembre ai lavoratori della Cmc. 

Il Ministero è impegnato a facilitare l’apertura di un tavolo tecnico di confronto tra azienda e Anas per valutare possibili soluzioni per sbloccare il pagamento di crediti maturati dall’azienda. 

Il vice capo di Gabinetto Sorial ha annunciato che “all’inizio del prossimo mese di febbraio verrà insediato un tavolo di settore a cui prenderanno parte anche il Mit e il Ministero del Lavoro che, insieme a sindacati e associazioni di settore, potrà esaminare le possibili soluzioni da mettere in campo”. 

com/rov 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 16, 2019 12:22 ET (17:22 GMT)

BUSINESS SANITARI / LE GRANDI ALLEANZE IN CAMPO

 di: MARIO AVENA labocedellevoci.it

Sanità sempre più in business, con la massiccia discesa in campo dei colossi della distribuzione & delle tecnologie digitali.

Pochi mesi fa hanno stretto uno strategico accordo i due big Jeff Bezos e Warren Buffet, in cima alla hit degli uomini più ricchi al mondo, accompagnati da una damigella che sprizza dollari da tutti i pori, la super banca d’affari a stelle e strisce Jp Morgan. Puntano a vendere cure, farmaci e nuovi prodotti sanitari in quantità stratosferiche e a costi quanto più competitivi, visto che il mercato è in continua espansione e prevede margini sempre crescenti di utili.

Ora è la volta di un’altra maxi intesa, quella appena sottoscritta – e per la durata di sette anni almeno – tra Amazon e Walgreens Boots Alliance, al cui timone c’è Stefano Pessina in partnership con la moglie, Ornella Barra.

Un’ascesa davvero inarrestabile, quella della coppia italiana negli ultimi anni.

Stefano Pessina

Di origini pescaresi e napoletano d’azione lui, oggi al terzo posto dei Paperoni d’Italia, e man mano impegnato nella scalata della classifica statunitense. Cominciò con un piccolo deposito di medicinali a Napoli, i primi accordi con un gruppo siciliano di distribuzione, quindi – d’improvviso – la inarrestabile ascesa, favorita anche dall’impegno della compagna di lavoro e poi nella vita, Ornella Barra, che aveva cominciato con una farmacia a Lavagna, in Liguria.

Due cuori e un’unica, sfrenata passione: il business in pillole. Comincia a fine anni ’90 il processo di internazionalizzazione della piccola sigla iniziale, “Alleanza Farmaceutica”, che man mano sbarca in Francia, in Inghilterra (con l’acquisto della storica catena Boots) e in tutta Europa.

La consacrazione definitiva avviene negli States, dove il tandem d’attacco riesce a mettere le mani sulla star del trading Walgreens, dando vita al colosso mondiale Walgreens Boots Alliance.

Gonfia il petto oggi Pessina. “Il nostro impegno sarà quello di fornire ai clienti cure sanitarie integrate, di nuova generazione e digitali. I negozi si trasformeranno in moderni centri per la salute”. E ancora: “lavoreremo con Microsoft per raccogliere le informazioni che esistono tra payors e fornitori di cure sanitarie e strutture, nell’interesse dei pazienti e con il loro consenso, il nostro formidabile network di punti vendita accessibili per generare innovazione, valore e migliori risultati per i sistemi sanitari in tutto il mondo”. Senza limiti, gli obiettivi del Mago Pessina, impensabili quando era alle prese con il carico e scarico di scatoloni zeppi di pillole nella periferia partenopea.

Più sobrio il commento del ceo di Microsoft, Satya Nadella: “si tratta di una sfida complessa che richiede una collaborazione ampia tra le aziende della salute e della tecnologia”.

PROCESSO PER IL SANGUE INFETTO / IL 21 GENNAIO LA REQUISITORIA DEL PM

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Udienza clou, il 21 gennaio, al tribunale di Napoli per il processo sulle morti da “sangue infetto”. Il pm Claudio Giugliano, infatti, terrà la sua requisitoria.

Regolarmente oscurato sia dai media nazionali (tranne il Fatto quotidiano, grazie alle corrispondenze di Vincenzo Iurillo) che locali, il processo è cominciato quasi tre anni fa, ad aprile 2016: era iniziato a Trento nel lontano 1999, per poi passare a Napoli, dove i faldoni sono rimasti a marcire per anni negli scantinati del centro direzionale, sede sia del tribunale che di parecchi uffici giudiziari.

Sotto i riflettori i traffici e la distribuzione di sangue non testato ad hoc (quindi infetto) che hanno causato la morte di migliaia di pazienti (le cifre più attendibili parlano di circa 5 mila vittime): ma al processo partenopeo sono presenti solo nove parti civili. Un processo comunque “storico”, anche per la memoria dei tanti morti che non potranno mai avere uno straccia di giustizia.

Alla sbarra ex funzionari e dirigenti del gruppo Marcucci, all’epoca dei fatti (gli anni ’80, fino al ’91) oligopolista nella distribuzione di emoderivati, ed oggi ancor più solido, con la corazzata Kedrion che, dopo la morte del patriarca Guelfo Marcucci, è oggi capitanata dal figlio Paolo, mentre il fratello Andrea Marcucci è il capogruppo del Pd al Senato, dopo gli esordi politici e la prima elezione nel 1991 sotto i vessilli del Pli di Sua Sanità Francesco De Lorenzo.

Tra gli imputati anche l’allora Re Mida Duilio Poggiolini, il braccio destro di De Lorenzo al ministero e vera eminenza grigia, entrambi condannati ad un maxi risarcimento danni, 5 milioni di euro a testa, per la Farmatruffa.

Il vero nodo processuale, che dovrà essere “sciolto” dal presidente della sesta sezione penale Antonio Palumbo, riguarda il nesso di causalità intercorrente tra l’assunzione degli emoderivati infetti e la morte dei pazienti. Nesso “minimizzato” dai consulenti d’ufficio nominati dal tribunale, i quali in pratica si sono rifatti alle tesi del primo teste sentito a processo, l’ematologo milanese Piermannuccio Mannucci: un teste in palese conflitto d’interessi, dal momento che è stato consulente di Kedrion e relatore (gettonato) a non pochi simposi nazionali e internazionali organizzati dalla stessa corazzata di casa Marcucci.

Non solo: Mannucci ha confessato – vera viola mammola – di essere del tutto all’oscuro circa la provenienza di quel sangue: “mi avevano detto che arrivava dai campus universitari e dalle casalinghe americane”! Quando era ben noto negli ambienti scientifici all’epoca (e gli avvocati delle parti civili – Stefano Bertone ed Ermanno Zancla – hanno documentalmente provato) che quel sangue proveniva anche dalle carceri americane, in particolare dell’Arkansas. Lo ha ribadito un teste chiave che ha verbalizzato un anno fa: il regista americano Kelly Duda, autore dello choccante docufilm “Fattore VIII” sui traffici di sangue nelle carceri a stelle e strisce, senza alcun problema e alcun controllo esportato in Europa, ovviamente anche in Italia.

Il pm, nei quasi tre anni di processo, non ha particolarmente brillato per grinta, come ritualmente ci si attende da un pubblico ministero: “non è stato un centravanti, piuttosto uno stopper”, commentano non pochi al palazzo di giustizia partenopeo.

Mostrerà una maggior determinazione il 21 gennaio in occasione della sua requisitoria?

 

Divorcio Santander-Orcel: solo una questione di soldi?

expansion.com 16.1.19

Immagine trovata per orcel

Ieri pomeriggio, a pochi minuti prima dell’inizio della votazione più importante degli ultimi momenti della vita politica britannica, Santander ha deciso “contraprogramar” e annuncia che Andrea Orcel, la stella firma per la carica di amministratore delegato della banca, nessun Avrebbe luogo. 

Come previsto, oggi nella città non si parla di nient’altro. Nessuno ricorda uno scandalo simile nel mondo finanziario e tenta di spiegare cosa è accaduto nel triangolo UBS-Orcel-Santander in questo momento è la conversazione dell’intero settore. “Ho visto molti movimenti strani, ma come questo nessuno,” dice un banchiere della City. 

La stampa internazionale tratta ampiamente l’argomento, come gli articoli pubblicati su The Guardian , The Times , Financial Times , Wall Street Journal , New York Times e Bloomberg . 

Il fallimento di questa operazione è dovuto, come in molti divorzi, a una miscela di sentimenti e fattori economici. E forse a qualcos’altro. 

Un  UBS non è mai piaciuto l’idea che Orcel, capo della divisione investment banking, lasceràl’organizzazione in fretta, soprattutto quando alcuni analisti ha dato l’italiano come un candidato a capo della banca svizzera. 

Orcel ha annunciato la sua partenza alla fine di settembre 2018, pochi giorni prima che UBS presentasse il suo piano strategico, che avrebbe dovuto creare molti disordini interni. Questa tensione ha portato la banca, invece di trattare Santander come un’organizzazione “amichevole”, ad aver considerato la banca spagnola come un concorrente, qualcosa che ha cambiato le regole della firma e che è stato decisivo nel fallimento dell’operazione.

La linea dura della banca era chiara quando impediva a Orcel di entrare a Santander all’inizio dell’anno e richiedeva 6 mesi di periodo di transizione (congedo per il giardinaggio), che si concludeva ad aprile. 

Orcel era alla sede di Santander alla fine dello scorso anno  e si incontrò con lo staff della banca. Ma qualcosa non andava. “Non c’era una data precisa per l’incorporazione e molti partecipanti hanno avuto l’impressione che qualcosa fosse stato sciolto”, dice un dirigente di Santander. 

In effetti, la questione economica non è stata chiusa. Non era chiaro chi avrebbe pagato tra 40 e 50 milioni di euro che Orcel avrebbe ricevuto da UBS come pagamento dilazionato del suo stipendio negli ultimi anni (questa è una misura che è stata applicata dalla crisi e che cerca un maggiore impegno dal banchieri con le loro organizzazioni: una parte del loro stipendio è trattenuta, di solito azioni e opzioni, e viene data dopo diversi anni, se il loro comportamento è stato buono). 

UBS ha chiarito che se Orcel fosse andato a Santander, avrebbe perso questo denaro . Ma sembra che Ana Botín abbia pensato che potesse convincere la banca svizzera a cambiare la propria percezione e che entrambe le organizzazioni si sono prese carico di questa somma, come spiegato oggi dal Financial Times. 

Santander non ha potuto effettuare questo pagamento, che sarebbe stato scandaloso in questi tempi. In una dichiarazione, la banca ha detto ieri che era “inaccettabile affrontare il costo”. Sebbene la banca sia famosa per aver offerto pensionamenti multimilionari (ecco gli esempi di Corcóstegui, Luzón o Sáenz), le cose stanno cambiando. Il FT dice oggi che il clima politico in Spagna ha pesato molto e che il governo è occupato da una coalizione di sinistra. 

La posizione dei c appuntamenti OMITATO, presieduta dal britannico Bruce Carnegie-Brown (e che ha coinvolto anche Guillermo de la Dehesa, Sol Daurella e Carlos Fernandez), inoltre è stato determinante per ponendo il veto alla nomina. “È possibile che nemmeno le autorità bancarie europee abbiano consentito questo esborso, si tratta di un problema che ora si presta a molto”, afferma un altro amministratore della città. 

UBS decise dal primo momento che non poteva pagare quell’importo a Orcel se se ne andava quando lo considerava un “lasciapassare” (un professionista che lascia gravemente la banca), che lo esentava dal pagare questo bonus posticipato. Sarebbe stato difficile per loro trovare un argomento convincente da difendere davanti ai loro azionisti. 

Di fronte a questa situazione, Orcel deve aver pensato che ha bisogno di molte ore di lavoro per guadagnare quei 50 milioni e ha deciso che non partirà per Santander, ponendo fine a quattro mesi di tremenda tensione. Se rimane a casa, raccoglierà ciò che la banca gli deve, dicono in città. È un duro colpo per la sua reputazione, ma la sua tasca rimane intatta. 

Tuttavia, altri banchieri dicono che ci possono essere più fattori oltre a quelli economici. “Parlare di soldi a questi livelli non è molto elegante, ed è possibile che questo problema non sarà risolto fino all’ultimo momento”, dice un dirigente. “Ma non posso credere che un ragazzo come Orcel non fosse chiaro su cosa sarebbe successo con il suo bonus.” 

Per questo motivo, un altro banchiere spiega che esiste la possibilità che le autorità bancarie europee sarebbero state disposte a vietare la nomina , considerando che un banchiere di investimenti non è il profilo corretto per gestire Santander, una delle più grandi banche del mondo che non può assumere rischi eccessivi. 

Dopo il fallimento della firma, sia Santander che Orcel vengono toccati.

Santander per non aver capito correttamente la procedura di uscita dall’Orcel e per non aver fatto bene i doveri fin dal primo momento. Si è affrettato ad annunciare l’appuntamento a settembre? È chiaro che sì. 

Orcel, perché rimane nella terra di nessuno. Nessun lavoro a UBS e nessuna possibilità di unirsi a Santander. ( Ecco la famosa lettera che ha inviato al modello citando Winnie the Pooh) .

Per un dirigente del suo prestigio e del suo ego, è un colpo tremendo. Per tornare alla City non ci saranno articoli utili come questo che è stato pubblicato su Financial News, in cui hanno parlato del loro pessimo modo di trattare le squadre e della loro reputazione di “bullo” (bullo)  

Aveva peccato di naif quando pensava che UBS e Santander sarebbero stati d’accordo? O la sua avidità è andata troppo oltre? “Quello che ha fatto UBS è abbastanza prevedibile”, dice Cohen & Gresser, avvocato C. Evan Stewart, al New York Times. “Ciò che sorprende è che Orcel ha pensato che fosse sufficiente sedersi e aspettare di raccogliere tutto il risarcimento.”

Alcune persone si spingono oltre e dicono che Orcel, “totalmente distrutto dalla situazione”, secondo il FT, citando un amico del banchiere, potrebbe citare in giudizio il Santander, mostrando la lettera firmata da Ana Botín nella quale gli è assicurato il posta CEO . “Puoi obiettare che il cambiamento dei piani influisce sulla tua reputazione e ha anche perso profitti”, afferma un manager. Altri dicono che è improbabile perché nel mondo finanziario “sai che sei esposto a queste cose”. 

Nel caso, Ana Botín, nella dichiarazione rilasciata dalla banca, aveva parole particolarmente gentili con l’italiano, a cui desiderava tutta la fortuna del mondo in futuro. 

Orcel, il banchiere d’Europa ‘s più famoso di investimento, il cui arrivo in Santaner potrebbe aver innescato un’ondata di acquisizioni in tutto il mondo e, auspicabilmente, un aumento del prezzo del prezzo della banca (in calo del 28% lo scorso anno) , ha annullato il suo trasferimento a Madrid. Ci vorranno diversi mesi prima che sappiamo qualcosa del suo futuro professionale. 

Andrea Orcel costa troppo, salta la nomina a Ceo di Santander

tio.ch 16.1.19

Keystone

È probabile che il 55enne italiano continui a lavorare presso UBS

ARO/ATS

BERNA – Salta la nomina dell’ex top manager di UBS Andrea Orcel alla guida della banca spagnola Santander. L’istituto, che lo scorso settembre aveva annunciato l’ingresso dell’ex numero uno dell’investment banking di UBS, ha comunicato ieri che non procederà con la nomina. Motivo: il 55enne italiano costa troppo.

A portare all’inattesa rottura «il costo davvero significativo» che la banca avrebbe dovuto pagare «per assumere un singolo individuo, anche se di talento come Andrea, compensando la perdita di una significativa porzione della sua remunerazione dei precedenti sette anni», ha commentato la presidente di Santander, Ana Botin.

In un comunicato la banca spiega che il consiglio di amministrazione di Santander, in settembre, aveva trovato un accordo sulla retribuzione di Orcel, che sarebbe stata “in linea” con quella del suo predecessore José Antonio Alvarez, ma che non era stato possibile determinare l’ammontare dei compensi maturati in UBS a cui Orcel avrebbe dovuto rinunciare e che Santander avrebbe dovuto compensare (nel mondo della finanza è infatti usuale che questi costi siano sopportati dal nuovo datore di lavoro).

A seguito degli approfondimenti di questi mesi è emerso che la somma da pagare «sarebbe stata significativamente superiore alle aspettative originali al tempo della nomina e inaccettabile per una banca retail e commerciale come Santander».

L’istituto non avanza cifre concrete: la Reuters, che si rifà a tre persone a conoscenza del dossier, parla però di una somma di 50 milioni di euro o più. Non è stato possibile raggiungere Orcel per una presa di posizione.

Inizialmente era previsto che Orcel assumesse l’incarico a inizio 2019. Visto però che il periodo di disdetta finisce a fine marzo, è tecnicamente ancora dipendente di UBS. Contattata dall’agenzia Awp, la banca zurighese ha fatto sapere che è un questione bilaterale con Orcel e non vengono rilasciati commenti.

La guida dell’investment banking di UBS è stato assunta in ottobre da un duo composto di Piero Novelli e Robert Karofsky. Una persona che conosce Orcel ritiene poco probabile che il manager continui a lavorare presso UBS.

Da notare peraltro che, come noto, la prima banca svizzera ha avviato la pianificazione della successione degli attuali presidenti della direzione, Sergio Ermotti, e del consiglio di amministrazione, Axel Weber. In passato – prima del previsto passaggio a Santander – si era fatto il nome di Orcel come possibile candidato alla carica di Ceo.

Ultimo punto: alla guida di Santander resterà l’attuale numero uno Alvarez.

Indagati i commissari di Banca Etruria per la cessione di 300 milioni di crediti prima del Salvabanche

arezzonotizie.it 16.1.19

Indagati i commissari di Banca Etruria per la cessione di 300 milioni di crediti prima del Salvabanche

L'ex commissario Antonio Pironti

I due ex commissari mandati da Bankitalia per prendere le redini dell’istituto, conclusero l’operazione prima del celebre 22 novembre, quando fu approvato il decreto Salva-banche che azzerò azionisti e obbligazionisti subordinati della Bpel. La cessione fu portata a termine il 17 novembre e fu considerata come necessaria per alleggerire la zavorra degli Npl (Non performing loan, ovvero i crediti “cattivi”) in pancia all’Etruria.

La notizia dell’inchiesta è filtrata oggi attraverso la Stampa anche se l’iscrizione nel registro degli indagati di Antonio Pironti e Riccardo Sora risale ad alcuni mesi fa. Oltre all’ipotesi di abuso d’ufficio, la Procura di Arezzo valuta anche altri profili penali. In sostanza il procuratore Roberto Rossi ipotizza che i 302 milioni – ceduti al Credito Fondiario al 17% del loro valore – siano stati sottostimati.

Sorgente sgr, ecco chi sono gli uomini di Mainetti ribaltati da Visco (e perché Bankitalia li ha silurati)

startmag.it 16.1.19

Lambisce anche il prestigioso grattacielo storico Flatiron di New York il documento conclusivo della Banca d’Italia che ha condotto al commissariamento di Sorgente sgr deciso il 18 dicembre dall’Istituto centrale governo da Ignazio Visco.

E’ quanto si evince dal documento di Palazzo Koch svelato oggi dal quotidiano Mf/Milano Finanza.

Dal fascicolo di via Nazionale si confermano indirettamente le ricostruzioni giornalistiche secondo cui la vera causa dell’intervento sulla sgr del gruppo Sorgente fondato da Walter Mainetti (editore del Foglio diretto da Claudio Cerasa) è la vicenda Enasarco.

E pensare che in una lettera di Sorgente a Start Magazine si sosteneva che Sorgente sgr non è Sorgente group (qui la lettera con le frasi al miele sul Foglio e sul fondatore Giuliano Ferrara che ha invece di recente stimmatizzato Mainetti)

Fin dalle prime righe del documento firmato dal governatore Ignazio Visco, visionato da MF-Milano Finanza, si fa riferimento ai «rilevanti rischi strategici e reputazionali derivanti dal deterioramento dei rapporti con la Fondazione Enasarco».

L’ente di previdenza dei rappresentati di commercio era il principale cliente di Sorgente Sgr, con oltre un terzo delle masse gestite dalla società detenute come quotista dei fondi immobiliari Megas e Donatello (comparto Michelangelo II) e rappresentando oltre il 50% delle commissioni totali dell’intermediario.

Come ricostruito nel dossier di Via Nazionale, il rapporto tra l’ente e Sorgente ha iniziato a incrinarsi quando Enasarco “ha mosso alla sgr rilievi sulla qualità e sull’onerosità della gestione, e ha avanzato anche dubbi sulla strutture societarie del gruppo guidato da Valter Mainetti, in particolare per gli investimenti sul mercato immobiliare statunitense”, ha scritto oggi Anna Messia di Mf.

Contestazione che aveva portato alla firma di due accordi tra le parti (nel 2014 e nel 2016) con i quali Sorgente Sgr e le società del gruppo assumevano una serie di impegni nei confronti di Enasarco, finalizzati tra l’altro al riacquisto e al replacement degli immobili e delle quote di fondi detenuti da Michelangelo Due e Megas, a un prezzo già predeterminato. Insomma, una sorta di paracadute per la Fondazione, secondo gli addetti ai lavori.

Gli accordi sono però subito finiti nel mirino delle autorità di controllo di Consob, oltre che di Banca d’Italia, secondo cui quei patti avrebbero determinato «rischi patrimoniali sull’intero gruppo Sorgente, oltre che riflessi significativi sull’autonomia gestoria della sgr».

La conseguenza – sottolinea il quotidiano del gruppo Class editori – è stata che la società di gestione, a seguito della contestazioni mosse dalla commissione di controllo, “ha disconosciuto quegli gli accordi raggiunti con Enasarco e a quel punto i rapporti tra le parti si sono definitivamente esacerbati. Ne è nata una dura guerra legale, che è ancora aperta, e che ha portato la Fondazione, a giugno scorso, a sostituire Sorgente con nuovi gestori, ovvero Prelios per Megas e Dea Capital Real Estate per Michelangelo II”.

L’ispezione si è conclusa con risultati sfavorevoli, si legge ancora nel documento di Banca d’Italia che ha rilevato carenze nel processo di valutazione degli attivi dei fondi, per esempio per quanto riguarda l’interazione con gli esperti indipendenti. Non solo. «Le valutazioni espresse nei rendiconti dei due fondi sono state anche influenza dagli accordi sottoscritti con Enasarco che prevedevano la stipula di impegni di acquisito di numerosi cespiti da parte del gruppo Sorgente a valori predefiniti, in genere significativamente più elevati di quelli di mercato», scrivono da Via Nazionale, dove hanno rilevato anche carenze nell’attività di gestione dei fondi e nella gestione delle partecipazioni detenute dai due fondi nel fondo lussemburghese (Htbf) che possiede beni iconici negli Stati Uniti, come il Flatiron di New York.

Il commissariamento deciso dalla Banca d’Italia ha portato allo scioglimento degli organi societari di Sorgente sgr, con la nomina di Elisabetta Spitz (ex numero uno di Invimit, sgr del Tesoro, e già al vertice dell’Agenzia del Demanio) a commissario straordinario, confermando allo stesso tempo Carlo Petagna a direttore generale (da segnalare che Petagna ha lavorato già in passato con Spitz all’Agenzia del Demanio). (qui i nuovi vertici di Sorgente sgr con le nomine della Banca d’Italia) pur facendo parte del consiglio di amministrazione della sgr ribaltato da Palazzo Koch; una scelta che ha sorpresa alcuni addetti ai lavori.

Ma chi sono gli uomini di Mainetti che sono stati silurati dalla Banca d’Italia con il provvedimento di commissariamento della sgr Sorgente? Ecco i curricula del vecchio consiglio di amministrazione per lo più tratti dal sito di Sorgente dove comparivano fino a pochi giorni fa.

Spicca tra l’altro un ex dirigente di primo piano proprio della Banca d’Italia, oltre a imprenditori, banchieri ed economisti.

Carlo Santini
Presidente Onorario di Sorgente SGR SpA

Ha iniziato la propria attività nella carriera direttiva della Banca d’Italia nel 1961, ricoprendo, fino al 2000, i ruoli di: Capo del Servizio Rapporti con l’Estero, Capo del Servizio Studi, Direttore Centrale per le attività operative, Direttore Centrale per la Ricerca Economica. Dal 1988 al 2002 è stato Vicepresidente della Centrale dei Bilanci, dal 2000 al 2005 è stato Direttore Generale dell’Ufficio Italiano Cambi e docente di Economia Monetaria Internazionale presso la LUISS G. Carli di Roma. Dal 2006 al 2011 ha ricoperto la carica di Presidente di CARIFE SIM SpA. È membro del Consiglio di Amministrazione di Banca Sella SpA e di Biella Leasing SpA.

Gualtiero Tamburini
Presidente di Sorgente SGR SpA

Economista industriale, ha insegnato, fra le altre, nelle Università di Bologna e Urbino. Già Presidente di IDeA FIMIT SGR SpA e componente dei cda di BNP Paribas Real Estate SGR SpA e Cordea Savillis SGR SpA, è stato ai vertici di Associazioni di rappresentanza del settore immobiliare come Assoimmobiliare e Federimmobiliare e di Nomisma SpA, di cui ha costituito e diretto la sezione immobiliare. Fra gli incarichi pubblici ha diretto l’Osservatorio del patrimonio immobiliare degli Enti Previdenziali. In passato politicamente è stato molto vicino ai prodiani vista la provenienza anche da Nomisma, centro studi bolognese che fu fondato proprio da Romano Prodi.

Carlo Gilardi
Vicepresidente di Sorgente SGR SpA e Consigliere Indipendente

Dirigente di Banca d’Italia fino al 1985. È stato Direttore Finanza della Banca di Roma e successivamente Amministratore Delegato del Gruppo Benetton e della Cofiri SpA. È membro del Consiglio di Amministrazione di società e istituzioni finanziarie.

Carlo Petagna
Consigliere Delegato di Sorgente SGR SpA

Ha curato la costituzione e l’avvio operativo di Invimit SGR, società interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, della quale è stato anche il Direttore Generale. È stato Vice Direttore Generale dell’Agenzia del Demanio e ha ricoperto il ruolo di Direttore Generale di doRealEstate, società controllata da doBank.

Valter Mainetti
Consigliere di Sorgente SGR

Ha lavorato sia in Italia che all’estero, ricoprendo varie cariche in società finanziarie, immobiliari e di costruzioni. Dal 2003 è Amministratore Delegato di Sorgente Group. Inoltre è Professore presso l’Università degli Studi di Parma, Facoltà di Economia, dove tiene lezioni incentrate soprattutto sulla storia della finanza immobiliare. È inoltre Presidente della Fondazione Sorgente Group Istituzione per l’Arte e la Cultura (www.fondazionesorgentegroup.com). È stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro per il settore Industria Immobiliare e Finanza. A luglio 2014 è stato nominato Consigliere d’Amministrazione di Assoimmobiliare. È anche Vice-Presidente di Sorgente do Brasil Gestão de Recursos SA.

Giancarlo Zapponini
Consigliere Indipendente di Sorgente SGR SpA

Dirigente Data Monaci S.r.l, dal 1975 è nel Board di Guida Monaci S.p.a. e dal 1993 ne è Amministratore Delegato. Per quattro anni è stato nel CdA della European Association Directory Publisher and Database a Bruxelles, assumendo per due anni la presidenza. È socio della Banca Popolare del Lazio.

B.Mps: un conto da 160 mln l’anno (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

L’impatto sul titolo è stato violento: tra lunedì e ieri le azioni Mps hanno perso il 17%, portandosi a quota 1,25 euro per una capitalizzazione complessiva di 1,57 miliardi. Il timore del mercato è che l’applicazione rigorosa dell’Addendum Bce possa indebolire i requisiti patrimoniali della banca e rendere necessarie nuove iniezioni di capitale. Al momento però dai calcoli degli analisti emerge un quadro meno drammatico di quello suggerito dai mercati. Se infatti la pulizia completa dell’attivo determinerà maggiori assorbimenti di capitale, l’impatto sul patrimonio potrebbe risultare gestibile. Nel dettaglio, l’applicazione rigorosa dell’Addendum dovrebbe determinare ogni anno 160 milioni di provisioni aggiuntive, con un impatto negativo di 25 punti base sul Cet1. 

Sono queste, scrive MF, le stime elaborate da Giovanni Razzoli di Equita , che ipotizza entro il 2026 un coverage al 70% per i crediti secured e del 90% per quelli unsecured, tenendo conto dei recuperi effettuati tramite attività di recupero e cessioni. In uno scenario irrealistico di azzeramento totale dello stock, l’impatto sarebbe di 138 punti base all’anno con circa 886 milioni di maggiori assorbimenti. 

Ma in che condizioni si trova oggi Siena in termini di asset quality? Dopo la pulizia degli anni scorsi e la maxi-cartolarizzazione, alla fine di settembre (ultimo dato disponibile) la banca aveva sofferenze nette per 3,04 miliardi, inadempienze probabili per 5,21 miliardi ed esposizioni scadute per 259,7 milioni. Stock ulteriormente limati dalle vendite di fine anno tra cui ci sono stati le operazioni Merlino da 2,2 miliardi lordi, Morgana da 900 milioni e Alfa 2 da 400 milioni. Considerando anche questi deal l’esposizione deteriorata lorda complessiva da smaltire entro il 2026 scende così da 19,5 a poco più di 16 miliardi. 

La sensazione insomma è che l’inasprimento richiesto dalla Bce possa risultare gestibile anche senza ulteriori manovre sul capitale. “La notizia è negativa per Mps in quanto aumenta la pressione sui ratio di vigilanza, anche se crediamo che l’impatto sia, con ipotesi ragionevoli, tutto sommato ancora gestibile”, spiega Equita nel report. 

red/lab 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 16, 2019 02:39 ET (07:39 GMT)

Sorgente Sgr: i patti con Enasarco al centro del commissariamento (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

C’è la vicenda Enasarco al centro del provvedimento che il 18 dicembre ha portato al commissariamento di Sorgente sgr da parte della Banca d’Italia. Fin dalle prime righe del documento firmato dal governatore Ignazio Visco, visionato da MF-Milano Finanza, si fa riferimento ai “rilevanti rischi strategici e reputazionali derivanti dal deterioramento dei rapporti con la Fondazione Enasarco”. Del resto l’ente di previdenza dei rappresentati di commercio era il principale cliente di Sorgente Sgr, con oltre un terzo delle masse gestite dalla società detenute come quotista dei fondi immobiliari Megas e Donatello (comparto Michelangelo II) e rappresentando oltre il 50% delle commissioni totali dell’intermediario. 

Come ricostruito nel fascicolo di Via Nazionale, dopo una lunga relazione durata 15 anni, il rapporto tra l’ente e Sorgente ha iniziato a incrinarsi quando Enasarco ha mosso alla sgr rilievi sulla qualità e sull’onerosità della gestione, e ha avanzato anche dubbi sulla strutture societarie del gruppo guidato da Valter Mainetti, in particolare per gli investimenti sul mercato immobiliare statunitense. Contestazione che avevano portato alla firma di due accordi tra le parti (nel 2014 e nel 2016) con i quali Sorgente Sgr e le società del gruppo assumevano una serie di impegni nei confronti di Enasarco, finalizzati tra l’altro al riacquisto e al replacement degli immobili e delle quote di fondi detenuti da Michelangelo Due e Megas, a un prezzo già predeterminato. Insomma, una sorta di paracadute per la Fondazione. 

red/lab 

 

(END) Dow Jones Newswires

January 16, 2019 02:14 ET (07:14 GMT)

BlackRock, quel potere occulto che domina tutta la finanza europea

comedonchisciotte.org 16.1.19

DI MARIA MAGGIORE

ilfattoquotidiano.it

L’aneddoto viene da un’ex impiegata di BlackRock: arrivato sopra l’Atlantico in viaggio in Europa, il Ceo e fondatore di BlackRock Larry Fink chiede al comandante dell’aereo di cambiare rotta e dirigersi verso la Germania. Intanto telefona a un suo uomo a Francoforte perché organizzi un incontro con Angela Merkel, entro cinque ore. Il manager cerca di fare il possibile, ma non riuscendo a trovare la cancelliera, fissa un appuntamento con il vicepresidente della Bmw. I due s’incontrano, poi mentre il tedesco sta spiegando le strategie della Casa automobilistica, Larry Fink si alza e comincia un’altra conversazione telefonica. Disinvoltura di chi sa di essere considerato tra gli uomini più influenti al mondo (Fortune, 2018).

Laurence “Larry” Fink, 65 anni, figlio di un commerciante di scarpe e di un’insegnante d’inglese, è il trader californiano che nel 1988 ha fondato la società BlackRock con una dozzina di colleghi. Oggi gli impiegati sono 13.900, in 30 Paesi. E BlackRock è diventata la più grande società d’investimento al mondo, 6.280 miliardi di dollari di capitale gestito, di cui un terzo in Europa, più del Pil di Francia e Spagna messe insieme. Attraverso il suo software per la gestione dei rischi, Aladdin, BlackRock controlla indirettamente altri 20.000 miliardi di dollari. Un potere che BlackRock esercita anche dando consigli a governi, Banche centrali, istituzioni europee. E influenzando ogni legge che viene approvata in Europa. “Le enormi dimensioni di BlackRock ne fanno un potere di mercato che nessuno Stato può più controllare”, riassume il deputato liberale tedesco (Fdp) Michael Theurer.

CONTINUA QUI

RISCHIO RECESSIONE/ Pil e manovra correttiva, il Governo trema in vista delle europee

Le prospettive per l’economia non sono buone e questo potrebbe avere delle conseguenze anche per il Governo nei prossimi mesi precedenti le europee

16.01.2019 – int. Marco Fortis il sussidiario.net

rimpasto governo m5s lega
Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini (Lapresse)

Un nuovo segnale negativo, dopo i dati in flessione per quanto riguarda produzione industriale in Italia e in Europa, è arrivato ieri per l’economia. L’anno scorso, infatti, il Pil della Germania, considerata la locomotiva continentale, è cresciuto dell’1,5%, meno quindi del 2,2% fatto registrare nel 2017. E se Giovanni Tria non parla di recessione, ma di stagnazione, il suo predecessore Pier Carlo Padoan invita il Governo a pensare già a una manovra correttiva. «Dal punto di vista strettamente tecnico per poter parlare ufficialmente di recessione servono due trimestri consecutivi in calo congiunturale», ci ricorda Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison, che poi aggiunge: «Il dato sul quarto trimestre del 2018 sarà diffuso il 31 gennaio e solo allora sapremo se si potrà ufficialmente parlare di recessione. I dati degli ultimi giorni ci dicono già però qualcosa».

Che cosa ci dicono?

Indicano una frenata molto consistente di tutta l’economia europea, entro la quale l’Italia si muove con un appesantimento maggiore, non tanto per l’intensità del calo della produzione industriale, quanto perché dopo l’uscita dalla crisi è partita da livelli sia di Pil che di produzione più bassi rispetto a quelli di altri paesi come Germania, Francia e Spagna. Non eravamo tornati ancora ai livelli pre-crisi e in questo peggioramento complessivo dell’economia abbiamo più da perdere rispetto ad altri. Sia perché si blocca il commercio intracomunitario, che per noi è importante (basti pensare alle forniture del nostro indotto meccanico automotive verso la Germania), sia perché gli investimenti, anche pubblici, e i consumi interni stanno veramente rallentando in maniera decisa.

Perché ha fatto riferimento anche agli investimenti pubblici in rallentamento?

Negli ultimi giorni stiamo vedendo come ci siano rinvii e attese su grandi opere come la Tav che di certo non aiutano, perché in una fase in cui la domanda privata sostanzialmente flette, se vengono frenate le iniziative di lavori pubblici già in atto si finisce per togliere ulteriore ossigeno a quel poco di crescita rimasta nell’economia.

In Europa economicamente le cose non vanno benissimo, possiamo sperare in altre importanti aree per avere un contributo importante alla crescita dal nostro export?

Ci sono seri timori sulla tenuta dell’economia cinese. E se la Cina avesse una flessione ci sarebbe un effetto sia diretto sulle nostre esportazioni, sia indiretto, perché anche nostri partner esportano lì e quindi anche il nostro export di beni intermedi e tecnologie verso i partner ne risentirebbe. Gli Usa in qualche modo resistono, ma la possibilità che ciò possa giovarci dipenderà molto da eventuali tensioni commerciali tra Bruxelles e Washington che non sono mancate l’anno scorso. 

L’anno dunque, come già ci aveva detto, non si preannuncia positivo: quali effetti ci sarebbero per quel che riguarda i conti pubblici?

Le previsioni che si susseguono giorno dopo giorno da parte di istituti indipendenti sono sempre più preoccupanti. Il Sole 24 Ore ha riportato le stime di Oxford Economics secondo cui la crescita del Pil nel 2019 in Italia sarà dello 0,3% e dello 0,7% nel 2020. Se queste e altre stime, come quelle di Prometeia, che parlava invece dello 0,5% per quest’anno, si dovessero realizzare, tutti gli indicatori di finanza pubblica saranno ampiamente compromessi.

Bisognerà predisporre una manovra correttiva come ha fatto capire Padoan?

Il rischio che possa esserci una manovra correttiva è evidente, non soltanto perché l’Ue monitorerà i nostri conti pubblici, ma perché il vero rischio è di non riuscire a prospettare prima delle elezioni europee uno scenario credibile. Se tutti gli elementi della manovra rischiano di sembrare anacronistici nell’arco di un paio di mesi, il Governo corre il pericolo di andare in campagna elettorale sotto scacco. 

In che senso?

Le misure annunciate ancora non si vedono e già sono state ridotte rispetto alla presentazione della Nadef, l’economia peggiora: giustamente i cittadini potranno cominciare a chiedere conto delle dichiarazioni degli ultimi mesi degli esponenti del Governo. Inoltre, nel Nord Italia la crescita è stata molto forte negli ultimi tre anni, con performance eccezionali: questo territorio sta ora lamentando una frenata molto brusca delle attività economiche e il malcontento dei ceti produttivi sta aumentando di giorno in giorno. Potrebbe diventare poi ancora più difficile collocare i nostri titoli di stato: sono freschi i dati di Bankitalia che ci dicono che, rispetto ad aprile dello scorso anno, a ottobre gli investitori stranieri hanno diminuito le loro detenzioni di circa 71 miliardi di euro.

Una manovra correttiva solitamente è recessiva. Si può evitare di avere come effetto un ulteriore aggravamento della situazione?

È molto difficile capire come il Governo possa arrabattarsi, anche perché si dovrebbero molto probabilmente ridimensionare o rinviare alcune delle decisioni bandiera della maggioranza, come Quota 100 e reddito di cittadinanza. Non vedo alternative per non provocare un’ulteriore recessione. Dunque l’esecutivo sarà davvero in difficoltà nei prossimi mesi. 

(Lorenzo Torrisi) 

I cent’anni di Andreotti, super-democristiano avanti Cristo

libreidee.org 16.1.19

Oggi Giulio Andreotti avrebbe compiuto cent’anni, ma lui fu democristiano avanti Cristo. Aveva quattro giorni quando nacque il Partito Popolare che era il nome da signorina della Democrazia Cristiana. Ma non è escluso che quel 18 gennaio del 1919, alla destra del padre, don Luigi Sturzo, ci fosse già il piccolo Giulio con la gobbina e il doppiopetto in fasce, a suggerire cosa fare e soprattutto come. De Gasperi fu statista prima di essere democristiano, e austriaco prima di essere italiano, Moro o Fanfani furono professori, teorici catto-fascisti prima di diventare democristiani. Andreotti no, fu la Dc. Andreotti non fu mai presidente della Repubblica né segretario della Dc, non fu mai presidente del Senato o della Camera, non fu mai sindaco o vescovo di Roma, semplicemente perché lui fu l’anima, la ragnatela e l’icona della Repubblica italiana, della Dc, dei governi, della Curia, delle due Camere riunite in un solo emiciclo, volgarmente denominato gobba; fu il simbolo vivente della Roma di potere e sacrestia, figlio di Santa Romanesca Chiesa, come diceva il cardinal Ottaviani.

Andreotti fece la comunione senza mai passare per la confessione. Ebbe sette vite, come i gatti e i sette colli di Roma, e guidò sette governi brevi; rappresentò l’immortalità al potere, inquietante ma rassicurante. Disse che il potere logora chi non ce l’ha, Giulio Andreottie fu di parola. Quando non ebbe più potere, si logorò, volse la gobba a levante e si costituì dopo lunga contumacia al Titolare. Non fu statista ma statico, inamovibile. Andreotti ebbe più senso del potere che dello Stato, della curia più che della nazione, della sacrestia più che del pulpito. Fu minimalista, antieroico e antidecisionista, rappresentò l’italianissima trinità Dio, pasta e famiglia, sostituendo la patria con la pajata e sognando un dio che patteggia col diavolo. Il suo ideologo fu Alberto Sordi, il precursore Aldo Fabrizi. Guidò l’Italia con passo felpato nelle vacanze dalla storia. Fu vicino ai suoi elettori, attento alle loro richieste, alle cresime e alle nozze. E’ mitico l’armadio nel suo studio di piazza Dan Lorenzo in Lucina, gestito dalla segretaria Enea, coi vassoi d’argento da mandare ai matrimoni, pare divisi in tre fasce.

Per secoli fu ritenuto l’Incarnazione del Male, la Medusa che pietrifica e a volte cementifica. Ai tempi di Mani Pulite, nella sua Ciociaria, il fascista galantuomo Romano Misserville organizzò un processo-spettacolo ad Andreotti; calò il gelo nei suoi confronti di tanti suoi galoppini del passato che pure gli dovevano molto. Andreotti non lasciò riforme dello Stato e grandi opere, ma un metodo, uno stile, un modo di vedere, intravisto dalle fessure dei suoi occhi, anche per non lasciare prove compromettenti sulla retina. Primato assoluto della sopravvivenza, personale e popolare, alle intemperie della storia. Fu moderato fino all’estremo e devoto ma remoto da paradisi e santità. In politica estera fece arabeschi, fu filo-mediterraneo, non filo-atlantico e filo-israeliano, come del resto anche Moro e Craxi. Accusato d’essere il Capo della Cupola non fu poi condannato perché l’accusa inverosimile rimosse anche ogni colpa verosimile. Volevano infliggergli l’ergastolo ma alla fine fu lui a infliggere l’ergastolo all’Italia, diventando senatore a vita. Ma tra tanti imbucati, lui meritava il laticlavio.

Sopravvisse alla Dc e ai suoi capi storici, ai suoi stessi bracci destri (aveva infatti molte chele), sopravvisse ai suoi nemici e perfino a Oreste Lionello che fece di lui una caricatura complice. Arguto quand’era in vena, come si usa dire degli spiritosi e dei vampiri (e lui fu ambedue), Andreotti non fu solo l’anima della Dc e della Prima Repubblica ma anche il top model dello Stivale. Somatizzò l’Italia. Le mani giunte e intrecciate per l’indole cattolica, il corpo rispecchiava un paese invertebrato, disossato e militesente, esonerato dalla ginnastica e incapace di mostrare muscoli (neanche nel sorriso Andreotti ha mai mostrato i denti, ma solo un fil di labbra; a tavola beveva brodini per non addentare). Tutti lo immaginavano bassino, ma lo era per tattica e umiltà; in realtà era alto, e sarebbe stato più alto se avessero srotolato il nastro della sua curva pericolosa. Andreotti in aulaL’assenza del collo fugava ogni indizio di mobilità e superbia, la voce sibilante e romanesca, confidenziale e domestica era emessa da una fessura; sussurrava come dietro le grate di un confessionale. E le spalle curve per custodire la sua compromettente scatola nera nella gobba (lo scrissi nel ’93 e fu poi ripreso da tanti, tra cui Beppe Grillo).

Figurò l’italiano-tipo piegato su se stesso a tutelare il suo particulare. Il suo volto di sfinge, l’assenza di colorito, impenetrabile al sole per non modificare la cera, la testa piantata direttamente sulle spalle come l’aracnide cefalotoracica e le orecchie estroverse per captare ogni minimo fruscìo; gli occhi pechinesi, salvo illusioni ottiche che a volte li ingrandivano, grazie alle lenti bifocali; il passo circospetto e l’obliqua figura, il fideismo ironico e la ferocia minuziosa, la devozione curiale e la visione nichilista sulle sorti dell’umanità. Non fu arcitaliano ma casto e asessuato, non rappresentò l’indole pomiciona e fanfarona degli italiani. Ma la sua figura, metà bigotta e metà malandrina, ironica e pregante, rappresentava l’ambiguità d’un paese devoto e peccatore, che adora Gesù ma tresca con Belzebù. Brillante nelle conversazioni, reticente nei diari; sapeva fior di retroscena, ma preferì l’omertà. Nei libri raccontava come non erano andati i fatti. Visse a lungo, per godersi pure la nostalgia di quando c’era lui al potere. Andreotti restò un punto interrogativo, come la sua sagoma curva. Non fece la storia ma la consuetudine; nutrì l’aneddotica, il thriller e la leggenda. Come sua madre, cucì all’Italia un abito su misura per i suoi difetti.

(Marcello Veneziani, “Andreotti democristiano avanti Cristo”, da “La Verità” del 13 gennaio 2019; articolo ripreso dal blog di Veneziani).

Patrizio Miatello al governo: attui il Fondo Indennizzo Risparmiatori, ecco alcuni drammi per crac BPVi e Veneto Banca

Patrizio Miatello

Patrizio Miatello

Patrizio Miatello, presidente dell’associazione Ezzelino III da Onara e animatore fondamentale delle battaglie che, nell’ambito della legge di bilancio, hanno portato all’istituzione del Fondo Indennizzo Risparmiatori, ha inviato al Governo la comunicazione da noi pubblicata di seguito “in quanto – dice Miatello – diventa estremamente necessario che venga attuato il fondo entro la data ultima del 31 gennaio 2019“.

Non sono sopportabili ulteriori rinvii – aggiunge Patrizio Miatello – da parte della maggior parte dei risparmiatori e delle imprese coinvolte, considerato anche il fatto del precedente che 560 risparmiatori sono stati già pagati con il 30% a seguito del Lodo arbitrale CONSOB, fra novembre 2018 e dicembre 2018, con la dotazione dei 25 milioni di euro del precedente fondo“.

La lettera di sicuro nasce dalle preoccupazioni di Patrizio Miatello per alcune indiscrezioni sulla stampa secondo le quali l‘Europa bloccherebbe la formulazione attuale delle modalità di attribuzione degli indennizzi senza un organo terzo che emetta un lodo.

La lettera di Patrizio Miatello

Illustre Presidente del Consiglio dei Ministri Prof. Giuseppe Conte
Illustre Vice Presidente e Ministro on. Di Maio Luigi
Illustre Vice Presidente e Ministro sen. Salvini Matteo
Illustre Vice Ministro on. Bitonci Massimo, Illustre Vice Ministro on. Villarosa Alessio
Nel ringraziarVi per avere iniziato a concretizzare i Vostri impegni del contratto di Governo M5S-Lega 18/05/2018, a seguito degli innumerevoli incontri in questi mesi, nei quali avete dimostrato la massima attenzione alle richieste dei risparmiatori traditi per la tutela del diritto al risparmio, portando all’istituzione del fondo indennizzo risparmiatori espropriati, unico esempio al Mondo del quale tutti i risparmiatori ve ne elenchiamo i motivi.

Ringraziamenti

1) per avere già salvato alleviando 560 risparmiatori che hanno ottenuto il 30% tra il 30 Novembre e dicembre 2018, con gli € 25 milioni del decreto milleproroghe già stanziati precedentemente ;

2) per avere semplificato al massimo la procedura di accesso al fondo tramite il MEF, da attuare entro il 31/01/2019 ;

3) per avere messo a disposizione del fondo tutti i conti dormienti disponibili dal conto 3382 Tesoro di € 1,575 Miliardi già scaduti e prescritti, da attuare entro il 31/01/2019;

4) per avere inserito nel fondo le piccole imprese (25000) che se ci sarà immediatezza molte si potranno ancora salvare, da attuare entro il 31/01/2019 ;

5) per avere ampliato la platea dei risparmiatori a oltre 350000 risparmiatori con tutte le 11 banche messe in liquidazione coatta amministrativa dal 15/11/2015 al 01/01/2018, da attuare entro il 31/01/2019 ;

6) per avere inserito i risparmiatori del terziario, da attuare entro il 31/01/2019 ;

7) per avere confermato che gli 80.000 risparmiatori che erano stati costretti a transare nel 2017 con il 15%, da attuare entro il 31/01/2019 ;

8) per avere salvato il principio della tutela del risparmio come dall’art. 47 dell Costituzione, da troppi anni dimenticato, calpestato e cancellato ;

D Day: 31 gennaio 2019

Ora l’aspettativa è quella che parta il fondo con il decreto attuativo entro il 31/01/2019.

Il troppo tempo trascorso è stato causa di eventi ormai irreparabili e ogni giorno che passa aumenta una lista infinita di situazioni estremamente gravi che dopo avere perso tutti i loro risparmi accantonati nelle quote di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza e delle altre 8 Banche aspettano con ansia una concretezza di attuazione.

Alcuni esempi di risparmiatori traditi

a) Socio 21503892

che ha perso la moglie per un ictus a causa del dispiacere di avere perso tutti i loro risparmi accantonati in Veneto Banca, ora anche lui in grossa difficoltà economica avendo un figlio disabile, con il rischio che gli venga portato via dagli assistenti sociali

b) Socio 31845828

che a seguito delle continue notizie negative sul fondo è stato colpito da ischemia celebrale e ci scrive dall’ospedale di Castelfranco Veneto

c) Socio 35606532

che nonostante la sua disabilità gravissima è da anni che continua esausto con appelli a tutta la politica , stanco di leggere, stanco di andare avanti, stanco e ancora incredulo per avere perso il suo risparmio, per lui vitale angoscia

d) Socio 7414137

che è stato trasformato da risparmiatore in debitore, in quanto aveva ordinato la vendita delle sue quote alla banca nel 2013, ma la banca con vari raggiri gli aveva fatto firmare un fido rinviando la vendita mai eseguita, trovandosi con l’innalzamento degli interessi dal 01/07/2017 di 20 punti percentuale, costringendolo a trovare qualcuno… a prestargli soldi per non perdere la casa, in quanto disoccupato.

e) Socio 1837536100

imprenditore, che aveva garantito con i suoi risparmi € 880.000,00 in quote di Veneto Banca i fidi della sua Ditta S.p.A. leader nazionale con 60 dipendenti; a seguito dell’azzeramento del valore gli furono chiusi i fidi e richiesto il rientro per € 700.000,00, portando la ditta al fallimento nel settembre 2017 lasciando a casa 60 padri di famiglie: ora il 05/01/2019 riceve decreto ingiuntivo da una finanziaria (che sembra abbia acquistato il credito al 10% = € 70.000) che ingiunge tramite decreto ingiuntivo il pagamento degli € 750.000,00 entro 30 giorni all’imprenditore garante, che non avendo questi soldi perderà i suoi beni che verranno cannibalizzati nelle aste immobiliari. Ma se l’imprenditore riceverà entro 30 giorni il suo 30% dal fondo potrà proporre una transazione di € 100.000,00 potendosi salvare la casa, ed evitare che vengano messi all’asta i suoi beni.

25.000 imprese a rischio fallimento nelle mani di SGA

Sottolineiamo che le le imprese a rischio di fallimento sono 25000, tutte nelle mani della SGA, e che devono essere salvate con l’attuazione immediate del fondo entro il 31/01/2019, ricordiamo che i beni a garanzia sono 200.000 per ex soci Banca popolare di Vicenza e 100.000 per ex soci di Veneto Banca, il rischio che anche solo un 10% di questi immobili vengano messi all’asta porterebbe a 30.000 esecuzioni (il doppio del 2016), e sarebbe una apocalisse economica sociale.

Appello finale

Ritenendo pertanto che l’emergenza sociale in atto possa essere definitivamente alleviata con l’iniziale ristoro del 30% chiediamo venga attuato nel più breve tempo possibile il fondo indennizzo risparmiatori.

In attesa della convocazione da parte del Ministero Economia Finanze con le altre associazioni della cabina di regia, nel ringraziarVi ancora una volta  porgiamo cordiali saluti.

Patrizio Miatello, presidente associazione Ezzelino III da Onara