Poste, per RcAuto guarda a Generali e Unipol

redazione finanzareport.it – 06/03/2018

Del Fante ha avviato contatti con le compagnie assicurative per una partnership nelle polizze auto nel quadro di un piano industriale che prevede l’espansione nel Ramo Danni

 
 

Poste Italiane ha puntato chiaramente sul segmento delle polizze Rc Auto e ora ha deciso di sondare il campo per la ricerca dei potenziali partner contattando i due principali operatori del mercato, Generali e Unipol.

La società guidata da Matteo del Fante avrebbe avviato i primi colloqui, scrive stamani il Sole 24 Ore, ma non è escluso che eventuali accordi di collaborazione non siano sottoscritti anche con altre compagnie assicurative. 

La scorsa settimana, in occasione della presentazione del piano industriale, Del Fante ha indicato l’intenzione di ampliare le attività assicurative nel ramo Danni e in altri segmenti come i prodotti previdenziali ma seguendo un percorso fatto di gradualità e grande attenzione secondo una strategia già intrapresa in passato con il BancoPosta

Ora l’obiettivo dell’amministratore delegato delle Poste è quello di scegliere uno o più partner per commercializzare le polizze nelle migliaia di sportelli esistenti sull’intero territorio nazionale. Le ipotesi sul tavolo vanno dalle partnership per ogni settore specifico fino all’individuazione di uno solo partner

Per il quotidiano l’identikit “porta a Generali che – per quanto la società getti ufficialmente acqua sul fuoco – sarebbe interessata a una partita in esclusiva anche per allargare la collaborazione a tutto il settore del bancassurance”. E in tale scenario si ipotizza anche la possibilità che l’alleanza commerciale venga rafforzata dall’ingresso di Poste nell’azionariato della compagnia assicurativa. 

Carige, caso Mincione arriva in Cda

Rosario Murgida finanzareport.it – 06/03/2018

I consiglieri della banca ligure non possono più ignorare le istanze del finanziere dopo il faro acceso dalla Consob. A Genova si prevede un Cda ad alta tensione sulle richieste di Mincione.

La questione dell’ingresso nell’azionariato di Carige del finanziere Raffaele Mincione con la relativa richiesta di rappresentanza in Cda verrà affrontata oggi dal consiglio di amministrazione della banca ligure.

Secondo quanto trapela da Genova, quella prevista oggi sarà una riunione dei consiglieri per lo più incentrata sulla richiesta del neo-socio di avere un posto in consiglio. L’ordine del giorno non lo specifica in dettaglio limitandosi a includere tra i punti all’esame del Cda il dossier del rilancio Cesare Ponti e l’approvazione dei risultati preliminari del 2017 ma tutto lascia pensare che il tema verrà affrontato in lungo e in largo vista la sua delicatezza in un momento particolare della storia dell’istituto ligure dopo l’aumento di capitale e l’avvio del piano di rafforzamento affidato all’a.d. Paolo Fiorentino.

Del resto la Consob ha già acceso un faro sulla mancata comunicazione da parte del presidente Giuseppe Tesauro della lettera inviata dal finanziere con la richiesta esplicita di un posto in Cda. Pertanto i consiglieri, che per la maggior parte hanno bollato in precedenza Mincione come un azionista non stabile e quindi di poco conto, non potranno più ignorare sviluppi ormai noti anche al pubblico e alle autorità e dovranno prendere una posizione ben chiara sulle richieste arrivate da Londra pochi giorni l’annuncio dell’ingresso nell’azionariato con il 5,4% del capitale.

Per il Secolo XIX l’istanza di Mincione “è destinata ad assorbire larga parte della seduta” anche se “non è esplicitamente all’ordine del giorno della riunione del 6 marzo. Ma nell’odg compare la voce “Comunicazioni del presidente” e molti, anche tra gli analisti, sono pronti a scommettere che tra queste ci sarà soprattutto il ‘caso Mincione’ anzi qualcuno arriva ad affermare come sia “impossibile che il tema non venga affrontato in consiglio”.

Mincione ha chiesto esplicitamente di avere voce in capitolo nella governance della banca ligure e quindi sulla gestione anche per tener conto di un rimpasto dell’azionariato che ha portato alcuni soci come Aldo Spinelli e la Fondazione Carige a diluirsi fortemente pur mantenendo una presenza in Cda. In caso di mancata risposta positiva, il finanziere avrebbe paventato la possibilità di perseguire un piano alternativo per ribaltare gli attuali pesi in consiglio.

Si parla da giorni di un presunto “piano B” per revocare e rinnovare il Cda, tramite un’assemblea straordinaria successiva alla riunione dei soci per l’approvazione del bilancio del 29 marzo prossimo, grazie al contributo di un parterre di fondi di investimento pronti a salire fino al 30% comprendendo anche un possibile 10% raggiunto da Mincione. In tal caso si formerebbe una minoranza di blocco con un peso superiore al 28% massimo raggiungibile dalla famiglia Malacalza sulla base dell’autorizzazione richiesta e ottenuta dalla Bce. Si verrebbe a formare uno scenario in cui l’ago della bilancia sarebbe l’imprenditore Gabriele Volpi, titolare del 9% circa del capitale, e in cui non sarebbe escluso il rischio di un’Opa obbligatoria.

Di Maio al bivio: Lega o Pd? Analogie e differenze nei programmi elettorali

  • –di Alberto Magnani ilsole24ore.com 06/03/2018

 

Matteo Salvini ha già chiarito che «governerà col centrodestra», ma deve raggiungere i numeri per farlo. Luigi Di Maio festeggia la nascita della «Terza repubblica», aprendosi ad appoggi esterni al movimento. Incluso quello del Pd, il partito che rappresenta, o rappresentava, una delle espressioni di establishment osteggiate in campagna elettorale. Lega e Movimento cinque stelle, rispettivamente il partito più votato a destra e il partito più votato in assoluto, sono alle prese con i calcoli elettorali per stabilire chi potrebbe fare da supporto in vista di una maggioranza. Ma quali sono le combinazioni possibili ? Il Movimento cinque stelle, ago della bilancia con il suo 30% abbondante di voti, potrebbe guardare alla Lega o virare a centrosinistra, siglando un’intesa con il Pd del dopo Renzi. Sempre che il segretario decida davvero di ritirarsi, dopo un discorso «di addio» che in realtà ha posticipato la sua uscita di scena. Vediamo quali sarebbero punti di intesa e di rottura, in entrambi i casi.

Cinque stelle e Lega, affinità e divergenze 
Le affinità principali fra Lega e Cinque stelle emergono sull’agenda economica, almeno fino a che si resta sulla questioni macro. Come ha già segnalato un’analisi del Sole 24 Ore, il punto di contatto più evidente è la proposta di abbattere il vincolo europeo del 3% nel rapporto tra deficit e Pil, in linea con le vecchie posizioni euroscettiche di entrambi. Giudizio in comune anche sulla riforma pensionistica della Fornero («Da abolire») e sul Jobs act. La Lega lo menziona esplicitamente anche nel suo programma, classificandola come la riforma che ha «azzerato i diritti» dei lavoratori. I Cinque stelle si sono espressi in maniera critica, paventando il ripristino dell’articolo 18. Un’altra vicinanza, meno evidente, è sull’immigrazione. La Lega dedica tre pagine del suo programma al tema, con proposte che vanno dal potenziamento dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) alla ricerca di accordi «con le tribù della Libia» per frenare i flussi. 

Il Movimento cinque stelle parla di «business dell’immigrazione» e suggerisce una ripartizione equa delle responsabilità con l’Europa, anche se si esprime in parallelo per l’aumento dei fondi alla cooperazione e lo stop alla vendita di armi ai paesi di provenienza. E le divergenze? Oltre all’estrazione dell’elettorato, Lega e Cinque Stelle sono lontani su fisco e welfare. La Lega ha sposato la causa della flat tax, una tassa fissa con aliquota del 15% su tutti i redditi. I Cinque stelle propogono riduzioni e no tax area, ma in un’ottica più vicina ai criteri di progressività. Anche sul welfare, si crea una frattura sulla proposta pentastellata del reddito di cittadinanza, giudicata «una bufala» in ambienti leghisti. 

Cinque Stelle e Dem, dialogo possibile (?) 
Cinque stelle e Partito democratico sono sempre apparsi agli antipodi su quasi tutti i tema in agenda. E in effetti è così, se si dà un occhio ai rispettivi programmi elettorali. L’unica affinità percepita è sul fisco, dove il Movimento guidato da Di Maio propone una semplificazione delle aliquote (da portare a tre) e il Pd spinge su una «rivoluzione fiscale» a favore delle famiglie. Per il resto, è una voragine su istruzione (i Cinque stelle vogliono abolire la riforma della cosiddetta Buona scuola), occupazione (vedi i propositi sul Jobs act), rispetto dei parametri europei (i Cinque stelle si battono contro il tetto del 3% del rapporto deficit-Pil, il Pd no) e rapporto con la Ue in generale, con un Pd dichiaramente europeista e i Cinque stelle che premono per la revisione di tutti i trattati.

Perché l’intesa fra Cinque stelle e Lega potrebbe essere difficile
Eppure, paradossalmente, il dialogo fra Di Maio e Salvini potrebbe rivelarsi più scomodo del previsto. Prima delle urne c’era chi ipotizzava che gli elettori di Lega e M5S fossero sovrapponibili, accomunati dalla rabbia contro l’establishment che ha penalizzato i partiti di governo. Ma i risultati hanno mostrato una fotografia diversa, a partire dalla distribuzione geografica: la Lega spopola al Nord, il Movimento cinque stelle raggiunge percentuali bulgare al centro-sud e si fa portavoce di un blocco elettorale diverso da quello affezionato al partito di Salvini. Damiano Palano, docente di Scienza politica alla Cattolica di Milano, spiega che la comune ostilità «ai vecchi partiti» non basta a giustificare un’intesa tra due forze che attingono a bacini elettorali diversi e hanno cavalcato cause diverse in campagna elettorale. «È vero- dice Palano – potrebbe esserci un’alleanza sovranista contro l’Europa. Ma non è il tema principale che sia emerso in campagna, e comunque entrambi potrebbero temere di perdere elettori». 

Oltre alla differenza geografica, lo scarto tra Lega e Cinque Stelle si definisce anche negli interessi dei votanti. La Lega è erede di una tradizione territoriale e raccoglie consensi tra sostenitori storici o comunque in arrivo dal centrodestra, interessati a taglio delle tasse e irrigidimento delle misure di sicurezza. I Cinque stelle, spiega Palano, si sono evoluti da laboratorio attivo nel nord est a partito «pigliatutto» che sale nei consensi grazie a promesse come quella del reddito di cittadinanza. «Scattarne una fotografia unica è impossibile – dice Palano – Immortalare un elettore dei Cinque stelle significa immortalare un elettore italiano. Qualsiasi».

 

La repubblica post-ideologica

Ventinove anni dopo l’89 che rivoluzionò gli assetti del mondo, ventiquattro dopo il ’94 che rivoluzionò gli assetti della (cosiddetta) prima repubblica, il laboratorio italiano che non dorme mai tira fuori un altro coniglio dal cappello, che archivia definitivamente la (cosiddetta) seconda repubblica a trazione berlusconiana, mette fuori campo quella che fu la più forte sinistra dell’occidente, allinea uno dei paesi fondatori dell’Unione europea più al blocco di Visegrad, alla Russia di Putin e agli Stati Uniti di Trump che all’asse franco-tedesco di Bruxelles. È l’inizio della terza repubblica, quella “dei cittadini”, ne deduce trionfante Luigi Di Maio: salvo che i cittadini sono lungi dal poterne dedurre chi e come li governerà. È la vittoria dei populismi contro la stabilità del sistema, ne deducono i giornali più legati all’establishment che fu: salvo che in realtà hanno vinto i due populismi “dal basso”, quello della Lega e quello dei cinquestelle, contro i due “populismi dall’alto”, di Berlusconi e di Renzi, che nel corso del tempo il sistema l’hanno sistematicamente demolito più che stabilizzato.

Sui fattori di lungo periodo che precipitano in questa ennesima rivoluzione all’italiana ci sarà tempo per discutere – e sarebbe finalmente l’ora di farlo, dopo una campagna elettorale caratterizzata da un’afasia degli intellettuali pari al chiacchiericcio del ceto politico. Ma intanto, per i commenti del giorno dopo, basta e avanza la foto del momento, netta e inconfutabile. Cinquestelle e Lega si spartiscono un paese diviso in due ma unito contro l’establishment, lo spettro di Berlusconi è finalmente archiviato, il centrosinistra e la sinistra sono in frantumi, forse anch’essi consegnati agli archivi della storia.

C’è un affannoso esercitarsi dei commentatori sulla maggioranza che non c’è, sul governo che verrà o non verrà, su come il presidente della repubblica risolverà il rebus dell’incarico, sulle anticipazioni di possibili alleanze che risulteranno dall’elezione della seconda e della terza carica dello stato. Questioni indubitabilmente urgenti e pressanti, e tuttavia seconde rispetto alla necessità di sostare senza infingimenti sulla rappresentazione di sé che il paese ha infilato nelle urne.

Quella foto bicolore dello stivale, con il nord e il sud consegnati a due populismi diversi ma convergenti, racconta – lo avevamo anticipato prima del voto – un fallimento storico delle classi dirigenti, della prima e della seconda repubblica, rispetto alla storica questione del dualismo italiano, quella maggiormente costitutiva della fragilità strutturale nazionale. All’uscita da una crisi economica più lunga e devastante di quella del ’29, c’è un nord in ripresa che si affida alla prospettiva sovranista, protezionista e xenofobica della Lega, preferendola di gran lunga al non più sostenibile regime del godimento berlusconiano. E c’è un sud eternamente figlio di un dio minore, condannato a uno standard inferiore di cittadinanza – nella salute, nei trasporti, nel lavoro, nel reddito – che giustamente non ci sta più e manda via in un sol colpo colpevoli e conniventi, di destra e di sinistra, di questo stato delle cose corrotto e corruttivo. Non si tratta dello stesso disagio, anzi: sotto ci sono ragioni diverse e perfino conflittuali. Ma il dato nuovo è che per la prima volta questi due disagi si sommano senza elidersi, e fanno un blocco sociale inedito, cementato in primo luogo dall’arroccamento contro i migranti. Le ironie della storia non finiscono mai: quasi un secolo dopo – l’ha notato Enrico Mentana nella sua maratona notturna -, il programma gramsciano dell’alleanza progressista e rivoluzionaria fra nord e sud si realizza nel suo contrario.

Non è affatto un caso che questo storico fallimento del progetto unitario del paese coincida con la marginalizzazione della sinistra e del centrosinistra. Facile imputarla agli effetti devastanti del renzismo e dei suoi errori capitali, dall’arroganza rottamatoria, all’impuntatura referendaria che Renzi tuttora rivendica, al parto di una legge elettorale che ha funzionato, come volevasi dimostrare, all’incontrario rispetto alle intenzioni, e infine all’ostinazione di un segretario che anche di fronte a questa eclatante sconfitta non molla se non in differita e prova a mantenere le redini del comando. Facile anche, facilissimo, inchiodare Liberi e uguali a quel disastroso 3 per cento, che non ha affatto impedito al “popolo nel bosco” della metafora bersaniana di infilare la strada del Movimento 5 stelle invece di tornare all’ovile. Ma anche qui, gli errori capitali del breve periodo non possono esentare da un’autocritica di lungo periodo sulla rotta perduta di una sinistra subalterna, in tutte le sue componenti, all’egemonia neoliberale dell’ultimo quarantennio. Fra una trovata e l’altra, un cambio di nome e l’altro, una scissione e l’altra, una larga intesa e l’altra, quello che doveva essere il “partito della nazione” perno del sistema è riuscito a diventarne un accessorio irrilevante, come non è accaduto in paesi come la Francia, la Gran Bretagna, la Grecia, la Spagna, gli stessi Stati uniti, dove dalla crisi pur profonda della sinistra qualcosa nasce e si sporge sul futuro.

Se questa sia davvero l’alba dell’era post-ideologica come annuncia Di Maio con la baldanza dei suoi 31 anni, o se sia il tramonto di una sinistra che con l’era post-ideologica ha civettato fin troppo, lo dirà il seguito della storia. Per ora, con Di Maio e Salvini brinda solo Steve Bannon, e questo qualcosa vorrà pure dire.

Andrea Roventini: chi è il possibile ministro dell’Economia dei Cinque Stelle

Giuseppe Cordasco panorama.it – 05/03/2018

Insegna alla Scuola Sant’Anna di Pisa, e da keynesiano “eretico” quale si definisce, sostiene l’utilità degli investimenti pubblici

Andrea_Roventini

Cosa resterà degli anni Novanta

Fausto Panunzi lavoce.info-05/03/2018

Gli anni Novanta sono stati caratterizzati dall’idea che l’efficienza garantita dai mercati non fosse in contrasto con la tutela dei più deboli. La grande recessione l’ha cancellata. Oggi prevalgono chiusura e protezionismo. E dureranno a lungo.

La fine degli anni Novanta

Ci sono molti modi di leggere i risultati delle elezioni del 4 marzo. Una chiave di lettura rilevante, a mio avviso, è che segnano la fine degli anni Novanta.

Dal punto di vista politico, gli anni Novanta sono stati caratterizzati dall’idea che l’efficienza garantita dai mercati non fosse in contrasto con la tutela dei più deboli. Bill Clinton, Tony Blair e Romano Prodi in Italia erano considerati progressisti rispetto ai loro competitori nazionali, ma dal punto di vista economico l’efficienza dei mercati era, più o meno marcatamente, la loro stella polare.

Alcuni dei pilastri di tale dottrina erano le privatizzazioni (il privato gestisce le imprese meglio del pubblico), le liberalizzazioni (i mercati sono efficienti solo se concorrenziali), la flessibilità e la mobilità e flessibilità dei fattori produttivi (ingredienti necessari per allocare le risorse nel modo più efficiente). Quindi un mercato del lavoro flessibile, libertà di movimento di merci, capitali e persone, seppure con una diversa gradazione. Ovviamente nessuno ignorava che il funzionamento dei mercati comportasse anche la presenza di vincitori e vinti e le conseguenti forti disuguaglianze. Ma raggiunta l’efficienza, era il corollario, ci sarebbero state più risorse da redistribuire anche a chi rimaneva indietro. La stessa redistribuzione doveva essere fatta in modo efficiente. Proteggere i lavoratori e non i posti di lavoro. Dare sussidi di disoccupazione, ma legarli alla ricerca – o al non rifiuto ad accettare – proposte di lavoro. Ricordare che uno dei modi in cui si tutelano gli individui è come consumatori, e quindi con prezzi bassi dei beni di consumo garantiti da concorrenza interna e internazionale.

Il ruolo dei governi era, in questa prospettiva, quello di fare funzionare bene i mercati (un ruolo cruciale era assegnato alle politiche della concorrenza) e di gestire in modo efficiente il sistema di welfare. Il riassunto migliore di queste idee, in Italia, è forse contenuto nel pamphlet di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi scritto in un periodo appena successivo agli anni Novanta, “Il liberismo è di sinistra”.

La grande recessione iniziata a livello globale nel 2008 con la recrudescenza nel contesto europeo a partire dal 2011 ha cancellato in gran parte queste idee. La domanda di assicurazione che nasce sempre nelle grandi crisi si è incarnata in tutti i paesi in quelli che chiamiamo movimenti populisti. Nel concreto prende la forma di chiusura delle frontiere alle merci straniere (i dazi di Donald Trump), alle persone (la Brexit), di un sistema di welfare più inclusivo e generoso (il reddito di cittadinanza). L’idea che si potesse affrontare l’aspetto di assicurazione separatamente da quello di efficienza è stata rigettata dagli elettori, dopo che per anni i vincitori si erano guardati bene dal compensare i vinti. Si chiede esplicitamente che il governo abbia un maggior ruolo nell’economia, con nazionalizzazioni, chiusura delle frontiere, una maggiore redistribuzione. Insomma, quelle che vengono chiamate politiche sovraniste sono la risposta al fallimento della redistribuzione separata dall’efficienza.

Tre domande

Restano almeno tre domande. La prima è: perché la sinistra tradizionale, almeno in Italia, non è riuscita a intercettare queste esigenze? In fondo redistribuzione e assicurazione sono sue idee chiave. La risposta, a mio avviso, è che la sinistra italiana non è risultata credibile rispetto ad alcuni aspetti delle politiche sovraniste, in particolare rispetto alle politiche sull’immigrazione, uno dei temi centrali di queste elezioni.

La seconda riguarda le risorse necessarie per adottare le politiche di redistribuzione invocate. Nella campagna elettorale di questo aspetto non si è parlato. Meglio, la risposta che si è data è quella di fare più deficit e più debito. Rudiger Dornbush e Sebastian Edwards, nel loro saggio sul populismo economico dei paesi latinoamericani degli anni Ottanta, ci ricordano che tali politiche possono funzionare nel breve periodo. L’esperienza di Trump sembra confermare questa ipotesi. Resta da vedere poi il lungo periodo e qua lo scetticismo è d’obbligo. Protezionismo e guerre commerciali non sono di solito legati a epoche di prosperità.

La terza domanda riguarda la durata di questa ondata di chiusura e protezionismo. Ovviamente, la risposta è impossibile da dare. Ma se si guarda alle crisi passate (le guerre mondiali, la grande depressione, gli shock petroliferi), il rovesciamento di tali trend richiede molto tempo, lustri più che anni. Gli anni Novanta sono finiti e non torneranno.

Amazon tratta con le banche e punta ai conti correnti

la stampa.it-05/03/2018

Secondo il Wall Street Journal, l’azienda di Jeff Bezos sta trattando con alcune delle maggiori banche americane per mettere a punto un prodotto pensato soprattutto per i millennial
La casa, la spesa, lo shopping e ora forse i conti correnti. Amazon continua la sua ascesa per diventare sempre più parte integrante della vita dei suoi clienti: se con Alexa è entrata nei salotti e con Whole Foods nei frigoriferi, il colosso di Jeff Bezos pensa ora ai risparmi. Amazon sta infatti trattando – riporta il Wall Street Journal – con alcune delle maggiori banche americane, fra le quali JPMorgan, per mettere a punto un prodotto simile ai conti correnti in grado di attirare i millennial e coloro che non dalle banche mantengono le distanze per volontà o perché costretti. 

A differenza degli altri settori in cui è entrata, Amazon questa volta valuta la strada della partnership senza ambire a diventare una banca nel senso stretto del termine. E le banche tirano un sospiro di sollievo: il colosso di Bezos con la sua forza finanziaria – ha una capitalizzazione di mercato di 700 miliardi di dollari – e la fiducia degli investitori avrebbe rischiato di rivoluzionare anche il settore finanziario. Ma le regole più stringenti approvate dopo la crisi finanziaria, è la convinzione delle banche, sembrano aver schermato il settore dalla concorrenza esterna, il cui accesso è limitato da paletti e ostacoli che rendono difficile lo sbarco. 

 

Amazon così sceglie di allearsi e guarda a JPMorgan, la banca guidata da Jamie Dimon già suo alleato, insieme a Berkshire Hathaway di Warren Buffet, per rivoluzionare la sanità americana. Per JPMorgan l’alleanza sarebbe importante: si tratterebbe di stringere un accordo con un potenziale rivale e rafforzare i legami con una società, Amazon, popolare fra i Millennial, le cui abitudini cambiano rapidamente. Secondo un sondaggio condotto fra 1.000 clienti Amazon, il 38% si fiderebbe del colosso di Bezos nel gestire le sue finanze allo stesso modo in cui si fida di una banca tradizionale. 

 

Bezos sta valutando un ingresso nel settore finanziario da anni per cercare di ridurre le commissioni pagate alle banche. Un’intesa con un big come JPMorgan consentirebbe ad Amazon di ridurre le spese centrando così il suo obiettivo e senza rischiare il fallimento sperimentato da Walmart, costretta ad abbandonare le sue ambizioni di banca negli anni passati perché sommersa dalle critiche.  

Alleanze impossibili/ Il governo di protesta

di Virman Cusenza il messaggero.it – 06/03/2018

​Un polo, anzi un mondo, declina: quello del centrosinistra come lo abbiamo conosciuto finora. E si chiude un’epoca. Altri due protagonisti si contendono la scena. Stiamo parlando dell’addio di Matteo Renzi al Pd e della contrapposizione tra due nuovi leader: Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Un nuovo bipolarismo. Ma soprattutto un terremoto politico, se guardiamo a esponenti e classi dirigenti di partito che sembravano inaffondabili. 

In realtà, la conferma di un cambiamento radicale che, per chi ha voluto coglierlo, è cominciato nel dicembre 2016 con la vittoria dei No al referendum costituzionale. Si chiude un ciclo. Quello del riformismo di sinistra che strizzava l’occhio ai moderati, quello di un Pd che alle europee del 2014 fagocitava intere schiere di elettori di Forza Italia, disorientati dal declino di Berlusconi. E se ne apre un altro, ricordate quel che si diceva decenni fa del Pci partito di lotta e di governo? Ecco quello schema oggi è stato mutuato e rivitalizzato: parliamo della protesta di governo. O, se preferite, del governo di protesta. Ne sono gli alfieri Di Maio e Salvini, ovvero la generazione dei trenta-quarantenni, oggi erroneamente collocata sotto la stessa insegna: quella del populismo.

Capisco la suggestione e l’istintiva voglia di accomunarli. Ma si tratta di gemelli diversi. Per tante ragioni. Con un unico tratto comune: non rappresentano solo una nuova declinazione della rivolta contro le élites ma anche della protesta all’interno delle élites. 

Se il leader M5S ha fatto il pieno al Sud dimenticato e scontento, trovando praterie, il capo della Lega è riuscito a cucire nella nuova Lega formato nazionale il Nord da cui proviene (tanto che il suo partito aveva la provenienza geografica addirittura nel nome) e il Mezzogiorno in cui ha intercettato la reazione trasversale non solo al renzismo ma perfino a tutto il mondo post democristiano a cui fino a qualche anno fa ha fatto riferimento la Forza Italia di Berlusconi.

Esemplare il caso della Sicilia dove nemmeno la crescita di Salvini è riuscita ad impedire che, assai gattopardescamente, l’elettorato che solo quattro mesi fa aveva scelto con nettezza il centrodestra sia passato armi e bagagli con quei cinquestelle che aveva punito nell’urna al momento di eleggere il governatore Musumeci. La ragione è assai semplice: nel centrodestra si è abbandonata la risposta alla legalità che accompagnava la proposta di governo di appena pochi mesi fa. Ed al contempo l’Opa ostile lanciata da Di Maio all’elettorato del Pd, popolato di delusi, ha avuto la meglio. 

E qui veniamo al punto che potrà dirci quanto in futuro potranno divergere le strade di Salvini e di Di Maio. Nel momento in cui la sinistra ha perso il suo popolo, allontanandosene, i cinquestelle l’hanno sostituita unendo due fattori: da una parte l’aggressività anti-establishment che una volta era prerogativa progressista, dall’altra sostituendosi a questa nel promettere protezione e rassicurazione. Nel farsi statalista e assistenzialista, garante di sussidi a perdere e liberatrice da presunti privilegi. Ma di fatto attingendo e ispirandosi a un mondo che ha una forte componente sociale, una sorta di nuova sinistra geograficamente forte al Sud. Una sorta di Lega Sud che fa da contraltare alla ex Lega Nord di Salvini. La quale, ed ecco il punto chiave, ha anche un programma economico contrapposto. Un solo esempio: come conciliare un programma fondato sul reddito di cittadinanza con quello che ha il pilastro nella flat tax al 15 per cento? Mondi lontani. Che solo le alchimie dei dottor Stranamore della politica oggi pensano di far convivere. 

Riflessione finale: perché Salvini che ha l’occasione di poter egemonizzare l’intero centrodestra dovrebbe abbracciare Di Maio con il solo vantaggio di potergli fare da secondo? Nel marasma odierno sarebbe bene non perdere almeno la bussola del buon senso. E la piena consapevolezza che i reciproci interessi di potere andrebbero fatalmente a scontrarsi.

 

Gedi paga i peccati fiscali dell’Espresso: perdita di 123,3 milioni

affariitaliani.it – 05/03/2018

Sui conti pesa l’impatto dell’onere fiscale per la definizione del contenzioso riferito a contestazioni sulla riorganizzazione de L’Espresso nel 1991

Gedi paga i peccati fiscali dell'Espresso: perdita di 123,3 milioni

 
Foto La Presse
 
 

Nel 2017 il gruppo Gedi ha chiuso i conti con una perdita netta da 123,3 milioni. Il risultato ante imposte, invece, e’ positivo per 19,1 milioni. Pesa infatti sui risultati del gruppo nel 2017 l’impatto dell’onere fiscale straordinario per la definizione del contenzioso, pendente in Cassazione, riferito a contestazioni di natura antielusiva relativa ai benefici fiscali derivanti dall’operazione di riorganizzazione societaria del gruppo editoriale L’Espresso nel 1991.

La perdita netta derivante dalla definizione del contenzioso e’ ammontata a 143,2 milioni e trova integrale copertura, sottolinea una nota, nelle riserve disponibili di patrimonio netto, senza intaccare il capitale sociale. Il fatturato e’ stato pari a 633,7 milioni, in crescita dell’8,2% sul 2016. In aumento anche l’ebitda, pari a 53,2 milioni rispetto ai 43,7 milioni dell’anno precedente. Riguardo alla definizione del contenzioso, il gruppo sottolinea che si prevede il pagamento di un importo pari a 175,3 milioni, di cui 140,2 milioni pagati nel 2017 ed i restanti 35,1 milioni da versare entro il 30 giugno 2018. L’eventuale esito sfavorevole per la societa’ del contenzioso pendente in Cassazione che Gedi avrebbe comportato un onere, sulla base delle valutazioni al 30 giugno 2017, pari a 388,6 milioni.

Nel 2017 i ricavi diffusionali del gruppo Gedi, pari a 201,7 milioni, sono in leggero aumento (+0,8%) rispetto a quelli dell’esercizio precedente e risultano in flessione del 7,1% a pari perimetro, in un mercato che, come sopra riportato, ha continuato a registrare una significativa riduzione delle diffusioni dei quotidiani (- 8,8%). I ricavi pubblicitari sono cresciuti del 13,7% rispetto al 2016; la crescita a perimetro equivalente e’ stata del 5,7%, con una flessione del 3,3% sui mezzi del gruppo ed un incremento significativo delle concessioni di terzi, grazie alle nuove concessioni di Radio Italia e delle testate La Stampa e il Secolo XIX (la cui raccolta di pubblicita’ nazionale e’ passata al gruppo dall’inizio del 2017 e per il primo semestre dell’esercizio e’ stata classificata quale raccolta per terzi, posto che l’integrazione e’ avvenuta a meta’ anno). Con riferimento ai mezzi del gruppo, la raccolta su radio e’ cresciuta del 5%, confermando l’evoluzione positiva gia’ riscontrata nel precedente esercizio.

La raccolta su internet ha mostrato una crescita del 9,9% (+2,3% a perimetro equivalente), con un andamento migliore di quello del mercato. Infine, la raccolta su stampa ha registrato un aumento del 4,8% (-7,3% a perimetro equivalente, in linea con l’andamento generale della raccolta dei quotidiani). Il margine operativo lordo consolidato e’ stato pari a 53,2 milioni, importo maggiore rispetto al dato del 2016 (43,7 milioni), anche a perimetro equivalente (46,1 milioni). Il risultato operativo consolidato e’ stato pari a 28,7 milioni, in crescita rispetto al risultato del 2016 (22,4 milioni), anche a perimetro equivalente (22,5 milioni). Gli oneri fiscali sono ammontati a 150,5 milioni a causa del costo sostenuto per la definizione del contenzioso pari a 143,2 milioni. L’indebitamento finanziario netto al 31 dicembre 2017 ammonta a 115,1 milioni, dopo l’esborso fiscale di 140,2 milioni per la definizione del contenzioso.

Il consiglio di amministrazione della capogruppo, inoltre, proporra’ all’assemblea dei soci del 26 aprile di coprire interamente la perdita d’esercizio, pari a 116.571.802,69 di euro, mediante l’utilizzo delle riserve disponibili iscritte in bilancio al 31 dicembre 2017. All’assemblea verra’ inoltre proposta la revoca e il rinnovo della delega al consiglio di amministrazione stesso per un periodo di 18 mesi per l’acquisto di massimo 20 milioni di azioni proprie a un prezzo unitario che non dovra’ essere superiore al 10% e inferiore al 10% rispetto al prezzo di riferimento registrato dalle azioni nella seduta del mercato regolamentato precedente ogni singola operazione di acquisto o la data in cui viene fissato il prezzo e comunque, ove gli acquisti siano effettuati sul mercato regolamentato, per un corrispettivo non superiore al prezzo piu’ elevato tra il prezzo dell’ultima operazione indipendente e il prezzo dell’offerta d’acquisto indipendente corrente piu’ elevata sul medesimo mercato. 

Tra i motivi per cui viene rinnovata l’autorizzazione ci sono l’adempimento degli obblighi derivanti da eventuali programmi di opzioni su azioni o altre assegnazioni di azioni della societa’ ai dipendenti o ai membri degli organi di amministrazione o di controllo di Gedi o di societa’ da questa controllate; l’adempimento alle obbligazioni eventualmente derivanti da strumenti di debito convertibili o scambiabili con strumenti azionari; la disposizione di un portafoglio azioni proprie da utilizzare come corrispettivo in eventuali operazioni straordinarie, anche di scambio di partecipazioni, con altri.

BORSA ITALIANA/ Ecco perché Piazza Affari “ignora” il risultato delle elezioni

06 MARZO 2018 PAOLO ANNONI sussidiario.net

La Borsa italiana non ha sostanzialmente reagito male a un risultato elettorale così inatteso e dagli incerti sviluppi come quello di ieri. PAOLO ANNONI spiega perché.

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Tra le poche certezze dopo la tornata elettorale c’è la non reazione dei mercati finanziari. La borsa di Milano ha chiuso con un calo contenutissimo, -0,4%, e anche alla voce spread e Btp non si sono visti movimenti particolari. Questa reazione è a prima vista inspiegabile; la grande coalizione che il mercato dava per scontato alla vigilia non ci sarà e in teoria avrebbero vinto i populisti. La reazione dei mercati non si spiega con questi criteri. Ai mercati interessava e interessa solo una cosa e cioè se l’esito elettorale italiano potesse minacciare in qualche modo l’appartenenza dell’Italia all’euro o modificare l’attuale costruzione europea. Da questo punto di vista non c’è nessuna novità. Per questo Blackrock non vedeva l’esito elettorale come “particolarmente negativo” per l’euro e l’Europa e per questo innumerevoli trader e investitori riducevano all’osso la questione politica italiana a queste domande: Movimento 5 Stelle, in particolare, e Lega vogliono o possono uscire dall’euro? Possono opporsi efficacemente alla Germania?

Anche il movimento più “estremista”, la Lega, ieri per bocca del suo segretario escludeva un referendum sull’euro. Ai mercati non interessa se gli italiani useranno i ridottissimi margini che l’Europa lascia per assumere dipendenti pubblici o per fare metropolitane, se si rientrerà nei parametri del deficit risparmiando sulla spesa pubblica improduttiva o vendendo le ultime partecipazioni statali rimaste, tutte strategiche economicamente e politicamente, a prezzi di saldo. Al mercato non interessa nemmeno quali siano gli effetti di lungo periodo che si avranno rimanendo nel solco della politica europea o italiana degli ultimi anni. Importano gli effetti nei prossimi sei mesi, forse. Quello che importa è se le elezioni italiane di ieri possono aprire una fase di rottura. La risposta è negativa.

Prendiamo l’articolo di commento alle elezioni italiane pubblicato ieri dal Washington Post in cui si fa parlare il direttore dell’European Policy Center, Emmanouilidis. L’Europa, e gli investitori aggiungiamo noi, ha imparato che i movimenti “anti-establishment” fanno molta meno paura quando salgono al potere. L’esperienza di Syriza in Grecia che prometteva battaglia ai creditori per poi eseguire le politiche europee è il metro di paragone anche per le elezioni italiane e per il Movimento 5 Stelle; “questi movimenti sono diventati parte dell’establishment”. Sulla stessa linea anche Jean-Paul Fitoussi per cui solo la Lega sarebbe “populista”. Il Movimento 5 Stelle è percepito come parte dell’establishment europeo nella misura in cui non ha coscienza dell’origine dei problemi, la questione è la “corruzione”, e nella misura in cui esprime il disagio raccolto con una lamentela nei confronti dell’Europa. Esattamente come un partito di opposizione che non è al governo e che, soprattutto, non potrà mai essere al governo dell’Europa. In questo senso è parte dell’establishment e lo aiuta a riprodursi.

L’esito elettorale italiano, sempre secondo Fitoussi, è il prodotto della politica economica europea, l’austerity, che lascia sole le fasce più deboli della popolazione. Questo spiega la differenza abissale tra il voto al nord e il voto al sud. Il nord più dinamico, con più imprese e più appetibile come mercato può, in qualche modo, attutire gli impatti dell’austerity, ma il sud no, esattamente come la Grecia o il Portogallo. Non è rimasto più nessuno che possa investire, produttivamente, facendo ripartire un’economia che si sta avvitando. Lo Stato italiano apriva fabbriche e impianti statali e parastatali dando un’alternativa all’assistenzialismo peggiore. Oggi non c’è nessuna alternativa tra l’emigrazione e l’assistenzialismo e l’Europa non ha sostituito lo Stato italiano. Rimane solo una grandissima rabbia senza interlocutore, è a Bruxelles, non si vota e parla tedesco, e, per qualcuno, il sogno di poter in qualche modo ripararsi scambiando vitalizi con posti pubblici.

Questa analisi però interessa a noi. Rimane il fatto che il grande vincente delle elezioni di ieri, il Movimento 5 Stelle, non cambia l’equazione economica italiana e tanto meno quella europea. Il cambiamento in Europa può avvenire o per un cambiamento della Germania, che non decidiamo noi e che nel breve ha tutto da guadagnare dal mantenimento dello status quo, o dalla rottura dell’euro concordata e negoziata o meno. Il resto non conta per i mercati. Anche movimenti che si presentavano con toni decisamente più bellicosi come Syriza hanno alla fine dovuto eseguire politiche imposte da altri. Dal punto di vista dell’establishment europeo avere a che fare con un partito che ha incanalato la protesta non è necessariamente una notizia negativa. Anzi. Alimenta anche il pregiudizio sull’irresponsabilità degli italiani e giustifica la mancanza di cambiamento. Perfetto.