MONTE DEI PASCHI DI SIENA/ Mps, le parole di Franci e Borghi Aquilini

Monte dei Paschi di Siena news. Mps in Borsa riparte sopra quota 3,2 euro ad azione. Le parole di Franci e Borghi Aquilini.

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LE PAROLE DI FRANCI E BORGHI AQUILINI

Corrieredisiena.it ha intervistato sia Leonardo Franci che Claudio Borghi Aquilini ed entrambi hanno parlato anche di Mps. Il candidato del Movimento 5 Stelle ha spiegato che per quanto riguarda la banca toscana “il bello – per modo di dire – deve ancora arrivare. Purtroppo la storia non è conclusa. Nessuno ha il coraggio di dire che è al capolinea. Occorrono misure drastiche. La banca va commissariata e probabilmente dovrà anche cambiare brand perché non credibile”. La proposta di cambiare nome a Montepaschi viene spiegata in questo modo: “Se lei acquistasse un ristorante noto perché vi si mangia male, non cambierebbe subito il nome? Ci vogliamo rendere conto che continuando così i risparmiatori perderanno anche i loro depositi? Ne vogliamo prendere atto?”. Per Franci lo Stato “non si deve limitare a metterci i soldi, deve essere attivo anche nella gestione e monitorare di continuo. A me interessa poco se il dg di Mps è Morelli o un altro, l’importante è che chi comanda deve rendere conto allo Stato anche di quante volte va in bagno, visto che parliamo di soldi pubblici”.

Il candidato leghista non è invece d’accordo sul cambiare nome a Mps: “Che facciamo cambiamo nome al Palio per accontentare gli animalisti?”. Dal suo punto di vista “il futuro di Mps paradossalmente è rappresentato dal suo passato. Vanno riportate indietro le lancette dell’orologio a prima degli anni Novanta e delle malsane idee che non hanno prodotto risultati. Non dobbiamo ragionare con il paraocchi: le privatizzazioni ci vogliono se sono utili ai cittadini, se si rivelano disastrose non servono”. Dunque, “Mps va rimessa in pista esattamente come prima che finisse nelle mani del dio mercato e con tutto l’orgoglio di mantenere il suo nome”.

LORENZO TORRISI sussidiario.net

Elezioni, i candidati ai raggi X: il centrodestra fa il pieno di condannati e indagati

bbiamo esaminato i principali schieramenti alle prossime elezioni. Se i nomi proposti dai 5 Stelle hanno in media il titolo di studio più alto, la coalizione tra Forza Italia e Lega Nord è prima per coinvolti in procedimenti penali

DI VITTORIO MALAGUTTI, GLORIA RIVA E FRANCESCA SIRONI L’ESPRESSO
Elezioni, i candidati ai raggi X: il centrodestra fa il pieno di condannati e indagati
Silvio Berlusconi

Eccolo, il Parlamento che verrà. Con una settimana d’anticipo sul verdetto delle urne è già possibile raccontare pregi e difetti di deputati e senatori che si preparano a sbarcare a Roma. L’Espresso ha assegnato un voto a oltre 300 candidati, un campione rappresentativo delle due camere, scelto tra i candidati dei quattro principali schieramenti (Centrodestra, Centrosinistra, Cinque Stelle, Leu) in 85 collegi uninominali. Il rating si basa sul curriculum degli aspiranti parlamentari: livello d’istruzione, eventuali incidenti giudiziari, il numero di anni trascorsi nelle istituzioni, i rapporti con il proprio collegio elettorale e, infine, la popolarità nei principali social network.

Ne è uscito il ritratto, sintetizzato in cifre, dei parlamentari prossimi venturi. Si va da zero a dieci, come a scuola. E il dato finale, quello che riassume la valutazione complessiva dei candidati, non è granché esaltante: il voto medio non va oltre il cinque e mezzo. Per arrivare alla sufficienza, quindi, servirebbe il classico aiutino di un insegnante di manica larga. Del resto, entrambe le coalizioni, quella di Centrodestra e quella di Centrosinistra, viaggiano tra il cinque e il sei, così come i Cinque Stelle e Liberi e Uguali. L’alleanza a guida Pd ottiene il voto più elevato, mentre il nuovo partito guidato da Pietro Grasso è l’ultimo della classe. Questione di decimali, comunque: si va dal 5,86 per i candidati che sostengono Matteo Renzi al 5,35 di quelli targati Leu. In mezzo troviamo i Cinque Stelle, che arrivano a 5,43, poco sopra il Centrodestra, che non va oltre 5,38.

Le verità scomode sul leader di Forza Italia: dal patto con i boss per assumere ad Arcore il mafioso Vittorio Mangano, al lavoro sporco di Marcello Dell’Utri, condannato perché portava a Cosa Nostra le buste di denaro di Silvio, ogni sei mesi, dal 1974 al 1992. Fatti comprovati e accertati in tutti i gradi di giudizio, ma ignorati nella  campagna elettorale

Indagati e no
Dati alla mano, si scoprono punti di forza e debolezze dei singoli schieramenti. La coalizione di Centrodestra si merita di gran lunga il voto più basso alla voce indagati e condannati.

Nel campione esaminato da L’Espresso, il 17 per cento dei candidati nel nome del pregiudicato (e quindi incandidabile) Silvio Berlusconi, risultano coinvolti in procedimenti penali oppure hanno già subìto sentenze sfavorevoli in primo o in secondo grado di giudizio. Nelle fila di Forza Italia troviamo per esempio un berlusconiano doc come Salvatore Sciascia, senatore che punta a entrare per la terza volta a Palazzo Madama. Sciascia, già tributarista della Fininvest, di cui è ancora consigliere di amministrazione, ha ottenuto la riabilitazione giudiziaria dopo la condanna in via definitiva a 2 anni e sei mesi nel 2001.

Percorso netto per i Cinque Stelle: nessun indagato o condannato nel campione di 85 candidati del movimento guidato da Luigi Di Maio, peraltro alle prese con il caso dei candidati impresentabili (una dozzina in tutto tra massoni e furbetti del rimborso) che potrebbero dimettersi il giorno dopo l’elezione. Una macchia per Liberi e Uguali, che candida il milanese Daniele Farina, condannato per fabbricazione e detenzione di bottiglie molotov e resistenza a pubblico ufficiale durante una manifestazione antifascista dei collettivi universitari negli anni Ottanta.

Nelle file del Centrosinistra, invece, il torinese Stefano Esposito è inciampato in una condanna in primo grado per diffamazione nel novembre 2015, mentre l’imprenditrice Antonella Allegrino, aspirante deputata per il Pd a Pescara, è uscita da un processo per evasione fiscale grazie alla prescrizione nel 2015. Oltre al nome più citato degli ultimi giorni: Piero De Luca, figlio del governatore della Campania, Vincenzo. De Luca junior è stato candidato a Salerno nel collegio uninominale per la Camera nonostante un’indagine a suo carico per bancarotta fraudolenta.

La carica dei prof
Criticati da più parti per aver traghettato in Parlamento una pletora di giovani inesperti, questa volta i Cinque Stelle hanno fatto il pieno di professori universitari. Negli 85 collegi uninominali esaminati da L’Espresso, oltre un quarto dei candidati del Movimento vanta un titolo accademico superiore alla laurea (dottorato di ricerca, phd) oppure insegna all’università. A Torino sono addirittura due i professori arruolati nelle liste del partito guidato da Di Maio, entrambi economisti: Giuseppe Mastruzzo al Senato e Paolo Biancone alla Camera. Gli altri schieramenti inseguono a distanza: i candidati che hanno proseguito gli studi dopo la laurea sono il 15 per cento per Liberi e Uguali, quasi il 12 per cento nelle fila del Centrosinistra e poco più dell’8 per cento per il Centrodestra.

Esperienza, fedina penale, età, cultura: il nostro monitoraggio sui “wannabe onorevoli”

Accanto agli accademici, i banchi del prossimo Parlamento saranno occupati anche da una nutrita pattuglia di deputati e senatori che all’università non sono mai andati, oppure che l’hanno abbandonata senza arrivare al traguardo della laurea. Circa un terzo dei candidati del Centrosinistra e di Liberi e Uguali si trova in questa situazione, mentre la quota dei Cinquestelle fermi al diploma non va oltre il 18 per cento del campione analizzato in questa inchiesta. Va detto che nelle fila di Leu, come anche del Partito Democratico, sono numerosi i non laureati che vengono da una militanza politica di lungo corso, che spesso li ha portati ad abbandonare gli studi prima dell’università. Altri sono cresciuti in fabbrica per poi dedicarsi al sindacato. È il caso di Ugo Verzeletti, una vita in Iveco, con la tessera della Fiom e oggi candidato a Brescia per Liberi e Uguali.

Se dal titolo di studio si passa a esaminare i candidati in base alla loro professione, si scopre che la categoria di gran lunga più rappresentata è quella degli avvocati. L’11 per cento del campione analizzato da L’Espresso esercita o ha esercitato la professione forense. Il gruppo più numeroso è stato arruolato nelle fila della sinistra. Sono una dozzina i legali in lista con il Pd e i suoi alleati, 11 quelli con Leu, mentre la pattuglia degli avvocati a Cinquestelle arriva a 10. Nel Centrodestra invece non si va oltre quota quattro.

Gioventù addio
Nel 2013 l’arrivo in Parlamento di un esercito di esordienti del Movimento fondato da Beppe Grillo aveva avuto l’effetto, tra i tanti, anche di abbassare l’asticella dell’età media dei deputati, scesa a 45,8 anni rispetto a 50,8 anni della legislatura precedente, quella cominciata nel 2008. Adesso invece la caccia al candidato esperto da parte dei Cinque Stelle rischia di produrre l’effetto opposto. Gli aspiranti deputati presi in considerazione per questo articolo hanno in media 48,6 anni, quasi tre anni in più rispetto agli onorevoli della Camera appena sciolta.

Va detto che i candidati guidati dal trentunenne Di Maio restano di gran lunga i più giovani: solo 45,3 anni, mentre l’eta media degli altri tre schieramenti si aggira intorno ai 50 anni, con un massimo di 51,1 per Liberi e Uguali. È il partito di Pietro Grasso quello che presenta nei collegi uninominali (Camera e Senato) il maggior numero di over 65: il 27 per cento, quasi il doppio rispetto al Centrodestra (15 per cento), mentre il Centrosinistra si ferma all’11 per cento e i Cinque Stelle all’8 per cento.

I candidati più esperti, cioè quelli con il maggior numero di legislature alle spalle vanno invece cercati nelle fila del Centrosinistra. Negli 85 collegi uninominali analizzati solo il 17 per cento dei nomi proposti dal Pd e alleati è un esordiente assoluto. Cioè non ha mai fatto politica in Parlamento a Roma oppure a Bruxelles, nemmeno in un consiglio regionale o comunale. La quota dei candidati alla loro prima esperienza sale di molto tra i Cinque Stelle, addirittura al 76 per cento.

Social, no grazie
Buona parte della campagna elettorale passa dai social network. Facebook e Twitter hanno il potere di moltiplicare l’audience, di creare casi mediatici e rilanciare all’infinito le parole d’ordine della propaganda. Per questo motivo appare quantomeno sorprendente il dato che emerge dall’inchiesta dell’Espresso. I numeri infatti rivelano che quasi nove candidati su dieci usano poco o per nulla il web per promuovere la propria immagine o le iniziative elettorali a cui partecipano. Ad esempio, un politico della notorietà di Vasco Errani, per 15 anni presidente della regione Emilia Romagna, ora candidato a Bologna tra le fila di Leu, è un perfetto sconosciuto per i frequentatori di Twitter, mentre la sua pagina personale su Facebook ha un seguito di 11 mila persone. Poca cosa davvero per un politico di lungo corso come Errani, che naviga lontanissimo non solo da un twittatore seriale come Matteo Renzi, che può contare su oltre 3 milioni di follower, anche se una ricerca di PoliCom.Online ha dimostrato che gli attivi sono solo 400 mila, 1 su 8. Ma anche dai 600 mila seguaci del leader di Liberi e Uguali, Pietro Grasso.

Lo schieramento più attivo in Rete è quello di Centrosinistra, ma si vola comunque basso. L’80 per cento circa dei candidati con il Pd e i suoi alleati frequenta poco o nulla Twitter e Facebook, percentuale che sale oltre il 90 per cento nelle fila del Centrodestra.

Ma non è solo questione di social network. Un cittadino alla ricerca di informazioni sui candidati nel suo collegio rischia di navigare a lungo sul web senza successo. In molti casi è difficile perfino rintracciare un curriculum dell’aspirante parlamentare.

La ricerca via Google finisce nel nulla anche per alcuni Cinque Stelle. Ed è quasi un paradosso per un movimento che è cresciuto cavalcando l’onda del web. Prendiamo il caso di Tiziana Santaniello, selezionata da Di Maio e dal suo staff per tentare l’elezione al Senato in uno dei tre collegi uninominali di Milano. La candidata Santaniello non aveva mai lasciato traccia di sé in Rete fino ai primi di febbraio, quando su Facebook e su Twitter sono comparsi due profili a lei dedicati. Meglio tardi che mai.

Netflix entra nel pacchetto Sky: la grande alleanza delle tv a pagamento in Europa

 

L’intero servizio dei film in streaming sarà compreso nell’abbonamento Sky TV. In Italia non partirà prima della fine del 2019. Ancora da definire i nuovi pacchetti e il prezzo degli abbonamenti

Sky e Netlix, i grandi nemici hanno deciso di fare la pace. Di più: invece di continuare a farsi concorrenza e di provare a strapparsi abbonati, hanno annunciato una alleanza destinata – con tutta probabilità – a mutare lo scenario della televisione. Di sicuro in Europa, poi si vedrà. In pratica, a partire dal 2019 gli abbonati Sky in Europa potranno sottoscrivere pacchetto con i quali potranno anche accedere a tutti i contenuto degli abbonati Netflix. Tutto questo mentre Sky è contesa sia da Comcast, il più grande operatore televsivo via cavo degli Stati Uniti (proprietario di Nbc e Universal Pictures), sia da Disney, la quale ha lanciato una offerta sulle attività di Fox e quindi sulla stessa Sky Europe. Ma andiamo con ordine.

Abbonamento in comune? Partiamo dai termini dell’accordo appena annunciato. Sky e Netflix hanno annunciato una partnership per raggruppare l’intero servizio Netflix all’interno di un nuovo pacchetto di abbonamento Sky TV. Questa alleanza, la prima al mondo nel suo genere, offrirà a milioni di clienti Sky accesso diretto a Netflix attraverso la piattaforma Sky Q. “Sky – spiega una nota – renderà disponibile la vastità dell’offerta Netflix ai clienti nuovi ed esistenti creando un pacchetto TV di intrattenimento ad hoc, che per la prima volta raggrupperà sotto lo stesso tetto i contenuti Sky e Netflix.

 

Il servizio di Netflix include centinaia di ore di contenuti Ultra HD che andranno ad aggiungersi alla ricca programmazione Ultra HD di Sky. Grazie all’App Netflix integrata in Sky Q e alla programmazione di Netflix promossa insieme ai contenuti Sky – continua – i clienti potranno vedere la migliore offerta di intrattenimento, oltre alla TV in chiaro, il tutto sulla piattaforma Sky”.

Come funziona? L’accordo prevede che gli abbonati Sky possano avere accesso diretto ai contenuti Netflix all’interno del menu Sky Q, e trovare i propri programmi Netflix preferiti avvalendosi delle funzioni di ricerca e comando vocale di Sky Q. Ai clienti Netflix, viceversa, verrà offerta la possibilità di migrare il proprio account nel nuovo pacchetto Sky TV, o accedere all’app Netflix utilizzando i dettagli dell’account esistente. “Questo accordo offrirà ai clienti una gamma di contenuti ancora più ampia e migliore, aggiungendo quindi più valore all’abbonamento Sky”.

Ma in Italia? L’accordo prevede che i primi paesi in cui partirà il nuovo abbonamento congiunto saranno Gran Bretagna e Irlanda. A seguire Italia, Germania e Austria. Seguendo la tempistica di tutte le novità Sky in Europa: in quei pasi, per esempio, l’ultra-hd è già disponibile da tempo, in Italia arriverà solo con la prossima Formula Uno. La piattaforma Sky Q, con abbonamento annesso, in Italia è stata appena lanciata (dal dicembre scorso), mentre oltre Manica lo è da due anni e in Germania, per esempio, non c’è ancora. Per cui è inutile affannarsi: l’abbonamento Sky-Netflix in Italia non sarà disponibile prima dell’anno prossimo, anche se una data precisa non è ancora stata resa nota. Del resto, non si sa nemmeno quando partita in Gran Bretagna e Irlanda.

Prezzi ridotti? E’ stata annunciata l’alleanza, ma non si è parlato di cifre. Lo si farà più avanti. Di sicuro, la somma dell’abbonamento “comulativo” sarà inferiore all’attuale somma dei due. Ci saranno pacchetti dedicati e strutturati a seconda dei contenuti. Ma chi ha entrambe le piattaforme porterà sicuramente a casa un risparmio.

Perché l’alleanza? Sky e Netflix proveranno a collaborare per ragioni che convengono a entrambe. Sky evita così di logorarsi con una guerra di prezzi e abbonamenti con un temibile concorrente che offre intrattenimento a prezzi più contenuti. Netflix si allea con un operatore di peso che gli garantirà ricavi sicuri, nel momento in cui da Amazon a Facebook arrivano serie minacce per il suo tipo di offerta di film e serie Tv. Una battaglia “parallela” che costringe Netflix a investire su nuove serie originali ogni anno per sostenere la crescita degli abbonamenti. Inoltre, Sky arricchisce il suo “palinsesto” offrendo un ulteriore servizio.

L’amministratore delegato di Sky Italia, Andrea Zappia, ha parlato di una “tappa rivoluzionaria nel nostro percorso di innovazione tecnologica e culturale”. Jeremy Darroch, ceo di Sky, ha aggiunto: “Riunendo i contenuti Sky e Netflix sotto lo stesso tetto, al fianco dei programmi targati HBO, Showtime, Fox e Disney, stiamo rendendo l’esperienza di intrattenimento ancora più semplice e immediata per i nostri clienti”. Non è mancato il commento dell’omologo di Netflix, Reed Hastings: “Siamo lieti di collaborare con Sky per riunire sotto lo stesso tetto il meglio delle ultime tecnologie”.

LUCA PAGNI repubblica.it

Scalata alla Daimler, ombre cinesi: potrebbe esserci una regia dello Stato

Il sito cinese qq.com suggerisce che i fondi necessari a Li Shufu per rastrellare
il 9,7 per cento delle azioni (9 miliardi di dollari) siano arrivati dallo Stato, come avvenne nel 2010 per l’acquisizione della svedese Volvo da parte della sua Geely

Li Shufu dinanzi alla Grande sala del popolo di Piazza Tiananmen a PechinoLi Shufu dinanzi alla Grande sala del popolo di Piazza Tiananmen a Pechino
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Di chi sono i soldi utilizzati per rastrellare il 9,7 per cento delle azioni di Daimler AG? Sono fondi privati o c’è stato un intervento statale di Pechino? Si tratta di un investimento personale dell’ingegnere Li Shufu, hanno detto da Stoccarda la settimana scorsa, quando è stata rivelata la scalata del proprietario della cinese Geely al gruppo tedesco che controlla il marchio Mercedes-Benz. Con 9,2 miliardi di dollari (circa 7,5 miliardi di euro) il presidente del gruppo automobilistico basato nello Zhejiang ha rastrellato in poche settimane quel 9,7% dei titoli Daimler, diventando il primo azionista della casa tedesca. Il governo di Berlino ora parla di una stretta nei controlli sulla trasparenza degli investimenti. Il tema sarà portato all’attenzione dell’Unione europea, ma intanto le azioni sono passate di mano e sono in una cassaforte cinese.

Il precedente di Volvo

È stato il sito cinese qq.com a suggerire che i fondi per l’operazione siano arrivati dallo Stato, come avvenne nel 2010 per l’acquisizione della Volvo svedese da parte di Geely, allora sostenuta dalle autorità di Daiqing, città dalle provincia delle Heilongjiang nota per i campi petroliferi. Yang Xueliang, vicepresidente di Geely, ha smentito la voce, sostenendo che la speculazione «è una caccia alle ombre (cinesi, ndr) ed è senza alcun fondamento». Molto cauto il commento del presidente Li Shufu: «Rispetto i valori e la cultura di Daimler e non ho chiesto una poltrona nel board di supervisione, questa non è una priorità per me», ha detto alla Bild. Il fatto, sostiene il patron cinese, è che «al momento nessun gruppo automobilistico è in grado di vincere la battaglia contro gli “invasori” senza amici. Per raggiungere la supremazia tecnologica ci si deve adattare a un nuovo tipo di pensiero in termini di condivisione e unione delle forze. Il mio investimento nella Daimler riflette questa visione». In effetti Li Shufu, 55 anni, è un uomo di visioni. È il proprietario del più grande gruppo automobilistico privato in Cina; è stato il primo cinese a fare acquisizioni all’estero nell’industria delle quattro ruote, dalle auto ai camion, ora corre sulla strada dell’innovazione elettrica e anche delle vetture che si guidano da sole. Il primo grande passo nel 2010 quando con 1,8 miliardi di dollari rilevò la svedese Volvo, che sembrava a fine corsa e invece con la cura cinese è tornata a fare utili: 785 milioni di dollari nel 2016. Nel 2013 Li Shufu ha anche comprato la fabbrica dei mitici taxi neri londinesi, rilanciandola e convertendola ai motori puliti. Poi ha portato sotto controllo cinese la Lotus inglese, la Proton malese, la start-up Terrafugia che lavora alle auto volanti. Circolano anche vetture di brand Geely che Li Shufu vuole portare in Europa e il know-how venuto dalla Svezia ha aiutato molto.

 

Secondo JD Power, società di ricerca e consulenza, la qualità del «made in China» è ormai vicina al livello internazionale, ma per stare sul mercato è necessario globalizzarsi. Resta l’interrogativo: si può credere che i 9 miliardi di dollari per diventare primo azionista di Daimler siano frutto di raccolta di fondi sul mercato internazionale ad opera del «privato» Li Shufu? O dietro c’è la potenza di fuoco di «China Inc», del capitale statale? Le mosse di Geely all’estero sono in controtendenza rispetto alla stretta imposta dal governo centrale ad altri gruppi industriali cinesi. Wanda è stata costretta a ridurre drammaticamente il debito cedendo le sue partecipazioni a Hollywood; Anbang è stata commissariata da Pechino e il suo fondatore è finito in carcere. E la retata di miliardari non si arresta: l’ultimo finito in cella, secondo rivelazioni di stampa a Pechino, è Ye Jianming, che aveva portato in cinque anni CEFC China Energy a diventare il quarto gruppo petrolifero della Cina.

di Guido Santevecchi, corrispondente a Pechino corriere.it

PIL E LAVORO/ Forte: l’Italia resterà ingabbiata anche nel 2018

L’Istat ha comunicato dati importanti sull’economia italiana relativi al Pil e all’occupazione. Tutto questo a pochi giorni dal voto. 

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L’Istat ha comunicato dati importanti sull’economia italiana. Il Pil nel 2017 è cresciuto dell’1,5% rispetto all’anno precedente. Il deficit è stato pari all’1,9% del Pil, dato che però non include gli interventi sulle banche. Il rapporto debito/Pil è sceso al 131,5% dal 132% del 2016. L’Istituto nazionale di statistica ha fatto sapere anche che a gennaio il tasso di disoccupazione è tornato sopra l’11% (11,1%), ma quello giovanile è sceso al 31,5%, livello più basso dal dicembre del 2011. Abbiamo chiesto un commento a Francesco Forte, economista ed ex ministro delle Finanze.

Professore, partiamo dal dato del Pil. Cosa ne pensa?

È stata confermata la stima del Governo. L’industria è quella che ha trainato l’economia, c’è stato uno sviluppo degli investimenti e una ricostituzione delle scorte, mentre l’edilizia ancora langue e questo vuol dire che la nostra ripresa è ancora zoppa. La domanda interna cresce, ma il contributo della domanda estera resta ancora predominante. La nostra ripresa va quindi al traino di quella europea ed è dovuta in gran parte al deficit di bilancio, pari all’1,9% del Pil. 

Qual è il suo parere su questo dato di finanza pubblica?

Sicuramente la Commissione europea ci chiederà una manovra correttiva dello 0,3% del Pil. Inoltre, questo deficit non aiuta a ridurre il rapporto debito/Pil in maniera importante. Cosa che influisce negativamente sui titoli di Stato ancora in gran parte in mano alle banche, che così non hanno possibilità di aumentare il credito: un circolo vizioso che non aiuta lo sviluppo.

Passiamo ai dati sul mercato del lavoro. Cosa ne pensa?

La disoccupazione è tornata a salire sopra l’11%, ma c’è comunque un miglioramento rispetto all’anno precedente. Tuttavia è cresciuto molto il numero di lavoratori a tempo determinato e c’è una riduzione di quelli a tempo indeterminato e degli autonomi. Il Jobs Act ha in sostanza avuto un modestissimo effetto sui contratti a tempo indeterminato e ha fatto aumentare quelli a termine. Di fatto l’aumento del Pil ha creato un po’ di occupazione aggiuntiva, ma non nella misura auspicabile e necessaria.

È però scesa la disoccupazione giovanile…

La disoccupazione giovanile diminuisce, ma è sempre a un livello elevato. L’economia italiana non è quindi ancora ripartita sul fronte del lavoro e questo lo vediamo dagli indici di fiducia: le famiglie sono più preoccupate delle imprese e la ragione è che i posti di lavoro non sono soddisfacenti. 

Secondo lei, questa situazione potrà cambiare dopo il voto di domenica?

Nel breve termine sarà difficile avere grossi cambiamenti. Comunque vadano le votazioni bisognerà fare la manovra correttiva, che è stata rinviata chiaramente per ragioni elettorali, visto che nel frattempo si sono dati bonus qua e là. Anche la Legge di bilancio in autunno non sarà facile, dato che occorre sterilizzare gli aumenti dell’Iva. Se ci sarà un Governo stabile di centrodestra proverà a mettere in pista i suoi programmi per l’anno prossimo. Se invece, come appare più probabile, resterà il Governo Gentiloni in attesa di un nuovo voto, si andrà avanti con il solito tran-tran.

(Lorenzo Torrisi sussidiario.net)

VISIONE, ELEZIONI E FINANZA/ Confuorti: “I mercati temono il debito pubblico, non i partiti”

Una mancanza di visione politica e l’alto debito pubblico sono i due anelli mancanti del successo italiano. Alla vigilia del voto politico.

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“L’Italia non vale più del 2% del prodotto lordo mondiale” dice Francesco Confuorti, presidente di Advantage Financial, alla vigilia delle elezioni politiche di casa nostra. Difficile pertanto che i mercati possano preoccuparsi dell’esito del voto. L’unica cosa di cui potrebbero avere paura è il debito pubblico. Certo questo non esaurisce i nostri problemi: un sistema politico scarsamente rappresentativo, unito al deficit di “vision” di tutta la classe politica, e un sistema produttivo e bancari frammentato fanno il resto. Confuorti, anche grazie alla sua esperienza internazionale, cominciata negli Usa, ha maturato sull’Italia un punto di vista privilegiato.

Che cosa ha significato per lei l’avventura negli Stati Uniti?

E’ stata l’esperienza più interessante che abbia mai vissuto, oltre naturalmente ai miei figli e alla mia famiglia. Se non ci fosse stata l’America non avrei mai potuto maturare quella predisposizione al rischio e anche un po’ all’avventura, nel senso positivo del termine, che porta a creare benessere per sé e per gli altri.

Lei ha operato anche a Wall Street?

Ho iniziato a Chicago, operando alla Borsa delle merci, e poi anche a Wall Street, dove ha ancora sede il nostro quartier generale, la nostra casa madre, che controlla le nostre aziende in Europa, quindi anche in Italia.

In base alla sua esperienza, gli hedge fund, cioè i fondi d’investimento più speculativi, con che occhi guardano alla situazione politica italiana?

Innanzitutto bisogna tenere presente che l’Italia non vale più del 2% del prodotto lordo mondiale, mentre l’Europa non rappresenta più del 20%; all’interno dell’Europa, poi, c’è la Germania, che ha fatto circa l’80% del surplus, quindi l’Italia occupa una posizione residua.

Fa parte, però, ancora dei Paesi del G7…

Il G7 è la sigla dei Paesi più industrializzati, ma l’economia mondiale si muove sui consumi e sulla crescita. Il non saper migliorare la nostra situazione, visto che i francesi vendono nella moda e nell’alimentare al posto nostro e i tedeschi nell’industria raccogliendo l’80% del prodotto lordo manifatturiero italiano, vuol dire che noi non sappiamo rivalutare il nostro Made in Italy.

E questo perché?

Perché abbiamo un sistema aziendale frammentato, in gran parte fatto di aziende micro, che va bene, ma abbiamo pure un sistema bancario frammentato, dove invece ci sarebbe bisogno di una maggiore concentrazione e della creazione di un portale in grado di supportare le Pmi italiane, che hanno un problema nell’assorbire i capitali delle banche stesse. Abbiamo quindi un problema serio, ma risolvibile. A non trovare soluzione invece è la politica italiana, che non ha un peso sufficiente per rappresentare la nostra economia italiana all’interno del G7 o all’interno della comunità europea.

E’ per questo che la scorsa settimana Juncker ha detto che ci sono dei timori per quanto riguarda l’Italia, soprattutto con queste elezioni, vista la sostanziale instabilità politica che l’esito elettorale potrebbe dare?

Tralasciando Juncker, che non ha un peso reale, è giusto dire che l’Italia ha bisogno di un sistema politico più rappresentativo. La rappresentanza, in democrazia, vuol dire anche sapere fare delle intese, dei buoni compromessi, e non solo alimentare degli antagonismi. La Germania insegna: sono ancora impegnati a cercare di mettere in piedi un governo, di trovare delle soluzioni. Questo è un punto molto importante. Il problema vero dell’Italia è che non ha una rappresentanza adeguata all’interno delle istituzioni internazionali e quindi si ritrova a contare su persone che spesso non rispondono alle esigenze del Paese. Una sorta di disconnessione degli interessi nazionali con chi questi interessi dovrebbe rappresentare, in Europa, alla Nato o negli ambiti dove bisogna contare. L’unica eccezione è la Banca centrale europea, dove Draghi ha svolto un eccellente lavoro.

Agli occhi dell’Europa il sistema bancario italiano è solido?

Ci sono banche solide, però c’è un processo di consolidamento che non può avvenire in quattro anni. Se una barca sta per affondare, la prima cosa è salvare la gente. Il sistema finanziario italiano — che ha ancora 400 banche e banchette che hanno bisogno di fondersi in fretta — deve seguire l’esempio francese: Parigi ha accorpato, oggi ci sono 3 o 4 grandi banche che rappresentano il credito del Paese e quindi contano su marginalità, manager e capacità tali da poter essere presenti a livello internazionale e da rappresentare le aziende. Tanto che le banche francesi , il 30% del nostro sistema bancario, rappresentano anche aziende italiane all’estero.

Ma con 149 miliardi di crediti deteriorati in pancia nel 2017 come possiamo pensare di presentarci agli occhi dell’Europa e della grande finanza come solidi dal punto di vista bancario?

I crediti non performing sono parte di una situazione globale. Certo, le banche italiane ne hanno di più per i motivi che sappiamo. Il problema è crescere: se una banca cresce riesce ad accantonare, se non cresce vuol dire che lo stock di non performing aumenta. Quindi bisogna favorire le grandi fusioni per arrivare ad avere un sistema competitivo, in grado con la redditività di gestire quello che non ha funzionato e di conquistare fette di mercato. L’Italia ha bisogno di crescere, di tagliare la spesa improduttiva e il debito, e far sì che il sistema finanziario sia strutturato per poter garantire il credito. 

Qual è, secondo lei, la cosa di cui i mercati potrebbero avere più paura da lunedì 5 marzo?

L’unica cosa di cui i mercati potrebbero avere paura è il debito pubblico, che è esploso con l’entrata nell’euro, perché le nostre aziende sono competitive e abbiamo dei marchi che hanno successo. Le nostre aziende sono sane, per la gran parte, anche se piccole. Il problema dell’Italia è una gestione politica non adeguata, una mancanza di visione politica. Ecco, alto debito pubblico e scarsa visione politica sono i due anelli mancanti del successo italiano.

I mercati hanno dato già per assodato che in Italia non ci sarà una maggioranza stabile?

I mercati danno sempre per scontato che in Italia vada tutto male, poi arrivano e comprano a man bassa. Comunque non ci sarà una maggioranza per formare un governo, il governo dovrà essere formato da una coalizione ampia. Questo è lo scenario più accreditato. Se invece qualcuno vincesse, questo, anche in termini finanziari, renderebbe lo scenario più interessante. La questione importante è che i politici trovino la forza di fare gli interessi di tutti gli italiani e di non essere perennemente in campagna elettorale, sempre politicamente divisi. Comunque tutti si aspettano che non ci sarà una maggioranza definita e quindi ritengo che le reazioni negative saranno minime, almeno finché non si capirà se riusciremo a fare davvero un governo. Dovessero passare 4 o 5 mesi, la Germania metterà il paracadute e ci dirà di fare un governo con un altro presidente del Consiglio non eletto, come è già successo in passato.

Quindi ci aspetta un Gentiloni bis?

Non lo so. Gentiloni è una persona per bene, di alta levatura, ma ritorniamo alla gestione di uomini e non di Paese, come ho già detto prima.

Quindi i mercati hanno già in qualche modo attutito questo colpo?

L’Italia non è un Paese leader, è un Paese “leadered”, cioè che segue, non conduce. Quindi quello che succede in Italia è poco interessante per il mondo, perché la percentuale degli asset italiani, che poi è la percentuale quotata in Borsa, è molto relativa rispetto al nostro Pil. Il nostro mercato borsistico segue i trend internazionali. Il nostro problema è l’allargamento dello spread e del costo del denaro, il pegno che il Paese indebitato deve pagare. 

Come analista teme la vittoria dei partiti populisti?

L’Italia è un Paese “imbragato” dall’Europa: chiunque vinca, restiamo all’interno del sistema europeo.

Allora non resta che la grande coalizione?

L’Italia è un Paese in cui bisogna tornare a remare insieme per abbassare il debito e il tasso di retorica, ritrovando l’unità nell’interesse degli italiani, della sua economia, dei giovani, delle piccole imprese che rappresentano un grande patrimonio, quel Made in Italy capace di esportare verso il 10% più ricco del mondo. Per questo ci vuole un governo degli italiani, che poi sia un governo di tutte e tre le coalizioni o di due coalizioni poco importa, purché sia un governo stabile. 

A proposito di made in Italy, sono anni che si dice che va potenziato, perché è un volàno della crescita. E il Made in Italy funziona dove c’è il marchio di grande valore, basti pensare alla moda o all’alimentare…

Oltre all’italianità, al Made in Italy, bisognerebbe aggiungere la sostenibilità. A tal proposito, noi di Advantage Financial, con il marchio GreenMango, ci stiamo focalizzando proprio sulla sostenibilità, perché aiuta a riscoprire dei valori che abbinati al Made in Italy potrebbero fare tanto.

Italia al voto, per i tedeschi siamo un Paese perduto

Anche Berlino guarda al 4 marzo. L’economia tedesca continua a crescere. Noi invece siamo i «perdenti dell’euro». In declino, senza prospettive di ripresa. Con Berlusconi premier. O peggio Salvini. 

La Germania guarda alle Legislative italiane del 4 marzo 2018 senza entusiasmo e con basse per non dire cupe aspettative, verso un Paese tratteggiato spento e con un elettorato per due terzi afflitto. All’establishment di Berlino piace molto Paolo Gentiloni, rassicurante come Matteo Renzi sulle riforme chieste dall’Europa, ma con un carattere assai più morbido. Un presidente del Consiglio che «di miseria fa virtù» ha scritto der Spiegel e con più ottimismo la Süddeutsche Zeitunglo ha definito «balsamo». Sdoganato candidato premier del centrodestra da Silvio Berlusconi, in un’intervista a Die Welt il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani ha assicurato di «trovare compromessi per non danneggiare la Germania» e «lavorare in ogni modo nell’interesse dell’Europa», dove «vorrebbe rimanere». Tanto basta, e avanza, ai tedeschi.

CRISI POLITICA COMUNE. Il profilo è basso, anche perché per la prima volta nella sua storia repubblicana la Germania è nelle stesse condizioni politiche dell’Italia: dal voto nazionale del 24 settembre 2017 la cancelliera rieletta Angela Merkel non è riuscita a formare un governo, il verdetto sulla nuova grande coalizione concordata a fatica con i socialdemocratici (Spd) è fissato, per uno dei giochi del caso, per il 4 marzo in concomitanza con il voto italiano. Il referendum tra i poco più di 460 mila iscritti alla Spd sulle larghe intese si chiuderà il 2 marzo e seguirà un lungo giorno di spoglio: diverse indiscrezioni filtreranno, ma le Borse – e l’Unione europea – saranno in fibrillazione per Roma e per Berlino per tutto il weekend. In Germania ci si è iniziati a interrogare anche sulla necessità di «cambiare la legge elettorale proporzionale in senso maggioritario», per «favorire la governabilità».

 
Merkel Gentiloni

Merkel e Gentiloni (Getty).

Sembra il disco rotto italiano, la stabilità che ci chiede sempre rassegnata l’Europa, e dietro l’Europa la Germania della cancelliera Merkel, che a questa tornata elettorale sull’Italia ha pontificato meno del solito, certo molto meno degli osservatori anglosassoni. Per i grandi interessi finanziari e di export con il Regno Unito, anche l’attenzione di Berlino è concentrata nel processo di uscita dall’Ue della Brexit: si possono riscrivere accordi bilaterali e continuare gli affari. Con l’Italia è diverso: i tedeschi non si sentono ancora al livello di guardia degli italiani, nonostante in Italia l’estrema destra non sia schizzata in pochi mesi secondo partito come in Germania (AfD al 16%, davanti alla Spd in drammatica caduta al 15,5% dicono gli ultimi sondaggi), dove nella capitale Berlino (sempre secondo gli ultimi sondaggi) i comunisti della Linke stanno spiccando primo partito.

GERMANIA SU, ITALIA GIÙ. La polarizzazione politica è rapida, ma economicamente la locomotiva d’Europa resta inattaccabile. La Germania ha festeggiato il nuovo anno con l’ennesimo record di esportazioni del 2017: +6,3% rispetto al 2016, il massimo da sette anni. La disoccupazione ha continuato a scendere, a febbraio al nuovo minimo del 5,7% dalla riunificazione nel 1991 e nel 2018 gli economisti prevedono un ulteriore incremento dell’export tedesco: in sei mesi di vuoto di governo (resta in carica la grande coalizione uscente per le funzioni indispensabili e tecniche, ma senza maggioranza in parlamento) nessuna crepa è emersa nella solidità del Paese, i conti pubblici restano in regola e la produttività cresce. L’Italia al contrario, inquadra der Spiegel alla vigilia del voto, resta «uno degli Stati più indebitati al mondo», in una «condizione economica e sociale precaria sotto molti aspetti».

Salvini, Lega più di FI

Salvini.

ANSA

Il quadro dell’autorevole settimanale tedesco non è esattamente quello della progressiva ripresa («mai così dal 2010») di produttività e posti di lavoro esaltata da Renzi e Gentiloni nella propaganda elettorale del Pd. L’umore degli italiani è descritto «pessimo», «il peggiore tra gli abitanti dell’Europa occidentale»: il «74%» degli interpellati per l’ultimo Eurobarometro di novembre ritiene «brutta la situazione del Paese» e «l’80% l’economia nazionale», il «68%» giudica «cattivi i servizi pubblici» e di conseguenza la «loro sfiducia verso le istituzioni (74%), il governo (78%) e i partiti (78%) è grossa», si cita ricordando il «46% di maggioranza relativa che vorrebbe l’Italia fuori dall’Ue». Agli elettori si dà ragione perché il Paese è definito «il più grande perdente dell’unione monetaria, una situazione quasi senza prospettive». Insomma dei poveretti.

«SALVINI PEGGIO DI BERLUSCONI». In Germania, Francia e Spagna in media il reddito pro capite è aumentato del 25% dal 1999, in Italia sceso di qualche punto: un dato certificato dal Fondo monetario internazionale (Fmi). La ripresina sbandierata sarebbe per i «tassi di interesse estremamente bassi» della Banca centrale europea guidata dall’italiano Mario Draghi e il prezzo contenuto del petrolio. Per un balzo in avanti servirebbe un massiccio piano di investimenti nelle infrastrutture come nella scuola e nella ricerca, ma mancano le risorse. Non meraviglia che, in questo cul-de-sac, figuri primo partito il Movimento 5 Stelle, «senza maggioranza» e «con buone chance» che alla fine prevalga la coalizione di Berlusconi: i tedeschi si ricordano bene i suoi «pessimi governi degli Anni 90», ma il peggio con la «Lega Nord che incalza Forza Italia» potrebbe ancora venire con «Matteo Salvini premier vicino a Marine Le Pen». Ah, il Belpaese.

 lettera43

Magneti Marelli, l’interesse dei fondi. Si fanno avanti Bain e i cinesi

Slitta al secondo trimestre il consiglio di amministrazione che esaminerà l’ipo di Magneti Marelli. Fiat Chrysler Automobiles ha fatto sapere ieri in tarda serata che prosegue nell’esame della potenziale separazione della controllata della componentistica, ma con tempi diversi da quanto inizialmemte comunicato dal numero uno Sergio Marchionne. Il rinvio, secondo quanto si apprende, sarebbe dettato da tempi tecnici. Tuttavia sul mercato circolano indiscrezioni sulla manifestazione di interesse del fondo americano Bain capital per una parte del gruppo di componentistica. Il fondo usa già un anno fa si era fatto avanti. Interessati sarebbero anche gruppi cinesi e, secondo quanto riportato da Bloomberg, in una cordata di investitori italiani ci sarebbe anche Brembo.

Tornando alla nota il Cda della societa’ – si legge – prevede di esaminare nel dettaglio le opzioni per tale operazione “nel secondo trimestre del 2018, in concomitanza con l’esame del piano industriale del Gruppo per il 2018-2022. Nel frattempo il management proseguirà le proprie valutazioni sulle possibili strutture dell’operazione al fine di massimizzare il valore per gli azionisti di Fca». Nella nota Fca ha precisato che «non esiste garanzia che l’esame della potenziale separazione di Magneti Marelli abbia come risultato la decisione di intraprendere l’operazione o che detta operazione, una volta avviata, venga portata a termine». Infine Fca evidenzia che «non intende fare ulteriori comunicazioni in materia sino a quando una decisione finale sara’ stata adottata».

Lo scorso 25 gennaio è stato lo stesso Sergio Marchionne, in occasione della presentazione dei dati di bilancio, ad annunciare che lo scorporo del gruppo di componentistica da Fca sarebbe stato discusso «in cda a febbraio» e ciò per «includerlo nel piano al 2022». E in effetti, secondo quanto risulta al Sole 24 Ore, il consiglio era stato pre allettato per la scorsa settimana ma alla fine motivi tecnici hanno fatto rinviare l’appuntamento. Dunque il piano Magneti Marelli va avanti, ma con ogni probabilità sarà materia del piano industriale di Fca.

Al momento la struttura dell’operazione è ancora oggetto di riflessione. Nelle scorse settimane era ormai data per certa la decisione di procedere con la separazione delle quotazioni della stessa Magneti Marelli e di Comau, l’altro gioiellino dei robot e dell’automazione. A questo punto, tuttavia, sembra che l’ intera operazione, così come immaginato nel disegno iniziale, possa essere rimessa in discussione. Incluso il perimetro.

Mercati finanziari terrorizzati da una vittoria della Lega di Salvini e delle forze anti-euro

08/11/2015, Bologna, manifestazione organizzata dalla Lega. Nella foto Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini – Flavio Lo Scalzo / AGF

Le elezioni politiche italiane si avvicinano a grandi passi. In attesa degli esiti del voto, che non si conosceranno prima della notte tra il 4 – giorno in cui gli italiani andranno alle urne – e il 5 marzo, si può provare a ipotizzare qualche scenario politico, per poi provare a ragionare su quale potrebbe essere la reazione dei mercati finanziari.

 

Lorenzo Codogno, capo economista di Lc Macro Advisors Limited (nonché ex capo economista del ministero del Tesoro durante i governi Prodi, Berlusconi e Monti), inizialmente liquida la questione con una battuta: “L’unica cosa certa è la grande incertezza che pesa sul voto”. Dopodiché fa sapere che vede tre scenari probabili:

  1. Nessuno vince e al governo prende forma una coalizione ristretta tra il Pd, guidato da Matteo Renzi, Forza Italia, capitanata da Silvio Berlusconi, e centristi. Codogno assegna a questo scenario una probabilità del 30%
  2. Vince le elezioni e forma il governo la colazione di centro-destra, composta da Forza Italia, dalla Lega di Matteo Salvini e da Fratelli d’Italia, capitanato da Giorgia Meloni. Anche a questo scenario Codogno assegna il 30% di probabilità
  3. Non si riesce a trovare un accordo per la formazione del nuovo governo e nel giro di sei mesi si torna alle urne. La probabilità, secondo Codogno, è del 25%

In base a questi scenari, come potrebbero rispondere i mercati finanziari? “Nel caso in cui dovessero concretizzarsi la prima o la seconda ipotesi, non prevedo grandi movimenti sui mercati finanziari. Se dovesse formarsi una coalizione ristretta tra Pd, Forza Italia e centristi non lo sapremo subito, perché ci vorrà un po’ di tempo. Quel che sapremo fin da subito è se ci sono o meno i numeri in Parlamento. In ogni caso, se non dovesse vincere di fatto nessuno, prevedo che i mercati possano restare piuttosto neutrali. L’unico scenario negativo per le Borse sarebbe quello in cui, all’interno della coalizione di centro-destra, dovesse imporsi in maniera forte la Lega, nota per le sue posizioni anti-europeiste”.

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Milano 25/02/2018 Teatro Franco Parenti, Incontro pubblico con il Segretario Nazionale del Pd Matteo Renzi – Nicola Marfisi / AGF

Francesco Galietti, esperto di geopolitica per la società Policy Sonar (colui che nei giorni scorsi ha portato il leader del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, a Londra a incontrare alcuni investitori), vede principalmente due scenari possibili:

  1. Vince le elezioni la coalizione di centro-destra, composta da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia
  2. “Si crea – spiega Galietti – una combinazione sui generis che vede i quattro maggiori partiti, ossia M5s, Pd, Forza Italia e Lega, accordarsi sui principali punti in comune e da lì in poi si procede. In questo caso, un eventuale governo difficilmente sarà composto da politici ma piuttosto da tecnici”

E che faranno allora i mercati finanziari? “Nel primo scenario – osserva Galietti – non prevedo grandi movimenti, anche se si tratterà di capire quale ruolo avrà la Lega, con le sue posizioni anti-europeiste. Nel secondo invece, trattandosi di uno scenario inedito, è più difficile fare previsioni; anche in questo caso comunque sarà fondamentale comprendere quanto peso avranno le posizioni anti-europeiste”.

Luigi Di Maio, Caltanissetta, novembre 2017 – fotodi ALESSANDRO FUCARINI/AFP/Getty Images

In uno studio ad hoc sulle elezioni italiane, gli esperti di Ig, Filippo A. Diodovich e Vincenzo Longo, hanno tracciato i possibili scenari:

  1. Governo di larghe intese guidato da un politico (come accaduto nell’ultima legislatura) o un governo tecnico sostenuto da tanti partiti. Ig assegna a questo scenario una probabilità del 50%
  2. Governo di centro-destra. Ig assegna una probabilità del 30%
  3. Non c’è un accordo di governo. Parte allora un esecutivo Gentiloni “bis” o si torna alle urne (15%)
  4. Governo a guida M5S, con alleati euroscettici, come Lega e Fratelli d’Italia (5%)

“I mercati – commentano gli esperti di Ig – sembrano essere già pronti a uno scenario di massima incertezza, pertanto non crediamo che le reazioni possano essere così violente all’indomani del voto”, e quindi nella giornata di lunedì 5 marzo. “Questa convinzione – proseguono Diodovich e Longo – è confermata dalla revisione delle posizioni sulla moneta unica da parte dei partiti più euroscettici, che sembrano aver preso le distanze da un referendum sull’Italexit”, cioè su una uscita dell’Italia dall’area dell’euro.

Secondo i due esperti di Ig, lo scenario migliore per i mercati azionari “è rappresentato da un solido governo di maggioranza, che acceleri il processo di riforme in grado di sostenere la crescita economica di lungo periodo. Anche un governo di larghe intese potrebbe essere apprezzato dagli investitori, almeno nel breve periodo. Nel lungo periodo, le difficoltà nel portare avanti le riforme potrebbero sollevare qualche dubbio sulla sostenibilità della crescita, rendendo il Belpaese vulnerabile alla prossima crisi economica”.

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Al contrario, le vendite a Piazza Affari potrebbero tornare con prepotenza, a detta degli esperti di Ig, “solo nel caso di un governo costituito da forze euroscettiche e anti-establishment, come M5s e Lega”. Negli ultimi tempi, tuttavia, sia Di Maio sia Salvini hanno almeno in parte rivisto le posizioni sull’uscita dall’euro (hanno cominciato a farlo dal forum economico di Cernobbio dello scorso settembre). Il leader del M5s ha dichiarato: “Io non credo sia più il momento per l’Italia di uscire dall’euro perché l’asse franco-tedesco non è più così forte, e spero di non arrivare al referendum sull’euro che comunque per me sarebbe una estrema ratio”.

25/05/2016 Roma. Rai. Trasmissione televisiva Porta a Porta. Nella foto Silvio Berlusconi, sullo sfondo una foto di Salvini – Maria Laura Antonelli / AGF

In proposito, val la pena di segnalare la posizione di Julien-Pierre Nouen, capo economista di Lazard Frères Gestion, secondo cui, “mentre il Movimento 5 stelle ha accantonato il suo piano per un referendum sull’uscita dall’euro, i mercati sono calmi riguardo alle elezioni italiane, con lo spread tra il rendimento dei Btp e dei Bund ancora prossimo ai minimi degli ultimi due anni”.

In questo contesto, a detta di Nouen, “lo scenario più probabile è quello di un voto inconcludente, seguito da settimane di negoziati e da un governo di coalizione. Gli investitori si aspettano pienamente tale scenario. Anche il M5s ha recentemente fatto capire di essere disponibile a convergenze con le altre forze politiche sulla base di un ‘contratto di governo’. Questa incertezza politica potrebbe non essere molto rilevante nel breve periodo, dato che le condizioni economiche sono favorevoli, ma potrebbe diventarlo più avanti. L’Italia rimane un paese con una crescita potenziale debole, a causa della mancanza di crescita della produttività e di un grosso debito pubblico. Il vero punto è se il prossimo governo realizzerà le riforme necessarie per migliorare le prospettive di crescita strutturale del paese “.

Bruno Vespa con le sagome cartonate di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Foto Agf

Tornando all’approccio più “morbido” di M5s e Lega sull’uscita dall’euro, Salvini, nel programma all’interno del proprio sito (che non coincide con quello della coalizione di centro-destra, che invece, come più volte ribadito da Berlusconi, esclude un’uscita dalla moneta unica), ricorrendo a toni più pacati, scrive: “Abbiamo sempre cercato partner in Europa per avviare un percorso condiviso di uscita concordata” dall’euro. Mentre intervenendo a “Otto e mezzo”la sera del 28 febbraio e rispondendo alla domanda se fosse ancora convinto di uscire dall’auro, Salvini ha dichiarato: “Io voglio cambiare i trattati e le regole”.

Resta il fatto che sia M5s sia Lega sono considerati e percepiti come i due partiti che, in caso di vittoria netta, più di tutti potrebbero mettere in discussione la permanenza dell’Italia all’interno dlel’area della moneta unica. Ecco perché in linea con il pensiero di Ig è anche Philippe Waechter, capo economista di Natixis asset management, secondo cui, “se Lega e M5s dovessero attrarre molti voti e aumentare la loro quota, potremmo assistere a un allargamento degli spread. La rischiosità dell’Italia in questo caso aumenterebbe, soprattutto dal punto di vista politico e non finanziario. La Bce, in questo caso, non avrebbe nessun potere per intervenire”.

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Analogo anche il pensiero di Silvia dall’Angelo, economista di Hermes Investment Management, che in primo luogo sottolinea che “gli ultimi sondaggi e le caratteristiche della nuova legge elettorale implicano un elevato grado di incertezza intorno al risultato delle elezioni”. Detto ciò, per dall’Angelo, “è improbabile che un singolo partito o schieramento riesca a raggiungere la maggioranza assoluta in Parlamento, mentre è molto probabile che la formazione di un governo richieda complesse negoziazioni tra schieramenti o tra partiti. La difficoltà nella formazione di governo e l’incertezza politica condurrebbero probabilmente a un aumento temporaneo dello spread”.

La costruzione del simbolo dell’Euro davanti alla Banca Centrale Europea di Francoforte il 17 dicembre 2001. Sean Gallup/Getty Images

Certo, aggiunge l’esperta di Hermes Investment Management, “il supporto della Bce (che continuerà il suo programma di acquisto di titoli fino a settembre) giocherebbe un ruolo nel limitare lo stress sul mercato e nell’agevolare una normalizzazione dello spread una volta ricomposta la situazione di incertezza”. Tuttavia, “il maggiore rischio è che si delinei un governo di stampo populista, percepito come un rischio per l’integrità dell’euro. In questo scenario l’aumento dello spread sarebbe più pronunciato e più persistente, e il supporto dalle politiche della Bce meno efficace”.

 Secondo James de Bunsen, gestore di Janus Henderson Investors, lo scenario attuale presuppone due rischi principali:

  1. “Da un lato – sostiene de Bunsen – esiste la possibilità che non si formi un governo stabile, o a seguito di un voto inconcludente o come diretta conseguenza dell’incapacità di uno dei partiti leader di formare una coalizione”
  2. “Dall’altro che, in una coalizione governativa, primeggi la Lega, un partito apparentemente orientato verso l’estrema destra”

“Crediamo che il primo scenario – sostiene l’esperto di Janus Henderson Investors – non avrà un impatto significativo sui mercati, in quanto si tratta di un esito piuttosto ‘standard’ delle elezioni italiane e dal momento che, recentemente, molti altri paesi europei hanno funzionato perfettamente in mancanza di un governo, anche per lunghi periodi (tra questi la Germania, il Belgio e i Paesi Bassi). Per quanto riguarda il secondo scenario, si tratta piuttosto di un’incognita. Tuttavia, nonostante una crescente propaganda elettorale nel sud del Paese, la base di consenso della Lega resta abbastanza localizzata e riteniamo che il partito avrebbe solo un’influenza limitata all’interno di un’eventuale coalizione di destra”.

Il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Pierpaolo Scavuzzo / AGF

A detta di Marco Piersimoni, senior investment manager di Pictet Asset Management Italia, dopo il voto, i due principali scenari possibili sono due:

  1. L’ipotesi più probabile (circa 60%) è la vittoria delle elezioni del centro-destra, ma senza una maggioranza in Parlamento in grado di esprimere un governo. Ciò, spiega Piersimoni, “impone delle alleanze politiche trasversali di compromesso. La prima coalizione possibile in questo contesto include Forza Italia, Pd e +Europa (il partito di Emma Bonino), con il reclutamento degli eventuali voti mancanti tra l’ala più moderata della Lega, tra i delusi del M5s e tra gli eletti all’estero. Questa intesa potrebbe essere guidata da Paolo Gentiloni o da Antonio Tajani”
  2. La seconda ipotesi (circa 30%) è la vittoria del centro-destra con i numeri per fare un governo. “In questo scenario – nota l’esperto di Pictet – il dato dirimente risulta senza dubbio quello relativo al partito che raccoglierà la maggioranza relativa all’interno della coalizione. Se dovesse prevalere Forza Italia, il primo ministro designato dovrebbe essere Tajani. Esiste in alternativa la possibilità che il maggior numero di preferenze sia a favore della Lega con Matteo Salvini premier”

Se si dovesse concretizzare la prima ipotesi, secondo Piersimoni, “non sarebbe una soluzione invisa all’Europa e dunque non avrebbe impatto negativo sull’andamento dei mercati. Anzi, una volta formato il governo, lo spread potrebbe portarsi verso quota 100 (oggi viaggia in area 133 punti, ndr). Il problema tuttavia potrebbe manifestarsi nel processo di formazione del governo stesso, processo per il quale Roma non può permettersi il lusso del tempo di cui ha goduto Berlino. Pertanto, movimenti erratici nelle fasi immediatamente successive al voto per poi convergere verso un livello di spread minore”.

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Se si avverasse invece il secondo scenario, con una prevalenza di voti a Forza Italia, per l’esperto di Pictet, si tratterebbe di un esito “nel segno della stabilità; immaginiamo che lo spread Btp-Bund si muoverà poco. Da un lato, il mercato accoglierà con favore il profilo fortemente europeista del premier(Tajani appunto, oggi alla presidenza del Parlamento europeo, ndr); in secondo luogo, il programma fiscale del centrodestra è espansivo, pur facendo la dovuta tara alle promesse elettorali” (si pensi in particolare alla cosiddetta flat tax, un’unica aliquota sui redditi).

Anche Piersimoni vede possibili turbolenze in arrivo sui mercati nel caso in cui si concretizzasse l’ipotesi 2 ma con una prevalenza di voti per la Lega. “Questo risultato – ragiona l’esperto di Pictet – ci porterebbe in uno scenario meno gradito ai mercati che potrebbe creare un certo grado di instabilità, con spread in salita di almeno 30-40 punti base. Si tratterebbe in ogni caso di un governo che non potrebbe sposare la piattaforma della Lega sui temi europei, bensì che dovrebbe accontentarsi di muoversi nei binari di un programma ammorbidito sulle posizioni del partito di Berlusconi che è comunque considerato un garante della tenuta europeista dell’Italia”. Insomma, molto rumore per nulla: potrebbe anche accadere questo.

Nava, neo presidente della Consob: “Le regole europee hanno evitato il peggio per le banche italiane”

Lascia Bruxelles dopo 20 anni alla Commissione europea: «Non sono un banchiere e i banchieri probabilmente mi odiano»

«I regolatori hanno fatto un favore alle banche, perché le abbiamo disciplinate. Se non fossimo intervenuti noi, lo avrebbero fatti i mercati chiedendo di più». Mario Nava, il capo della direzione generale per la Stabilità finanziaria e dei mercati dei capitali (Fisma), si appresta a lasciare Bruxelles dopo vent’anni di servizio nella Commissione europea sapendo di aver contribuito al salvataggio dell’Europa. Un risultato non facile da raggiungere, e scontato non per tutti, soprattutto quando nel bel mezzo della tempesta che dal 2008 si è abbattuta sull’Unione europea e i suoi membri con la moneta unica le turbolenze dei mercati hanno mostrato come fossero in tanti a scommettere che il vecchio continente avrebbe rivissuto le esperienze della grande depressione. Con l’arrivo della Pasqua l’alto funzionario comunitario di lungo corso inizierà la sua nuova vita di presidente dell’Autorità per la vigilanza dei mercati finanziari (Consob), col compito di aiutare l’Italia a rispettare le nuove regole che ha contribuito a forgiare. 

In Commissione europea dal 1994, ha lavorato ai dossier economici più importanti sotto quattro presidenti (Jacques Santer, Romano Prodi, José Manuel Barroso e Jean Claude Juncker), riscrivendo le regole del gioco bancario europeo. La direttiva sui requisiti di capitale per le banche (nota come Crd4) e la direttiva sul risanamento e la risoluzione delle banche (Brrd) portano la sua firma, così come il provvedimento che ha rotto il circolo vizioso tra crisi bancarie e debito sovrano. Le prime due normative hanno posto tetti ai bonus dei banchieri, imposto nuove riserve di capitale e la predisposizioni di piani di risanamento da aggiornare ogni anno, la terza ha gli azionisti della banca saranno i primi a farsi carico dei costi di un’eventuale risoluzione. E’ il regime più noto come «bail-in», in netta contrapposizione a quello di «bail-out» che prevedeva il ricorso di intervento diretto statale, uno dei motivi che ha contribuito a trascinare l’Europa e la sua moneta unica nel vortice della crisi. 

Per il suo lavoro svolto, che qualcuno definisce «epocale», si è ritagliato uno spazio tra i 35 grandi nomi della finanza contenuti nel libro Banchieri (edizioni Aragno). Un riconoscimento che lascia il diretto interessato quasi sorpreso. «Non sono banchiere, e i banchieri probabilmente mi odiano…», dice riferendosi alle regole europee che ha scritto in veste di capo di Fisma, e con cui ha circoscritto il potere di una parte degli attori del mondo finanziario. «Abbiamo avuto degli anni in cui la regolazione era semplice, in cui non succedeva niente», ragiona in occasione della presentazione del libro a Bruxelles. «Poi è successo il 2007 e il 2008», gli anni in cui rispettivamente Bnp Paribas ha sospeso il rimborso di tre suoi fondi per l’eccessiva esposizione ai mutui subprime e in cui è fallita Lehman Brothers. E’ l’inizio della crisi, che tra il 2010 e il 2011 in Europa si propaga dalla finanza privata a quella pubblica. «Allora abbiamo aumentato le norme di circa cinque volte».  

 

Il capo di Fisma e prossimo numero uno di Consob andrà via dalla capitale dell’Ue consapevole di aver contribuito a evitare il peggio. Ma prima di svestire i panni di una vita, invita tutti a fare ciascuno la propria parte. Perchè le misure prese a livello europeo potranno essere anche epocali, a patto che le azioni a livello nazionali siano tempestive. La proposta della Commissione del provvedimento che ha istituito il regime di bail-in, «che esce dai miei uffici», è del giugno 2013, è stata approvata a marzo 2014 dalla commissione Affari economici del Parlamento europeo, approvata dall’Aula ad aprile, ed è entrata in vigore venti mesi dopo. «Se in quei venti mesi si fosse fatto qualcosa si avrebbe della credibilità, ma se dopo venti mesi non si è fatto niente, non si possono chiedere altri venti mesi» di tempo. 

Nava saluta la platea svelando un piccolo segreto alla base della sua carriera. «Il mio contributo è cercare di capire cosa si impara dagli episodi». La crisi è stato un episodio amaramente istruttivo, che è servito comunque a mettere l’Europa al riparo e al sicuro. «Quello che ha salvato il sistema finanziario è stata la presa di coscienza collettiva di prendere decisioni rapide e compiere un’opera correttiva». Nava ha contribuito a dare forma a quest’opera, tutt’altro che semplice, ma capace di far ricredere i mercati e quanti avevano preso a scommettere sulla disintegrazione europea. Il risultato finale è stata ancor più integrazione. Lascia quindi con la coscienza a posto. E con una promessa. «Conto di tornare a Bruxelles». 

EMANUELE BONINI LA STAMPA

UN MINCIONE CHE GRAFFIA CARIGE – ESCLUSO DAL CDA, IL FINANZIERE VUOLE SFERRARE L’ATTACCO A MALACALZA. SI È ALLEATO CON ALTRI FONDI CHE, IN MODO DISCRETO, HANNO APPROFITTATO DEL PREZZO BASSO DELLE AZIONI DELLA BANCA E OGGI POTREBBERO PORTARE IL FRONTE RIBELLE VICINO AL 30%

Gilda Ferrari per la Stampa

 

raffaele mincioneRAFFAELE MINCIONE

La mossa è dirompente e lo scopo, in fin dei conti, è mandare in frantumi l’ attuale equilibrio. Raffaele Mincione è intenzionato a mettere sotto assedio il consiglio di amministrazione di Banca Carige e soprattutto, l’ azionista di riferimento, Vittorio Malacalza.

 

Il “piano B”, secondo quanto è possibile a ricostruire, è un attacco diretto, dopo la richiesta del finanziare romano di poter entrare nella governance dell’ istituto genovese con la lettera spedita al presidente Giuseppe Tesauro. Il progetto di Mincione, confermato da fonti di Radiocor Plus, prevede la revoca e il rinnovo del consiglio di amministrazione attraverso un’ assemblea straordinaria nel caso in cui la richiesta recapitata a Tesauro non fosse presa in considerazione. La strategia ha già tempi stabiliti e dovrebbe concretizzarsi dopo il 29 marzo, successivamente cioè alla riunione dei soci già stabilita: non ci sarebbe infatti il tempo tecnico per presentare le liste.

raffaele mincioneRAFFAELE MINCIONE

 

Le alleanze

Mincione, terzo azionista, è titolare del 5,4% di Banca Carige: una percentuale superiore a quella di molti soci che oggi sono rappresentati nel Cda e che sono progressivamente scesi (è il caso di Aldo Spinelli e della Fondazione). Il peso non è però sufficiente per condurre la guerra a Malacalza.

 

raffaele mincioneRAFFAELE MINCIONE

Per questo nella strategia viene data importanza all’ alleanza con altri fondi che, in modo discreto, hanno approfittato del prezzo basso delle azioni della banca e oggi potrebbero portare il fronte ribelle vicino al 30%. Con questa forza Mincione potrebbe scardinare il Cda che oggi è espressione a larga maggioranza di Malacalza. Gli alleati sarebbero fondi legati all’ Italia, ma comprendono anche investitori istituzionali internazionali disponibili ad appoggiare la mossa del finanziere.

 

E se Malacalza dovesse salire sino al 28% come autorizzato dalla Bce (oggi è al 20%, l’ imprenditore ha preso tempo «fino a giugno» per decidere), l’ ago della bilancia diventerebbe il secondo socio di Carige. Gabriele Volpi oggi è al 9% delle quote e potrebbe decidere così le sorti dell’ assalto alla governance di Carige. I fondi sono animati da diversi interessi, compreso quello di una prospettiva di aggregazione dell’ Istituto persino nel breve periodo.

vittorio malacalzaVITTORIO MALACALZA

 

Il rischio Opa

La richiesta di un’ assemblea straordinaria sarà motivata con un punto all’ ordine del giorno che metterà in chiaro la revoca del consiglio e contestualmente la sua nomina. I tempi per accelerare e sviluppare questa mossa nell’ assemblea del 29 non ci sono, ma Mincione non intende aspettare la scadenza del mandato del cda della Banca che è prevista con l’ approvazione del bilancio 2018 e quindi verosimilmente per la primavera del 2019. L’ investimento di Capital Investment Trust è stato pari a 22,5 milioni di euro, mentre molti dei soci si sono diluiti per effetto dell’ aumento di capitale. C’ è già, intanto, chi paventa la possibilità di un’ Opa obbligatoria nel caso in cui l’ azione di Mincione dovesse attirare un’ adesione così alta da parte degli investitori.dagospia.com

 

 

gabriele volpi1GABRIELE VOLPI1

Corte dei Conti, condanne “salate”

Nel 2017 il risarcimento chiesto dai magistrati contabili ha superato i 13 milioni di euro. Ma spesso è difficile recuperare le somme. Il pg Astegiano: “Non sempre le amministrazioni interessate denunciano”. Fari puntati sulle spese sanitarie: “Investimenti in calo”

Triplicano gli importi delle condanne stabilite dalla Corte dei Conti nel 2017 rispetto all’anno precedente. È quanto emerge dalla relazione della presidente Cinthia Pinottidurante l’inaugurazione dell’anno giudiziario della magistratura contabile piemontese alla Scuola di Applicazione. La sezione giurisdizionale ha emesso condanne per un importo complessivo di 13.572.614,27 euro, “un incremento pari al 148,31 per cento rispetto agli importi delle sentenze di condanna relative al 2016” scrive Pinotti.

Sono dodici le sentenze di condanna eseguite nei dodici mesi appena passati con il relativo incasso delle somme, mentre “in relazione a tutte le altre è iniziata la procedura di recupero”, spiega il procuratore regionale Giancarlo Astegiano nella sua relazione. Per la precisione, nel 2017 sono stati recuperati 986.214,33 euro e nel corso del 2018 si è già raggiunta la somma di 612.313 euro. Queste operazione non è sempre facile, spesso serve l’intervento della Guardia di finanza per effettuare delle verifiche sui patrimoni dei condannati. “In questo modo nel 2017 è stata individuata una situazione nella quale il debitore aveva alienato beni immobili dopo l’inizio del giudizio e quindi si è potuta attivare tempestivamente l’azione revocatoria”, continua Astegiano. In un altro caso sono stati ipotecati gli immobili. I magistrati sono consapevoli che le somme recuperate sono inferiori a quelle delle condanne: “Non è causata da inerzia – scrive il procuratore – ma dal fatto che alcuni danni, anche di importo elevato, sono causati da soggetti che non dispongono di patrimonio mobiliare o immobiliare sufficiente”.

“Non sempre le amministrazioni interessate denunciano”, ha ammonito Astegiano ricordando che “gli illeciti di finanza pubblica sono perseguibili solamente se si attiva un circuito virtuoso fra dirigenti pubblici, titolari di posizioni di controllo che hanno il dovere e l’onere di segnalare fatti pregiudizievoli”. Invece molte sono le denunce arrivate dai consiglieri di opposizione dei piccoli comuni dove non ci sono strumenti di controllo interno: “Fenomeno rivelatore di un disagio che dovrebbe essere affrontato dal legislatore”.

Sulle difficoltà nella riscossione la presidente del consiglio dell’ordine degli avvocati, Michela Malerba ha ricordato che, secondo la riforma del 2016, questa pratica “resta in mano alle stesse Pubbliche Amministrazioni danneggiate, dove lavorano i dipendenti, i dirigenti e  gli amministratori infedeli”. Questo provoca, secondo lei, “un conflitto di interessi”: “Quando l’autore del danno condannato dalla Corte dei Conti è un dipendente, magari con un ruolo dirigenziale, la riscossione non rientra tra le priorità dell’ente, anche per il circolo vizioso che si crea dal momento che le Pubbliche Amministrazioni nelle quali più facilmente si annidano i danni erariali, sono generalmente quelle meno efficienti e trasparenti”.

CAPITOLO SANITA’ – Fari accesi sul settore sanitario, che “costituisce il 74% dell’intera spesa regionale”, ha ricordato la presidente della sezione di controllo Maria Teresa Polito. L’attenzione dei magistrati contabili è ristata alta anche perché nel 2017 sono aumentate le denunce delle Aziende sanitarie e ospedaliere per i risarcimenti a terzi (337 nel 2017, 215 nel 2016, 178 nel 2015) e il numero di processi su questo ambito è rimasto elevato (16 citazioni in giudizio su 49, due in più rispetto all’anno precedente, e 267 fascicoli archiviati). Sulla base di questo osservatorio particolare il procuratore Astegiano ha evidenziato “l’assenza per molti anni di una reale e prospettica programmazione in ordine alla ristrutturazione, riorganizzazione e realizzazione di nuovi presidi ospedalieri”. Questa mancanza “ha comportato scelte episodiche, non sempre lungimiranti, che, comunque, hanno provocato la inutile dispersione di risorse pubbliche”, come ad esempio le spese per ristrutturare ospedali poi dismessi a scapito di altri ben funzionanti ma ormai vecchi, “senza dimenticare che è in corso da molti anni la costruzione di alcuni presidi ospedalieri, programmati e iniziati nei primi anni duemila e ancora oggi, lontani dall’essere ultimati, con aggravio non solo dei tempi ma, anche, dei costi di realizzazione e di entrata in funzione”. Per questo il magistrato ritiene “auspicabile che i nuovi e significativi interventi nell’edilizia sanitaria, attualmente previsti, vengano ben ponderati, progettati e finanziati, così da essere realizzati e utilizzati nei tempi previsti”. Un messaggio, quindi, alle amministrazioni che può essere utile nelle valutazioni per il Parco della Salute di Torino e la Città della Salute di Novara.

Sul tema degli investimenti la presidente della sezione di controllo ha fornito qualche cifra: “Ha subito un forte rallentamento anche nel 2016 passando da un valore di 39 milioni di euro del 2015 a 24,4 milioni di euro nel 2016”. Una frazione bassa rispetto al totale della spesa regionale degli investimenti, passata da 227 milioni del 2015 ai 615 dell’anno successivo: “Gli investimenti in sanità si riducono in termini percentuali attestandosi al 4 per cento”.

Positiva, invece, secondo la presidente Polito, la conclusione del piano di rientro. Migliorano inoltre i tempi nel “tasso di tempestività dei pagamenti dei fornitori”, ma nel 2016 è stata ancora alta “la percentuale di non rispetto delle tempistiche definite”. lo spiffero.it

Anche i bancari piangono (con i clienti)

Diminuiscono filiali e dipendenti. Gli istituti di credito tirano la cinghia per superare gli stress test. La campagna della First Cisl a Torino per proteggere il risparmio: “Istituire il reato di disastro bancario”

Odiate, bistrattate, messe all’indice da cittadini e imprese, ma sempre indispensabili. Sono le banche, colpite anch’esse dalla crisi e soggette ormai da anni a un complesso sistema di riforme volto alla riduzione di costi spesso insostenibili. Basti pensare che dal 2009 al 2016 in Piemonte gli impiegati del settore sono passati da 31.248 a 30.017 con una contrazione del 3,9 per cento e il trend non pare arrestarsi almeno per gli anni 2017 e 2018. Ovunque è diminuito anche il numero delle filiali che nello stesso lasso di tempo si è ridotto da 2.726 a 2.364 (-13 per cento). Il giro di vite è stato particolarmente evidente a Torino, dove gli istituti di credito hanno chiuso ben 201 sedi decentrate, passando da 1.158 a 957, mentre tengono le province di Cuneo (- 8%), Asti (-5%) e Biella(-2%).

È un sistema in evoluzione quello bancario, in cui gli istituti più grandi procedono per accorpamenti e acquisizioni, consolidando il proprio stato patrimoniale (l’ultima operazione in questo senso riguarda Intesa Sanpaolo che ha inglobato Bp Vicenza e Veneto Banca, grazie anche a uno stanziamento statale di 3,5 miliardi); mentre le piccole sopravvivono spesso grazie a uno stretto rapporto con il territorio, leggi in particolare le banche di credito cooperativo, che in Piemonte tengono botta ma nel resto d’Italia traballano.

Dalla fotografia di un sistema che ha bisogno di tornare a godere della fiducia dei cittadini, parte la campagna di First Cisl “Adesso Banca” in cui il sindacato propone sei punti di riforma, in cui viene prevista l’istituzione del reato bancario e la nascita di una procura dedicata ai reati finanziari. Un modo per evitare che succeda un’altra volta quel che già accaduto con Monte Paschi di Siena o le banche venete solo per citare i casi più recenti. “Il sistema bancario è di per sé solidale – spiega il segretario dei bancari Cisl Giulio Romani, che ieri a Torino ha presentato la campagna – se salta un istituto in Emilia gli effetti si riverberano in Piemonte. Per questo bisogna inserire nel quadro normativo delle leggi per impedire che le banche vengano gestite male”.  Tra le proposte della Cisl c’è l’azionariato diffuso attraverso trust di scopo vigilati che tutelino il risparmio, perché “il credito è per definizione uno strumento di lungo periodo ed è difficile che possa utilizzarlo chi ha investimenti a medio o basso periodo, come i fondi speculativi”. Il sindacato propone inoltre maggiori controlli sui prodotti finanziari emessi dalle banche, ma anche offerte formative degli istituti per “istruire” i propri clienti e l’istituzione di vantaggi fiscali per investimenti stabili nel capitale delle banche. Tutte misure che dovrebbero portare a una maggiore protezione del risparmio e a investimenti sempre più consapevoli da parte dei cittadini.  

Secondo Romani “il Piemonte gode di un sistema forte grazie alla solidità dei suoi due principali istituti di credito, Sella e Banca del Piemonte, oltre a Intesa Sanpaolo, che però è sempre più milanese. Qualche contraccolpo potrebbe arrivare dai nuovi parametri sulle sofferenze imposti dalla riforma del credito cooperativo, ma nulla di preoccupante”. Meno ottimista è invece sulla proposta del M5s di costituire una banca pubblica per gli investimenti: “Nel 1990 l’Italia ha fatto una scelta di privatizzazione totale, che a posteriori può essere considerata giusta o sbagliata, ma ormai è irreversibile – dice Romani -. Nel merito, poi, il problema è che una banca si fa coi soldi e oggi non vedo dove possano essere trovate le risorse”.

 Lospiffero.it

L’ESPLOSIONE TECNOLOGICA PROSSIMA VENTURA – I GRANDI FONDI A CACCIA DEL BIG BUSINESS MA AMAZON, GOOGLE, SAMSUNG E APPLE HANNO IN MANO IL POTERE GLOBALE – LA CINA COSTITUISCE UN COMITATO SEGRETO PER STUDIARE NUOVI INVESTIMENTI – BOLLORE’ IMPARA DAGLI ERRORI DEL PASSATO E CONVOCA A PARIGI UN GRUPPO DI ESPERTI DI NUOVE TECNOLOGIE

DAGOREPORT

 

industria hi techINDUSTRIA HI TECH

Vincent Bollorè ha dovuto riconoscere a se stesso che negli ultimi tempi non ne ha azzeccata una. Così, con la modestia che non gli è propria ha fatto un atto di umiltà ed ha convocato uno speciale board composto di personaggi attenti ed esperti di nuove tecnologie.

 

C’è voluto poco per comprendere che ha finora sbagliato strategia nei suoi investimenti. Le telecomunicazioni stanno attraversando una nuova e più profonda trasformazione tecnologica che ha innescato una guerra a livello planetario sia sui contenuti sia nei contenitori.

algoritmoALGORITMO

 

I grandi fondi internazionali l’hanno compreso da tempo ed è per questo che investono ingenti risorse (grazie anche al basso costo del denaro) ora in questa ora in quella società: prima o poi, una imboccherà la soluzione giusta. Da qui gli investimenti random per essere pronti a staccare dividendi.

 

tim cook cinaTIM COOK CINA

Questo fenomeno, però, ne innesca un altro. Ed è la paura sui tempi su chi arriva prima. Così, le grandi aziende del web si stanno, per così dire, specializzando ognuna in un settore. Per esempio, Apple ha scelto la musica; Samsung la fotografia; Amazon punta a diventare il numero uno nell’e-commerce; e Google va verso i contenuti. Con un punto focale per tutti: l’intrattenimento. E non è un caso se la Cina si è buttata sui diritti tv del calcio, primo elemento di questo tipo di industria.

TRUMP XITRUMP XI

 

Proprio Pechino vuole svolgere un ruolo di primo piano nell’esplosione tecnologica che sta coinvolgendo il mercato. Fino a punto di definire nuove direttive agli investimenti stranieri delle aziende Made in China. E’ prevista la fusione fra i diversi fondi operativi in Cina nel settore dell’alta tecnologia: fusioni che terranno conto sia delle specificità sia delle diverse aree geografiche.

la tecnologia migliora la stagione della pensioneLA TECNOLOGIA MIGLIORA LA STAGIONE DELLA PENSIONE

 

Ora che è diventato il nuovo Imperatore di Pechino, poi, Xi Jinping ha costituito in gran segreto una sorta di comitato occulto di consiglieri strategici. Ha raccolto i migliori economisti cinesi che abbiano studiato negli Usa e nel Regno unito ed ha affidato mloro il compito di monitorare con attenzione tutto quel che avviene nel pianeta dell’esplosione tecnologica.dagospia.com

 

Lagarde (Fmi) teme effetto boomerang da riforma fiscale Usa: rischio alta inflazione e boom debito

Christine Lagarde guarda con preoccupazione agli effetti della “complicata” riforma fiscale voluta da Trump. Il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) vede effetti positivi e negativi dalla rivoluzione fiscale negli Stati Uniti: l’aumento di crescita a breve termine, destinato a influire positivamente anche sulla crescita globale, rischia però di surriscaldare l’economia statunitense, ma soprattutto va ad accendere una spia rossa legata all’aumento del debito Usa.

Vantaggi nel breve

Il corposo taglio delle tasse, ha rimarca la Lagarde in un’intervista concessa a Reuters, può alzare il tasso di crescita degli Stati Uniti di circa 1,2 punti percentuali nel triennio 2018-2020, il che dovrebbe contribuire a stimolare la crescita globale e il commercio per alcuni anni. “Gli Stati Uniti sono un’economia molto aperta, e una loro maggiore crescita probabilmente aumenterà la domanda alle altre economie di tutto il mondo e questo è positivo”, ha detto la numero uno del Fmi.

E rischi nel medio periodo

Passando alle possibili controindicazioni, la Lagarde teme che l’impatto dello stimolo fiscale si farà sentire anche sotto forma di surriscaldato sull’economia, con conseguente aumento dei salari e delle pressioni al rialzo sull’inflazione. Dinamiche che andrebbero tutte nella direzione di un inasprimento monetario più deciso da parte della Federal Reserve, rischio che il mese scorso ha scosso i mercati provocando un brusco sell-off sia sulle azioni che sui bond.

La Lagarde, impegnata questa settimana in Indonesia, ha detto nel corso dell’intervista che una preoccupazione più grande è l’aumento dei deficit e del debito USA. Fattori che a partire dal 2022 dovrebbero iniziare a gravare sul tasso di crescita economica.

In tal senso, secondo il Center For a Responsible Federal Budget, il deficit statunitense potrebbe superare quota 1 trilione di dollari già nel 2019 a causa delle forti spese legate a taglio tasse e l’aumento del budget di spesa approvato lo scorso mese.

Titta Ferraro finanzaonline