ANNO 2016 – Tassi da usura: cancellati 10 anni di rate mutuo

Cancellati 10 anni di rate sul mutuo acceso. Sì: è possibile, A dimostrarlo è la sentenza di un giudice di Genova. Protagonisti della vicenda, come riporta il quotidiano Il Secolo XIX, sono due coniugi che avevano acquistato una casa a Sampierdarena, contraendo un mutuo con la BP Covered Bond Srl, del gruppo Banco Popolare.

Secondo le clausole del contratto stipulato con la banca, i due non avrebbero potuto anticipare l’estinzione del debito, salvo il pagamento di una penale. Se avessero invece smesso di pagare le rate, avrebbero poi dovuto sottostare a pagamenti a tassi usura. A metter loro la pulce nell’orecchio un servizio della trasmissione le iene.

A questo punto la copia si rivolge all’Avvocato Rosa Chiericati che chide la sospensione dei pagamenti al Giudice che gli da ragione.

Usura bancaria. Confedercontribuenti a fianco dei clienti rapinati con spese ed interessi. Eclatante Banco Popolare di Verona

Molto spesso, nei contratti bancari, la pattuizione usuraria è mascherata in quanto, i tassi e le commissioni indicate, risultano essere sotto al tasso soglia di usura vigente ma poi analizzando il caso concreto, in virtù delle modalità di calcolo, che variano a seconda dell’utilizzo del conto, tali tassi, apparentemente sotto soglia, diventano poi tassi effettivi che superano il suddetto tasso soglia.

 “Sono circa 800 i casi di usura bancaria che stiamo seguendo su tutto il territorio nazionale: se si analizzano i contratti, in oltre l’85% dei casi si scoprono anomalie nei calcoli.  Il caso eclatante, che non da spazio a interpretazioni e orientamenti giurisprudenziali,  ci è capitato in varie occasioni, con una grande banca del Veneto, nel quale abbiamo riscontrato  nel contratto bancario, un tasso debitore pattuito già di per se stesso, superiore al tasso soglia, quindi senza  ombra di dubbio sulla pattuizione usuraria.  Questa è una evidente promessa usuraria, punibile penalmente  ai sensi art 644 cp e in combinato disposto con art 1815 cc, prevede la non debenza di alcun interesse e tutti gli interessi pagati su quel conto corrente devono essere restituiti” – dichiara Alfredo Belluco vicepresidente nazionale e presidente veneto di Confedercontribuenti.

Indennità di sconfinamento, commissione di istruttoria veloce, prelievi salva-banche sono alcune delle voci che farebbero lievitare i tassi di interesse praticati dagli istituti di credito. Caso eclatante sarebbe quello del Banco Popolare di Verona: l’istituto di credito aveva inserito nei sui contratti un’indennità di sconfinamento  che variava in base all’entità del debito facendolo lievitare a cifre impossibili da saldare che arrivavano fino a 600 euro giornalieri. Nonostante  l’abolizione di questi oneri e l’introduzione di una commissione “tutto compreso” le cose non sarebbero cambiate. Pertanto ci si trova di fronte a correntisti strozzati ed istituti di credito che dichiarano “crediti deteriorati”.

“I crediti deteriorati NPL richiesti dalle banche, specialmente di importo medio basso sono contestabili per tutta una serie di illeciti contabili, civili e penali. Le spese e le commissioni, molto spesso, non sono correttamente pattuite e quindi non dovute e ovviamente, devono essere restituite. Quando si supera il tasso di interesse effettivo e globale ai fini dell’usura, scatta la sanzione penale, che può arrivare fino a 15 anni di reclusione.” – spiega Belluco.

L’ultima trovata degli istituti di credito sarebbe una modifica unilaterale del contratto che prevede l’addebito di un importo seppure esiguo  che andrebbe a alimentare il fondo nazionale di risoluzione delle crisi bancarie.

Una volta ad esser rapinata era la banca. Nell’era dei pirati in giacca e cravatta sarebbero  i banchieri  a rapinare i correntisti!

Il cliente deve essere libero di scegliere.

Su questo prelievo forzoso mai previsto dal Governo sarebbe stata presentata una interrogazione parlamentare al Ministro Padoan con la richiesta di agire e fermare i prelievi irregolari.

“Confedercontribuenti offre ai propri associati preanalisi gratuita dei rapporti e supporta in caso di irregolarità l’iter per il ripristino della legalità. Per noi l’usura è un reato sia se praticata da criminali che da banchieri in giacca e cravatta. Le imprese e le famiglie hanno bisogno delle banche con cui collaborare per lo sviluppo economico di un territorio e non per accompagnarle alla deriva.  Abbiamo bisogno di un sistema bancario diverso che concepisca  l’imprenditore e la famiglia come una risorsa per tutti.  Se l’impresa può produrre, crea occupazione e genera consumi” – interviene Carmelo Finocchiaro presidente nazionale di Confedercontribuenti.

ANNO 2012 – Avallava le operazioni di Belsito sospeso funzionario di Banca Aletti

IL FUNZIONARIO della Banca Aletti, che teneva i rapporti con l’ ex tesoriere della Lega Nord, Francesco Belsito, e che ne aveva sempre controfirmato le operazioni, è stato temporaneamente sospeso dal suo incarico. È quanto emerge da alcuni documenti nell’ ambito dell’ inchiesta della Procura della Repubblica di Milano sui conti della Lega Nord. Il 23 aprile 2012 al funzionario è stato notificato un provvedimento di allontanamento temporaneo dal servizio. In oltre, si legge negli atti: “Con riserva di formulazione di contestazioni disciplinari». La decisione dell’ istituto di credito genovese di via Due Dicembre è stata presa in quanto «allo stato attuale, per essendo la situazione esterna in continua evoluzione, emergono anomalie definibili come non conformità operative, in particolare per quanto attiene la carente raccolta dei poteri di firma, e un ruolo prevalente» di un funzionario, con il quale sarebbero incardinati i rapporti della Lega Nord e di Francesco Belsito, quindi referente della relazione». Secondo quanto emerge sulla contabilità del Carroccio, l’ ex tesoriere dall’ aprile del 2007 aveva “carta bianca” presso la Banca Aletti di Genova. Dalla documentazione emerge che «Belsito ha operato seguendo la medesima prassi del suo predecessore: nei confronti del parlamentare Maurizio Balocchi (deceduto nel febbraio 2010, al quale faceva da autista e dal quale ha ereditato il ruolo di cassiere) non esisteva un documento della Lega che ne limitasse i poteri. C’ è di più. Stando a quanto avrebbe fatto sapere la direzione di Banca Aletti vi era una delega a favore di Belsito, proprio a firma dell’ onorevole Balocchi, datata proprio 16 aprile 2007 e una procura generale, oltre ad una procura su deposito titoli del 7 agosto 2008, riferita sia a Balocchi che a Belsito con firme disgiunte. Per questo Banca Aletti in passato non ha insistito a richiedere la formalizzazione dei limiti e dei poteri. Secondo quanto è stato ricostruito dalla Guardia di Finanza di Milano e dai carabinieri del Noe di Roma, dagli atti dell’ inchiesta sui fondi neri della Lega, tra la fine di dicembre 2009 e l’ aprile del 2010 l’ ex tesoriere Belsito (indagato per truffa ai danni dello Stato e distrazione di fondi pubblici, nel frattempo sospeso dal Carroccio) ha versato su un conto corrente intestato a Renzo Bossi, presso la filiale di Genova della Banca Popolare di Novara, 4 mila euro per coprire il rosso della sua carta di credito. Soldi giustificati come «bonifico-conto studio-rimborso spese». Dai documenti risulta che il conto è immobilizzato da più di un anno con un saldo di circa 32 euro.

ANNO 2016 – Popolare, per Saviotti si volta pagina ma a quale prezzo?

Al 30 giugno 2015 le esposizioni nette deteriorate sono di 14,1 miliardi di euro  (sofferenze, inadempienze probabili ed esposizioni scadute e/o sconfinate): soldi utilizzati per fare cosa? Saviotti ci dica come sono stati impiegati quei 28 mila miliardi di vecchie lire.

Al 30 giugno 2015 le esposizioni nette deteriorate sono di 14,1 miliardi di euro  (sofferenze, inadempienze probabili ed esposizioni scadute e/o sconfinate): soldi utilizzati per fare cosa? Saviotti ci dica come sono stati impiegati quei 28 mila miliardi di vecchie lire.

Ritrova l’utile il Banco Popolare, titola soddisfatta l’Arena di mercoledì 10 febbraio, ed esulta l’amministratore delegato Pier Francesco Saviotti: «Sono sereno, questi numeri mi sono piaciuti e sono la base per affrontare il 2016, anno non facile, con assoluta serenità». Sereno, a dire il vero, lo è sempre stato, diversamente dai piccoli azionisti veronesi che da anni si curano un’insonnia cronica e si leccano sanguinose ferite. «La missione è compiuta», aggiunge, «dopo anni di sacrifici e nonostante la montagna delle sofferenze».

Una montagna? A guardar le cifre si direbbe un’intera catena alpina: 14,1 miliardi (in vecchie lire la cifra rende meglio l’idea: 28 mila miliardi!) di esposizioni nette accumulate in questi ultimi anni nei quali l’amministratore delegato non erano né il signor Rossi né il ragionier Bianchi, ma pur sempre il dott. Saviotti, e nel board del Banco c’erano più o meno gli stessi che oggi firmano il bilancio “risanato” e continueranno imperturbabili a farlo per chissà quanto tempo ancora. Magari con una bella gratifica, ora che i conti sono sistemati, anche se, come dice il giornale, la raccolta diretta è diminuita, gli impieghi lordi sono scesi, quelli del settore leasing pure e le sofferenze sono “soltanto di 803 milioni”.

Solo ad un ingrato, siamo onesti!, verrebbe da chiedergli le dimissioni o almeno una sforbiciatina a certi più che lauti compensi, prima di chiudere qualche altra filiale o ridurre di un altro poco (o tanto? staremo a vedere) il personale, quello, per intenderci, da 2.000 euro al mese. E gli azionisti di cosa dovrebbero lamentarsi? Di un misero 20-30% , o forse più nel computo degli ultimi anni, svanito del valore delle loro azioni? «Bisogna guardare alla BCE, e non al Consiglio di amministrazione della banca», ammonisce ancora il CEO (che per sfortuna dei risparmiatori non è il ChievoVerona, ma il Chief Executive Officer: in inglese la frittata si rivolta meglio): mica è colpa sua, sono stati quei cattivoni di Francoforte a combinare tutti i guai.

Forse però, visto che scheletri nell’armadio nessuno li ha, sarebbe finalmente il caso di una bella operazione trasparenza e far sapere a chi o per cosa sono stati impiegati o prestati quei 28 mila miliardi di lire. A progetti di start-up innovative? A giovani coppie di sposi per l’acquisto di una prima casa? A studenti, per pagarsi gli studi e farsi una formazione professionale? A piccoli artigiani? A chi non ha subito tutti i soldi per pagarsi le cure mediche? Perché per tutti questi soggetti, a quanto ne sappiamo, accedere ad un finanziamento anche minimo è una sorta di via crucis frustrante ed umiliante e se, per caso, il conto va in rosso per qualche decina di euro la telefonata dalla banca li raggiunge, implacabile, in tempo reale.

Intanto, il Banco Popolare si prepara alle nozze con l’omologo milanese, che per una buona fetta di dipendenti non saranno riparatrici. E forse nemmeno per gli azionisti, perché quando a voce troppo alta si esclude un aumento di capitale, beh allora…

ANNO 2008 – Banco Popolare, il mercato sanziona l’esposizione al crack Madoff

Banco Popolare resta in forte ribasso nella mattinata di Piazza Affari, sui timori di una esposizione dell’istituto al crack del finanziere Bernard Madoff, arrestato per una truffa da 50 miliardi di dollari. A metà mattina il titolo della banca cedeva il 3,8% a 4,9925 euro dopo aver toccato un minimo di 4,855.

Il Banco Popolare è infatti socio in Aletti Gestielle Alternative di Union bancaire privée (Ubp), la banca svizzera coinvolta nel caso Madoff. L’esposizione dei clienti della Ubp rappresenterebbe “meno dell’1% degli asset totali in gestione alla banca”, stando ad una nota del gruppo.

Tuttavia Ubp, uno dei principali soggetti di fondi di fondi hedges, secondo voci di stampa potrebbe perdere fino a 1 miliardo e annovererebbe fra la clientela molti italiani. La banca in ogni caso spiega di avere un indice patrimoniale Tier 1 al 16%, il doppio della soglia dell’8% prevista dalla normativa.

Banco Popolare invece ha fatto sapere stamane che la perdita massima su fondi distribuiti a clientela istituzionale e privata è valutata 60 milioni di euro, mentre per l’istituto l’effetto Madoff si limita a 8 milioni. “Se il titolo scende così è perché il mercato teme comunque che l’esposizione sia più ingente del previsto”, osservava un trader prima del comunicato Popolare.

Inoltre, ricordano gli esperti di UNICREDIT , la banca aveva firmato un accordo vincolante con Ubp per la cessione del 50% di Aletti Alternative che avrebbe dovuto generare un guadagno pretasse in conto capitale di 78 mln euro, aumentando il Core Tier 1 di 9 punti base. Alla luce di quanto è successo però l’operazione potrebbe essere rivista.

La notizia comunque, concludono gli analisti, non è drammatica per l’istituto ma apre chiaramente un nuovo tema relativo alla reputazione del Banco che potrebbe pesare sull’evoluzione dell’Aum (Asset Under Management) e perciò sulla profittabilità. Il broker conferma comunque rating hold con target price a 10,41 euro. 

Intanto, aumenta di 15 miliardi circa il totale delle esposizioni di istituti e fondi internazionali nei confronti del fondo gestito da Bernard Madoff. Secondo varie indiscrezioni trapelate da giornali e da ambienti finanziari, oltre alle dichiarazioni ufficiali rilasciate da varie istituzioni finanziarie, almeno altri 11 soggetti sarebbero infatti coinvolti nel crac dell’hedge fund americano.

Il Wall Street Journal riporta perdite di 1,8 miliardi di dollari per il fondo Ascot partners e di 280 milioni per Maxam Capital management. Bloomberg parla di un rosso di 1,4 miliardi per Access international advisors.

Barclays, che non commenta le indiscrezioni, avrebbe un’esposizione “minima”. Secondo Le Temps. ci sarebbero perdite di 230 milioni per il fondo di hedge fund Eim group e la svizzera Reichmuth & Co ha dichiarato che il fondo di fondi Reichumth Matterhorn ha un’esposizione intorno a 325 milioni.

Tra gli altri soggetti esposti verso Madoff risultano gli hedge fund Fairfield Sentry Ltd per 7,3 miliardi, Kingate Global Fund per 2,8 miliardi, la private bank svizzera Benedict Hentsch per 47 milioni e Bramdean Alternatives ltd. Quest’ultimo, guidato da Nicola Horlick, ha dichiarato che il 10% delle holding sono esposte a Madoff.

Cattolica Ass./Banco Bpm: limati dettagli accordo bancassurance

Messi a punto gli ultimi dettagli, Banco Bpm e Cattolica Ass. hanno raggiunto oggi un accordo definitivo per avviare una collaborazione nella bancassicurazione.

Dopo fitti colloqui intercorsi tra le parti nelle ultime due settimane, questa mattina il Cda del gruppo veronese ha infatti esaminato e approvato le condizioni definitive della partnership di lungo termine che nei prossimi anni legherà la compagnia guidata da Alberto Minali all’istituto di piazza Meda.

A mercati chiusi, secondo quanto si apprende, i due gruppi dovrebbero pertanto ufficializzare i termini dell’intesa secondo cui Cattolica acquisirà una quota intorno al 60% nel capitale di Popolare Vita e di Avipop Assicurazioni (il 100% del perimetro è valutato attorno a 1,3 miliardi di euro), sottoscrivendo nel contempo un accordo di lungo termine per il collocamento di prodotti Vita e Danni attraverso la rete ex-Banco Popolare.

Lo scorso 17 ottobre, al termine di un lungo processo competitivo, Cattolica era riuscita a battere la concorrenza dei francesi di Covea e aveva ottenuto una fase di negoziazione in esclusiva che si conclude appunto oggi. Per Banco Bpm, l’accordo messo a punto con la compagnia veronese rappresenta un ulteriore tassello dell’articolato processo di riorganizzazione che ha fatto seguito al matrimonio tra B.Popolare e B.P.Milano, teso a eliminare le inevitabili sovrapposizioni che si erano venute a creare con la fusione.

Tra queste, in estate era avvenuta la separazione dallo storico partner Aviva, che a fine agosto aveva rivenduto a Banco Bpm la propria quota nella jv Avipop (50% più un’azione) per 265 milioni di euro. Tale decisione aveva fatto seguito alla disdetta dell’accordo distributivo deciso proprio da Piazza Meda. In Italia, la società – nata nel 2007 grazie a un accordo stretto con l’ex Banco Popolare – distribuisce prodotti assicurativi, in particolare quelli relativi al Ramo Danni, attraverso la rete di sportelli di Banco Bpm.

Capitolo a parte merita il rapporto che legava fino a qualche mese fa piazza Meda al gruppo Unipol, con il quale tuttavia la rottura degli accordi preesistenti era nell’aria da tempo. Giá nel dicembre dello scorso anno i due partner avevano infatti deciso di non rinnovare ulteriormente la jv nella bancassicurazione, ma si erano presi qualche mese di tempo per cercare di negoziare un’intesa che poi non è stata trovata. Così, a fine giugno UnipolSai aveva esercitato il proprio

diritto d’opzione per cedere la propria quota di Popolare Vita, anche in

virtú del fatto che – nel frattempo – quest’ultima aveva disdettato

l’accordo distributivo legato ai prodotti assicurativi con la rete ex

B.Popolare. La partita resta tuttavia aperta, poiché le parti sono ancora in (forte) disaccordo sulla valorizzazione della quota. Il gruppo bolognese valuta infatti il 50% più un’azione in suo possesso 700 milioni di euro, mentre secondo la controparte lombardoveneta il valore della quota è esattamente la metà: 350 milioni di euro. Indiscrezioni del fine settimana parlavano di un’indicazione salomonica che Bdo, arbitro che è stato chiamato a dirimere la disputa, avrebbe fornito ai due contendenti, valutando la partecipazione in mano a UnipolSai 585,5 milioni di euro.

ANNO 2009 – ITALEASE QUATTRO MILIARDI DI INCAGLI E DI IMBECILLI.

Italease viaggia ad un ritmo elevato di incagli immobiliari oggi giunti a circa 4 miliardi,mattoni acquistati durante il boom immobiliare a seguito dei faraonici progetti dei  furbetti del quartierino ,che sul mercato compravano a qualsiasi prezzo senza tener conto di alcuna analisi fisiologica della redditività dell’investimento immobiliare.Erano gli Statuto,i Ricucci,i Coppola e gli Zunino,immobiliaristi più o meno brutti,venuti fuori dal nulla,capaci di volare a mezz’aria per le arie che si davano,quasi fossero i conquistatori del tempo.Erano insieme nella scalata addirittura al Corriere della Sera.Se si fosse immaginato che le loro gambe erano fatte di argilla,sai che risate anche all’epoca .

Oggi miseramente cadono tra le macerie del mercato che hanno contribuito a drogare ,grazie alla facinoleria con la quale banche come Italease concedevano i finanziamenti.

Ci domandiamo come mai alla guida di Italease vi siano stati amministratori senza controllori,le cui gesta pur riempiendo le pagine dei giornali ,nessuno si accorgeva dell’estrema gravità dei fatti,eppure proprio io qualche anno fà comunicavo all’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e alla Banca d’Italia che stavamo correndo il rischio dello sgonfiamento del mercato immobiliare,con tutto quello che comporta oggi.Gli azionisti di Italease sono altri bifolchi massacrati dalla ingiustizia di un paese di delinquenti.

Questa è un’altra lezione di come in Italia l’equilibrio,la qualità professionale e sopratutto il merito della conoscenza siano inascoltate.Ma adesso gli Dei dell’Abbuffata immobiliare ,piangono lacrime amare,noi che andiamo piano ci godiamo queste belle giornate di sole,sperando che nel prossimo futuro,le banche affidino a società serie il controllo e le analisi anche del settore immobiliare.

L’amaro in bocca me lo lasciano i giornali e Nomisma,quasi tutte le analisi tecniche del mercato,se andate a rileggere titoli e dichiarazioni,sembrano le parole stonate di un manipolo di folli senza alcuna idea di cosa sia la prospettiva economica del settore in cui immaginano di lavorare.

 

Per due anni il nuovo management ha tenuto insieme i pezzi del gruppo, tentando di porre rimedio ai danni della vecchia gestione. Ma ora Banca Italease sembra giunta al capolinea: il portafoglio crediti ereditato dalla gestione di Massimo Faenza registra incagli per quasi 4 miliardi di euro. Un fenomeno esploso nei primi mesi del 2009 che riguarda in particolare i leasing erogati a una trentina di immobiliaristi. Per adesso le rate dei leasing non pagate alla banca valgono 190 milioni di euro, ma le rettifiche decise su quel portafoglio crediti superano gli 800 milioni e la società – che nel 2007 ha già varato un aumento di capitale da 700 milioni per compensare le perdite nel settore dei derivati – è pronta a lasciare Piazza Affari. 
Salvo ulteriori rinvii, domenica pomeriggio il Banco Popolare convocherà d’urgenza i consigli di gestione e di sorveglianza per deliberare il salvataggio della partecipata presieduta da Lino Benassi. 

Come ha spiegato nei giorni scorsi l’amministratore delegato del Banco Popolare, Pier Francesco Saviotti, «si è molto vicini alla soluzione di una lunga e complessa trattativa per la definitiva sistemazione di Italease». Un salvataggio di sistema voluto dalla Banca d’Italia e reso possibile «in tempi brevissimi» grazie alla «professionalità e disponibilità di tutte le banche pattiste». Insomma, in vista del consiglio d’amministrazione di Italease sui conti del 2008 (convocato al momento per il 19 marzo) i grandi soci bancari si apprestano ad annunciare lo smembramento in tre parti della società di leasing e il suo delisting da Piazza Affari. Al salvataggio, guidato dal Banco Popolare e dalla Bper, con il contributo di Popolare di Sondrio e Bpm, non dovrebbe partecipare la Reale Mutua, cui inizialmente era stata offerta una quota della Newco in cui verranno scorporati parte degli attivi di Italease. Un’impasse parzialmente attesa che aumenterà l’impegno del Banco Popolare nel salvataggio, ma senza conseguenze sostanziali per il gruppo di Verona. Saviotti ha già spiegato in settimana che «qualunque sia la soluzione finale, il Banco Popolare ha la forza patrimoniale e finanziaria per fronteggiarla». Rassicurazioni – «non avrei mai portato a termine una trattativa del genere se non avessi avuto la capacità di poterla gestire oggi, domani e dopodomani con assoluta tranquillità» – che hanno contribuito a spingere al rialzo le quotazioni del Banco Popolare: +31% nelle ultime quattro sedute. Ieri il titolo di Verona ha chiuso in progresso del 2,93%, a 2,46 euro.

Domenica, presumibilmente, si conosceranno le quote esatte con cui i grandi soci di Italease si divideranno le attività e le passività dell’istituto di leasing. Il piano messo a punto con la consulenza di Mediobanca prevede che il Banco Popolare acquisti il 100% del capitale di Banca Italease. Ma il leader italiano del leasing, guidato in questi due anni di emergenza da Massimo Mazzega, scorporerà prima in una newco una parte delle attività (5,9 miliardi di asset) così come conferirà ad una bad bank tutti i crediti problematici. Il Banco Popolare, che ha già fatto richiesta al Tesoro di 1,45 miliardi di euro di “Tremonti bond” per rafforzare i ratio patrimoniali, sarà dunque chiamato ad acquistare metà dei 20 miliardi di attività di Italease – circa 10 miliardi di euro che diventeranno 8 dopo la prevista vendita della società di factoring – e il 70% del capitale della “bad bank”.
Ieri un consiglio straordinario di Italease, cui è seguito in tarda notte la riunione del patto di sindacato, ha valutato il deterioramento degli attivi della banca. L’esplosione degli incagli di Italease è importante. Nonostante la riduzione delle attività nel settore immobiliare, voluta dal nuovo management a partire dal 2007, i finanziamenti della vecchia gestione a un gruppo ristretto di immobiliaristi hanno creato una concentrazione di rischi che con la crisi finanziaria di questi mesi ha deteriorato rapidamente il portafoglio crediti. Gli incagli per quasi 4 miliardi di euro fanno capo per il 90% a poche società attive nel settore immobiliare. Fra i nomi dei debitori ci sono le società di Danilo Coppola e la Risanamento di Luigi Zunino.

 

ANNO 2010 – BANCO POPOLARE ITALEASE,PIERFRANCESCO SAVIOTTI LA FAVOLA DI PINOCCHIO,DEL GATTO E LA VOLPE.

Dalle alchimie della finanza creativa,adesso le banche passano alle alchimie del mattone creativo.L’invenzione Della Verità del Banco Popolare di Pierfrancesco Saviotti.Travolte le normative a rispetto del paesaggio e del territorio.Elusione degli importi di oblazione della legge 47/85.Le asseverazioni di architetti compiacenti per la realizzazione di opere del tutto difformi e illegittime.L’Ordine degli architetti deve intervenire.

“Sappiamo cosa fare con Italease”,ha dichiarato l’a.d. di Banco Popolare Pierfrancesco Saviotti,alla comunità finanziaria italiana,nel tentativo di convincere che con il nuovo corso le cose sono cambiate e dobbiamo dimenticarci delle scorribande di Gianpiero Fiorani & company.Ma mi viene il ….

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Pinocchio , il Gatto e la Volpe.

…sospetto di comprendere bene,se l’istituto finanziario che elargiva fidi a tutto spiano e senza garanzie,ad amici e uomini politici,come Brancher e Calderoli,in fondo in fondo non sia rimasto lo stesso,nello spirito e negli uomini.

Quando infatti Pierfrancesco Saviotti sostiene a gran voce che conosce cosa c’è dentro Italease ,vale a dire gli immobili,dice una cosa falsa,perchè dalla nostra inchiesta si percepisce tutto il contrario.E vediamo perchè:

l’inchiesta di Corsera.it ,sulla gestione immobiliare di Bipielle real estate,ha messo il dito sulla malagestio del principale ufficio di gestione delle dismissioni immobiliari del gruppo.L’ufficio che dovrebbe essere il vanto del nuovo Banco Popolare,è al contrario finito in giudizio citato per danni,a causa dell’inadempienza contrattuale …

….provocata da una scandalosa gestione del processo di vendita.Una delle più belle proprietà immobiliari del gruppo,un palazzo a fontana di Trevi,oggetto della concupiscenza di Gianpiero Fiorani, che ne voleva fare la sua reggia nel cuore della Capitale.La Bipielle real estate gestisce la vendita del palazzo,che insieme ad altre proprietà appartenute a Stefano Ricucci,sono oggetto di una delibera della Banca per procedere alla loro dismissione.A capo della Bipielle real estate siede Marco Mezzadri,un ex Gabetti,coadiuvato dal fido Cazzarà,un geometra proveniente dal gruppo Fabbroni di Bologna.

La vendita della lussuosa proprietà immobiliare finisce in tribunale.L’acquirente a pochi giorni dal rogito sollecitava la BPL a produrre la relativa documentazione urbanistico edilizia,tra cui,e citiamo testualmente:

copia integrale di tutte le domande di concessione edilizia in sanatoria;copia delle rettifiche delle concessioni in sanatoria;copia del certificato di agibilità;copia di attestazione energetica ed in merito alla DIa e alla sua variante,il fine lavori,certificato di collaudo,accatastamento…

Nella medesima lettera di richiesta,il compratore,evidenziava che: le unità immobiliari promesse in vendita insistono al contrario di quanto indicato nel preliminare,in due particelle la 244 e la 356,ma la prima risulta essere intestata ad altro soggetto giuridico e non a BPL.

Banco Popolare procedeva alla vendita di un immobile,sito su una particella che non risultava essere di sua proprietà.

Sussisteva dunque un gravissimo problema sotto il profilo sia delle rettificazioni degli atti notarili che delle note di trascrizione precedenti in cui non si menziona la particella 244 e sia sotto il profilo della volturazione in sede catastale.E’ infatti sin troppo evidente ,che quando si acquista una proprietà immobiliare,oltre ad avere il diritto di ricevere un bene correttamente identificato,deve essere garantito anche un acquisto sicuro sotto l’aspetto della opponibilità nei confronti dei terzi.

Ma andiamo avanti in questa storia grottesca.

La Bipielle procedeva al riaccatastamento delle proprietà immobiliari promesse in vendita,ma stranamente queste risultavano adesso insistere non soltanto sulla particella 356,quella promessa in vendita,bensì su due particelle 244 e 356,ovvero esclusivamente sulla 244 e venivano identificate con nuovi subalterni in maggioranza insistenti sulla particella di proprietà di Edilroma 76 srl e non dunque della Bipielle real estate.Ma la cosa singolare è che la particella 244 veniva dichiarata soppressa dal Notaio Arcangeli ben 16 anni prima,circostanza confermata anche dal successivo atto di compravenita a ministero del Notaro Biasini del 2002.

In realtà,quanto risultava dagli atti di provenienza non trovava riscontro nelle visure effettuate dalal società acquirente prima di addivenire alla stipula notarile da cui emergeva che la particella 244 del foglio 478 non solo sussistesse,ma risultasse intestata a soggetto giuridico diverso da BPL.

La Bipielle rispondeva,sostenendo che quando accertato dall’atto Arcangeli fosse corretto per poi,contraddittoriamente,procedere ad un riaccatastamento in base al quale i beni compromessi risultavano insistere o sulla particella 244 o sulla particella 356.

La Bipielle dunque procedeva alla vendita di uncompendio immobiliare,in cui la maggior consistenza insisteva su di una particella che nei registri immobiliari risulta in capo ad altro soggetto giuridico,in quanto mai trasferita e dall’altro,senza alcuna corrispodenza tra questi e i beni descritti negli atti di provenienza e nelle relative note di trascrizione.

La Bipielle inoltre al momento del rogito notarile,non adempie ad un suo proprio dovere,ovvero quello di consegnare il certificato di agibilità,che come noto costituisce requisito essenziale dell’immobile,ai fini del compimento di quella funzione economica sociale,indispensabile dunque per il corretto adempimento contrattuale.L’orientamento della giurisprudenza oggi è monolitico in questo senso.

Ma fatto ancora più grave,è che la Bipielle real estate,si presenta al rogito notarile con un termine indicato essenziale di adempimento senza le rettiche delle concessioni in sanatoria,necessarie per la regolarizzare le concessioni in sanatoria afferenti abusi edilizi commessi sui beni compromessi,rilasciate addirittura dieci anni prima 1999.Come mai dopo dieci anni la Bipielle real estate non era riuscita ancora ad ottenere le rettifiche? Mezzadri e Cazzarà cosa fanno? Dormono? Eppure gli azionisti del Banco Popolare pagano dei lauti stipendi.

Sull’immobile in questione,risultavano nel corso dell’anno 1986 essere state presentate ex L.47/85 delle istane di condono per sanare illegittimità urbanistico edilizie ivi dichiarate,come ultimate nell’anno 1962.Sennonchè dall’elaborato grafico allegato alle domande di condono così come le successive planimetrie presentate in Catasto a completamento della documentazione integrativa di Condono,rappresentano uno stato dei luoghi assolutamente contrastante con quanto riportato nelle planimetrie allegate nei successivi rogiti dei notai Bianchi e di Arcangeli.

Sovrapponendo le planimetrie si poranno facilmente osservare diverse destinazioni d’uso,ma anche una diversa distribuzione dei locali che evidenziano lavori che non sono stati rappresentati nel richiesto condono nè in alcun altro atto successivo.Da qui la considerazione che tali lavori debbano intendersi eseguiti abusivamente e comunque mai sanati.Fatto dirimente ove si osservi che nel rogito Arcangeli(facendo seguito a quanto dichiarato anche nell’atto Bianchi)si dichiara,in maniera si deve ritenere non rispondente al vero,che alla data di presentazione del condono(1986):” l’immobile non ha subito modifiche ala situazioine edilizia esposta nella domanda in sanatoria.”

E’ da notare che le domande nonchè le concessioni in sanatoria riportano,quale particella riguardante l’intervento,esclusivamente quella distinta con il numero civico 356 del foglio 478 e non già la particella 244 del medesimo foglio,mentre di contro,le parti pretese condonate insistono per oltre un terzo sulla particella n.244 dello stesso ovvero esclusivamente su quest’ultima.

Inoltre è mancata la produzione dei nullaosta ambientali in regione dei vincoli presenti nella zona ove ricade l’immobile(zona A-centro storico)Peraltro nel provvedimento dei Beni Ambientali,ai fini del rilascio del condono,secondo la relazoine dell’arch.Fabio Sebastiani di parte promittente venditrice(BPL ndr)vi saebbe la seguente condizione:”ripristino delle aperture delle finestre sui prospetti laterali.”Prescrizione,che stando allo stato attuale dei luoghi non risulta essere stata rispettata.

Inoltre anche le superfici condonate risultano ,così come indicate nelle singole concessioni in sanatoria rilasciate, di gran lunga inferiori rispeptto a quelle da condonarsi.

Il compendio immobiliare ha continuato a subire trasformazioni a mezzo di denuncia di inizio di attività e successiva variante,tutte fondanti la propria efficacia sul presupposto della validità del condono rilasciato.Di qui l’illegittimità derivante delle D.I.A presentate.

Ma vi è ancora di più,attso che la DIA e la variante sono di per sè illegittime per plurimi motivi.E’ bene precisare che l’istituto della DIA consente,per norma e prassi consolidata,solo alcuni limitati interventi di manutenzione interna e non già ad esempio la variazionie dell’altezza dei solai così come la realizzaaione di scala interna di collegamento tra due piani.

 Ebbene nella relazione della D.I.A. dell’arch.Giovanni Saulle,viene,si deve ritenere artatamente,introdotta la richiesta di demolizione e ricostruzione di una scala di collegamento tra il piano terra ed il solo primo piano,dando quindi per esistente nell’ante operam e nel post operam la scala medesima che non esisteva in Verità.

Bene nella stessa planimetria raffigurante l’ante operan della DIA,detta seconda scala non viene graficizzata(così come non lo è mai stata in alcun elaborato concernente il fabbricato).Vi è quindi la prova certa che detta seconda scala non vi era ed è stata realizzata illegittimamente con la DIA.

La realizzazione di detta scala,che ha comportato l’accorpamento del piano terra e del primo piano uffici) è quindi avvenuta in violazione dell’art.26 delle NTA del PRG “tessuti di origine medioevale” ove si ammette “all’interno della stessa unità edilizia,l’accorpamento di unità immobiliari contigue in orizzontale in verticale ” “senza realizzare nuove scale” ed ove comunque si vietano destinazioni commerciali superiore a 250mq,prescrizione quest’ultima non rispettata atteso che l’accorpamento tra il piano terra e il primo piano ad uffici,supera di gran lunga detta misura.

La Bipielle inoltre,realizza con le opere della DIA,un frazionamento del fabbricato,creando due organismi edilizi nuovi e separati,quello ceduto al compratore e quello rimasto in proprietà alla Bipielle real estate,vietato anche questo dalla normativa del PRG e che semmai sarebbe dovuto essere assistito legittimamente da un permesso a costruire in snatoria ex art.36 del DPR n.380/2001.

Da ultimo veniva in evidenza che lo stato dei luoghi rappresentato nell’ante operam della D.I.A. non coincide con quello rappresentato ne post operam dell’elaborato grafico di condono.

Addirittura in questo bailamme di illegittimità,si evince che il piano terra aveva già assunto una destinazione d’uso,agenzia bancaria,in realtà non assentita dal condono,che diversamente autorizzava la sola destinazione commerciale venendosi a creare un diverso carico urbanistico(da basso a medio alto) vietato dalla normativa del PRG art.6 e 7.

Dinanzi a tutto questo i due tecnici di Bipielle real estate.architetti Saulle e Sebastiani,rispettivamente nella relazione alla DIA ed alla variante,asseverano,incredibilmente,che le opere realizzate sono conformi agli strumenti urbanistici adottati e approvati e che non comportato pregiudizio alla statica dell’edificio(quando in realtà si demolisce un solaio,si crea una fondazione per una nuova scala in ferro,si demoliscono mura portanti) e dulcis in fundo,nella variante alla D.I.A. ,si afferma che le opere ” non comportano modiiche in locali NON interessati da domanda di Condono edilizio” e che lo stato dei luoghi e la destinazione d’uso al piano terra(agenzia bancaria) sarebbero conformi alal concessione edilizia in sanatoria rilasciata!!!

Appare fin troppo evidente che i provvedimenti amministrativi citati sono stati rilasciati in assoluto dietto dei presupposti ed in base a dichiarazioni non conformi alla realtà dei fatti.

In altri termini oggetto di questa compravendita immobiliare di Bipielle real estate,sarebbe stato bne assolutamente diveso da quello promesso in vendita,sia sotto il profilo urbanistico che edilizio,non conforme alla normativa,con condoni illegittimamente rilasciati,comunque per superfici inferiori e per i quali,addirittura,a distanza di un decennio non erano state rilasciate le necessarie rettifiche,senza l’indicazione di particelle catastali,senza i nulla osta ovvero rispetto alle relative prescrizioni,con opere mai sanate,con Dia travolta da illegittimità anche derivata,con frazionamenti illegittimi,senza i certificati di agibilità e di attestazione energetica e vieppiù con una cronistoria delle provenienze del tutto irregolare.

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«Sappiamo che cosa c’è in Italease che possediamo al 100%: più di 7 miliardi di attivi, e 7 miliardi di debito che stiamo rimborsando. Nel 2012, pagati i bond, resteranno gli attivi». E ancora: «Sistemata, quindi, la pratica Italease, e con un’economia in leggera ripresa, il Banco può arrivare anche a 6-700 milioni di utile netto. Può farcela perché conosciamo perfettamente che cosa c’è dentro anche in Release. Il Banco è perfettamente in grado di gestire la situazione: sappiamo che cosa fare, abbiamo i mezzi per farlo e la liquidità per fronteggiarla. Per questo dateci la vostra fiducia».

 

«Abbiate fede in me». Lo chiede al mercato con determinazione e fermezza Pier Francesco Saviotti, i cui poteri di amministratore delegato sono stati prorogati fino alla fine del 2012, e che ha preso il timone del Banco Popolare nel dicembre 2008, due mesi dopo il crac Lehman e quando era ancora recente il «no» dei tedeschi di Dz Bank all’acquisto degli asset di Italease, un rifiuto che aveva accelerato le dimissioni del suo predecessore a Verona, Fabio Innocenzi. Saviotti chiede al mercato di credergli in nome di un’età, 67 anni, grazie alla quale non è più obbligato a dimostrare niente, e di un passato professionale fatto di successi. Lo dimostra la sua lunga carriera alla Commerciale – dove ebbe come maestri Enrico Braggiotti e Luigi Fausti, due pesi massimi in fatto di banche – iniziata come responsabile dell’area crediti e terminata con la carica di amministratore delegato (1999). Poi, l’esperienza in Intesa con responsabilità dei crediti (dal 2002 al 2005) e di senior advisor di Merrill Lynch. Un banchiere che è sempre stato più attento ai clienti, alle imprese, all’area strategica dei rischi e ai risultati di lungo corso che alla finanza più o meno creativa. E le lezioni dei maestri, in una scuola Comit dove ha sempre contato la tradizione e la prudenza, non si dimenticano mai. Infatti, ancora oggi, Saviotti ha mantenuto la fama del banchiere esperto nel mettere in ordine i conti e le quotazioni dei grandi gruppi bancari. Ed è per questo che il consigliere delegato perde la pazienza osservando «l’assurda capitalizzazione in Borsa di Banco Popolare, pari a 2,8 miliardi, quando poi la sola controllata Credito Bergamasco ne vale 1,4 di miliardi». Reputa «impossibile che non ci sia un riconoscimento diverso del valore di un gruppo che ha dimostrato di saper produrre reddito». Ma, dopo lo sbotto, Saviotti sottolinea che a Verona, sede del gruppo, bisogna ricominciare a rimboccarsi le maniche, anche dopo una buona prima trimestrale 2010. «Evidentemente a tutt’oggi», ammette, «non siamo stati capaci di convincere il mercato che quello di Banca Italease non rappresenta più un problema e che le cose sono cambiate. Definitivamente. Sarà nostra cura farlo se vogliamo che il titolo ne benefici».

Ancora Italease Gira e rigira, il problema sta ancora lì: la patata dell’ex matricola d’oro della Borsa resta sempre bollente. A questa banca, «abbiamo dedicato un’infinità di tempo e di risorse per normalizzarla». Sono stati già spesi 1,2 miliardi di aumento di capitale, 255 milioni in Opa e delisting, 500 milioni per mettere in moto la good company denominata Alba Leasing e la «bad company» chiamata Release. Eppure… «Seguo io personalmente le pratiche più rilevanti per accelerare i tempi. Il portafoglio crediti è stato affidato a un team di collaboratori specializzati. I nostri sforzi si sono concentrati su incagli e sofferenze. I risultati sono già confortanti», assicura Saviotti. Che precisa: «È ragionevole pensare che i 5 miliardi di crediti dubbi di Release si potranno ridurre a 2 miliardi e accanto ci saranno 1,2 miliardi di immobili rientrati nella disponibilità di Verona. Se, poi, sul mercato immobiliare tornerà a fare bel tempo, allora avremo anche dei benefici». C’è da segnalare, infatti, che il Banco Popolare ha da poco firmato un accordo con Giuseppe Statuto per la ristrutturazione del debito verso Italease pari a circa un miliardo di euro e che, grazie a questa soluzione, la banca «entrerà nella disponibilità di alcuni immobili, tra cui uno affittato a Telecom, un altro a Napoli affittato alla Regione Campania e un terzo a Milano in via Manzoni in affitto a Merrill Lynch». Saviotti è sereno, «anche se rimango con i piedi per terra». Non ha mai parlato a vanvera. Piuttosto ha taciuto. Ecco perché desidera che il mercato gli presti la dovuta attenzione: «Sappiamo che cosa c’è in Italease che possediamo al 100%: più di 7 miliardi di attivi, e 7 miliardi di debito che stiamo rimborsando. Nel 2012, pagati i bond, resteranno gli attivi». E ancora: «Sistemata, quindi, la pratica Italease, e con un’economia in leggera ripresa, il Banco può arrivare anche a 6-700 milioni di utile netto. Può farcela perché conosciamo perfettamente che cosa c’è dentro anche in Release. Il Banco è perfettamente in grado di gestire la situazione: sappiamo che cosa fare, abbiamo i mezzi per farlo e la liquidità per fronteggiarla. Per questo dateci la vostra fiducia».

 

ANNO 2005 -Con l’avvento di Fiorani la Bpl è diventata la seconda banca dell’isola

Riciclaggio, massoneria, mafia. Sono alcuni degli “ingredienti”, finora rimasti sullo sfondo, che da qui a breve potrebbero entrare a
pieno titolo nella vicenda giudiziaria che nei giorni scorsi ha portato all’arresto dell’amministratore delegato della Banca popolare di
Lodi, Gian Piero Fiorani e al coinvolgimento di qualche esponente politico dal passato non molto trasparente. Ma procediamo con ordine.
Con l’avvento di Fiorani ai vertici della Banca popolare di Lodi, avvenuto intorno ai primi anni novanta, il piccolo istituto di credito lombardo è riuscito a collocarsi, nel giro di poco meno di un decennio, tra le dieci più importanti banche del Paese.
Ciò è stato reso possibile in virtù di alcune spregiudicate operazioni finanziarie, che hanno consentito al banchiere lodigiano di incorporare una serie di istituti di credito italiani e non. Tant’è che in Sicilia, ad esempio, la Popolare di Lodi risulta essere attualmente la seconda banca dell’isola, dopo aver proceduto all’acquisizione in quella regione di ben cinque istituti di credito. Oltre a questi ultimi, sono stati attratti nell’orbita della Popolare di Lodi anche l’Istituto centrale delle casse di risparmio, il Banco di Chiavari, la Popolare di Crema, il Credieuronord (la banca della Lega Nord con un passivo da capogiro), la Banca Rasini, la Efibanca e la BankAdamas di Zurigo. Ma è su questi tre ultimi istituti di credito che vale la pena soffermarsi. La banca Rasini, incorporata dalla Popolare di Lodi nel 1992, è l’istituto di credito in cui sono transitati buona parte dei capitali che sono all’origine delle “fortune” di Silvio Berlusconi. Nel luglio del 1998, gli investigatori della Direzione investigativa antimafia avevano sequestrato nella banca lodigiana la documentazione contabile relativa alle 38 holding che costituiscono il consolidato Fininvest. Il sequestro era stato disposto dalla Procura di Palermo nell’ambito dell’indagine contro il parlamentare Marcello Dell’Utri (Fi), all’epoca sotto inchiesta per riciclaggio in concorso con i boss Stefano Bontade e Mimmo Teresi. Attraverso il sequestro degli atti delle 38 società, i magistrati intendevano accertare se capitali mafiosi fossero finiti, tramite Dell’Utri, nelle holding di Berlusconi. La banca Rasini, inoltre, era stata indicata dalla procura di Milano come crocevia degli interessi di Cosa nostra negli anni Sessanta e Settanta. Tant’è che nel corso dell’operazione denominata “San Valentino” del 14 febbraio 1983 venne arrestato con l’accusa di riciclaggio di denaro sporco, insieme a due boss di Cosa nostra, anche l’allora direttore
generale del piccolo istituto di credito, Antonio Vecchione, il quale era subentrato alla fine degli anni Settanta a Luigi Berlusconi, padre dell’attuale presidente del Consiglio. Nel 1985, poi, la banca Rasini era stata acquistata dall’ex re della chimica, Nino Rovelli, il quale all’epoca era già stato esautorato dalla guida della Società italiana resine (Sir) e, quindi, non in condizione di sborsare i 40 miliardi di lire necessari ad acquisire l’istituto di credito. Chi abbia fornito a Rovelli i capitali per l’acquisto della banca non è dato sapere. Di certo si sa che successivamente fu l’avvocato Cesare Previti, attraverso una azione legale contro l’Istituto mobiliare italiano (Imi), a far recuperare a Rovelli circa 1.000 miliardi di lire a titolo di risarcimento dei presunti danni subiti in seguito alla liquidazione della Sir. Dagli atti del processo milanese “toghe sporche”, poi, risulta che Cesare Previti avrebbe utilizzato fondi a disposizione di Berlusconi presso Efibanca,
altro istituto di credito incorporato dalla Popolare di Lodi, per corrompere i giudici romani.
La banca lodigiana, inoltre, aveva acquisito nel novembre del 1998 la BankAdamas di Zurigo, nata dalle ceneri dell’Albis Bank, un istituto di credito finito sotto inchiesta per riciclaggio di denaro sporco. In seguito, è risultato che dalla BankAdamas erano transitati parte
dei fondi del cosiddetto “Russiagate”, un giro di mazzette miliardarie su una serie di appalti per la realizzazione di grandi opere pubbliche
a Mosca. Dall’inchiesta che vede coinvolto Gian Piero Fiorani, infine, è emerso fra gli altri il nome di uno stretto collaboratore di Silvio Berlusconi: il senatore Romano Cominciali (Fi). Eletto nel collegio di Lodi, Comincioli avrebbe ricevuto dalla banca lodigiana un fido di 150 mila euro. All’inizio degli anni Ottanta, il senatore azzurro era stato inquisito dalla magistratura romana, insieme al faccendiere, Flavio Carboni, al boss della banda della Magliana, Ernesto Diotallevi, e al cassiere di Cosa nostra, Pippo Calò, nell’ambito dell’inchiesta
su un giro di tangenti miliardarie per la costruzione del complesso residenziale Olbia 2 che interessava l’attuale presidente del Consiglio.
Il nome di Comincioli figura, inoltre, negli atti della Commissione parlamentare sulla P2 e in quelli del processo per il crac del Banco Ambrosiano. Insomma, la vicenda che ruota intorno alla Popolare di Lodi potrebbe avere sviluppi davvero imprevedibili. Nell’aria sembrano aleggiare i fantasmi di Michele Sindona e Roberto Calvi.

ANNO 2008 – Madoff, Banco Popolare: la perdita massima sui fondi distribuiti alla clientela istituzionale e private è di circa 60 milioni di euro

Aletti Gestielle Alternative ha esclusivamente una esposizione indiretta.

Il fallimento del fondo comporterà una perdita massima di 8 milioni.

Verona – Con riferimento alle notizie di stampa relative al “crac Madoff”, Banco Popolare comunica che la propria controllata Aletti Gestielle

Alternative ha esclusivamente una esposizione indiretta su Madoff tramite fondi feeder inseriti nei propri fondi di fondi hedge.

Il fallimento del Fondo Madoff comporterà una perdita massima, relativa al patrimonio del Banco Popolare, non superiore – al cambio attuale – a 8 milioni di euro.

La perdita massima sui fondi distribuiti alla clientela istituzionale e private ammonta a circa 60 milioni.

 

P.S. ANCHE IL PARTNER DEL TERZO GRUPPO BANCARIO –  E’ RIMASTO DENTRO AL CRAC DEL FONDO MADOFF. MI DOMANDO – MA CHE  ANALISTI FINANZIARI AVEVANO  ALETTI GESTIELLE DEL GRUPPO BANCO POPOLARE?

NON BASTAVA GIA IL CRAC ITALEASE PER BANCO POPOLARE? 

 

LIBRO CONSIGLIATO -SI SALVI CHI PUÒ DA “BANCHIERI & COMPARI”! IL NUOVO LIBRO-CHOC DI GIANNI DRAGONI – 2. NEL 2011 LA BCE HA ELARGITO ALLE BANCHE EUROPEE 1019 MILIARDI I. LE ITALIANE SONO QUELLE CHE HANNO OTTENUTO DI PIÙ: 270 MILIARDI. DOVE SONO FINITI QUESTI SOLDI? – 3. IL FISCO HA CONTESTATO LE BANCHE ITALIANE PER QUATTRO/CINQUE MILIARDI DI EURO DI IMPOSTE NON PAGATE E SANZIONI. HA RECUPERATO SOLO UN MILIARDO. E GLI ALTRI? – 4. COME HANNO FATTO DELLA VALLE, MONTEZEMOLO E PUNZO A POSSEDERE IL 33,5% DELLA NTV CON 20 MILIONI, MA HANNO GIÀ INCAMERATO PROFITTI PER QUASI 25 MILIONI DI EURO – 5. NEL 2008 LUCHINO & DIEGUITO CHIESERO A BENETTON E CALTAGIRONE DI ENTRARE IN NTV, MA I DUE RIFIUTARONO PER NON FAR INCAZZARE MORETTI (SUOI SOCI IN GRANDI STAZIONI.

STRALCI DEL LIBRO DI GIANNI DRAGONI “BANCHIERI & COMPARI” (CHIARE LETTERE EDITORE) GIANNI DRAGONI BANCHIERI E COMPARI 1. DOVE SONO FINITI? “Tra la fine del 2011 e il febbraio del 2012 la Bce ha elargito alle banche 1019 miliardi in totale. Le italiane sono quelle che hanno ottenuto di più: circa 270 miliardi. Dove sono finiti questi soldi?” GIANNI DRAGONI BANCHIERI E COMPARI FRONT 2. MONTE DEI PAZZI DI SIENA “L’errore maggiore non è stato comprare Antonveneta ma 27 miliardi di titoli di Stato che oggi ci mangiano cinque miliardi di capitale. Senza questi titoli non avremmo avuto bisogno di supporto pubblico.” Alessandro Profumo, neopresidente del Monte dei Paschi, 28 agosto 2012. 3. LIGRESTI, QUNATI LICENZIAMENTI “Ligresti è indebitato per più di due miliardi verso le banche. Nonostante questo, Unicredit ha messo a sua disposizione 205 milioni. La stessa banca ha deciso di tagliare 5200 dipendenti entro il 2015. Ma la perdita causata dal salvataggio di Ligresti corrisponde al costo di mille dipendenti in un anno. E Intesa ha aumentato i tagli da 3000 a 5000 posti.” 4. TESORO ALLA DERIVA-TI “Il 3 gennaio 2012 il Tesoro ha pagato due miliardi e 567 milioni di euro alla Morgan Stanley per estinguere alcuni contratti derivati stipulati nel 1994.” SEDE DEL MONTE DEI PASCHI DI SIENA 5. FISCO FA FIASCO CON LE BANCHE “Il fisco ha mosso contestazioni alle banche italiane per una somma tra i quattro e i cinque miliardi di euro di imposte non pagate e sanzioni. Ha recuperato solo un miliardo. E gli altri?” ALESSANDRO PROFUMO 6. BUSTE PAGA “Stipendi dei top manager delle banche: nel 2011 Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, ha ricevuto 2,93 milioni lordi; Pier Francesco Saviotti del Banco popolare 2,03 milioni; Federico Ghizzoni di Unicredit 2,01 milioni; Giovanni Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo, 1,62 milioni, e l’ex amministratore Corrado Passera 3,26 milioni.” “Penso che il momento del rimorso e delle scuse da parte delle banche debba considerarsi finito.” Bob Diamond, amministratore delegato della Barclays, al Parlamento inglese nel gennaio del 2011. Un anno e mezzo dopo si è scoperto che la banca manipolava sottobanco il Libor e l’Euribor, i tassi di riferimento del mondo finanziario. SALVATORE LIGRESTI FEDERICO GHIZZONI A CERNOBBIO JPEG 7. UN TRENO IN MANO ALLE BANCHE «Abbiamo investito un miliardo» ha detto Montezemolo alla partenza di Italo per celebrare il nuovo miracolo italiano. E da dove arriva questo miliardo? Non dalle sue tasche, né da quelle di Della Valle, Punzo e Sciarrone. I quattro soci hanno fatto leva sull’incremento di valore di Ntv derivante dall’autorizzazione per l’alta velocità rilasciata dal governo Prodi. Poi hanno fatto entrare con aumenti di capitale altri azionisti, e ogni volta il valore di Ntv è lievitato. Nel giugno del 2008 è entrata Banca Intesa, che ha comprato il 20 per cento e lo ha pagato 60 milioni. La banca ha fatto anche il piano finanziario, quindi l’istituto all’epoca guidato da Passera è lo sponsor principale dell’iniziativa, come lo è per la Cai-Alitalia. Un passaggio mai raccontato di questa vicenda è che Montezemolo e Della Valle hanno proposto l’operazione anche ai Benetton e al costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, ma questi gruppi non sono entrati nella Ntv perché fanno già parte, con le Ferrovie dello Stato, della società Grandi stazioni. MORGAN STANLEY E hanno voluto evitare il rischio di aprire un conflitto con Moretti, il ruvido amministratore delle Fs. Nell’affare entrano invece le ferrovie statali francesi (Sncf ), nonostante siano anch’esse socie di Grandi stazioni. Il 23 ottobre 2008 Sncf ha comprato il 20 per cento di Ntv, pagandolo 84 milioni. Insomma, tra l’ingresso di Intesa in giugno e l’arrivo dei francesi in ottobre il valore della società si sarebbe incrementato del 40 per cento. FISCO Gli altri soci imbarcati su Italo sono l’imprenditore Alberto Bombassei (produttore di freni che vende anche alla Fiat e alla Ferrari, cioè a Montezemolo), le assicurazioni Generali e l’imprenditrice di Bologna Isabella Seragnoli. In ognuno di questi passaggi i soci fondatori hanno ceduto quote ai nuovi arrivati con i diritti di opzione per l’aumento di capitale. In questo modo la loro partecipazione si è ridotta: oggi i tre insieme possiedono il 33,5 per cento della Ntv, ma hanno già incamerato profitti complessivi per circa 25 milioni di euro al netto delle tasse. ALBERTO NAGEL Questa somma corrisponde ai capitali impiegati dai tre amici-soci per Ntv.10 E il valore della società, secondo il bilancio delle ferrovie francesi, oggi è di 375 milioni. Un terzo del capitale appartiene ai tre moschettieri dell’alta velocità, Montezemolo, Della Valle e Punzo, quindi la loro porzione di Ntv avrebbe raggiunto il valore di 120 milioni prima ancora che il capotreno fischiasse la partenza di Italo. CORRADO PASSERA L’altro aspetto curioso della vicenda è che le quote di tutti i soci di Ntv sono in mano alle banche finanziatrici (Intesa, Monte dei Paschi, Bnl e altre), a garanzia dei crediti per i soldi prestati per gli investimenti. Infatti il grosso del miliardo di cui ha parlato Montezemolo, circa 700 milioni, arriva dai prestiti delle banche. I treni Alstom non sono stati comprati ma acquisiti con un contratto di leasing della durata di 144 mesi stipulato attraverso una società del gruppo Intesa, la Leasint. In conclusione, i capitali versati dai soci di Ntv ammontano a 264 milioni. Di questi, 244 milioni li hanno messi soprattutto le ferrovie francesi, banca Intesa, poi le Generali, Bombassei e Seragnoli. Le società personali di Montezemolo, Della Valle e Punzo hanno versato una ventina di milioni e li hanno già recuperati. Insomma, i soldi veri usciti dalle tasche dei privati che hanno lanciato Italo sono davvero pochi.

anno 2012 -” Gli strani affari del banchiere francese di Unicredit”

Il banchiere Jean-Pierre Mustier, capo della divisione Corporate & Investment banking di Unicredit

L’Italia vanta una vasta casistica di conflitti di interesse e un’eccellente tradizione di affari conclusi fra vecchi compari. Quello che mancava era un “old boys network” d’importazione. La lacuna è stata colmata. Quasi due anni fa. Grazie alla più internazionale delle banche italiane: il gruppo Unicredit.

Da marzo 2011 Jean-Pierre Mustier è il capo della divisione Corporate e Investment Banking (“Cib”) dell’Unicredit. Francese, 51 anni, braccio destro dell’amministratore delegato Federico Ghizzoni, Mustier è il banchiere che sovrintende ai grandi affari di Unicredit. Prestiti, consulenza e servizi di ogni tipo alle grandi imprese, investimenti e servizi sul mercato dei capitali (azioni e debito), derivati e prodotti strutturati, rapporti con il Tesoro, operazioni di finanza immobiliare strutturata (come le cartolarizzazioni di mutui), private equity, progetti infrastrutturali: è sterminato l’elenco degli affari che passano nella divisione di Unicredit guidata da Mustier. Questo ramo del gruppo gestisce oltre 220 miliardi di prestiti alla clientela e altrettanti investimenti azionari, obbligazionari e strutturati. Al momento, è anche quello che fa più utili: nei primi nove mesi di quest’anno circa la metà dei 3,2 miliardi di profitti lordi del gruppo è generato da questa divisione che impiega 9.500 professionisti sparsi nei 22 Paesi in cui il gruppo opera e nelle filiali e uffici di corrispondenza. Quest’anno la banca si è anche posizionata ai primi posti nelle graduatorie europee per i collocamenti obbligazionari.

Di affari Mustier continua a farne anche con i vecchi amici di Parigi e di Londra, colleghi o uomini d’affari conosciuti ai tempi gloriosi di Société Générale, la banca francese in cui ha percorso una folgorante carriera nel campo degli equity derivatives, i derivati azionari. Nel 1987, a 26 anni, Mustier è il secondo impiegato della nascente divisione dei derivati azionari, un terreno su cui il banchiere costruisce il suo network relazionale sia all’interno della banca sia sul mercato. A quasi due anni dall’arrivo del banchiere francese a Milano, anche gli “old boys” sono tornati. La quaresima è finita. I nomi e delle consuetudini del passato di Mustier sono nel presente di Piazza Cordusio. Nomi che si incrociano negli investimenti (l’operazione Tikehau), nell’erogazione di crediti (Screen Service), nelle scelte strategiche (l’operazione Kepler), e anche nella linea di comando. Come suo vice Mustier ha chiamato Olivier Khayat, un suo collaboratore, responsabile del Capital marktes, nella banca francese.

La lunga carriera alla Société Générale si era interrotta il 6 agosto 2009 con le dimissioni inaspettate di Mustier. Pochi giorni prima, il 29 luglio, gli è stata notificata l’accusa di insider trading. L’Autorité des marchés financiers, la Consob francese, lo accusa di aver venduto 6mila azioni SoGen sulla base informazioni privilegiate di cui disponeva nell’agosto 2007, quando cioè la crisi di liquidità originata dai mutui subprime americani era cominciata da poco più di un mese. L’ipotesi del regolatore francese era che, essendo a conoscenza del fatto che i modelli interni usati dalla banca per valutare obbligazioni strutturate (Cdo di mutui cartolarizzati) sottostimassero le potenziali perdite, Mustier era stato grado di prevedere l’evoluzione negativa delle quotazioni di SoGen, e quindi aveva venduto. In tribunale, però, il banchiere viene scagionato dall’accusa, dopo aver dimostrato di aver tenuto la maggioranza del suo pacchetto azionario, subendo  delle perdite connesse al crollo delle quotazioni della banca. A giugno 2010, comunque, l’Amf gli appioppa comunque una multa di 100mila euro. Ma l’insider trading, anche se solo come infrazione amministrativa, era troppo anche un banchiere con le spalle larghe e la reputazione di Mustier. Soprattutto, se arrivava dopo lo scandalo Kerviel.

Da banchiere di punta della Société Générale, noto nella City per essere un mago della finanza strutturata, Mustier incappa in uno dei più incredibili scandali della crisi finanziaria che era cominciata l’estate precedente. Mustier è il capo di Jérome Kerviel, il trader a cui è stata imputata l’intera responsabilità per la perdita 5 miliardi di euro subita da Société Générale a gennaio 2008, a seguito della chiusura di posizioni speculative. È lui a denunciare Kerviel. Il trader viene arrestato, processato e poi condannato a cinque anni per aver aperto posizioni in derivati superando i limiti a lui consentiti, e sviando i controlli con operazioni fittizie e menzogne ripetute. Gli investimenti riguardavano gli equity derivatives, la materia di cui è maestro Mustier. Erano saliti fino a sfiorare 50 miliardi di euro. All’insaputa dei superiori, hanno sentenziato il tribunale e la corte d’appello di Parigi.  

Per il banchiere, però,  la botta è dura: si parla 50 miliardi di euro, non di noccioline. Come è possibile che nessuno se ne sia accorto, e che sia stato possibile violare i controlli? Lui stesso, del resto, ammette le “debolezze” nei sistemi interni di vigilanza: «Non ho prestato abbastanza attenzione al rischio di frodi», dice ai giudici. In quegli anni, Société Générale si vantava peraltro di avere le strutture di trading su derivati più all’avanguardia fra le banche di investimento globali. Mustier paga lo scotto, dopo qualche mese viene trasferito in un’altra divisione, e nell’estate 2009 segue l’uscita.

Quando Unicredit lo chiama, a febbraio 2011, per Mustier gli allori di Société Générale sono un ricordo. Dopo un periodo da disoccupato, Mustier è consulente e socio di Tikehau Capital Advisors, società francese specializzata nella gestione del debito ad alto rischio. Con l’ingresso in Unicredit, la partecipazione di Mustier in Tikehau va ceduta, e così avviene. Ma anziché finire qui, il rapporto prosegue in altre forme. È Unicredit a rilevare una quota di minoranza nella società francese, il primo marzo seguente. Un’operazione lampo, visto che il banchiere prenderà servizio solo il 14. Cinque milioni di euro per il 10%, e dunque una valutazione complessiva di 50 milioni per una società di gestione che a fine 2010 dichiarava masse gestite per 375 milioni. Unicredit, poi, si impegna anche a sottoscrivere i fondi di Tikehau per 100 milioni di euro, da versare a chiamata, secondo quanto riferisce una fonte vicina all’area finanza del gruppo. L’annuncio arriva in coincidenza con l’ingresso del banchiere in Piazza Cordusio. Ma sull’operazione serpeggiano subito delle perplessità: che senso ha per una banca come Unicredit impegnare risorse in distressed asset (cioè debiti decotti), prestiti bancari subordinati, mezzanine finance e per di più in un mercato, la Francia, dove il gruppo ha pure smobilitato la filiale di Parigi, da un anno? «Mettere in relazione le capacità sviluppate da Tikehau Capital Advisors, in termini di origination e gestione degli assets creditizi, con la dimensione europea di UniCredit», è la spiegazione ufficiale. 

Più di recente, spunta il caso Screen Service, una piccola società quotata a Piazza Affari che produce apparati per la trasmissione del segnale televisivo digitali. Lo scorso ottobre arriva un’Opa lanciata da Monte Bianco, un veicolo di investimento controllato da Hld, una holding di investimento francese di cui Mustier è uno dei principali singoli investitori con il 6,6 per cento. Non solo. Unicredit si è impegnata per iscritto a mettere a disposizione di Monte Bianco quanto necessario per l’offerta pubblica (30 milioni). Nello stesso tempo è fra le banche creditrici con cui Screen Service sta trattando la rinegoziazione di un debito da 35 milioni. In questa vicenda, tutto sommato piccola, la stessa persona riveste insomma tre ruoli: è finanziatore di una società in difficoltà, è il banchiere che sostiene chi lancia l’Opa su quella società, ed è fra i soci del veicolo che finanzia come banchiere. 

La scelta che invece ha destato più stupore, anche per l’impatto strategico, è la decisione di chiudere progressivamente i servizi di trading e ricerca azionaria. A novembre 2011, la banca annuncia un’alleanza con il broker Kepler Capital Markets, quartier generale a Parigi ma sede legale a Nyon (Ginevra), nel cantone di Vaud, noto per le agevolazioni fiscali. Kepler fonirà a Unicredit «ricerca azionaria e garantirà la fornitura dei report degli analisti» e in cambio avrà in esclusiva l’esecuzione del trading all’Europa occidentale. Ubs, la banca oggi guidata da Sergio Ermotti, il predecessore di Mustier a Unicredit, ha tagliato il trading sui titoli di debito, che assorbiva troppo capitale, puntando invece sull’azionario. La scelta di Unicredit, viene spiegato, è giustificata dalla volontà di tagliare costi: in conseguenza dell’accordo, la banca manda o ha mandato a casa o ricollocati circa 120 fra analisti e trader, fra Milano, Monaco e Vienna. Dallo scorso giugno, l’accordo è stato esteso anche a tutto l’Est Europa. Di fatto, oggi Unicredit, che storicamente aveva la quota più rilevante nel brokeraggio degli investitori istituzionali, non ha più né trading sull’azionario né ricerca sulla Borsa Italiana né su Germania, Polonia, Austria: tutto passa per Kepler. Fonti finanziarie a conoscenza dell’accordo riferiscono che quest’ultima retrocede a Unicredit il 50% delle commissioni incassate sulle operazioni della clientela della banca.  

Varata l’esternalizzazione dell’intemediazione mobiliare nell’azionario, Unicredit ricalibra la propria strategia. Guarda caso, l’occasione la dà un altro affare pensato e concluso a Parigi il 17 luglio scorso: Chevreux, la casa di brokeraggio azionario del Crédit Agricole, si fonderà con Kepler. Mustier saluta positivamente l’accordo e annuncia che è «aperto a prendere una quota di minoranza in Kepler Chevreux» e addirittura a esplorare la possibilità di un’alleanza con l’Agricole nell’equity capital markets. Tout se tient, messieurs.

Oltre a Mustier nell’affare Kepler sono attivi a vario titolo altri ex Société Générale e banchieri che hanno lavorato nei desk di equity e equity derivatives delle principali istituzioni francesi. L’aumento di capitale di ottobre 2011, organizzato da Gerardo Braggiotti di Banca Leonardo, apre la porta a nuovi investitori. Con l’occasione Banca Leonardo conferisce il suo minuscolo ramo di brokeraggio azionario, più un conguaglio cash di pochi milioni, e in cambio ottiene una quota del 5 per cento. Lo schema, che verrà ripetuto con varianti, punta a due obiettivi: da un lato concentrare i volumi di intermediazione, e dall’altro a offrire una sorta di servizio di gestione dei licenziamenti, su cui ormai il broker franco-elvetico ha acquisito una certa esperienza. A Quirin e agli altri manager di Kepler resta il 53%, mentre nell’azionariato compare il fondo di private equity francese Blackfin Capital Partners, con una quota superiore al 40 per cento. Ideatore, socio e presidente di Blackfin è Laurent Bouyoux. Nel mestiere, Bouyoux è il maestro del maestro: è lui che nel 1986-1994 ha fondato e diretto quella divisione derivati azionari di Société Générale, dove Mustier è andato a bottega. Al suo fianco, nel business dei derivati azionari, c’era già Paul Mizrahi: i due faranno coppia nelle successive tappe professionali in Commerzbank e nella creazione di Fortuneo, un broker online poi ceduto al Crédit Mutuel Arkea (altro azionista di Kepler, insieme alla Cdp francese).

Con tutti questi interessi parigini era dunque un peccato che, un anno prima dell’arrivo di Mustier, Unicredit avesse sostanzialmente smobilitato la filiale di Parigi, in quanto il mercato francese non offriva spazi adeguati. Con Mustier si cambia strategia: il mercato francese diventa importante. A capo della filiale di Parigi arriva allora Patrick Soulard, un altro dei collaboratori del banchiere a Société Générale. Nel giro di poco tempo la squadra si rafforza: vengono assunti tre senior banker, figura professionale di altissimo livello nella gerarchia delle banche d’investimento. Contando Soulard, fanno quattro superbanchieri senior  per l’unica filiale francese di Unicredit, in Avenue des Champs Elysées, a Parigi. «La filiale di Parigi di Unicredit rappresenta una piattaforma distributiva totalmente dedicata alla clientela francese con particolare attenzione alle esigenze delle imprese di grandi dimensioni, dei fondi di private equity e delle istituzioni finanziarie», è la nuova linea. Per strappare quote di mercato a Bnp Paribas, all’Agricole alla stessa Société Générale e alle altre banche d’investimento, Unicredit dovrà proporre condizioni più attraenti ai grandi clienti e assumersi rischi maggiori. A ogni buon conto, in Italia, cioè nel principale mercato domestico principale del gruppo, i senior banker sono tre.

POCHI LO SANNO -Commissariamento di Bene Banca: occorre far luce sul commissariamento più veloce della storia bancaria italiana.

Continua la complessa vicenda legata al commissariamento di Bene Banca. Al convegno dal titolo Quello che le banche non dicono organizzato dal Comitato Svegliamoci Bene hanno partecipato 650 persone. Durante l’evento Daniele Pesco, membro della Commissione Finanze della Camera, ha illustrato le varie interrogazioni parlamentari sinora depositate in Parlamento sul “caso Bene Banca che secondo lui è stato un commissariamento preventivo subito dalla prima banca del Piemonte ad essere posta in amministrazione straordinaria e il commissariamento più veloce della storia bancaria italiana.

Martedì 23 febbraio il direttore della Banca d’Italia di Torino ha tenuto un lungo vertice  nella sede cuneese di Banca d’Italia a cui hanno partecipato  il sindaco di Bene Vagienna Claudio Ambrogio, l’assessore al bilancio Damiano Beccaria, il segretario comunale Vito Burgio. con risposte evasive per l’obiettivo della stessa:“La riunione è coperta da riservatezza, non si rilasciano interviste. Se volete fissate un appuntamento fatelo con la segreteria di Torino”. Sull’incontro l’ex presidente dimissionato di Bene Banca Francesco Bedino ha scritto una lettera aperta indirizzata ai giornali Al fine di fare una volta per tutte chiarezza, sono a chiederLe spazio per rilasciare, attraverso le pagine del Suo giornale, una dichiarazione quale Presidente di un C.d.A. deposto per iniziativa di Banca d’Italia in ordine al commissariamento della BCC benese  (tuttora sub judice in quanto pendente ricorso in Cassazione), definito dal Tar del Lazio e dal Consiglio di Stato come “preventivo”. Tra illazioni, ipotesi, proclami e smentite la vicenda “Bene Banca” continua a suscitare interesse, nonché a tenere costantemente viva l’attenzione dei media, locali e non. La notizia dell’incontro tenutosi ieri a Cuneo, presso la locale filiale della Vigilanza in Corso Dante 36, tra il Direttore della Sede di Torino della Banca d’Italia, Luigi Capra, ed una delegazione di consiglieri comunali di Bene Vagienna, capeggiati dal Sindaco Claudio Ambrogio, sta creando non poca apprensione in ambito locale e nazionale, alla luce del particolare momento che sta vivendo il mondo bancario, alle prese con una crisi di fiducia dei risparmiatori senza precedenti, complice anche il coro di critiche che si è levato contro le Authority Bankitalia e Consob, la cui attività ispettiva è stata definita, dai più, quanto meno “distratta” in relazione ai crac bancari delle 4 banche salvate per decreto nel volgere di una notte. Anche se a Bene Vagienna si dice che sia stata la Banca d’Italia a convocare il Sindaco, nonostante le smentite ufficiali del Primo Cittadino ed al di là dei vari comunicati che probabilmente ancora leggeremo in materia, il sottoscritto ritiene quanto accaduto in ogni caso perfettamente rientrante nella tanto decantata “moral suasion” di Palazzo Koch. Peccato che nel 2013 una simile attività di “convincimento” non ci sia stata a valere su chi allora amministrava Bene Banca… Se a quanto pare, così come parrebbe emergere da alcuni documenti provenienti dalla stessa Banca d’Italia, la Vigilanza di Palazzo Koch auspicava una discontinuità nella gestione aziendale perché magari il C.d.A. dell’epoca (poi ricandidatosi dopo la riunione del Direttorio che ha deliberato il commissariamento) non era gradito, sarebbe stato sufficiente ricorrere alla “moral suasion” con una convocazione per una riunione come quella tenutasi ieri a Cuneo, per esplicitare questi desiderata ed il sottoscritto per primo e l’intero C.d.A., a seguire, avrebbero fatto un passo indietro. Invece niente di tutto ciò: un commissariamento come un fulmine a ciel sereno, comunicato addirittura il giorno immediatamente precedente l’adunanza dei Soci chiamata ad eleggere  (per acclamazione)  i rappresentanti dell’UNICA lista candidata. Bastava un incontro, una telefonata, in sostanza bastava COMUNICARE. Non era infatti il caso di commissariare in maniera violentissima una banca in salute, con i conti in ordine ed assolutamente quindi “ancora in grado di proseguire la propria attività” come testualmente citato da Bankitalia stessa nel Comunicato Stampa del 30.1.2016 ove ha tentato di giustificarsi davanti agli Italiani per i ritardi nei commissariamenti delle 4 banche salvate per decreto. Ne sono la riprova incontrovertibile la durata della procedura di amministrazione straordinaria, la più veloce della storia italiana, ed il bilancio di fine commissariamento che presenta una “redditività complessiva” positiva ed un patrimonio in crescita, al di là del risultato di esercizio riportato volutamente in rosso per la mancata valutazione del portafoglio titoli a prezzi correnti di mercato. Invece abbiamo dovuto obtorto collo assistere ad un’azione di rigore non necessaria, con oltre 7.000 soci danneggiati, ex esponenti aziendali devastati nel piano professionale e personale, oltre che morale e fisico. Ma alla fine, e concludo con un interrogativo, riuscirà il risparmiatore e cittadino italiano a comprendere il perché di tutto questo “particolare interesse” di Banca d’Italia per la piccola Bene Banca ? 

 

LIBRO CONSIGLIATO -“Bankitalia e Consob colpevoli”, libro-inchiesta su crac banche.

Esce oggi in libreria ‘Sacco bancario” – Il grande imbroglio nel racconto di manager, gole profonde e risparmiatori‘, edito da Chiarelettere, scritto da Vincenzo Imperatore con la collaborazione di Ugo Biggeri. Un libro-inchiesta scomodo che irrompe sulla scena nei giorni decisivi per la nomina del nuovo Governatore di Bankitalia e dopo le polemiche sulla mozione del Partito democratico appoggiata da Renzi. “I ndipendentemente dalla strumentalizzazione politica – spiega all’Adnkronos Vincenzo Imperatore, per 22 anni manager e oggi autore di diverse inchieste sul crack bancario – c’è un fatto oggettivo: l’inefficienza degli organi di vigilanza, non solo Bankitalia ma anche Consob, è evidente e conclamato. Nel libro – sottolinea l’autore -vengono raccontati casi, grazie anche a documenti forniti da insider (manager apicali che hanno vuotato il sacco) che mettono in evidenza il formalismo degli organi di vigilanza. Bastava che le carte fossero apposto e dopo la sostanza dei controlli risultava inefficace”.

“Abbiamo un documento che Bankitalia fornisce alle banche, il cosidetto piano di risanamento – ricorda Imperatore – che è un’autocertificazione che le banche devono fare ogni anno per dichiarare il loro stato di salute. Ed è chiaro che tutto andrà bene. Se poi dopo qualche anno la banca va in default, quel consiglio d’amministazione è rimosso e magari i manager trovano posto in altri istituti, è un gioco dell’oca senza ricambio“. Oggi dopo che alcune banche sono fallite e molti correntisti hanno perso centinai di miglia di euro, gli italiani possono sentirsi più al sicuro? “La percezione degli italiani nei confronti della banche è cambiata – risponde l’autore – ora sono più attenti. Se prima si entrava in queste ‘abbazie’ quasi in ginocchio, ora i cittadini sono più attenti e hanno maggiori sistemi di controllo. Ma per le banche è difficile riconquistare il capitale di fiducia perso, occorrerà parecchio tempo”. Profitto e gestione etica. Nel libro viene tracciata una possibile alternativa. Ma la politica e gli amministratori sono pronti? “Il binomio etica e finanza è possibile e la collaborazione con Ugo Biggeri mette in luce come si possa realizzare, anche se in piccolo, questo tipo di cambiamento”, risponde Imperatore.

 

Sul futuro nome per guidare Bankitalia sulla possibilità che la Commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario arrivi a delle conclusioni prima della fine della legislatura, Imperatore ha le idee chiare: “La Commissione non so se avrà il tempo di presentare il report – conclude Imperatore – il mio consiglio ai 40 senatori e deputati è di fare, a chi sarà chiamato a rispondere, un po’ di domande che il cittadino farebbe ai vertici di Consob e Bankitalia. E’ chiaro che la Commissione sarà usata a fini elettorali come anche il tema delle banche, ma a questo punto che ben venga se si può arrivare alla verità“.

 

Bankitalia e Consob colpevoli, libro-inchiesta su crac banche

Cover libro ‘Sacco Bancario’.