GLI ALGORITMI DI CARLO MESSINA -Revoca fidi da parte di Banca Intesa, Antonio Guadagnini (SV): “chiusi i rubinetti del credito ad un’azienda vicentina sana”

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il consigliere regionale Antonio Guadagnini (Siamo Veneto) afferma in una nota ufficiale dopo la revoca del fido da parte dell’ex Veneto Banca ad un noto imprenditore vicentino: “Toni Costalunga è la prima vittima – a nostra conoscenza – del ‘nuovo’ corso che Banca Intesa sta imponendo nel territorio Veneto. Prima c’erano delle banche popolari che basavano la concessione dei fidi anche su un rapporto fiduciario con il cliente. Toni Costalunga aveva le sue linee di fido, produceva lavoro per i suoi dipendenti, ottimi prodotti per i suoi clienti, e perchè no, utili per se stesso.”

Adesso c’è l’algoritmo di Banca Intesa – prosegue il consigliere – e Toni Costalunga sta perdendo i suoi mutui. Il Veneto ha passato diversi anni di crisi; ricordiamo distintamente, le indicazioni della Bce e della Banca d’Italia di affidare le imprese e le famiglie del territorio piuttosto di comprare titoli del debito pubblico. Indicazioni seguite pedissequamente dalle popolari del territorio veneto, che poi ne hanno pagato le conseguenze. Sono stati affidati solo gli ‘amici’? Non sembra dalle richieste provenienti ora dal mondo dell’impresa veneto. Sono stati commessi dei crimini? La magistratura c’è lo dirà. Quello che è certo è che adesso non ci sono più le nostre banche e gli azionisti hanno perso tutti i loro risparmi. Centinaia di migliaia di azionisti.
Noi in Veneto, d’ora in avanti, dovremmo fare i conti con questo nuovo corso. Ce ne accorgeremo di cosa significa aver perso, non tanto le popolari, quanto quel modo di rapportarsi alla clientela di quelle banche. 

Noi siamo convinti che queste banche siano fallite, in quanto, ad un certo punto, qualcuno ha deciso che esse si dovevano fondere. Disegno maccheronico che non poteva essere e non è stato realizzato. Ma che ha lasciato sul terreno molte vittime.
Noi vogliamo difendere con forza l’imprenditore Toni Costalunga 
– conclude Guadagnini – e tutti gli altri imprenditori che finiranno nelle stesse condizioni. Noi crediamo, nostro dovere denunciare quello che è successo in Veneto sul versante del credito. Noi riteniamo di dover rappresentare le istanze di ex soci e clienti delle ex popolari. Noi riteniamo nostro dovere difendere famiglie e imprese che si troveranno a non essere congeniali all’algoritmo di Banca Intesa.

Saremo presenti venerdì 22 settembre p.v. alle ore 11 in via Marconi Gugliemo n. 3 a Schio, davanti alla sede di Veneto Banca.”(VICENZAPIU)

anno 2017 -BANCA INTESA NEL MIRINO DEGLI USA: HA TAROCCATO GLI ALGORITMI E NASCOSTO OPERAZIONI SOSPETTE PER 16,6 MILIARDI – COSI’ HA COPERTO FINANZIAMENTI AD IRAN, SUDAN E CUBA, TUTTI SOTTO EMBARGO – GIA’ PAGATA UNA MULTA DA 235 MILIONI – ORA RISCHIA IL POSTO IL CAPO DELL’ANTIRICICLAGGIO DELLA BANCA – –

Andrea Gioacobino per andreagiacobino.com

 

Giuseppe La SordaGIUSEPPE LA SORDA

La multa di 235 milioni di dollari che Intesa Sanpaolo, la banca guidata da Carlo Messina, ha dovuto pagare negli Stati Uniti per violazione delle norme sull’antiriciclaggio, avrà pesanti conseguenze ai piani alti della struttura manageriale dell’istituto. A rischiare moltissimo, infatti, è la testa di Giuseppe La Sorda, dal 2008 capo dell’antiriciclaggio di Intesa Sanpaolo, ma qualcuno ha sollevato dubbi anche sull’operato di Piero Boccassino, chief compliance officer dal 2015.

 

In effetti leggendo le 32 pagine del “Consent under law”, firmato da una parte dallo stesso Messina e da Biagio Calabrese, general manager della branch di New York della banca, al centro della vicenda, e dall’altra da Mary T. Vullo soprintendente del New York State Department of Financial Services (NYDFS) si scopre che numerosissime sono state le pratiche illegali perpetrate per anni dalla sede di Intesa Sanpaolo nella Grande Mela, in violazione delle norme prescritte dal Bank Secrecy Act che richiede alle banche di segnalare al Dipartimento del Tesoro americano tutte le transazioni sospette.

Maria T. VulloMARIA T. VULLO

 

Peraltro già nel 2013 Intesa Sanpaolo aveva dovuto pagare una multa di quasi 3 milioni di dollari al Dipartimento del Tesoro per aver processato dal 2002 al 2006 pagamenti per conto di 5.400 clienti iraniani schermati da società di comodo, nonostante il paese fosse soggetto all’embargo. La sede di New Yok, con asset per 18 miliardi di dollari e che fa operazioni annue del controvalore di 4 trilioni di dollari era stata soggetto nel 2007 di un accordo col NYDFS e con la Fed newyorchese, che richiedeva “un importante e materiale miglioramento nella compliance della banca verso il Bank Secrecy Act per ciò che riguarda l’antiriciclaggio, l’attività di reportistica su operazioni sospette”.

 

Leggendo il documento si scopre che il sistema di transazioni di Intesa Sanpaolo è diviso in due programmi elettronici. Il primo, denominato “GIFTS-EDD” impiega parole-chiave e algoritmi per identificare le operazioni sospette, generando in tal caso degli alert; mentre il secondo, chiamato “Casetracker”, è una sorta di contenitore a disposizione del responsabile compliance della banca per esaminare tutti gli alert generati dal primo.

 

NYDFSNYDFS

A dispetto della chiarezza delle procedure, il responsabile compliance della sede di New York permise ai membri del suo suo staff di decidere, a loro giudizio, quali alert trasferire o no dal GIFTS-EDD al Casetracker; tanto che dal 2012 a metà 2014 furono rivisti significativi volumi di parole-chiave senza immagazzinarle nel Casetracker e ciò ovviamente a vantaggio di una serie di operazioni sospette.

 

I numeri? Solo nel 2014 circa 10.000 parole-chiave, pari al 92% del totale, generate dal GIFTS-EDD non furono immagazzinate nel Casetracker, con una pratica illegale che è continuata fino a marzo del 2016. Il consulente scelto dal NYDFS ha stabilito che solo nel 2014 il 41% degli alert “silenziato” dalla banca non  era indizio di allarmi fasulli provocati dal sistema, ma avrebbe richiesto ulteriori verifiche.

algoritmoALGORITMO

 

Come se non bastasse anche il GIFTS-EDD conteneva numerosi errori, mai evidenziati da Intesa New York. Alcune parole-chiave per identificare operazioni sospette erano state immesse nel sistema con un grafia scorretta o con spaziature non previste: così nel solo 2014 il sistema generò alert per sole 12 transazioni mentre l’esperto scelto dal NYDFS ne ha quantificate 1.400.

 

Inoltre il GIFTS-EDD conteneva alcuni errori di programmazione a proposito degli algoritmi che generavano alert se nella transazioni si nominava un certo paese.  Due esempi? Il sistema segnalava solo “Russian Federation”, ma non la più comune “Russia” e “Libyan Arab Jamahirya” ma non “Lybia”. Se gli algoritmi fossero stati impostati correttamente nel solo 2014 sarebbero state segnalate come sospette operazioni per un controvalore di 9 miliardi di dollari.

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Le deficienze delle sede di New York di Intesa non finiscono qui perché il consulente del NYDFS ha anche appurato che molti degli alert del GIFTS-EDD non hanno migrato nel Casetracker: nel 2014 sono stati 17.000 gli alert “nascosti”, con una pratica continuata fino a marzo dello scorso anno, per transazioni del controvalore di 16,6 miliardi di dollari.

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Il documento firmato da Messina evidenzi anche una serie di processi non trasparenti transitati dal centro operazioni di Intesa, a Parma, fatti ad hoc per effettuare così pagamenti coperti in affari iraniani (ma anche per clienti cubani e sudanesi), in regime di sanzioni, attraverso un sistema denominato “MT202”.

 dagospia.com

IBL, IL MEDICO CHE TI UCCIDE. COMUNQUE RESTA LA DOMANDA: CHI PAGA QUESTA PESSIMA COMUNICAZIONE?

 

 

Cari amici,

immaginiamo che prendiate la polmonite, andate all’ospedale e vi aspettate che il dottore vi prescriva un antibiotico. Lui vi visita e poi, con dire grave, vi dice “Le potrei prescrivere il Rocefin e guarirebbe in sei giorni, ma potrebbe anche sviluppare una pericolosissima resistenza agli antibiotici. Quindi la curerò con pappine di lino e pannicelli caldi”. Dopo 15 giorni di questa attenta cura siete morti.

Questo medico ha la stessa mentalità dell’Istituto Bruno Leoni, solo che, almeno in teoria, è più preparato.

Seguiamo il filo logico dell’”Istituto”.

A) Se si converte l’euro in una nuova  valuta (Perchè Lira? Chiamiamola “Ambrogino” o “Grosso Tortonese”) i titoli di stato convertiti “Perderanno di valore”  a causa della svalutazione…

B) Se la Banca d’Italia compra titoli di stato monetizzando il debito, allora salirà l’inflazione, anzi si andrà in “Iperinflazione”, quindi sarà necessaria una stretta monetaria e la quantità di moneta calerà portando alla recessione.

In queste frasi ci sono TALMENTE TANTE ASSURDITA’  che devo dire di aver fatto veramente fatica a ritenere che questo messaggio venga da persone che abbiano una minima conoscenza dell’economia e della realtà. Tortnerò su questo tema alla fine.

Iniziamo dal punto A) IBL afferma che “Il valore dei titoli di stato crollerebbe”. Questi austeri euristi pensano che il mondo si divida solo un due grandi categorie: l’euro e ciò che non è euro. Il primo comprende ogni paese evoluto e moderno, il secondo invece comprende qualche desolata landa, i cui maggiori esponenti sono Ecuador e Venezuela.  Purtroppo per loro, o per fortuna per noi, non è così.

In blu vedete l’area euro, che, come potete notare, non è tutto il mondo ed esclude paesi come USA, Russia, Cina, Australia, Giappone, Brasile, Argentina, Messico, Corea… Il mondo NON è l’Europa.

Quando si parla di “Perdita di valore bisognerebbe specificare “Rispetto a chi”, perchè l’uscita dall’euro non porterebbe automaticamente alla svalutazione della neomoneta erga omnes, per una sorta di maledizione divina. In realtà non sarebbe così. Analizziamo qualche bilancia commerciale bilaterale:

Con il Regno Unito siamo in suplus commerciale per quasi 10 miliardi di euro. Con la Russia siamo in deficit, ma con l’Arabia Saudita siamo in surplus, con la Germania siamo in deficit, per quasi 8 miliardi. Sarebbe non logico, anzi totalmente assurdo, svalutare verso tutti, svaluteremmo SOLO verso i paesi con cui abbiamo pesanti deficit commerciali, cioè… la Germania. Quindi la situazione rischia di essere la presente:

  • un tedesco possiede un titolo italiano convertito – ha una perdita;
  • un americano ha un titolo di stato convertito – può avere anche un utile;
  • Un Italiano? Un italiano il cui titolo scadesse otterrebbe la valuta interna e NON comprerebbe beni tedeschi, divenuti più cari, ma beni di paesi verso i quali ci siamo rivalutati o prodotti italiani. Per fare esempi che perfino IBL possa comprendere, compreremmo meno BMW, più Fiat 500 X e più Chevrolet o Tesla. Meno Germania, più Italia, USA, Regno Unito.

Attenzione che però ci sarebbe un sensibile effetto spiazzamento sui mercato mondiali: prodotti e componenti italiani  in diretta concorrenza con quelli tedeschi o nordici diventerebbero più convenienti. Questo porterebbe un fortissimo effetto spiazzamento dei prodotti tedeschi, meno convenienti rispetto a quelli italiani, ed i tedeschi sono nostri diretti concorrenti in quasi tutti i mercati internazionali in tutte le value chain. IBL si dimostra per quello che è: anti-italiano, anti libero mercato (il libero mercato vero ripudia le unioni monetarie forzate) e filo tedesco. Ricordate questa frase…

PUNTO B) Ecco la parte più demenziale del messaggio. Se la Banca d’Italia aumentasse la massa monetaria con i metodi tradizionali, cioè comprando titoli ed emettendo moneta, allora andremmo in iperinflazione.

Storicamente l’iperinflazione avviene per 2 motivi:

a) Motivi esterni, come gli shock petroliferi degli anni ‘70 o le sanzioni alla Germania derivate dal Trattato di Versailles o il caos ex seconda guerra mondiale;

b) Motivi di squilibrio monetario legati al “Peg” forzato con altre valute che non tiene conto dei diversi andamenti economici nazionali.

Il punto a) è transitorio e si riequilibra in modo autonomo ed è tipica dei casi  bellici. Gli anni venti per la Germania furono anni di crescita ruggente per la Germania, soprattutto nella seconda metà, interrotti dalla stretta monetaria e dalla risposta errata alla crisi del ’29. Il fenomeno inflattivo degli anni settanta fu molto più limitato, ad esempio si toccò un massimo del 25%, e fu stagflazione, cioè inflazione con scarsa crescita o recessione, legato al boom dei prezzi del petrolio. Furono anche momenti di piena occupazione per l’Italia: nel 1975 toccammo il 5,2% di disoccupazione.

Il punto b) il caso Argentina, Venezuela ed Ecuador avviene quando un paese “Pegga”, cioè lega forzatamente la propria valuta ad un’altra, come accadde in Argentina negli anni ’90 o in Venezuela sino al 2010. In questo caso non si permette alla moneta di riequilibrarsi per  compensare le diverse competitività e produttività nazionali, per cui il sistema più competitivo viene ad essere alla mercè di quello più competitivo. Le produzioni estere sostituiscono quelle nazionali, la bilancia commerciale salta, e così anche quella delle partite correnti. Non si trova più valuta estera,  cresce la disoccupazione, perchè manca la produzione nazionale, sino a che non si arriva al momento di crisi e la parità salta. A questo punto vi è l’iperinflazione, che non è altro che una reazione eccessiva ad un problema reale e che prosegue sino al riequilibrarsi dei saldi commerciali e delle partite correnti. Più la compressione del cambio è stata lunga, maggiore sarà l’iperinflazione, che avverrà nei confronti della valuta a cui ci si era peggati.

L’inflazione e la deflazione sono come la febbre per un corpo: deflazione è sintomo di un corpo morto, inflazione di un corpo troppo vivo perchè sta rispondendo a qualche profonda disfunzione o malattia. Come un corpo umano necessità di una propria specifica quantità di sangue, un’economia necessita della propria quantità di moneta. Se è poca abbiamo deflazione, se è troppa inflazione.

Come facciamo a capire quando è troppa o è poca? Semplicmente dobbiamo utilizzare il concetto di “Piena Occupazione”. Se lo stimolo monetario e quello fiscale raggiungono la piena occupazione e non si fermano, ci sarà inflazione, se invece non faccio stimoli con politica monetaria o fiscale avrò un forte rischio di avere deflazione salariale e quindi, in generale, deflazione del sistema economico.

L’Italia rischia l’inflazione in caso di uno stimolo fiscale e monetario, magari con un’attenta monetizzazione del debito? NO, PERCHE’ SIAMO MOLTO LONTANI DALLA PIENA OCCUPAZIONE.  Come faccio a dirlo? Beh con i DATI; quelli che l’Istituto Bruno Leoni viene ad ignora ed umiliare:

  • la disoccupazione statistica  è oltre il 10%, con una disoccupazione USA  di poco sopra al 4% , livello a cui pare inizino ad accelerare le remunerazioni dipendenti e quindi l’inflazione;
  • la disoccupazione reale e la sottoccupazione sono molto più alte di quelle indicate dalle statistiche ISTAT,  che considera lavoratori chi ha un impiego in famiglia o per un’ora alla settimana. La stessa UE ci fornisce dei dati più precisi:con questo numero di disoccupati e sottoccupati avremmo bisogno di forti stimoli monetari e fiscali. Lo dico io? No lo dice il Fondo Monetario Internazionale in questo paper con .pdf

 

“Where output is near potential (United States) fiscal consolidation should proceed, along with
gradual monetary policy normalization.”

Dove l’output è vicino al massimo potenziale (Stati Uniti) dovrebbe esserci un consolidamento delle politiche fiscali, con un graduale politica di normalizzazione.

Del resto lo FMI ci fornisce anche un grafico che vale più di 100 parole.

L’Italia ha un output gap (dovuto al fatto che abbiamo un’alta disoccupazione per cui la nostra capacità produttiva è ben lontana dall’essere a piena occupazione) ed ha un gap anche sulla base del saldo delle partite correnti. Come una normale economia curerebbe questi due mali? Con svalutazione (che renderebbe meno conveniente l’uscita dei capitali) e con politiche monetarie e fiscali espansive, cioè esattamente quelle che IBL viene a condannare.  

Lo stesso FMI nel paper, preso atto che nell’euro non ci può essere politica monetaria, consiglia un “Consolidamento” (non un calo, attenzione) della spesa pubblica e stimoli fiscali ed alla produttività con investimenti nella formazione, cioè le politiche verso le quali IBL e  gli altri austeri mettono sempre in dubbio.

E LO ZIBABWE? Quando parlate con un euroinomane vi dirà “E lo Zimbabwe”? caso di famosa iperinflazione superiore al 1000%. Beh io direi che Prodi e Mugabe potrebbero essere visti come fratelli gemelli, a parte che per la parlata. Entrambi hanno voluto forzare la politica contro l’economia; il primo con l’euro, il secondo con la riforma agraria.  Mugabe aveva promesso ai suoi amici del partito ZANU la ridistribuzione delle terre in mano ai farmer bianchi, ricchi, ma anche molto abili nel loro valore. Dopo aver tentato per un periodo un approccio amichevole, con un programma di acquisti volontari, Mugabe iniziò una politica di esproprio con il precipitare della produzione agricola, perchè essere membri dello ZANU non significa essere buoni imprenditori. Il risultato fu il seguente. Pil Zimbabwe:

Produzione di SOIA:

Produzione di GRANO TENERO:

Ricordate il discorso della moneta come sangue dell’economia? Uniamo il fatto che Mugabe stampò valuta per pagare i mercenari in Congo. Quindi abbiamo avuto:

  • Tantissima moneta;
  • distruzione della produzione nazionale.

Ed ecco spiegata l’iperinflazione. Però l’Italia, come dice il FMI, è in output gap, per cui questo pericolo non esiste, anzi DOBBIAMO DARE SANGUE!

L’ISTITUTO BRUNO LEONI sta facendo propaganda politica, e la sta facendo con grandi mezzi economici. CHI PAGA? teniamo conto che i suoi consigli sono strumentali agli interessi dell’economia tedesca e nordica in generale: un’Italia con autonomia monetaria sarebbe una grande minaccia per l’Industria tedesca, francese ed olandese. Quindi c’è il legittimo e fondato sospetto che quel  qualcuno che sta pagando IBL sia qualcuno che ha a cuore gli interessi di altre economie. Quindi, per l’ennesima volta, invitiamo IBL ha rendere pubbliche le sue fonti di finanziamento perchè, in caso contrario, diventerà più che lecito che agisca per la protezione di interessi anti – italiani. CHI PAGA PER INTROMETTERSI NELLA POLITICA ITALIANA?

Fabio Lugano scenarieconomici.it

Banche, le fusioni fra gruppi? Rischio crac soltanto rinviato. Parla Mr WeBank

Affaritaliani.it intervista Giovanni Bianchini, profondo conoscitore del sistema creditizio e banchiere pioniere che nel ’99 ha ideato WeBank

Di Buddy Fox affariitaliani.it
Banche, le fusioni fra gruppi? Rischio crac soltanto rinviato. Parla Mr WeBank

 

Chi ha avuto la fortuna di lavorare con lui conosce molto bene le sue doti. Allaguida della rete di Banca Popolare di Milano in qualità di direttore marketing e commerciale, Bianchini ha interpretato il suo ruolo in modo duplice. All’azione di promozione della relazione con il cliente – stimolo indispensabile per impedire i tipici assopimenti burocratici delle aziende bancarie – ha coniugato una cultura del fare banca innovativa e per molti tratti certamente rivoluzionaria. Una visione assolutamente in linea con l’approccio al mercato che oggi caratterizza i giganti della Silicon Valley, espressa con lungimirante preveggenza. Un lucido anticipatore: capace di mettere a terra le idee e traformarle comunque in profitto.

“Banche la svolta degli utili”, “Le banche tornano ai profitti nel 2017 utili per 14 miliardi”, sono i titoli dei giornali della scorsa settimana, la nostra carta stampata sembra piuttosto entusiasta degli ultimi numeri della nostra finanza. Dunque dopo il lungo inverno, anche se un po’ ammaccate, le banche italiane sono uscite dalla crisi?
Purtroppo la carta stampata non sempre aiuta il lettore – ma soprattutto il piccolo risparmiatore – a comprendere effettivamente come stanno le cose: tanto per fare qualche esempio basta pensare ai ripetuti  titoli dei giornali  di ‘messa in sicurezza’ di Mps, oppure alle  mirabolanti dichiarazioni sulla solidita’ della Popolare di Vicenza del presidente Zonin ancora qualche giorno prima  che dovesse lasciare. Anche sull’attuale presunto  turnaround del sistema bancario ho molte perplessità: a parte forse Banca Intesa, che si trova comunque a dover digerire le banche venete, in cio’ aiutata peraltro profumatamente dallo Stato, e qualche banca di medie  dimensioni (Credem ad esempio) quasi tutto il sistema bancario ‘commerciale’ deve continuare a fare i compiti a casa sia in termini di Npl che di ritorno ad una apprezzabile redditività. E che dire dell’enfasi che la carta stampata,  aiutata da comunicati stampa con il look dei contratti di assicurazione con titoli a caratteri cubitali smentiti da precisazioni scritte in modo sostanzialmente illeggibile, ha riservato in questi giorni a  Banco Bpm,accreditata di un utile di 550 milioni tutto derivante dalla plusvalenza della vendita  ad Anima  di Aletti sgr e cioè di uno dei pochi business positivi per il sistema  e che si esaltatata sopratutto per l’incremento  della gestione operativa del 60 percento? Ma lo sanno i lettori che il dato della gestione operativa  -al netto dei costi sostenuti nel 2016 per spesare il  fondo esuberi- è sostanzialmente uguale al dato dell’anno precedente?  E al riguardo dove sono Banca d’Italia e Consob? È questa l’educazione finanziaria perseguita da Visco? E’ ‘trasparente’ questa comunicazione?”. 

Successivamente al fallimento della Lehman Brothers e alla crisi dei mutui subprime un nostro ministro, con soddisfazione affermò che le nostre banche erano sane e che non erano state colpite dai titoli tossici perché “le banche italiane non parlano inglese”. Poi sappiamo com’è andata, hanno recuperato terreno in discesa e con gli interessi. Prima della crisi, gli istituti non hanno guadagnato con i titoli tossici, però la crisi l’hanno subita lo stesso. La morale pare essere questa: quando c’è da guadagnare si prende il minimo, mentre quando c’è da perdere si prende tutto, è così?
Anche in questo caso duole dover sottolineare che non è stato solo un nostro ministro ad affermare che le nostre banche erano sane. Che dire di Banca d’Italia e delle sue acrobazie per far superare i primi ‘famosi’ stress test di Bce alla Popolare di Vicenza? E del suo sostanziale silenzio quando è stato adottato il bail in? Ed ammesso che Palazzo Koch  non avesse gli artigli per colpire (come si scusano spesso Visco ed i suoi), che fine ha fatto la tradizionale moral suasion? Possibile che l’unica banca colpita ‘seriamente’ con un add on sia stata la Bpm (colpita per la sua governance, non per mala gestio) mentre in giro per l’Italia le banche folleggiavano allegramente non comprando titoli tossici – è vero – madando soldi a destra e manca perché così fan tutti?”.

Secondo Prometeia, dopo aver ridotto di 53 miliardi lo stock di Npl nel 2017, nei prossimi 3 anni ci saranno ulteriori riduzioni per altri 47 miliardi. Gli Npl, i crediti inesigibili, i nostri titoli tossici, una zavorra per le nostre banche e ora una svendita che viene passata come una liberazione. Non si poteva gestire in altro modo, magari facendo un po’ di profitto?
Certo che si. Ma ancora una volta Stato, Banca d’Italia e banchieri non hanno capito che la crisi non era congiunturale ma strutturale. E così si è vissuti allegramente dal 2009 in poi aspettando che la crisi finisse e tutto tornasse come prima. Quante aziende saltate potevano essere salvate? E quanti banchieri di fronte ad offerte di acquisizione di Npl non hanno voluto affrontare il problema perché si sarebbe registrata una perdita per la banca ed aspettavano interventi da parte dello Stato, a sua volta giratosi  dall’altra parte per non vedere?“. 

Parliamo di Mps, la “maggiore azionista” dello stock Npl, ha subito un processo di ristrutturazione molto doloroso, e nonostante la fatica, l’ultimo trimestre è ancora in perdita. Hanno ridotto la banca più antica del mondo a un colabrodo e se non ci fosse la garanzia dello Stato si penserebbe al peggio. Come uscirne? Una fusione sembra inevitabile…
Speriamo che una fusione possa salvarlo, senza che il Monte trascini a fondo la o le nubende…”. 

Carige è la “gemella” malata, non si vede ancora l’uscita dal girone infernale delle perdite. Nonostante le iniezioni di capitale di Malacalza e il prezzo irrisorio di borsa, ancora non si vede la luce. Forse qualche avvoltoio vuole tirare la corda fino all’ultimo? Non c’è il rischio che si spezzi?
E’ un rischio concreto. Le banche in crisi non soffrono soltanto per il peso degli Npl, che comunque hanno minato il patrimonio e soprattutto la fiducia innestando un circolo vizioso meno depositi, maggior costo della raccolta, difficoltà ad erogare nuovo credito e quindi  minore redditività, ma anche per il periodo di tassi di interesse negativi, per la sostanziale impossibilità ad aumentare la forbice tra tassi attivi e passivi e per la forte competizione che si è sviluppata sia sul sistema dei pagamenti e incassi che sul risparmio gestito, tradizionale ‘roccaforte’ dei conti economici delle banche. Insomma, senza una rivoluzione nel modo di fare banca, difficile uscirne. Il palliativo che sta venendo avanti, quello di fare megafusioni è tutto basato sulla riduzione dei costi, soprattutto del personale: ma basterà il fondo esuberi per evitare grandi impatti sociali? E se Renzi avesse avuto ragione a parlare di 100.000 bancari di troppo?”. 

Prima del bail in, mai nessuna banca italiana era fallita, per gli italiani è sempre stata una certezza per la conservazione del risparmio, e poi tutto d’un tratto, il cambiamento. Una vigilanza distratta ha poi dato il colpo di grazia. Difficile così ricostruire un rapporto di fiducia. Forse si stava meglio quando a vigilare era un certo Enrico Cuccia?
Tempi diversi, quelli di Enrico Cuccia, con una economia molto più stabile e con le banche che con una manovra sui tassi (che difficilmente si muovevano con lo stesso segno: di norma scendevano i tassi sui depositi e aumentavano quelli sui crediti, questi ultimi dati solo a fronte di solide garanzie, vi ricordate quando si diceva che le banche aprivano l’ombrello quando c’era il sole e lo chiudevano quando pioveva?) sistemavano i conti. Ora, dopo un lungo periodo di crisi, l’economia è molto meno stabile, le manovre sui tassi  non sono più possibili per ragioni di competitività, la tecnologia sta cambiando il mondo: insomma uno scenario molto impegnativo che ha ‘costretto’ le autorità di vigilanza ad intervenire pesantemente, qualche volta in maniera violenta. In qualche caso la cura ha portato alla morte del paziente. Il bail in in teoria ci sta, ho qualche dubbio personalmente sulla chiamata al concorso alla perdita dei depositanti. In ogni caso è stato assolutamente sottovalutato da politici e Banca d’Italia quello che poteva essere l’impatto ed è stato recepito dalla legislazione italiana senza nessun dibattito al riguardo con i risultati che sappiamo”.

Banca Intesa sembra l’unica vincitrice, inevitabile che diventi polo aggregante, possiamo sperare di avere un gigante che combatta ad armi pari in Europa?
Direi di sì, giudico estremamente positivo il lavoro fatto da Messina ed i suoi in termini di modifica del modello di business, con grandi sforzi per enfatizzare i ricavi da prodotti che non assorbono capitale (non derivanti dal credito, cioè’). Sono curioso di vedere quale sarà  l’approccio in termini di sviluppo del modello di business con lo sfruttamento della tecnologia e dei big data, che a mio modo di vedere è la nuova frontiera”.

Proviamo un esercizio di fantasia, una nuova stagione di alleanze sembra alle porte, chi sposerà chi? Provo io a immaginare un matrimonio: Mps con Ubi e successivamente con il Banco Popolare? Continui lei…
“Andrei cauto su scenari del genere perché Banco Bpm ha insegnato che Bce non fa sconti al riguardo  (come avveniva quando le regole del gioco erano dettate da Banca d’Italia, che chiamava una banca più grande per sistemarne una più piccola). E’ stato possibile chiamare Ubi e Cariparma per le piccole banche disastrate (Etruria, Carige, ecc..) ma Mps è un boccone ancora grosso (soprattutto in termini di rischi per il futuro)  e Banco Bpm è ancora obbligato  a fare i compiti in casa”. 

Il tempo del vecchio mestiere delle banche, quello in cui si facevano gli utili con le masse amministrate, l’aumento di spread e tassi ormai è preistoria, oggi si punta tutto sul risparmio gestito e sui prodotti che non assorbono capitale, ma i margini non sembrano così generosi. Apple e le amiche californiane avanzano anche qui, come difendersi? Sono sicuro che lei ha un’idea sulla banca del futuro…
L’industria bancaria deve cambiare, con o senza le banche: questo  è il motto che mi sento di condividere. La banca generalista che ho vissuto è definitivamente morta sotto i colpi di maglio della crisi, del boom della tecnologia e degli interventi dei vigilantes. Credo che la banca del futuro sarà molto più specializzata sui segmenti di clientela di quanto sia ora: le esigenze del cosiddetto mass market sono profondamente diverse da quelle degli affluent, così come quelle delle Pmi rispetto alcorporate. Ma soprattutto occorrerà capire da una parte come condividere i rischi di credito con il mercato (cartolarizzazioni, emissione di bond, sviluppo di un mercato finanziario efficiente eccetera, sviluppo di piattaforme per i prestiti peer to peer) e dall’altra come sviluppare la tecnologia per migliorare la sicurezza e la ‘customer experience’. Le banche, rispetto ad Apple e alle amiche californiane hanno ancora un minimo di vantaggio competitivo perché loro conoscono – o almeno dovrebbero conoscere – i propri clienti, le loro abitudini, le loro necessità eccetera. Ma più il tempo passa e più il loro vantaggio competitivo diminiuisce. Banchieri (ma anche politici e mondo accademico e carta stampata) sveglia!”.

La crescita puntando sull’innovazione prima che sulla dimensione. Questo ha partorito dalla mente pionieristica di Giovanni Bianchini con WeBank, era il 1999. Ritorno al futuro.

Popolare Vicenza Protesta M5s a “casa” Zonin

La protesta a Montebello. FOTO MASSIGNAN

MONTEBELLO VICENTINO. Protesta del Movimento Cinque Stelle, dopo il crac della Banca Popolare di Vicenza, oggi a Montebello Vicentino a poca distanza dalla villa dell’ex presidente Gianni Zonin. La manifestazione-comizio sul tema delle banche doveva svolgersi in realtà davanti alla casa di Zonin, ma motivi di ordine pubblico l’hanno spostata in piazza a Montebello, dove si sono dati appuntamento un centinaio di persone tra politici, amministratori, simpatizzanti e risparmiatori.

«Una battaglia, quella sulla gestione delle banche e per i risparmiatori, che abbiamo sposato per primi – ha detto Liliana Zaltron, esponente del M5s -. Una battaglia che continueremo perché i soci vengano interamente risarciti ed i colpevoli dell’accaduto puniti». «Poi – ha aggiunto – vogliamo, come da programma elettorale, una riforma del sistema bancario con la divisione dei ruoli tra chi si occupa di raccolta e investimenti di denaro e gli altri istituti specializzati in sola funzione finanziaria».(il giornale di Vicenza)

VICENZA

Pop. Vicenza: manifestazione M5s vicino casa Zonin

Doveva essere alla villa ma spostato in piazza per sicurezza

(ANSA) – VICENZA, 17 FEB – Protesta del Movimento Cinque Stelle, dopo il crac della Banca Popolare di Vicenza, oggi a Montebello Vicentino (Vicenza) a poca distanza dalla villa dell’ex presidente Gianni Zonin. La manifestazione-comizio sul tema delle banche doveva svolgersi in realtà davanti alla casa di Zonin ma motivi di ordine pubblico l’hanno spostata in piazza a Montebello dove si sono dati appuntamento, secondo fonti del Movimento, circa 150 persone tra politici, amministratori, simpatizzanti e risparmiatori. “Una battaglia, quella sulla gestione delle banche e per i risparmiatori, che abbiamo sposato per primi – ha detto Liliana Zaltron, esponente del M5s -. Una battaglia che continueremo perché i soci vengano interamente risarciti ed i colpevoli dell’accaduto puniti”. “Poi – ha aggiunto – vogliamo, come da programma elettorale, una riforma del sistema bancario con la divisione dei ruoli tra chi si occupa di raccolta e investimenti di denaro e gli altri istituti specializzati in sola funzione finanziaria”.

 

Scivolone de La Stampa sulle interferenze russe nelle elezioni italiane. Le prese in giro sul web.

Oggi, 17 febbraio 2018, una delle principali (o almeno così ancora accreditate) testate giornalistiche italiane ha titolato:

precisando nel sottotitolo: “Nostra inchiesta. Sospetti su cinque account twitter a favore di 5Stelle e Lega”. Nell’articolo, che riportiamo integralmente a firma del corrispondente da New York Paolo Mastrolilli,

http://www.lastampa.it/2018/02/17/esteri/cos-la-propaganda-social-filorussa-prova-a-influenzare-il-voto-italiano-VezZWg2zS7epq56vUjFPsL/pagina.html

a supporto della tesi che i potenti mezzi a disposizione della Russia di Putin stanno influenzando le prossime elezioni politiche italiane, il giornalista  chiama in causa cinque account twitter

@DoctorWho744, @CorryLoddo, @lucamedico, @Outis2000, @FrancoSuSarellu

rei di “seminare” propaganda a favore del M5S e Lega. Ora,  anche i più inesperti fra coloro che hanno accesso a Twitter, andando a verificare gli account citati nell’articolo de La Stampa, hanno potuto facilmente verificare che si tratta di profili estremamente marginali visto i follower (persone che seguono l’account) che come da foto ammontano complessivamente (!!!) a 1353 seguaci!


e il quinto inesistente;

Ora La Stampa è liberissima di fare il titolone di apertura che desidera dove sostiene che 5 account Twitter (di cui uno non esistente) con nientepopodimeno (!!!) 1352 follower complessivi e 382 following (persone seguite da questi account) siano al soldo dei russi per manipolare le elezioni in Italia, ma dopo non devono lamentarsi se la loro reputazione e credibilità vada sotto zero e se sul web parte la gara delle risate!

Ma l’aspetto più inquietante di questa, per loro stessa ammissione, “nostra inchiesta”, è che Mastrolilli specifica nell’articolo che “un’autorevole fonte internazionale” gli abbia segnalato questi account Twitter e che per uno di questi “L’attività della casella e-mail sarebbe molto limitata: riceverebbe molta posta di spam, compresi tentativi di phishing, ma si limiterebbe ad inviare pochi messaggi all’anno. L’account avrebbe messaggistica privatamente con meno di 10 persone negli ultimi 4 anni, tra Twitter e Facebook”.

Cosa??? Come hanno fatto a sapere queste cose se non si è violato l’account e-mail? Lo sanno anche i bambini che è un reato gravissimo di privacy previsto in tutto il mondo a meno che non ci sia una specifica richiesta della Magistratura. La Polizia Postale è gentilmente pregata di verificare… perché i casi sono due: o La Stampa ha scritto baggianate (in inglese Fake news) o ha avuto accesso agli account e-mail.

Di una cosa comunque siamo certi: se il giornale di Torino ha paura che 5 account Twitter, tanto da farne il titolone d’apertura, con miseri complessivi 1352 follower, siano in grado di condizionare le elezioni in Italia agli ordini dei russi, tutti si chiedono divertiti dove dovranno andare a nascondersi quando decine di milioni di italiani voteranno schifati proprio contro chi hanno loro stessi sostenuto stoicamente con devozione sulle stesse pagine fino alla fine?

admin scenarieconomici.it

QUANDO SULL’UNITÀ DELL’EURO RACCONTAVANO LA VERITÀ

Grazie al tweet di un amico entro in possesso di un prezioso documento relativo all’Unità:

Correva l’anno 1978 ed ancora a sinistra avevano in mente l’interesse della propria gente.

Nel pezzo si legge:

“I vincoli sul cambio costringono i più deboli a ricorrere o alla deflazione o al controllo dei salari”.

Ed ancora:

“i tedeschi chiaramente non hanno che da guadagnarne….”

L’autore era Domenico Mario Nuti.

Sapevano già tutto.

Ad maiora.

scenarieconomici.it

Romani (First Cisl): “Le banche rispondono agli azionisti e dimenticano i risparmiatori”

Presentato il manifesto “Adesso banca” sei punti per far ripartire il sistema del credito. «Nella cessione degli Npl c’è poca trasparenza»

cisl dei laghi

È stato un venerdì da leoni per i cosiddetti corpi intermedi. A Verona le assise generali di Confindustria hanno consegnato al Paese e a chi si appresta a governarlo un importante documento di politica industriale dove si dice esattamente cosa fare, come farlo e con quali risorse. A Varese il segretario nazionale della First Cisl, Giulio RomaniAdria Bartolich, segretaria della Cisl dei Laghi, e Maurizio Locatelli, formatore della First Cisl dei laghi, hanno presentato “Adesso Banca” un manifesto per la tutela del risparmio e del lavoro, di fronte ad alcuni politici nazionali e locali tra i quali il senatore della Lega Stefano Candiani, la deputata del Pd Maria Chiara Gadda, l’assessore comunale Roberto Molinari e Salvatore Vita candidato di Liberi e uguali alle elezioni regionali. (foto da sinistra: Bartolich, Romani e Locatelli)

SI PUÒ FARE
Il manifesto si articola in sei punti molto chiari, obiettivi raggiungibili e curativi per l’intero sistema del credito a condizione che le banche decidano di attuarli. Sei punti di buon senso per dare un ruolo negli organismi di controllo e in quelli sociali ai risparmiatori e ai lavoratori, liberare i lavoratori dalle pressioni commercialisalvaguardare i risparmiatori, dare valore agli Npl e combattere speculazioni e abusi, retribuire in modo responsabile i top manager e punire i responsabili dei disastri bancari.

«Il primo passo – ha detto Adria Bartolich – è separare le banche commerciali da quelle d’investimento e favorire l’accesso al credito di famiglie e pmi. Bisogna inoltre ripristinare un rapporto di fiducia, motore dell’economia reale e finanziaria, tra istituti di credito, cittadini risparmiatori e territorio. Oggi quella fiducia è venuta meno. I piccoli si vedono troppo spesso chiudere le porte in faccia mentre per i grandi gruppi e i soliti noti ci sono le corsie preferenziali con gli effetti che conosciamo».

L’INTERESSE CHE PERSEGUE LA BANCA È QUELLO DEGLI AZIONISTI
La lezione di Raffaele Mattioli e della Comit è ancora valida a distanza di 80 anni. Le banche devono tornare a fare le banche, cioè raccogliere risparmio, che è il sudore di chi ha lavorato, tutelarlo con grande attenzione e impiegarlo nell’interesse del sistema Paese. «Negli ultimi trent’anni è cambiata la natura delle banche – ha detto Giulio Romani – che essendo imprese devono rispondere agli azionisti e fare utile. Questo è il grande equivocole privatizzazioni integrali e la scelta dilasciare alle fondazioni il ruolo di azionisti di minoranza ha tolto di mezzo l’interesse pubblicoIn Germania invece c’è un sistema misto che riesce a garantire un punto di equilibrio del sistema».

La politica, secondo Romani, gli strumenti per invertire la rotta ce li ha  dovrebbe dunque agire leva del controllo, una partecipazione più attiva e diffusa nella governance bancaria dove spesso sono sacrificati i piccoli azionisti, estromessi anche quando percentuali consistenti del capitale azionario, e le manovre fiscali per scoraggiare le azioni meramente speculative.

LA PARTITA DEGLI NPL È CRUCIALE
Sugli Npl (non performing loans, crediti deteriorati), altra partita chiave in questa fase, il segretario nazionale della First Cisl è tranciante. Il credito deteriorato quando esce dalla vigilanza bancaria, per essere affidato al primo che capita, perde ogni tutela. Le banche cedono agli hedge funds al 15% – 20 %  un credito che a bilancio viene iscritto al 40%  e la differenza, molto consistente, se la intascano i fondi speculativi. «Spesso si tratta di capitali poco trasparenti – spiega Romani – e in alcuni casi ci si trova di fronte a operazioni di riciclaggio di denaro. Una cosa deve essere chiara: quando un banca cede Npl a un fondo sta liquidando a prezzi stracciati posti di lavoro, case, macchine, aziende a soggetti già ricchi che guadagneranno molto di più di quanto hanno rischiato. Mentre con un po’ di pazienza la banca potrebbe recuperarli direttamente».

 varesenews.it

Prescrizione cartelle esattoriali di crediti tributari: 5 anni per la Cassazione

 VIDEO

Cartelle Equitalia: ecco quando possono ritenersi prescritte e quindi il debitore può liberarsi.

Le 10 birre più costose al mondo

Chi lo ha detto che la birra non può essere una bevanda di lusso? Ecco le 10 bottiglie pregiate più costose al mondo che non troverete al pub sotto casa.

Le 10 birre più costose al mondo

Uscire per andare a bere una birra è uno svago noto per la sua economicità. Bisogna però sfatare il mito che solo vino, champagne e liquori pregiati siano bevande esclusive e dai prezzi alti. Anche la birra, infatti, trova posto nel mercato di fascia alta.

Potrai essere anche sorpreso nello scoprire che la birra è la bevanda più antica del mondo e la terza più popolare dopo l’acqua e il tè, e la bevanda alcolica più consumata al mondo. Questo fa di lei un prodotto accessibile a tutte le tasche e la preferita per accompagnare un pasto con gli amici, la visione di una partita o un’uscita after dinner.

Ma le migliori birre al mondo sono solo per pochi eletti. Questo perché una birra di lusso è molto più di una semplice serata con gli amici, e non solo perché richiede una tasca più ampia. Ecco le 10 migliori birre più costose al mondo.

10. Tutankhamun Ale – 75$

Introdotta nel Regno Unito nel 1996, la Tutankhamun Ale è la riproduzione di un’antica birra egiziana. La sua storia risale alla cucina segreta della regina Nefertiti, nascosta nel Tempio del Sole, e arriva fino a noi grazie a un team di archeologi dell’Università di Cambridge che ha scoperto i resti degli ingredienti per la ricetta antica. Dalla collaborazione tra le birrerie scozzesi e di Newcastle è nata questa birra da 6 gradi venduta al prezzo di 75$/500 ml.

9. Brewdog’s Sink the Bismarck: 107$

L’IPA di Brewdog, Sink the Bismark, è la risposta al brand tedesco Schorschbrau nella corsa alla creazione della birra più alcolica del mondo. Prodotta con la tecnica della crioconcentrazione ripetuta per 4 volte, è chiamata “IPA alla quarta” anche perché è 4 volte più amara e contiene 4 volte più luppolo di una birra tradizionale. La gradazione? 41%. Il prezzo? 107$, da noi 115,90€/37.5cl.

8. Utopias, Samuel Adams – 199$

Si tratta di una birra in edizione speciale che viene rilasciata sul mercato ogni 2 anni. Ha una gradazione alcolica del 28% e il prezzo è di 199$ a bottiglia. La gradazione alcolica, pari a quasi 5 volte quella delle birre tradizionali, è così alta che è illegale vendere Utopias in 15 stati del mondo, in quanto non può essere legalmente classificata come “birra”. Viene fatta mescolando più lotti, alcuni dei quali sono invecchiati per 24 anni, e usa un ceppo di lievito segreto che il birrificio chiama lievito “ninja”. Il sapore è più simile al cognac o a un porto forte. Ha anche un tocco magico di sciroppo d’acero.

7. Schorschbrau Schorschbock 57 – 275$/33cl

La birra tedesca è una delle più alcoliche mai create: ben 57% di alcol. Il birrificio ne ha prodotte solo 36 bottiglie. Gli assaggiatori hanno detto che sa di affumicato e nocciola con sentori di uvetta.

6. Carlsberg Jacobsen Vintage – 400$

Questa birra al vino d’orzo fatto maturare in botti di rovere svedese e francese per 6 mesi con aromi di vaniglia e cacao è stata creata dal famosissimo birrificio danese Carlsberg per sfidare il mercato del vino di lusso. Ne sono state prodotte 600 bottiglie ogni anno dal 2008 al 2010. Gradazione alcolica: 10.5%.

5. De Cam e 3 Fonteinen Millenium Geuze 1998 – 616$

Introdotta nel 1998 in Belgio in vista delle celebrazioni per accogliere il nuovo millennio, questa birra è una collaborazione tra De Cam e 3 Fonteinen. Contiene il 7% di alcol e sebbene ne siano state prodotte solo 8.000, è ancora possibile trovarla ben conservata nelle migliori cantine di tutto il mondo. Ma occhio al prezzo, che è di circa 600 dollari per mezzo litro.

4. Brewdog’s The End of History – 765$/330 ml

La sfida a creare la birra più alcolica del mondo non si è fermata alla Sink the Bismark per la scozzese Brewdog, ed è proseguita con la The End of History, da ben 55°. Di cattivissimo gusto la confezione: le bottiglie erano contenute all’interno di scoiattoli ed ermellini imbalsamati. Per fortuna ne hanno fatte solo 12.

3. Cantillon Loerik 1998 – 1.722$/500ml

Sul podio i prezzi salgono, anzi visto che siamo in tema lievitano. Loerik, della brasserie Cantillon, è stata imbottigliata nel 1998 e successivamente rilasciata nel 2003 a causa del lunghissimo processo di rifermentazione che avviene all’interno della bottiglia. È la terza birra più costosa al mondograzie a questo speciale processo di lavorazione. Contiene solo il 5% di alcol, ma una bottiglia da 0,75 l è stata venduta all’asta per 2.584$. 
L’intenzione attuale è di rilasciare un secondo lotto di Loerik nel 2020.

2. Antarctic Nail Ail – 1.815$

Si prende del ghiaccio da un iceberg in Antartide, lo si scioglie in Tasmania e poi è mandato a Perth, in Australia, per la produzione di questa birra. Ne hanno prodotte solo 30 bottiglie e il 100% del ricavato è andato alla Sea Shepherd Conservation Society, l’Organizzazione anti-bracconaggio per la salvaguardia degli ecosistemi marini. All’asta è stata venduta per 1.815$.

 

1. Allsopp Arctic Ale – 503.300$

Il titolo di birra più costosa al mondo va a una bottiglia di oltre 140 anniappartenuta alla spedizione artica del 1875 guidata da Sir George Nares. Una cassa di bottiglie è stata trovata in un garage nello Shropshire, in Inghilterra. Nel 2007 una bottiglia è stata venduta all’asta all’incredibile prezzo di 503,300$. È ancora chiusa e sigillata.

 Giulia Adonopoulos money.it

Quarantenni (poco) splendidi

Hanno sofferto più di tutti la crisi e ora che dovrebbero essere classe dirigente si affidano ai populisti. Ritratto di una generazione schiacciata tra gerontocrazia e innovazione digitale.

Mario Monti la definì la «generazione perduta», quella per cui si poteva al massimo «limitare i danni». I trenta-quarantenni oggi dovrebbero essere classe dirigente, ma si ritrovano schiacciati tra crisi e gerontocrazia. È la generazione che ha pagato di più la recessione, nell’assenza della politica. Cosa resterà dei nati negli ’80

Nelle urne il prossimo 4 marzo saranno loro a mettere le ali al Movimento Cinque Stelle e alla Lega. Solo populismo? «Quando hai poco da perdere, hai poca paura delle conseguenze», commenta Enrico Giovannini, già ministro del lavoro nel governo Letta, che invita a guardare i dati su povertà e disoccupazione. Il Pd, spiega Alessandro Amadori, sondaggista e docente di comunicazione politica, dovrebbe abbandonare gli inviti alla ragionevolezza: «Basta con questi messaggi dall’alto verso il basso». Cronaca di una disfatta annunciata

Ascoltavano la musica col mangiacassette e oggi scoprono Spotify. Giocavano con il Game Boy e oggi comprano l’ultima PlayStation. Collezionavano schede telefoniche e oggi si videochiamano su WhatsApp. Sono nati tra gli anni ’70 e gli ’80. Giovani, ma non abbastanza per padroneggiare bene internet e affini. E alle prese con cambiamenti tecnologici a cui faticano a stare dietro. Anche sul lavoro. Il senso degli Xennial per il digitale

Italy&Italy raccoglie una selezione anni ’90 delle fotografie scattate da Pasquale Bove (Foggia, 1958), che per oltre trent’anni ha documentato i principali eventi di cronaca di Rimini e provincia. L’occhio che lo ha curato è quello di Luca Santese (Monza, 1985), tra i fondatori di CESURA. L’idea era quella di resuscitare «un’iconografia nitida e definita degli anni Novanta italiani a partire da una prospettiva privilegiata». Un Paese perso a Rimini d’estate

Nel 2011, i trenta-quarantenni pensarono di cambiare le regole della produzione culturale. Si voleva combattere «il diffondersi del neoliberismo come nuova epidemia dell’Occidente», «la concentrazione nelle mani di pochi grandi gruppi editoriali». Si parlava di «bibliodiversità», «ecologia culturale» e riappropriazione degli spazi pubblici. Un movimento che infervorò rapidamente la stampa, che altrettanto rapidamente se ne disamorò. Cortellessa, Pacifico e Ostuni ne ripercorrono storia, fallimenti ed eredità. Ciò che eravamo, ciò che volevamo

Stretti tra disoccupati ed espatriati, ci sono poi gli over-skilled italiani, i «troppo formati», un popolo in gran parte ignorato. Non sono un’emergenza, non trovano spazio sui giornali. Ma sono figli di un’Italia che spreca anno dopo anno le sue migliori energie in occupazioni di routine, a volte squalificanti e spesso mal pagate. Troppo bravi per lavorare

Tutto questo mentre i millennial cinesi sono stati definiti da Goldman Sachs «il segmento demografico più importante del pianeta». Giovani adulti sempre più educati, indipendenti e curiosi del mondo che sta al di fuori della grande muraglia. Sono loro che stanno dando vita al Chinese dream che  sostituirà il sogno americano

Come li descrive Alec Ash, sono «Una generazione di passaggio, la testa di ponte del cambiamento in Cina, lento o repentino che sia. Persone che si affacciano all’età adulta nel momento in cui il loro Paese diventa una potenza mondiale». «Lanterne in volo», la Cina in cerca di futuro

E poi c’è il continente più giovane del mondo che rivendica il suo diritto a rompere con le tradizioni collettivistiche e a emigrare in cerca di un destino individuale migliore. Il viceministro degli affari esteri Mario Giro descrive la loro situazione ne La globalizzazione difficile, appena uscito per Mondadori Education. I giovani africani alla conquista del mondo (pagina99)

 

SOMMARIO

Cosa resterà dei nati negli ’80  | Gabriella Colarusso

Cronaca di una disfatta annunciata | Samuele Cafasso

Il senso degli Xennial per il digitale | Federico Gennari Santori

Ciò che eravamo, ciò che volevamo | Luigi Cruciani

Chinese dream | Cecilia Attanasio Ghezzi

I giovani africani alla conquista del mondo| Mario Giro

 

PHOTOGALLERY

Un Paese perso a Rimini d’estate | Pasquale Bove curato da Cesura

 

DAL NOSTRO ARCHIVIO

“Lanterne in volo”, la Cina in cerca di futuro | Cecilia Attanasio Ghezzi

Troppo bravi per lavorare | Samuele Cafasso

 

Foto in apertura: Martin Parr / Magnum Photos / Contrasto
Pisa, 1990

Il “box alimentare” di Trump e la vergogna di essere poveri

Abolito l’assegno per la spesa alimentare, è in arrivo il cibo in scatola. Vicenda tutta americana, dove la povertà è da sempre vissuta come una colpa.

usa homeless

Perché nessuno vi dice che l’Italia sarà in recessione a fine 2018? E che cercheranno di far venire la troika? It’s the dollar, stupid!

Prima delle elezioni vi stanno nascondendo la realtà delle cose, per non farvi spaventare. Mica volete che si inneschi un (giusto) voto di protesta per l’incapacità – o meglio, per la corruzione – degli ultimi 4 governi italiani non eletti… Dunque ecco sparire dai giornali le brutte notizie, tutto deve andare bene, per definizione (hanno anche cancellato la pagine Wikipedia sulla “Bolla Previdenziale”, no comment). In particolare non vi vogliono far capire che – comunque vada – l’Italia sarà in recessione a fine 2018. E che questo non dipende dall’Italia, dalle elezioni, dall’instabilità che inevitabilmente verrà ma dal dollaro debole, ossia dalla stessa sfida inopinatamente mossa da Parigi e Berlino a Trump, sfida che li vedrà inevitabilmente perdenti in assenza di un colpo di stato negli States (…).

Ecco cosa diceva Repubblica nel 2014, prima che Obama facesse il regalo del dollaro forte all’EU (per salvare l’EU di Berlino…)

Poi, quando tutto sarà successo, daranno la colpa al nuovo governo per il disastro obbligandolo – così sperano a Bruxelles, anzi a Parigi e Berlino – a far arrivare la troika per sottrarre al paese le sue residue ricchezze. Contando che le valute dei paesi emergenti sono di norma correlati al dollaro, ci aspetta un bel caos… [la BCE sta facendo carte false per evitare un crollo del dollaro entro Luglio/Settembre prossimo]

È in corso il sacco dell’Italia e tale sacco è organizzato dall’estero, più precisamente da Parigi (per l’operatività). In sintesi, l’Italia usciva vincente dalla crisi subprime visto che le sue banche, più arretrate, non avevano investito in tali arcani prodotti, inclusa l’esposizione alla Grecia (a pegno di peggiori risultati finanziari nei precedenti 5-7 anni, ndr). Dunque venne chiesto all’Italia di partecipare al salvataggio delle banche europee, tecnicamente fallite, impelagate nel subprime greco. La risposta negativa di Berlusconi e alleati costrinse l’EU a richiedere all’Italia di permettere l’arrivo della troika in Italia per non si sa bene quale ragione – con la lettera di Draghi -. Tradotto, alla famosa risposta di Tremonti, “conosciamo modi migliori per suicidarci” fece seguito il golpe del 2011, perpetrato per il tramite della caduta di Gheddafi (che aveva salvato l’unica banca italiana impelagata nella crisi subprime per via delle sue partecipate estere, tedesche ed austriache, Unicredit). Seguì la folle austerità euroimposta di Mario Monti, una cura da cavallo che ha inevitabilmente mandato in crisi il tessuto produttivo italiano facendo accumulare a termine debiti inesigibili in seno alle banche italiane, i famosi NPL che leggiamo oggi sui giornali, 6 anni dopo. L’eliminazione del Rais rese parimenti ricattabile il Belpaese coi migranti che sbarcano in Sicilia che, ricordiamolo sempre, sono in gran parte trasferiti via aereo dalla Turchia alla Libya per poi farli arrivare in Italia (nota: Erdogan è d’accodo, viene pagato a peso d’oro per questo, proprio dalla EU – circa 3.5 mld di euro all’anno).

Oggi vediamo la messinscena mediatica per giustificare – dopo le elezioni del 4 marzo – il successivo avvento dei commissari liquidatori europei, per far diventare Roma come Atene.Non ci credete? Basta aspettare qualche mese…

Vi dò un aiuto a decriptare i messaggi: oggi tutti i media – e tutti i funzionari affiliati al governo degli scorsi 6 anni, Ignazio Visco incluso – dicono pubblicamente che bisogna continuare con le riforme e va abbattuto il debito. Ossia il nuovo governo dovrà continuare con l’austerità euroimposta. Sì, vogliono convincervi che:

– Suppostamente, oggi l’economia va bene (falso)
– Che nel caso ci fosse un declino successivo sarà dipeso dell’incertezza post elezioni (in grandissima parte falso)
– Ovvero ci sarà bisogno di misure straordinarie tra cui,
–      PRIVATIZZAZIONI (soprattutto dell’acqua, richiesto espressamente da Parigi)
–      IMPOSTA PATRIMONIALE, chiamata in gergo “consolidamento del debito pubblico”

La verità è totalmente un’altra: l’Italia oggi è già in recessione a causa del dollaro debole (in realtà ci aspetta una malattia terminale molto più seria, la “Stagflazione in regime di cambi fissi”, letale, approfondiremo in seguito, …). Se solo il dollaro resterà a 1.24 come è oggi il PIL italiano – tempo che l’effetto rivalutazione dell’euro entri in circolo – a fine 2018 sarà attorno allo zero o poco sotto, altro che salita del 1.5% nel 2018 e nel 2019! Se salirà a 1.30 ed oltre entro giugno prossimo sarà il crack, in Italia. A maggior ragione in assenza di stimoli economici, vietati dall’EU e abiurati da Moscovici un mesetto fa in riferimento al Belpaese.

Or dunque, nulla del caos che verrà dipenderà dal governo prossimo o dall’instabilità post elezioni, alcuni sperano serva per indebolire l’euro (ma non preoccupatevi, le nomine alla Fed compenseranno abbondantemente l’instabilità italica): poche settimane fa abbiamo dimostrato matematicamente che l’Italia è già in recessione a causa del dollaro debole, con elaborazioni basate su documenti ufficiali (vedasi articolo sopra, al LINK).
La propaganda oggi vuole invece convincervi che la colpa sarà dell’instabilità post elezioni e del nuovo governo incapace di gli versare e dunque vi costringeranno ad accettare tasse folli e privatizzazioni nefaste a compensazione.

Anche il ducetto (al soldo dell’EU franco tedesca), scappa…

Notate, siamo arrivati al disastro attuale grazie a primi ministri al soldo di francesi e tedeschi, pensate che addirittura Enrico Letta è stipendiato dall’Università dei servizi segreti francesi! È notizia di oggi – come riportato dall’eminente sito politico.eu – che addirittura Renzi si è accordato con Macron per andare alla commissione EU dopo Juncker (fatto salvo venga coinvolto in scandali italiani, …).
Avete capito bene, comprano i politici per fottere il paese, danno milioni a pochi per rubare centinaia di miliardi all’Italia. Chi? Francesi e tedeschi, i primi con furto diretto, i secondi col frutto sistemico nascosto dietro l’euro.

Volete la prova che fra poco si scatenerà una crisi pilotata contro l’Italia? Dovete sapere che sia l’EU che Moody’s hanno annunciato che ritarderanno a dopo le elezioni le prognosi per crescita e stabilità del rating italiani….

Purtroppo devo essere onesto: nel mio piccolo non riesco ad incidere sulla situazione, sono 5 anni che spiego le cose e ho solo perso tempo. Anche se le mie teorie inizialmente considerate azzardate si stanno dimostrando, tutte o quasi, assolutamente corrette.

La verità è che la situazione è talmente compromessa che nemmeno a spiegare le cose, ad avvertire, a supportare  serve a qualcosa. Ormai è tutta nebbia, da parte di politici scellerati che stanno ammazzando il Paese. E sulle supposte fake news, ormai è provato che sono ad uso e consumo selle sinistre globaliste per nascondere i danni fatti. Guardate l’esempio della ministra Fedeli dell’Università, ricordando che non è nemmeno laureata (ed aveva pure falsificato il suo CV scrivendo che invece lo era, a che livello siamo caduti…, fate CLICK sull’immagine sopra).

Auguri, avete ancora una possibilità: il voto del 4 Marzo prossimo.

MD SCENARIECONOMICI.IT

Vicenza, chiuse le indagini per ostacolo alla vigilanza

L’avviso recapitato agli otto indagati nell’ambito delle indagini sulla passta gestione dell’istituto

 

La procura di Vicenza ha chiuso il filone di inchiesta relativo all’ostacolo all’autorità di vigilanza (Consob, Banca d’italia e Bce), nell’ambito delle indagini relative alla passata gestione della Banca popolare di Vicenza. Come riporta il Giornale di Vicenza, si aggiungono così delle contestazioni agli indagati del procedimento che si trova in fase di udienza preliminare.

L’avviso di chiusura indagini è stato recapitato all’ex presidente della banca Gianni Zonin, l’ex direttore generale Samuele Sorato, ai suoi ex vice Emanuele Giustini, Andrea Piazzetta e Paolo Marin, al dipendente Massimiliano Pellegrini, all’ex componente del cda Giuseppe Zigliotto, e alla stessa Bpvi in liquidazione. La procura dovrebbe chiedere di riunire questo filone di indagine con quello già davanti al gup per evitare sdoppiamenti. (LA REPUBBLICA)