Mps, ora sotto attacco la nomina dei sindaci

La banca senese di nuovo nel mirino di Giuseppe Bivona. Il caso diventa oggetto di una lettera alla Consob con pesanti accuse

 
 

Giuseppe Bivona, piccolo azionista di Mps tramite la Bluebell Partners, continua a lanciare strali contro la banca senese. Il finanziere, tra l’altro costituitosi parte civile nel processo avviato a Milano contro l’ex presidente Alessandro Profumo e l’ex amministratore delegato Fabrizio Viola con le accuse, tra l’altro, di aggiotaggio e falso in bilancio, ha infatti inviato una nuova missiva per sollevare dubbi sulla composizione del nuovo collegio sindacale di Mps.

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Non si tratta della prima missiva e non è detto che non sia l’ultima per Bivona, da anni fortemente critico nei confronti della banca senese e non solo. Il co-fondatore del fondo inglese, che ha tra l’altro criticato anche la nomina di Profumo quale amministratore delegato di Leonardo-Finmeccanica, ha già inviato a fine settembre una lettera al presidente della commissione d’inchiesta sulle crisi bancarie, Pier Ferdinando Casini, per manifestare le sue perplessità sul ruolo del governatore di Bankitalia, Vincenzo Visco, nel quasi fallimento e nel successivo salvataggio di Mps. 

Ora, il finanziere ha inviato una missiva alla Consob per chiedere di verificare eventuali irregolarità nella nomina dei sindaci. L’oggetto del contendere nella lettera, inviata per conoscenza alle procure di Roma, Milano e Siena nonché al commissario Ue Margrethe Vestager e alla responsabile della vigilanza bancaria Daniele Nouy, riguarda Elena Cenderelli, neo presidente del collegio sindacale, e il sindaco effettivo Paolo Salvadori.

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Cenderelli, candidata dalle Generali, viene in particolare accusata di non essere indipendente rispetto al Ministero del Tesoro, titolare da pochi mesi del controllo con il 68% e passa del capitale, perché nel 2005 è stata nominata sindaco su candidatura di una realtà, che per sua origine è legata appunto al Tesoro, ossia la Fondazione Mps, all’epoca socio di maggioranza di Rocca Salimbeni. La sua nomina rappresenta per Bivona una sorta di “concertazione tra azionisti di maggioranza e minoranza”. 

In Borsa intanto il titolo di Banca Mps fatica a mantenere la soglia dei 4 euro e segna stamani -0,4% a 3,99 euro contro il +0,1% del Ftse Italia Banche. (Roberto Murgida Finanza Report)

Terremoto al Casinò, la Procura chiede il fallimento

Notificata agli amministratori un’istanza per insolvenza. Il sindaco ha convocato cittadini e sindacati

Un vero choc, sottolinea il quotidiano, che nella giornata di domenica ha spinto il sindaco Roberto Salmoiraghi a convocare tutti i residenti dell’enclave comasca sulle rive del Ceresio nel “salone delle feste” del Casinò alle 12.30 di oggi per «comunicazioni urgenti».

In mattinata, prima dell’incontro con la popolazione, Salmoiraghi incontrerà inoltre i sindacati.

Un buco da 33 milioni – Nell’ultimo anno, il Casinò – riferisce il Giorno nella sua edizione odierna – ha accumulato nei confronti del Comune, socio unico della società di gestione, un debito di circa 33 milioni di franchi. L’obiettivo dell’inchiesta sarà quello di ricostruire la gestione dei bilancio sull’arco di un periodo non ancora precisato, risalendo alle origini del buco. (CH TICINO)

Chiesto il fallimento del Casinò di Campione d’Italia: quello di Sanremo da 5 anni ha bilanci in attivo

Certo, i sacrifici sono stati molti, anche per i dipendenti. Ma oggi il Casinò matuziano può lavorare con maggiore serenità pensando ai prossimi anni. Il lavoro è tanto da fare e quei risultati straordinari a cavallo del 2000 non torneranno sicuramente, ma vista la situazione di Campione d’Italia, a Sanremo si può stare decisamente più tranquilli.

La Procura di Como ha chiesto il fallimento, per insolvenza, del Casinò di Campione d’Italia. Si tratta di un provvedimento clamoroso e che potrebbe essere il definitivo ko per la casa da gioco sul lago di Lugano.

Il Casinò è da tempo nell’occhio del ciclone e, il tribunale di Como ha ricevuto dalla Procura una richiesta di fallimento della società che gestisce la casa da gioco. Per oggi alle 12.30, il sindaco di Campione ha convocato i cittadini per una riunione urgente, che sarà preceduta da un incontro con sindacati.

Cosa accadrà ora al Casinò al confine italo-svizzero? Difficile a dirsi ma, la situazione della casa da gioco, fortunatamente per la città di Sanremo, nulla ha a che vedere con l’azzardo matuziano. Questo, infatti, seppur lontanissimo dai fasti di fine anni ’90 ed inizio 2000, quando arrivò ad incassare ben 105 milioni di euro, oggi può guardare al futuro con moderato ottimismo.

E’ chiaramente un momento difficile per i Casinò tradizionali. Gioco on line, new slot e molto altro hanno portato via molta clientela ed i numeri parlano chiaro. Ma i bilanci, alla fine, sono quelli che contano. Anche se l’azzardo matuziano non fornisce più quelle performance di alcuni anni fa, quando portava nelle casse del comune e degli altri enti vicini milioni di euro, quanto meno può vantare bilanci in attivo ed il fatto che viaggi ‘sulle proprie gambe’.

Certo, i sacrifici sono stati molti, anche per i dipendenti. Ma oggi il Casinò matuziano può lavorare con maggiore serenità pensando ai prossimi anni. Il lavoro è tanto da fare e quei risultati straordinari a cavallo del 2000 non torneranno sicuramente, ma vista la situazione di Campione d’Italia, a Sanremo si può stare decisamente più tranquilli.(Sanremo news)

La procura di Como chiede il fallimento del casinò di Campione d’Italia

La procura di Como chiede il fallimento del casinò di Campione d'Italia
Il casinò di Campione d’Italia 
Le indagini sulla gestione vanno avanti da mesi dopo l’esposto del sindaco Roberto Salmoiraghi, che denuncia un credito di 30 milioni di franchi svizzeri nei confronti della casa da gioco.

Già da mesi la procura comasca indaga – con l’ipotesi di peculato – sui conti della società di gestione della casa da gioco, anche sulla base di un esposto presentato dal sindaco di Campione, Roberto Salmoiraghi. La società che gestisce il casinò più grande d’Europa, infatti, è partecipata al 100% dal Comune di Campione d’Italia e dovrebbe garantire all’amministrazione pubblica un contributo di 700 mila euro ogni dieci giorni, che non viene versato da mesi, tanto che il credito del Comune ammonta a circa 30 milioni di franchi svizzeri (circa

25 milioni di euro). In più a convincere la procura a chiedere il fallimento vi sarebbero debiti nei confronti delle banche per un’altra trentina di milioni di franchi.

Non è la prima volta che il casinò finisce sotto inchiesta. L’ultima risale al 2015 per peculato e riciclaggio. (Repubblica)

1. LUTTO NEL ROCK. E’ MORTA DOLORES O’RIORDAN, LA CANTANTE DEI “CRANBERRIES”, AVEVA 46 ANNI 2. LA CANTANTE IRLANDESE ERA A LONDRA PER UNA SESSIONE DI REGISTRAZIONE – L’AGENTE NON HA FORNITO DETTAGLI SULLE CAUSE DEL DECESSO MA NELL’ESTATE DEL 2017 LA BAND AVEVA ANNULLATO IL TOUR EUROPEO PROPRIO A CAUSA DEI PROBLEMI DI SALUTE DELLA CANTANTE – I MEDICI LE AVEVANO ORDINATO DI NON RIPRENDERE IL TOUR PER COMPLETARE LE TERAPIE CHE STAVA SEGUENDO PER UN PROBLEMA ALLA SCHIENA – L’ULTIMO TWEET RISALE AI PRIMI GIORNI DI GENNAIO – VIDEO

 

Dolores O RiordanDOLORES O RIORDAN

Dolores O’Riordan, la cantante irlandese del gruppo “The Cranberries”, è morta improvvisamente. Lo ha fatto sapere la sua agente tramite una nota, citata dai media irlandesi. Aveva 46 anni. “La cantante della band irlandese The Cranberries era a Londra per una breve sessione di registrazione. Non sono disponibili al momento ulteriori dettagli. I familiari sono distrutti dall’aver appreso la notizia e hanno chiesto di rispettare la loro privacy in questo momento molto difficile”, afferma la nota. L’ultimo tweet della cantante risale al 4 gennaio. È saluto, tornava a casa.

 

BIOGRAFIA

http://www.rockol.it/news-683889/dolores-o-riordan-dei-cranberries-morta

 

Dolores O RiordanDOLORES O RIORDAN

Dolores era nata il 6 settembre ’71,  a Limerick ed era stata la frontwoman della  band di “Zombie” dagli esordi fino ad oggi. Nel 2014 si era separata dal marito Don Burton (manager del gruppo e dei Duran Duran), da cui aveva avuto tre figli. 

 

Lo scorso anno era uscito “Something else”, rivisitazione acustica orchestrale del repertorio dei Cranberries, seguito da un tour, in parte annullato, tra cui le date italiane – per problemi di salute della cantante. Aveva anche intrapreso una carriera solista dal 2007, e nel 2014 formato i D.A,R.K. con Andy Rourke (Smiths) e Ole Koretsky.

L’ultima uscita della cantante è un post sulla pagina Facebook del gruppo, datato 20 dicembre, in cui Dolores scriveva

 

Dolores O RiordanDOLORES O RIORDAN

ciao a tutti, qua è Dolores. Sto bene! Durante il weekend ho fatto la mia prima performance in mesi, cantando qualche canzone al party aziendale annuale di Billboard a  New York con la band residente. Mi sono divertita.  Buon Natale a tutti i fan!

 

Dolores Mary Eileen O’Riordan era nata il 6 settembre 1971 a Limerick, Irlanda.  Aveva formato i Cranberries con Noel Hogan (chitarra, voce), Mike Hogan (basso, voce) e Fergal Hawler (batteria e percussioni) nel 1990, debuttando poi con “Everybody else is doing it, so why can’t we”, pubblicato nel 1993, già un buon successo grazie ai singoli “Dreams” e “Linger”.

CRANBERRIES BURY THE HATCHET STORM THORGERSONCRANBERRIES BURY THE HATCHET STORM THORGERSON

 

Nel 1994 esce “No need to argue”, successo internazionale grazie ai singoli “Ode To My Family”, “I Can’t Be With You”, “Ridiculous Thoughts” e il famosissimo “Zombie”. L’album finisce per vendere più di diciassette milioni di copie.

 

L’album successivo, “To the faithful departed”, esce nel 1996. L’incalzare degli impegni porta ben presto il gruppo ad un alto livello di stress, al punto che nell’ottobre del ’96 i Cranberries sono costretti a cancellare le date rimaste della tournée.

 

Dopo essersi presi alcuni anni di pausa, i Cranberries si ritrovano in uno studio di Toronto dove lavorano al nuovo album “Bury the hatchet” (1999), mentre nell’ottobre 2001 esce “Wake up and smell the coffee”, cui segue una raccolta di successi (“Stars – The best of 1992-2002”).

 

Nel settembre 2003 il gruppo annuncia di voler prendere del tempo per poter dare spazio a dei progetti solisti. Dolores pubblica nel 2007 “Are you listening?”, poi a gennaio 2009 il gruppo si ritrova per un tour in Nord America in cui i membri della band supportano la O’Riordan nella promozione del suo secondo album solista, “No baggage”.

Dolores O RiordanDOLORES O RIORDAN

 

Da qui l’idea di una reunion vera e propria a nome Cranberries, supportata da un tour che a cavallo tra il 2010 e il 2011 porta nuovamente la band irlandese, in formazione originale, a calcare i palchi di tutto il mondo. Il passo successivo è la pubblicazione di un nuovo album, il primo in dieci anni. “Roses” inizialmente programmato per il 2004 ma subito abortito, vede finalmente la luce a fine febbraio del 2012.

 

Dolores O RiordanDOLORES O RIORDAN

Il disco si fa notare per un ritorno a sonorità simili a quelle dei primi due album, questo anche grazie al lavoro svolto in termini di produzione da Stephen Street, già al lavoro con la band ai tempi di “Everybody else is doing it, so why can’t we?”. A trainare ci sono questa volta il singolo “Tomorrow” e pezzi come “Astral projections” e l’ottima titletrack “Roses”.

Nel 2017 esce infine “Something else”, che contiene dieci canzoni già edite (ma riarrangiate in versione orchestrale-acustica) e tre inediti. (dagospia.com)

Nasce Spaxs, la nuova Spac di Corrado Passera

Nasce Spaxs, la nuova Spac di Corrado Passera

LA NUOVA SOCIETÀ, CHE PORTA LA FIRMA DELL’EX MINISTRO DEL GOVERNO MONTI E DI ANDREA CLAMER, EX RESPONSABILE NPL DI BANCA IFIS, PUNTA AD AFFERMARSI TRA LE MAGGIORI SPAC D’ITALIA.

È nata Spaxs, la nuova Spac (Special purpose acquisition company) che porta la firma di Corrado Passera. L’ex Ministro per lo sviluppo economico del governo Monti è sceso nuovamente in campo nel mondo della finanza e delle banche e in partnership con Andrea Clamer, ex responsabile della divisione Npl di Banca Ifis ha dato il via a quella che punta ad essere una tra le più grandi Spac del Paese.
La nuova società di Passera è orientata sui servizi finanziari e mira all’acquisizione di una società del settore, con l’obiettivo di creare un operatore attivo nei servizi delle Piccole medie imprese, dei non performing loans e nell’offerta di servizi ad alto tasso di digitalizzazione.

I titoli della Spac, che si propone di raccogliere 400 milioni di euro (con la speranza di arrivare oltre i 500), saranno collocati a investitori istituzionali e qualificati tra il 15 e il 26 gennaio. Nei prossimi mesi inoltre, ulteriori promotori andranno a completare il team della nuova società di scopo. Infine, a inizio febbraio Spaxs verrà quotata all’AIM Italia (Mercato Alternativo del Capitale) di Piazza Affari.
“Spaxs” ha affermato lo stesso Passera “è un’iniziativa che risponde ad un’esigenza dell’economia reale. Il progetto si rivolgerà infatti al mondo delle Pmi con potenziale di sviluppo, anche se in situazioni di difficoltà. Sempre nelle Pmi, opereremo nell’acquisto e gestione di Npl”.

L’obiettivo è quello di aggregare o ricapitalizzare le società più promettenti entro 18 mesi dall’IPO (initial public offering) e procedere ad una business combination, a guida dello stesso Passera, in qualità di ad di Spaxs, e da un team di promotori e manager che riporteranno direttamente a lui. L’IPO partirà il 15 gennaio e si concluderà il 26 dello stesso mese. Ad essa è abbinata anche l’offerta di warrant (5 warrant ogni 10 azioni ordinarie), ma ne verrà assegnato uno al momento dell’IPO e quattro al momento della business combination. Trascorso un anno, ai possessori dei warrant verranno assegnate gratuitamente un’azione ordinaria ogni cinque warrant posseduti. I promotori investiranno nell’iniziativa il 3% della raccolta. Il 20% delle azioni speciali sarà convertito alla business combination nel rapporto di 6 titoli ordinari per ogni azione speciale, mentre l’80% delle azioni speciali sarà convertito al raggiungimento di un prezzo di Borsa pari a 15 euro nel rapporto di 8 azioni ordinarie per ogni titolo speciale. A valle della business combination e della diluizione derivante dalla conversione dei warrant in mano agli azionisti ordinari, le azioni speciali rappresenteranno circa il 15-16% del capitale ordinario. (Stopsecret)

Corrado Passera lancia SPAXS, prima Spac focalizzata nei servizi finanziari

  • Punta a creare un operatore attivo nei servizi delle medie e piccole imprese, nel mercato degli Npl e nell’offerta di servizi ad alto tasso di digitalizzazione
  • La strategia è assumere il controllo gestionale del target con Passera che svolgerà il ruolo di ad
  • Come segnala Aifi, il target di 400 milioni, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe già stato impegnato, per 200 milioni di euro, da soggetti vicini all’ex ad di Intesa Sanpaolo, come family office, imprenditori e fondi internazionali

LA NEWS

Corrado Passera lancia SPAXS, la prima Spac (Special purpose acquisition company) imprenditoriale italiana finalizzata al controllo gestionale di una società operante nel settore bancario e finanziario i cui titoli saranno quotati sul mercato AIM Italia/Mercato Alternativo del Capitale di Borsa Italiana. Una mossa fatta congiuntamente con Andrea Clamer, dimessosi il 13 ottobre 2017 dal ruolo di capo dell’area Npl di Banca Ifis

SPAXS, la cui ammissione alle negoziazioni è prevista per l’inizio del mese di febbraio 2018, è la prima spac in Italia con una politica di investimento focalizzata nel settore dei servizi finanziari, con l’obiettivo di creare un operatore attivo nei servizi delle medie e piccole imprese, nel mercato dei non-performing loans e nell’offerta di servizi ad alto tasso di digitalizzazione.Corrado Passera, addio alla politica: Italia Unica in liquidazione

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I promotori della Spac intendono assumere il controllo gestionale della società target ricoprendo i ruoli chiave della gestione operativa della combined entity, con Corrado Passera che svolgerà il ruolo di amministratore delegato

L’obiettivo di raccolta è stabilito pari a 400 milioni di euro, estendibile fino a un massimo di 500 milioni di euro, e tale da posizionare SPAXS tra le più grandi Spac in Italia. Tali risorse saranno utilizzate per l’aggregazione e la successiva capitalizzazione della/e relativa/e target al fine di sostenerne una strategia di crescita e sviluppo. Come segnala Aifi, il target di 400 milioni, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe già stato impegnato, per 200 milioni di euro, da soggetti vicini all’ex ad di Intesa Sanpaolo, come family office, imprenditori e fondi internazionali.(Advisoronline)

Banche:azzerati,Consob riapre speranze

Possibile controversia in sede extragiudiziale con tempi brevi

La Lamborghini è il costruttore di automobili più incredibile del mondo. Ecco la sua storia

Due Lamborghini Aventador e una Huracan. Lamborghini

 

 

Nelle Nazioni Unite dei costruttori di supercar, Lamborghininon è un semplice membro. Ha un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza. Negli ultimi 50 anni Lamborghini si èindiscutibilmente insediato come uno dei marchi più rispettati e desiderabili dell’industria automobilistica. Come per la sua arcirivale, la Ferrari, gli specialisti delle supercar di S. Agata si sono affermati dopo un inizio sfavorevole e sono sopravvissuti a grandi sconvolgimenti finanziari.

Nello stesso tempo, la Lamborghini ha dato la luce a molte tra le più incredibili e iconiche automobili di questi tempi.

Ecco come la Lamborghini è diventata la Lamborghini!

Per molte persone, questa è l’immagine che viene in mente quando si dice: “Lamborghini”. Non è sempre stato così.

Flickr/Brian Snelson

Dopo la seconda guerra mondiale, Ferruccio Lamborghini ebbe un grande successo producendo materiale agricolo in un’Europa impegnata nella Ricostruzione. Come conseguenza di ciò, questo facoltoso imprenditore mise insieme una notevole flotta delle migliori automobili disponibili sul continente.

Lamborghini

Come fece Lamborghini a diventare una leggenda delle supercar da costruttore di trattori? La risposta può cambiare, secondo a chi si chiede.

Lamborghini

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Una versione vuole che Ferruccio Lamborghini decidesse di costruire una sua automobile dopo essere stato rimproverato da Enzo Ferrari per aver contestato le ripetute riparazioni fatte a una Ferrari.

AP

Un’altra versione della storia racconta che Lamborghini capì che produrre auto sportive avrebbe potuto garantire profitti consistenti. La verità è probabilmente nel mezzo.

Lamborghini

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Da sempre appassionato del combattimento di tori, e nato lui stesso sotto quel segno zodiacale, Lamborghini adottò un toro infuriato come marchio dell’azienda. L’azienda avrebbe continuato a chiamare ogni suo modello col nome di tori da combattimento, o con riferimenti al mondo dei combattimenti con questo animale.

Matthew DeBord/Business Insider

L’avventura di Lamborghini nel mondo delle auto sportive iniziò nel 1963 con l’elegante 350GT, e più tardi…

Lamborghini

…con una manciata di 350GTS decappottabili.

Lamborghini

Ferruccio Lamborghini ebbe certamente un occhio per il talento.

Lamborghini

Per creare la bellissima carrozzeria della 350GT, Lamborghini chiamò i progettisti della Carrozzeria Touring di Milano. Touring aveva già un nome per aver lanciato auto di successo.

Flickr/NAParish

Non aveva soltanto disegnato la Aston Martin DB5 (qui nella versione di James Bond)…

AP

…aveva anche progettato molte versioni di carrozzeria per il primo successo commerciale di Ferrari, la 166.

Flickr/Maurizio Cefariello

Lamborghini aveva bisogno di progettare e costruire da zero un motore per le sue automobili sportive. Per creare il motore, Lamborghini andò a chiedere i servizi di un ex capo sviluppatore della Ferrari, Giotto Bizzarrini.

Lamborghini

Mentre era in Ferrari, Bizzarrini supervisionò lo sviluppo di automobili leggendarie come la 250 GTO.

Ferrari

Il V12 3,5 litri progettato da Bizzarrini si rivelò immensamente potente e offrì agli ingegneri un’eccellente piattaforma per ulteriori sviluppi.

AP

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Decennio dopo decennio, il motore Bizzarrini divenne più grande, più potente , più sofisticato e tecnologicamente avanzato.

Lamborghini

La Lamborghini ha impiegato i diversi aggiornamenti del motore di Bizzarrini fino alla Murciélago, uscita di produzione nel 2010.

Lamborghini

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Per dare seguito alle eleganti ma tutto sommato convenzionali GT, Lamborghini si fece baldanzoso con la Miura.

Fllckr/Contri

Considerata la prima vera supercar, la Miura prende nome dai tori da combattimento allevati nell’allevamento Miura di Siviglia, in Spagna.

Lamborghini

La Miura debuttò nel 1966 al Motor Show di Ginevra, dove le sue linee futuristiche conquistarono il pubblico dell’esposizione. L’auto ostentava un livello stilistico mai visto prima.

Flickr/Rex Gray

Il profilo esotico di questo toro scatenato fu disegnato da Marcello Gandini, dello studio Bertone. Sarebbe stata la prima di diverse automobili iconiche che Gandini avrebbe continuato a disegnare per Lamborghini.

Flickr/Gordonplant

Come le GT della stessa casa, la Miura era equipaggiata con il V12 di Bizzarrini. Questa volta, era però montato al centro dell’auto, dietro il conducente, in maniera opposta allo schema anteriore più in voga.

Flickr/Rex Gray

Lamborghini non trovò le risorse economiche per mantenere il controllo della casa costruttrice di automobili che portava il suo nome nonostante la popolarità della Miura. Nel 1972 fu costretto a vendere a un gruppo svizzero.

Lamborghini

Dopo che Ferruccio ebbe lasciato, la Lamborghini cambiò diverse proprietà per finire poi in amministrazione controllata per vari anni, prima di essere acquistata nel 1987 da Chrysler.

Wikimedia Commons

Durante questo periodo, l’azienda produsse modelli di successo come la Espada…

Reuters

…La Jarama…

Flickr/NAParish

e la Urraco, una quattro posti con motore centrale.

Flickr/Alexandre Prevot

Nel 1974, Lamborghini fece sensazione con la Countach, le cui porte incernierate in verticale ad ‘ali di gabbiano’ sarebbero diventate sinonimo del marchio. Il nome deriva da un’esclamazione in piemontese che, tradotta approssimativamente, suona come “Caspita!”.

Lamborghini

Per creare la Countach, Lamborghini tornò alla formula che aveva reso la Miura un successo di critica e di vendite.

Flickr/Dave_7

Il motore era una versione maggiorata in cilindrata e potenza del V12 progettato da Bizzarrini anni prima, mentre…

Flickr/Nakhon100

…la carrozzeria fu disegnata ancora una volta da Gandini.

Flickr/Contri

Durante i successivi quindici anni, la Countach permise alla Lamborghini di competere testa a testa con la Ferrari nei concessionari più prestigiosi del mondo, ma quanto a preferenze sui muri delle camerette degli adolescenti, il poster della Countach avrebbe vinto per diverse lunghezze.

Flickr/Craig Dennis

La Countach diventò infatti il modello Lamborghini più pubblicizzato e riconoscibile, anche a quarant’anni dal suo debutto.

Reuters

Nei tardi anni Ottanta la Countach iniziava a mostrare la sua età, e…

Lamborghini

…arrivò il debutto della Ferrari F40 da oltre 300 km/h…

Flickr/Ben

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… e quello della innovativa supercar di Porsche, la 959. Per la Lamborghini fu chiaro che il marchio doveva dotarsi di una nuova ammiraglia.

Porsche

Il risultato fu la Diablo, un modello capace di 325 km/h. Il nome è quello di un toro protagonista, nel 1869, di un combattimento con un matador durato diverse ore.

Lamborghini

Dopo il successo della Miura e della Countach, la Lamborghini tornò alla sua formula più collaudata.

Lamborghini

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Ancora una volta, la Lamborghini scelse una versione aggiornata del V12 di Bizzarrini come propulsore, e…

Lamborghini

…a Marcello Gandini per la progettazione della snella carrozzeria.

AP

È interessante ricordare come la Chrysler non si sia convinta della proposta iniziale di Gandini e chiamò il proprio progettista, Tom Gale, per ritoccare il progetto. Dopo la Diablo, Gale avrebbe continuato il suo percorso, disegnando negli anni ’90 la prima vera supercar americana, la Dodge Viper.

FCA

La Diablo è stata l’ultimo modello provato da Ferruccio Lamborghini prima della sua scomparsa, avvenuta nel 1993 all’età di 76 anni.

Lamborghini

Anche se la Lamborghini aveva visto un periodo di rinascita economica durante l’amministrazione Chrysler, la tranquillità non durò a lungo. Nel 1993 Chrysler vendette a una cordata di investitori indonesiani.

AP

Nel 1998 la crisi finanziaria asiatica costrinse i proprietari indonesiani del marchio a riportare sul mercato la Lamborghini. Il marchio Audi del Gruppo Volkswagen prese al volo l’opportunità di comprare.

REUTERS/Valentin Flauraud

Prima che il costruttore di lusso tedesco potesse perfezionare l’acquisto della “Lambo”, il CEO della Audi chiese permesso al capo del gruppo VW, Ferdinand Piech. Si dice che Piech, discendente del fondatore della Porsche, Ferdinand Porsche, abbia rifiutato di sostenere apertamente l’operazione perché avrebbe indispettito la sua famiglia.

AP

Alla fine del 1998 Audi acquistò la Lamborghini per 111 milioni di dollari. Nel 2001 la Lamborghini proprietà dell’Audi lanciò la Murciélago, modello successore della Diablo.

Lamborghini

La Murciélago prende nome da un toro da combattimento trafitto da un matador per ben 24 volte, e sopravvissuto. Era ovviamente un messaggio per la rivale Ferrari.

Wikimedia Commons

Per la Murciélago, la Lamborghini progettò la carrozzeria in sede, con la supervisione di Luc Donckerwolke. Il propulsore sarebbe stato ancora una volta il Bizzarrini V12.

Lamborghini

Nella sua versione più potente mai prodotta, il V12 Bizzarrini della Murciélago LP 670-4 SuperVeloce eroga più di 660 cavalli.

Lamborghini

Nel 2004, Lamborghini aggiunse alla propria gamma la entry-level Gallardo. Questa auto diventerà il modello più venduto nella storia dell’azienda.

REUTERS/Denis Balibouse

La Gallardo, dal nome di una storica razza di tori, è equipaggiata con un motore V10, invece che V12.

Lamborghini

Stephan Winkelmann ha assunto nel 2005 il ruolo vertice della Lamborghini, come presidente e CEO. Nel 2011, Lamborghini ha presentato la sua prima auto completamente nuova sotto la direzione di Winkelmann – l’Aventador.

REUTERS/Robert Sullivan

L’Aventador a 12 cilindri è la prima ammiraglia Lamborghini a non essere equipaggiata con il V12 Bizzarrini.

Lamborghini

La Aventador, capace di quasi 350 km/h, prende il nome da un toro coinvolto in un brutale combattimento con un matador, nel 1993.

Lamborghini

Nel 2014, la Lamborghini ha lanciato la Huracan – il seguito al successo della Gallardo. La suggestiva Huracan prende il nome da un toro che combatté nel 1879.

Lamborghini

Come la Gallardo, anche la Huracan è equipaggiata con un V10.

Lamborghini

Nel 2016 Winckelmann lasciò la Lamborghini. Al suo posto, l’azienda ha chiamato al ruolo di CEO il capo della scuderia Ferrari di Formula 1, Stefano Domenicali.

Lamborghini

Cosa accadrà adesso alla Lamborghini? Oltre a produrre supercar estreme e concept car come la Centenario…

Newspress

…la Terzo Millennio…

Lamborghini

…questo mese, la Lamborghini ha svelato un nuovo SUV, chiamato “Urus”. Secondo la casa, questa Urus da oltre 300 km/h è il SUV più veloce al mondo.

Lamborghini

La Urus è la prima Lamborghini fuoristrada, dopo la LM002 degli anni Ottanta, decisamente sopra le righe. Questa creatura brutale, equipaggiata con il V12 Bizzarrini, era stato originariamente progettata per partecipare alle forniture militari, in sostituzione della Jeep. La gara fu poi vinta dalla Humvee.

Lamborghini

La Lamborghini inizierà le consegne della Urus, che prende il nome da un antenato del toro attuale, nella primavera del 2018.

Lamborghini

Oggi la Lamborghini è un animale ben diverso da quello che iniziò la sua storia cinque decenni fa.

Lamborghini

In effetti, Lamborghini ha ora la tradizione e il pedigree che prima mancavano agli occhi dei collezionisti. Ecco un trio di Lambo nel famoso garage di Jay Leno.

Facebook/Jay Leno’s Garage

Ormai finanziariamente stabile, la Lamborghini è libera di esprimere nel mondo dell’automobile il suo folle genio per le supercar.

Lamborghini

Una semplice formula spiega perché Nike ha smesso di essere “cool”

  • Nike ha avuto un problema recentemente con il suo brand Jordan
  • Una semplice formula spiega come è arrivata ad avere questo problema e come potrebbe risolverlo
  • Probabilmente l’origine del problema risale a decisioni prese anni fa.

Nel 1987 Nike strinse una partnership con Michael Jordan– all’epoca debuttante – e lanciò le prime Air Jordan, che hanno cambiato per sempre l’industria delle calzature. Il dominio di Nike sul mercato delle scarpe da ginnastica è durato fino a poco tempo fa, quando è successo l’impensabile e il brand ha smesso di punto in bianco di essere “cool”.

Secondo Josh Luber, CEO del sito di rivendita di scarpe da ginnastica StockX, Nike negli ultimi anni ha perso terreno rispetto ai concorrenti, come Adidas, e il suo declino può essere spiegato mediante un semplice formula.

Nel febbraio 2015, poco prima che Adidas lanciasse le Yeezy, quest’azienda rappresentava all’incirca l’1 per cento del mercato di rivendita mentre Nike e Jordan coprivano all’incirca il 96 per cento”, ha detto Luber recentemente da Jefferies durante un Q&A con analisti della società. “Da allora, compiendo un salto in avanti al mondo di oggiAdidas rappresenta il 60, sei – zero, per cento del nostro giro d’affari in termini di fatturato. E questo è dovuto in gran parte alle Yeezy ma anche alle Ultra Boost e alle NMD.”

Leggi anche: Adidas ha un’arma segreta per battere Nike, e sta per metterla in campo

Luber ha spiegato agli analisti di Jefferies che il dominio di Nike e Jordan era basato su una semplice formula.Produrre scarpe da ginnastica con una popolarità pazzesca solleva un classico problema di domanda e offerta, con conseguenze disastrose se lo affronti nel modo sbagliato. Luber ha detto che le Jordan sono state così popolari per tutto questo tempo perché erano difficili da trovare. Non potevi entrare in un negozio e prenderne un paio pagando il prezzo di listino, dunque avevi solo una possibilità: andare da un rivenditore che vendeva quelle scarpe a prezzo più alto.

Nike l’ha capito presto, e per molto tempo ha prodotto solo un numero limitato dei nuovi modelli Jordan per assicurarsi che la domanda fosse superiore all’offerta.Nell’ultimo paio d’anni è diventata troppo avida e ha prodotto un numero eccessivo di scarpe a un prezzo troppo elevato. È stato il colpo di grazia per Nike, ha detto Luber.

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L’ha spiegato in modo semplicissimo con queste parole:

Se la domanda relativa a un modello di scarpe è pari a… 100 unità. E Nike ne produce 96. Beh, ne venderà 96, nessun problema. Vendita facile di tutte le scorte nei negozi retail. Ci saranno dei mercati secondari, ci saranno dei ricarichi ma le venderà tutte. Ma se la domanda relativa a quel modello di scarpe è pari a 100 e l’azienda ne fornisce 101, appena un po’ di più, potrebbe venderne 70 o 60 o 50 o comunque molte meno di 96.

“Non appena superi quella soglia e non c’è più una domanda maggiore dell’offerta di un determinato prodotto, anche se è solo dal punto di vista nominale, l’intero mercato secondario evapora. Le scorte delle calzature non vengono esaurite nei punti vendita retail. E questo è esattamente ciò che è accaduto.”

 

Edgar Su/Reuters

Non appena Nike ha prodotto una quantità sufficiente di scarpe perché ce ne fosse un paio in più sugli scaffali, quelle calzature non sono più state “cool”. Chiunque volesse comprarne un paio poteva farlo, e ne rimaneva uno in più per le persone che non erano ben informate, il che rende immediatamente le scarpe meno “cool”, secondo Luber.

Il problema più grande per Nike non è però la sovrapproduzione, ma i tempi di produzione delle sue scarpe. Luber ha spiegato che quando Nike realizza un nuovo modello, lo fa spesso fino a due anni in anticipo per lasciare un margine di tempo per la fabbricazione. Nel 2015, quando stava progettando un modello per il 2017, non aveva idea che la linea Yeezy di Adidas sarebbe stata un competitor enorme. Presupponeva che la domanda relativa alle Jordan e ad altri modelli sarebbe rimasta elevata, così ha superato quella soglia velenosa delle 101 unità e di punto in bianco le sue scarpe Jordan non sono state più così inafferrabili né così “cool”.

Nike e Jordan però non stanno restando con le mani in mano. Luber ha detto che l’azienda è consapevole di questa semplice formula della domanda e dell’offerta, e probabilmente è al lavoro per correggerla.

“Jordan è dunque assolutamente consapevole che deve sfornare meno scarpe, deve ridurre l’offerta sull’intero assortimento e capire dove si trova quel punto di equilibrio. E io sono davvero convinto che possa riprendersi”, ha detto.

Per leggere un altro articolo sul problema “impensabile” di Nike con le Jordan (in inglese), clicca qui.

  • Seth Archer Business Insider

Le carte della cessione Milan in Procura: tutto ciò che vi avevamo detto di Yonghong Li

Yonghong Li con l’ad del Milan, Marco Fassone (a destra) e David Han Li (a sinistra). Foto di Miguel Medina/Afp/Getty Images

La carte sono in Procura, ma la decisione sull’apertura o meno di un’inchiesta sulla cessione del Milan allo sconosciuto Yonghong Li è congelata. L’orientamento dei magistrati sarebbe quello di studiare con attenzione le carte facendo magari passare il voto del prossimo 4 marzo, onde evitare che qualunque decisione venga riletta in chiave politica. Si spiegano così le parole del Procuratore capo di Milano, Francesco Greco, che hanno smentito l’apertura di un’indagine per riciclaggio – anticipata da La Stampa – sull’operazione che ha portato nella casse della Fininvest di Silvio Berlusconi 520 milioni di euro.

 

 

Greco, infatti, non ha smentito la ricostruzione dell’Ansasecondo cui nelle scorse settimane è stata depositata in Procura una relazione della Guardia di Finanza su tre “segnalazioni di operazioni sospette” trasmesse dall’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia alle Fiamme Gialle. I pm, adesso, dovranno valutare se aprire o meno un fascicolo, ma è probabile che aspettino ancora qualche settimana per studiare con attenzione le carte prima di prendere la loro decisione. Di certo tra i magistrati del pool milanese la cessione del club rossonero non è passata inosservata – anche grazie al continuo confronto con il legale di Berlusconi, Niccolò Ghedini – e forse per questo, nei giorni scorsi, Greco ha lodato l’inchiesta del New York Times che ha confermato come Yonghong Li non sia proprietario di alcuna miniera di fosforo in Cina.

Yonghong Li. Foto di Miguel Medina/Afp/Getty Images

Un’operazione opaca e ancora incomprensibile. Silvio Berlusconi in diretta televisiva ha definito Li “un protagonista dell’industria cinese”, ma sulla scena economica del suo Paese, l’imprenditore asiatico non ha lasciato alcuna traccia.Basti pensare che delle sue imprese non ha mai sentito parlare alcun diplomatico italiano in Cina e che le rare volte in cui è stato menzionata dai giornali locali è stato definito “piccolo truffatore”.

Come è possibile che un perfetto sconosciuto con una consistenza patrimoniale tutta da dimostrare si sia preso il Milan? La risposta più credibile è quella di un ex banchiere passato al private equity che due mesi fa candidamente ci parlò così: “Business is business. Un’operazione da 740 milioni, debiti compresi, genera commissioni milionarie per tutti gli advisor. La volontà è sempre quella di chiudere”. Tradotto: scoprire chi fosse davvero Yonghong Li probabilmente non sarebbe convenuto a nessuno.

L’ad del Milan Marco Fassone con David Han Li, braccio destro di Yonghong Li

Ecco quello che abbiamo scoperto noi nell’ultimo anno. (Giuliano Baletreri Business Insider)

1)  Il Milan in mano a uno sconosciuto grazie al silenzio degli advisor (22/11/2017)

2) Milan, JpMorgan estranea al rifinanziamento. E il Nyt conferma il bluff di Yonghong Li (18/11/2017)

3) Milan, i salti mortali di Yonghong Li per far rientrare 8 milioni dalle Isole Vergini (28/10/2017)

4) Il mistero di Wanda e l’House of Cards cinese: un avvertimento a chi sfida il governo (2/9/2017)

5) Milan, parla Banca Ifis: ‘Ecco perché abbiamo rilasciato la fideiussione su Bonucci’ (1/9/2017)

6) Milan, Yonghong Li sempre più solo: la Cina vieta gli investimenti privati nel calcio (18/8/2017)

7) Milan, sui conti la campagna acquisti pesa ‘solo’ 40 milioni (16/7/2017)

8) Pechino indaga sull’operazione Milan, dubbi sulla liquidità di Yonghong Li (22/6/2017)

9) Derby Milan-Inter 0-1: Suning compra la Bundesliga con l’ok del governo cinese (5/4/2017)

10) Milan, dai cinesi agli “avvoltoi” che hanno portato l’Argentina al fallimento (27/3/2017)

11)  Milan, gli uffici di Ses come gli investitori cinesi: non ci sono (23/3/2017)

12) “Milan ai cinesi: Yonghong Li balla da solo, scaricato dalle banche e osteggiato dal governo” (15/3/2017)

13) La Cina investe dappertutto tranne che nel Milan. Perché? (4/3/2017)

14) Milan, questi cinesi non sono seri: adesso Berlusconi smetta di trattare (2/3/2017)

15) Milan, Huarong si sfila dalla cordata: “Nessun investimento in programma” (24/2/2017)

16) Ombre cinesi sul Milan: senza quotazione miliardaria piace meno (1/2/2017)

17) Milan, l’operazione si farà tutta con soldi offshore. E la Cina sta a guardare (20/1/2017)

18)  “Milan, i 12 punti oscuri della vendita ai cinesi”(12/1/2017) 

19) Dalla Cina ai Caraibi: la vendita del Milan resta un mistero (6/1/2017)

RIPPLE/ La criptovaluta che piace alle banche (a differenza del bitcoin)

Le criptovalute crescono sempre più e il ripple sembra poter scalzare il notissimo bitcoin perché più gradito al sistema bancario e finanziario. 

Pixabay

Il bitcoin è una tra le tante criptovalute oggi in circolazione. Moneta virtuale nata nel 2009, non esistono banconote, non è legalmente riconosciuta in nessuno Stato del mondo e non ha un supporto fisico: eppure il valore iniziale nel gennaio 2017 era pari a 997 dollari, il valore di assestamento al 12/12/2017 e stato pari a 17.800 dollari. Le transazioni esistenti non sono illegali, ma non sono tutelate da alcuna legge al mondo. Il ripple, invece, è la criptovaluta che più si è apprezzata nel 2017; ha guadagnato il 36,18 % contro 1,318% realizzato da bitcoin nella classifica percentuale che misura la crescita reale, perché per capitalizzazione e prezzo unitario il bitcoin resta la valuta più importante.

Tra le criptovalute, ripple ha scalato posizioni, tanto che adesso si piazza al secondo posto avendo superato pure ethereum. Per entrambe l’operatività si basa su un protocollo predefinito chiamato “peer-to-peer”, strumento che funziona in maniera identica a quello utilizzato per scaricare e condividere file on-line. Bisogna evidenziare che per entrambe la primaria differenza dalle monete correnti (quali euro, dollari, sterline, ecc.) è che le stesse non sono governate e/o controllate da nessuna banca centrale, e tutte le transazioni sono registrate su un  libro mastro pubblico che si chiama “blockchain”. La principale differenza tra bitcoin e ripple è che ripple piace anche alle banche nazionali, nonostante esista per entrambe il fine di decentralizzare le informazioni.

Di fatto ripple è molto diversa da bitcoin  essendo  stata creata da una società californiana che ha saputo convogliare in questo progetto diverse decine di milioni di investitori, i più disparati, tra cui anche banche di prestigio come il Santander. Il protocollo di ripple implica l’avere un libro mastro delle operazioni decentralizzato esattamente come bitcoin, ma il suo è certificato  da operatori telefonici, della rete e anche da istituzioni accademiche quali il Mit di Boston. La principale differenza giuridico/economica è che mentre bitcoin nasce come strumento anonimo il cui fine primario è quello di sfuggire a qualunque autorità monetaria, ripple, pur usufruendo della blockchain, è un mezzo certificato che si stacca dal mantra delle altre criptovalute che scorrazzano indisturbate senza regole e controlli nel far west di internet.

Ad avvalorare il gradimento che ha raggiunto, a differenza del bitcoin, ripple verso le banche è stata la comunicazione ufficiale da parte del principale consorzio di istituti asiatici sul raggiungimento di un protocollo scritto che implica  una sperimentazione di ripple come base di un nuovo sistema di carte a pagamento. A livello di emissioni unitarie, bitcoin oggi vede in circolazione 17 milioni di unità su un tetto massimo di emissione pari a 21 milioni: arrivati a tale numero il processo si arresterà automaticamente. Ripple è stata creata in 100 miliardi di unità distribuite progressivamente sul mercato; non tutte le coin però finiranno in circolazione, perché il 20%, pari quindi a 20 miliardi di ripple, rimarrà nelle mani del fondatore, tale Chris Larsen, che oggi, per la cronaca, sta lottando per entrare tra i 5 uomini più ricchi d’America con un capitale, per la sua società, di oltre 226 miliardi di dollari. 

Visto quindi che la criptovaluta più rischiosa appare il bitcoin, essendo oggi la sua capitalizzazione pari a 240 miliardi di dollari e le azioni quotate in tutte le borse del mondo pari a 80 mila miliardi di dollari, chi scrive pone l’accento sul fatto che in un’eventuale esplosione di una bolla legata a quest’ultima con il prezzo del bitcoin a 0, le perdite economiche sarebbero equivalenti a meno dello 0,6% delle sole azioni americane: forse un azzardo, ma io ci scommetterei! (Fabio Accinelli sussidiario.net)

Leo Messi e la finta beneficenza: niente tasse e i soldi restano in famiglia

Una fondazione per aiutare i bambini poveri usata come schermo per non pagare imposte su una parte dei compensi milionari versati dal Barcellona. E tramite un ente in Argentina altro denaro ha preso il volo verso Paesi offshore. Così ora il fuoriclasse cerca un accordo con il fisco spagnolo, che indaga su di lui.

Leo Messi e la finta beneficenza: niente tasse e i soldi restano in famiglia
Leo Messi

Lo chiamano Pulga, pulce in spagnolo, per via del fisico non proprio corpulento. Oppure el Mesias, il Messia, cioè un calciatore che fa miracoli con la palla al piede. Finora però nessuno ha mai osato coniare un soprannome che accosti Leo Messi all’evasione fiscale. Presto potrebbe succedere, perché il fuoriclasse argentino del Barcellona è finito di nuovo nei guai per una questione di tasse. Guai grossi: milioni di euro versati dalla squadra catalana a un ente benefico intestato al campione.

La Fondazione Leo Messi, nata nel 2007, è al centro di un’inchiesta del fisco spagnolo. Nel corso degli anni il Barcellona ha versato milioni di euro nelle casse dell’ente benefico intitolato al calciatore, un ente che però fino al 2013 è rimasto sconosciuto alle autorità tributarie, visto che non era stato iscritto all’apposito registro pubblico, violando così un obbligo di legge. E c’è anche il forte sospetto che buona parte dei fondi afflutii nella fondazione non siano stati impiegati in donazioni, rimanendo nella disponibilità della famiglia del fuoriclasse. Questo è quanto emerge dalle carte consultate da L’Espresso, che è in grado di raccontare nel dettaglio gli affari riservati del calciatore più pagato del mondo, una star del pallone che in base al contratto rinnovato nel novembre scorso guadagna 35 milioni di euro all’anno, al netto delle tasse. Poi ci sono diritti d’immagine e bonus vari, che portano la somma totale fino a circa 50 milioni. L’inchiesta giornalistica è stata realizzata grazie ai documenti ottenuti dal settimanale Der Spiegel e condivisi con il consorzio EIC (European Investigative Collaborations), di cui questo giornale è partner in esclusiva per l’Italia .

Ecco come la stella del calcio ha usato la fondazione per aiutare i bambini poveri come schermo per non pagare imposte su una parte dei compensi milionari versati dal Barcellona. L’inchiesta giornalistica ealizzata grazie ai documenti ottenuti dal settimanale Der Spiegel e condivisi con il consorzio EIC (European Investigative Collaborations), di cui l’Espresso è partner in esclusiva per l’Italia

Da oltre un anno ormai la polizia tributaria spagnola sta indagando sui rapporti finanziari tra il Barcellona e la Fondazione Leo Messi. Le carte rivelano che tra il 2010 e il 2013, cioè il periodo su cui si è concentrata l’indagine, il club ha sborsato almeno 6,5 milioni di euro a favore dell’ente benefico gestito da Jorge Messi, il padre di Leo che da sempre amministra le finanze del calciatore. Questo denaro ha goduto di un doppio sconto fiscale. Il club calcistico ha potuto in parte dedurre i versamenti dai propri ricavi evitando così di pagare le tasse su queste somme. E anche la fondazione, in quanto ente senza scopo di lucro, ha sborsato imposte ridotte al minimo sui propri introiti. Secondo l’accusa, però, i pagamenti del club catalano non sarebbero altro che un compenso supplementare destinato a Messi. In altre parole, grazie allo schermo della Fondazione, il fuoriclasse argentino sarebbe riuscito a dribblare le tasse. Contattato dal consorzio EIC, Jorge Messi ha respnto ogni accusa, spiegando che «la sua famiglia ha sempre pagato tutte le tasse dovute e che quanto ricevuto dal Barcellona è stato puntualmente dichiarato alle autorità». 

Jorge Messi, padre e procuratore del...
Jorge Messi, padre e procuratore del figlio Leo

La nuova inchiesta rischia di avere conseguenze molto pesanti per Messi. Nel maggio dell’anno scorso il Tribunal supremo di Madrid, una sorta di corte d’Appello, ha confermato la condanna del calciatore a 21 mesi di carcere per un’evasione fiscale di 4,1 milioni di euro tra il 2007 e il 2009. Il cinque volte Pallone d’oro, vincitore di quattro edizioni della Champions League con il Barcellona, ha chiuso i conti con il Fisco pagando circa 30 milioni, che sono serviti a regolarizzare le imposte per i tre anni sotto inchiesta e per quelli successivi, oltre ovviamente alle multe del caso.

La pena detentiva è poi stata commutata in una sanzione pecuniaria di 455 mila euro. Spiccioli per uno come Messi, che guadagna quasi 150 mila euro al giorno. Le disavventure fiscali della star argentina corrono parallele a quelle del suo grande rivale Cristiano Ronaldo, il campione portoghese del Real Madrid che da una decina d’anni almeno gli contende il titolo di miglior calciatore del mondo. Entrambi, a quanto pare, hanno sviluppato una irresistibile attrazione verso i paradisi offshore, dove hanno nascosto una parte del tesoro accumulato in carriera. E così, mentre Messi ha chiuso (per il momento) i suoi conti con la giustizia con una condanna di pochi mesi fa, il fisco spagnolo ha appena chiesto il processo per Ronaldo, accusato di un’evasione da 14 milioni .

Cristiano Ronaldo
Cristiano Ronaldo

Per l’argentino, adesso, il problema è la recidiva. I giudici infatti hanno messo bene in chiaro che in caso di nuova condanna penale il fuoriclasse, che il prossimo 24 giugno compirà 31 anni, finirebbe per chiudere in carcere la sua trionfale carriera. È comprensibile, allora, lo stato di estrema agitazione in cui sono piombati i dirigenti del Barcellona quando, il 28 aprile del 2016, gli ispettori del Fisco spagnolo hanno bussato alla porta del club. Nelle settimane successive, una serie di riunioni tra i legali della società e consulenti esterni hanno esaminato le possibili vie d’uscita da questo nuovo contenzioso fiscale.

Messi è di gran lunga l’asset di maggior valore nel bilancio della società catalana e i vertici del club erano pronti a fare i salti mortali, sul fronte legale, pur di difendere il gioiello di famiglia. Secondo quanto emerge dai documenti esaminati dal consorzio giornalistico EIC, il Barcellona ha offerto al fuoriclasse il denaro necessario per mettersi in regola con il fisco. E, secondo fonti di Madrid, il calciatore sarebbe ormai vicino a un accordo che gli eviterebbe, pagando le tasse evase e le eventuali multe, di finire un’altra volta sotto processo. Nelle prossime settimane si capirà se la strategia difensiva studiata dalla squadra blaugrana avrà avuto successo.

Di certo, fin d’ora si può dire che le carte riservate della Fondazione Leo Messi raccontano una storia che corre fin da principio sul filo dell’illegalità. Si scopre per esempio che l’ente amministrato da Messi padre, anche lui condannato nel 2017 a 15 mesi di reclusione per gli stessi reati fiscali del figlio, non è mai stato iscritto nell’apposito registro pubblico, come invece prescrive la legge. Di conseguenza, già a partire dal 2007, non sono stati depositati i bilanci annuali. Diventa quindi difficile stabilire se è stato rispettato l’obbligo, fissato dalle norme iberiche, di versare in beneficenza almeno il 70 per cento delle entrate, che è anche il minimo perché un ente caritatevole abbia accesso agli sconti sulle tasse.

Per anni, quindi, la famiglia del campione argentino ha gestito un tesoro sconosciuto al Fisco. Un tesoro milionario alimentato dai generosi versamenti del Barcellona, che ha continuato a pompare soldi nelle casse della fondazione: 1,55 milioni nel 2010, 1,65 milioni nel 2011, altrettanti nel 2012 e nel 2013. Cinque anni fa, per la prima volta, il Registro della Generalitat Catalana documenta l’avvenuta iscrizione dell’ente. Difficile non notare, a questo punto, una coincidenza temporale che non appare casuale. I Messi si sono messi in regola proprio nell’anno, il 2013, in cui il Fisco ha aperto la prima indagine sugli affari del calciatore, quella che nel 2016 si è conclusa con la condanna a 21 mesi, confermata in appello nel 2017.

Quella inchiesta svelò l’esistenza di un network di società a Londra e in paradisi offshore (Uruguay e Belize) create per incassare al riparo da ogni imposta i proventi milionari dei diritti d’immagine garantiti a Messi da sponsor come Adidas.

Ebbene, seguendo le tracce del denaro si scopre che anche negli affari della Fondazione ricorrono nomi e circostanze che riportano agli stessi schermi fiscali svelati dall’indagine del 2013. Questa volta la storia parte da Rosario, la grande città argentina dove Leo Messi è nato e cresciuto prima di trasferirsi, a soli 13 anni, a Barcellona, dove il piccolo fenomeno è stato reclutato dalla scuola calcio della squadra catalana.

A Rosario, nel 2009, la famiglia del fuoriclasse ha creato una filiale della fondazione spagnola. Anche in questo caso, le informazioni disponibili, depositate nel registro pubblico, sono scarsissime. Niente bilanci, nessun resoconto dell’attività. Già nel recente passato la stampa spagnola aveva sollevato sospetti documentando, per esempio, spese per 550 mila euro giustificate come “rinnovo degli arredi” della fondazione con sede a Rosario.

La pista dei soldi conduce a Londra, dove ha sede la Hanns Enterprises, una minuscola società che risulta aver ricevuto almeno 300 mila dollari provenienti dalla filiale argentina della Fondazione Messi. Il pagamento è legato a un contratto di merchandising tra l’ente di Rosario e la Lamfur di Montevideo, in Uruguay. E così i soldi partiti dall’Argentina finiscono su un conto di Hanns Enterprises aperto in Lussemburgo presso la Andorran private bank, non proprio un istituto di prima grandezza. Sembra quantomeno insolito che un affare tra una fondazione argentina e una ditta dell’Uruguay venga regolato in Lussemburgo via Londra. Ma c’è un altro elemento sorprendente: Hanns Enterprises ha sede presso lo stesso ufficio della Sidefloor, un’altra società britannica che secondo quanto ricostruito dagli investigatori spagnoli aveva fatto da cassa occulta per il denaro nero della famiglia Messi.

Hanns Enterprises, così come Sidefloor, sono poco più che caselle postali, schermi finanziari gestiti dalla stessa fiduciaria, la londinese Jordan, che amministra migliaia di sigle di questo tipo. In mancanza di bilanci e resoconti dettagliati, resta comunque difficile ricostruire con precisione l’attività dell’ente con sede a Rosario. Almeno in un caso, però, un’iniziativa della Fondazione argentina ha avuto larga eco mediatica, quantomeno nel continente americano. Nell’estate del 2012 e poi anche l’anno successivo, il campione del Barcellona ha prestato il suo nome per una serie di partite di beneficenza tra star internazionali del pallone. Gli “Amici di Messi” contro il “Resto del Mondo”, questo il titolo del tour che nel giugno del 2012 ha toccato gli stadi di Cancun, in Messico, Bogotà in Colombia e Miami in Florida, mentre nel 2013 i match sono andati in scena a Medellín (Colombia), a Lima in Perù e a Chicago, mentre un’altra tappa statunitense, a Los Angeles, è stata annullata all’ultimo momento.

Un'immagine dal sito della fondazione...
Un’immagine dal sito della fondazione di Messi

Precedute da una grancassa pubblicitaria tra tv e social network, le partite hanno richiamato negli stadi meno pubblico di quanto gli organizzatori avevano preventivato. In compenso l’iniziativa dei Messi & friends ha attirato su di sé una girandola di sospetti, sollevati già negli anni scorsi dalla stampa sudamericana e spagnola. Nel novembre 2013 lo stesso Messi è stato interrogato come testimone dagli agenti della speciale squadra antiriciclaggio della Guardia Civil di Madrid.

Gli investigatori da mesi lavoravano sotto copertura su una rete di narcotrafficanti con ramificazioni in Spagna e agli atti dell’indagine erano finite intercettazioni telefoniche in cui i sospetti riciclatori tiravano in ballo le partite organizzate dalla Fondazione Messi. A fine 2015, però, il giudice istruttore di Barcellona ha negato l’autorizzazione alla prosecuzione dell’inchiesta della Guardia Civil.

«Gli indizi raccolti sono insufficienti», questo in sintesi il verdetto che ha troncato l’indagine. Sono rimaste agli atti, però, numerose circostanze che proiettano una luce inquietante su quel tour di beneficenza targato Messi. Il rapporto di polizia segnala che le donazioni promesse si sono in parte arenate prima di arrivare a destinazione, oppure sono risultate di gran lunga inferiore a quanto promesso. Poi, anche in questo caso, il denaro partito dalle casse della fondazione Messi ha percorso itinerari tortuosi, a volte rimbalzando nei paradisi fiscali.

L’organizzazione del tour era stata affidata a Guillermo Marin, grande amico di Jorge Messi, il padre di Leo. Agli atti dell’inchiesta ci sono documenti contabili che provano pagamenti a favore di Marin da parte di una società, la Total conciertos, che aveva rilevato i diritti sulla partita di Bogotà nel 2012. I bonifici sono diretti a un conto bancario di Curaçao, nel paradiso fiscale delle Antille Olandesi. Un testimone ha poi dichiarato che i calciatori hanno ricevuto un compenso per giocare, circostanza smentita da Messi quando è stato interrogato dalla polizia. Nei match di beneficenza sono scesi in campo grandi nomi del calcio mondiale. Tra questi Robinho, Didier Drogba, Dani Alves, Javier Mascherano, così come alcuni campioni della nostra serie A: Ezequiel Lavezzi, Marek Hamsik, Fabio Cannavaro, Marco Materazzi e l’allenatore Fabio Capello.

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«Nessun compenso ai calciatori», questa la versione ufficiale. Del resto fare beneficenza a pagamento non sembra una gran trovata d’immagine per gli sportivi milionari ingaggiati dalla Fondazione Messi. Il francese Drogba, contattato nei giorni scorsi dal consorzio giornalistico Eic, ha però dichiarato di aver girato il suo compenso a una propria fondazione benefica. Tre anni fa, invece, il settimanale tedesco Der Spiegel diede conto in un articolo delle offerte ricevute dall’attaccante del Bayern Monaco Robert Lewandoski per aggregarsi alla carovana dei Messi & friends. Offerte, fino a 180 mila euro, rimandate al mittente dal calciatore polacco.

L’Espresso ha rivelato in un’inchiesta pubblicata nel dicembre 2016 che Capello è stato pagato 50 mila dollari per le sue apparizioni in panchina. «Compensi regolarmente fatturati e dichiarati al fisco», spiega il diretto interessato tramite un portavoce. I compensi per il famoso allenatore sono stati versati dalla Players Image con sede in Uruguay, che è un paradiso fiscale. La stessa Players Image è citata nelle indagini sull’evasione fiscale del fuoriclasse del Barcellona come una delle aziende che tra il 2006 e il 2009 aveva ricevuto denaro per la cessione dei diritti d’immagine a sponsor del calibro di Pepsi Cola e Telefonica. Insomma, tutto torna: da Messi a Messi. Con tappa offshore. E tanti saluti al fisco. (DI VITTORIO MALAGUTTI E STEFANO VERGINE – L’ESPRESSO)

Tessera del Pd bruciata, bufera M5S: “Renzi De Benedetti persone orribili”

Ilcapogruppo M5s capitolino condivide su Facebook il video del rogo

Tessera del Pd bruciata, bufera M5S: “Renzi De Benedetti persone orribili”

 

Il caso Renzi-De Benedetti infiamma la campagna elettorale e il capogruppo del M5S capitolino Paolo Ferrara ne approfitta per raccogliere i delusi e farne nuovi elettori a 5 Stelle. Il messaggio lanciato su Facebook, però, è accompagnato da un video che fa scalpore: nel filmato alcuni ignoti bruciano la tessera del Pd, dandole fuoco con un accendino.

 

“Caro elettore del Pd, il 4 marzo si decide se iniziare a fare gli interessi degli italiani o continuare a fare quelli di chi governa e dei loro amici. Intanto dopo aver strappato la tessera di partito puoi iscriverti qui – scrive Ferrara postando il link della pagina del M5S – Non costa nulla, guarda un pò!”.

E se da un lato Ferrara si guarda bene dall’incitare i militanti del Pd a bruciare le proprie tessere, dall’altro la pubblicazione del video è un messaggio piuttosto esplicito: qualcuno già l’ha fatto, noi vi diamo un’alternativa politica.

 

Nel suo post Ferrara ricorda la vicenda della telefonata in cui l’imprenditore Carlo De Benedetti parla con un consulente finanziario in merito ad un presunto colloquio telefonico con Matteo Renzi sulla riforma delle banche popolari. Poi scrive: “Caro elettore del Partito Democratico lo so che ci rimani male nel sentire che ‘Renzi ha parlato con De Benedetti dando un’informazione fondamentale che ha consentito all’editore de la Repubblica, La Stampa e l’Espresso di lucrare plusvalenze di 600 mila euro in tre giorni, mentre andavano in fumo i risparmi di migliaia di piccoli risparmiatori’. Stai pensando che sono persone orribili?”.

E poi rincara la dose: “Forse hai appena strappato o bruciato la tessera del partito pensando che tutto questo sia un sistema amorale, costruito su scambi di favori, informazioni privilegiate e speculazione finanziaria?”.

Il Pd non perde tempo e risponde, sempre su Facebook, dalla pagina del coordinatore romano Riccardo Corbucci che condivide una nota scritta a quattro mani col segretario del Pd romano Andrea Casu: “Il video condiviso dal capogruppo del M5S in Campidoglio Paolo Ferrara è grottesco e rappresenta un vile attacco, che non ha nulla di politico ma richiama al contrario sentimenti di odio e violenza. Il M5S chieda pubblicamente scusa e redarguisca il proprio capogruppo, che dovrebbe pensare ai tanti problemi che l’amministrazione di cui fa parte non sta nemmeno provando ad affrontare”.

Intanto il video ha raccolto oltre 5mila visualizzazioni, ma non si conosce ancora l’identità degli autori del gesto: “Cosa devo fare per bruciarla meglio?”, chiede uno di loro. “Ho pure un altro accendino, facciamo in due che facciamo prima”, risponde una donna. (Affariitaliani)

 

ELEZIONI 4 MARZO 2018: LA CORTE COSTITUZIONALE GARANTISCA IL VOTO DIRETTO DEGLI ITALIANI

Ci sono tre ricorsi oggi alla Consulta su cui la Corte può pronunciarsi rendendo il voto degli italiani diretto e diretta e stringente la nostra manifestazione di volontà. La Corte Costituzionale è oggi cioè nella condizione di rivedere preventivamente la nuova legge elettorale che, incostituzionale, non garantisce la corrispondenza tra l’elettore italiano e l’eletto che egli vuole suo rappresentante, conseguente e diretto.

La attuale legge elettorale, al contrario, garantisce agli inciucioni cioè proprio a quelli che nessun italiano vuole oltremodo vedere ed avere più tra i piedi nè tantomeno dargli un seggio certo in Parlamento (dopo tutto quello che hanno fatto contro gli italiani), consente di sedersi ed arrivare non scelti nè indicati direttamente e sedere in Parlamento sulla poltrona super stipendiata da noi tutti. I partiti politici, tutti i partiti politici stanno infatti lavorando alacremente all’ennesimo assalto frega italiani, senza faccia nè vergogna alcuna. Gli stessi contano sul fatto che, tra seggi e quote di sbarramento, angoli uninominali e proporzionali, chi non sarebbe mai più voluto dall’intero popolo italiano, raggiunga la sedia e soprattutto il malloppo a nostre spese.

In pratica i partiti politici sanno oggi a mena dito che, in base ad anfratti di legge ben celati nella novella legge, i più invisi di loro, quelli che hanno commesso i maggior danni, siederanno in Parlamento.

Cosa bisogna allora fare adesso? Va prontamente tutelato il diritto degli italiani al voto. Che è il diritto di noi tutti a votare ed avere ciò che si vuole. In base a programmi politici economici veri e non, come ancora una volta adesso, per garantire la poltrona. Tecnicamente sono stati presentati alla Corte costituzionale alcuni ricorsi da Roma, da Firenze e da L’Aquila allo scopo di fare controllare preventivamente alla Consulta la incostituzionalità di ciò che ostacola e impedisce la corrispondenza del nostro voto di italiani a ciò che realmente vogliamo.

La nuova legge elettorale, così come è adesso, viola il diritto di voto di noi tutti, diritto sancito riconosciuto e protetto dall’articolo 48 della nostra Costituzione. Al contrario è un dato di fatto che oggi il voto dato ad un partito potrà finire così come finirà ad una lista diversa, in violazione chiara e palese del principio del voto diretto degli italiani. La violazione e l’incostituzionalità nasce da un gioco di soglie elettorali care a chi gioca a frega compagni contro gli italiani. La violazione e l’incostituzionalità ledono qualsivoglia principio di ragionevolezza oltre che di eguaglianza. Quelli che vorrebbero paracadutarsi al parlamento stanno in questo momento usufruendo della candidabilità al collegio uninominale e allo stesso tempo in altri cinque collegi plurinominali in modo da essere sicuri di metterla in quel posto agli italiani.

Nessuna competizione e nessuna trasparenza, tutta una chiara presa per i fondelli di noi tutti. Contro noi tutti. Sconfitto e bocciato cioè dagli elettori italiani nel collegio uninominale, il cane rientra con il proporzionale: la violazione dei diritti di voto degli italiani. È importante quindi che la Corte costituzionale corregga l’evidente incostituzionalità. Prima del voto. Non si forzi la mano, perché va a finire male.

(Francesca Romana Fantetti Scenarieconomici) 

Stato di insolvenza delle venete? CorVeneto: per Giovanni Schiavon rimane il rischio di non vedere un soldo.( e ha fatto pure il magistrato!) forse non ricorda la revoca del contratto di cessione di azienda con Intesa!

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I fronti legali, nel caso delle ex popolari, si moltiplicano. Così come si moltiplicano, in parallelo, le certezze che tutto questo risulterà inutile per far recuperare soldi ai risparmiatori che nel crollo di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca hanno perso tutto. E che si vedono impedite per legge le azioni di rivalsa, visto il decreto di liquidazione del 25 giugno le ha bloccate nei confronti di BancaIntesa Sanpaolo, a cui lo Stato ha trasferito le parti «buone» delle due venete.

Succede ora con l’apertura, nel caso di Veneto Banca, del secondo fronte penale, dopo l’inchiesta di Roma per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, che è in udienza preliminare proprio per la costituzione delle parti civili. Il filone è quello di Treviso, dove la Procura sta indagando per falso in bilancio, falso in prospetto, falso nelle relazioni delle società di revisione e anche per truffa, sulla base di 2.500 denunce, lasciando presagire tra l’altro un allargamento dell’inchiesta oltre il capitolo del 2013 che ha dato vita all’inchiesta di Roma, per esempio a come fu collocato tra il pubblico l’aumento di capitale del 2014.

Nell’ambito di questa inchiesta il pubblico ministero Massimo De Bortoli ha ora depositato al tribunale fallimentare di Treviso la richiesta di riconoscimento dello stato d’insolvenza. Che permetterà di appesantire i reati per cui s’indaga, visto che si potrà procedere anche per bancarotta fraudolenta e far leva anche qui sui sequestri.

Il passaggio è chiesto a gran voce dalle associazioni dei risparmiatori e certo è rilevante per approfondire le responsabilità anche su gravi ipotesi di reato, a partire dalla bancarotta. A patto però di non alimentare facili speranze tra i risparmiatori che sarà quella la strada legale da battere, con la costituzione di parte civile, per far ottenere i risarcimenti ai soci che hanno perso tutto.

Intanto perché la stessa dichiarazione d’insolvenza è tutt’altro che scontata, come si potrebbe pensare di fronte alla liquidazione delle due banche o scorso giugno. «L‘insolvenza di Veneto Banca non c’era proprio», argomenta senza mezzi termini Giovanni Schiavon, l’ex presidente del Tribunale fallimentare di Treviso (ed ex vice di Veneto Banca, ndr) che aveva fatto parte della commissione Trevisanato, quella che aveva avviato i primi passi della riforma del diritto fallimentare.

D’altra parte lo stesso Pm De Bortoli, rispetto al nodo decisivo di stabilire quando far scattare l’insolvenza, ovvero il momento in cui la banca non riesce più a far fronte ai suoi obblighi, fissa il termine pochi giorni prima la liquidazione del 25 giugno. Ovvero al mancato pagamento, il 21, dei 150 milioni di un bond subordinato (e tra l’altro escludendo così responsabilità nel provocare la liquidazione, e quindi l’eventuale bancarotta, in capo al cda di Atlante). Bond non pagato, però, non perché Montebelluna non avesse i soldi, ma per un decreto del governo. Che aveva sospeso il pagamento di fronte all’incertezza sul via libera alla ricapitalizzazione precauzionale, in forza degli 1,2 miliardi di euro che la Commissione europea aveva chiesto alle due venete per coprire le perdite prevedibili dal piano di fusione, e che nessun privato metteva. Senza un decreto la banca era in un vicolo cieco: se pagava, e fosse poi finita in risoluzione, dovendo azzerare i bond subordinati, gli amministratori si sarebbero tirati dietro l’accusa di bancarotta preferenziale. Viceversa, il non pagare per questo motivo non avrebbe salvato la banca dall’esser dichiarata insolvente.

A questo punto è chiaro che decisiva è la richiesta dell’Ue degli 1,2 miliardi di euro dei privati, scattata a metà maggio. Richiesta prospettica, che riguarda perdite prevedibili da coprire con ulteriore capitale, non una crisi immediata. Fino ad allora l’emergenza è certo pesante: i depositi continuano ad uscire nell’incertezza del via libera di Bruxelles; ma non viene percepita come capace di far saltare la banca nell’immediato, vista anche la liquidità dei bond garantiti dallo Stato. Non a caso ad aprile le due banche avevano pagato 400 milioni di rimborsi ad oltre centomila soci per chiudere i contenziosi legali; cosa che non avrebbero potuto fare, se fosse stato attuale il rischio di una risoluzione. E ancora a marzo Bpvi e Veneto Banca erano state ammesse da Bce a trattare con l’Ue la ricapitalizzazione precauzionale tra i 4 e i 6 miliardi. Il cui presupposto fondamentale, si ricorderà, era di essere solvibili.

Ancora va ricordato che la liquidazione a fine giugno scatta sulla base della regola europea del «failing or likely to fail», ovvero che la banca è in dissesto ma anche in probabile dissesto. Che è altro dall’insolvenza della legge italiana, che distingue chiaramente tra stato di crisi e fallimento. «Quel principio – sostiene Schiavon – esprime lo stato di avvicinamento alla procedura di risoluzione delle norme europee, tanto che viene spiegata con la carenza di capitale; ma non si riferisce alla capacità del debitore di assolvere ai sui obblighi, stabilita dalla legge italiana. Ma allora -, aggiunge Schiavon – la liquidazione è stata aperta per insolvenza o per revoca della licenza bancaria? I dubbi sulla sussistenza dello stato d’insolvenza sono leciti».

Se i dubbi non mancano (e sul punto, tra l’altro, il tribunale per accertare lo stato d’insolvenza dovrà sentire i commissari liquidatori, tra cui anche l’ex manager di Bpvi e Veneto Banca, Fabrizio Viola), anche a volerla considerare per dichiarata, va detto che gli eventuali soldi che dovessero entrare con sequestri e revocatorie non andranno ai singoli risparmiatori che volessero costituirsi, magari per la seconda volta, parte civile. Perché, ormai avviata l’azione di responsabilità dai commissari liquidatori, lì finiranno i denari recuperati. Che andranno ad arrotondare almeno i soldi da spartire tra i creditori, si dirà. A patto però di non dimenticare che i primi 5 miliardi recuperati andranno in via prioritaria allo Stato, per far fronte ai soldi dati ad Intesa per farsi carico delle attività salvate di Veneto Banca e di Popolare di Vicenza.

«Sì è così», dice sconsolato Schiavon. «La richiesta servirà a dimostrare che l’insolvenza non c’era, che la banca era certo in difficoltà, ma non insolvente. Ma questo allarga ulteriormente la necessità di risarcire i soci che l’hanno persa definitivamente». Schiavon si spinge oltre il fondo approvato dal parlamento: «Ad esempio chiamando Intesa a dar titoli propri in concambio ai vecchi azionisti. O con mosse dello Stato che ricorrano anche a deroghe alle norme, visto che il decreto di liquidazione ha derogato a tutto, anche a danno dei risparmiatori. Fino a far postergare (retrocedere nell’ordine di priorità, ndr) i crediti dello Stato nella liquidazione rispetto a quelli dei soci».

di Fabrizio Nicoletti, da Il Corriere del Veneto

Dall’Antitrust multa da 20 milioni a Poste Italiane

Punita la posizione dominante nel mercato del recapito degli invii multipli di corrispondenza. L’azienda presenterà ricorso al Tar

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato per oltre 20 milioni di euro Poste Italiane per un abuso di posizione dominante nel mercato del recapito degli invii multipli di corrispondenza ordinaria, ossia quegli invii che i grandi clienti business come le banche, le assicurazioni e le compagnie telefoniche mandano ai propri clienti (es. estratti conto, avvisi di scadenza, bollette).  

 

In particolare, spiega l’Authority, «la strategia escludente, attuata sin dal 2014 da Poste Italiane a danno dei concorrenti – entrati in questo mercato a seguito della liberalizzazione dei servizi postali – è consistita nell’offrire ai propri clienti finali condizioni economiche e tecniche non replicabili dai concorrenti almeno altrettanto efficienti, i quali necessariamente devono ricorrere ai servizi di Poste Italiane per il recapito nelle zone rurali e meno densamente abitate del Paese (aree extra urbane), dove è presente solo Poste Italiane». Inoltre, aggiunge l’Antitrust, «Poste Italiane ha implementato una strategia di recupero dei volumi di posta affidati alla concorrenza, ricorrendo a sconti e condizioni selettivi e fidelizzanti, tra l’altro, condizionando gli sconti praticati ai clienti finali all’affidamento esclusivo di tutti gli invii o di una parte sostanziale degli stessi». 

 

«L’istruttoria ha altresì accertato che la strategia anticoncorrenziale di Poste Italiane – ex monopolista che ancora oggi detiene una consolidata posizione dominante sul mercato in questione – ha prodotto concreti effetti sulle dinamiche concorrenziali; infatti, Poste Italiane è riuscita a recuperare numerosi clienti e ad aumentare ulteriormente la propria quota di mercato, a danno degli altri operatori postali attivi sul mercato», conclude l’Antitrust. 

 

Ma secondo fonti vicine al dossier, l’azienda ritiene di aver sempre condotto un comportamento rispondente agli indirizzi normativi e alle logiche di mercato, in un contesto altamente competitivo a tutela della qualità del servizio. Per questo motivo, ha intenzione di presentare ricorso al Tar del Lazio ritenendo inadeguata, e in contrasto con la normativa di riferimento, la sanzione comminata in un procedimento peraltro iniziato nel giugno 2016 e protrattosi per quasi 2 anni di istruttoria. (La Stampa)

 
 
 
 
 

Fca scala le classifiche di Borsa. Staccate Hyundai e Psa. Non Volvo e Nissan

Parla Marchionne e Fiat Chrysler Automobiles vola a un nuovo record. LE classifiche della capitalizzazione di Borsa dei gruppi auto

Fca scala le classifiche di Borsa. Staccate Hyundai e Psa. Non Volvo e Nissan

 

Ennesimo record storico per il titolo Fiat Chrysler Automobiles che a Piazza Affari chiude a 19,54 euro per azione (+2%) dopo un picco intraday di 16,65 euro, con oltre 17,6 milioni di pezzi scambiati sfruttando ancora una volta l’effetto-Marchionne. Il Ceo, il cui successore dovrebbe essere individuato già entro l’estate, ha sfruttato l’occasione dell’apertura del Salone dell’Auto di Detroitper segnalare che si cercherà di anticipare l’azzeramento dell’indebitamento netto industriale (finora previsto a fine 2018), che uno spin- off di Jeep-Ram è effettivamente possibile e che agli azionisti non sarà chiesto di metter mano alla tasca con alcun aumento di capitale.

Marchionne: vogliamo farcela da soli 
Tanta roba, che più che compensa la delusione sul tema delle alleanze, un punto su cui Marchionne si è limitato a spiegare che “abbiamo deciso di farcela da soli”, confermando quanto già anticipato anche da altri top manager del gruppo, nonostante le varie ipotesi circolate (da Hunday a Peugeot piuttosto che General Motors) negli ultimi mesi. Ma davvero è possibile che il produttore italo-americano possa rimanere ancora per molti anni un gruppo a se stante? A giudicare dalle valutazioni dei mercati la risposta non è scontata.

Il titolo scala posizioni in classifica 
Con un incremento delle quotazioni del 250% nell’ultimo biennio (+115% circa negli ultimi 12 mesi), il titolo Fiat Chrysler Automobiles ha scalato la classifica del settore automobilistico mondiale: lacapitalizzazione di Fca è ormai prossima ai 29,5 miliardi di euro, dopo lo scorporo di Ferrari (+73% abbondante nell’ultimo anno) che da sola vale altri 18,2 miliardi circa.

I due titoli guidano con ampio distacco la classifica italiana (Pirelli & C. segue con poco meno di 7,9 miliardi di capitalizzazione, Brembo è più staccata con meno di 4,5 miliardi), ma restano relativamente dei “pesi piuma” a livello mondiale.

Staccati coreani e francesi, ma non Volvo o Nissan
Marchionne guida un gruppo che ha ormai staccato Peugeot (+7% nell’ultimo anno), che in borsa vale “solo” 16,25 miliardi, Hyundai (+4,7%, 26,2 miliardi scarsi) e Renault (+10% circa, 26,2 miliardi), ma resta dietro a un nome “blasonato” come Volvo (+51,6%, 34,6 miliardi di euro di capitalizzazione), risollevatosi dalla crisi solo grazie a capitali cinesi e alla “svolta” a favore dell’auto green spinta da motori elettrici, una carta in cui Marchionne non ha creduto o non ha potuto giocarsi fino in fondo. O come Nissan Motor(+3,6% negli ultimi 12 mesi, 35,7 miliardi di capitalizzazione), che come il marchio svedese e perfino Ford (+10,6%, 42,8 miliardi) non rientra nella top ten mondiale dei produttori di auto e componenti.

Toyota e Volkswagen restano lontane
Una top ten che continua a vedere ai suoi vertici Toyota Motors (+14,9%, quasi 184 miliardi di capitalizzazione, ossia più di sei volte quella di Fca) seguita, a distanza, da Volkswagen (+28,1%, 90,4 miliardi), che neppure il “dieselgate” è riuscito a scalfire più di tanto. Alle spalle della coppia di testa, il settore auto parla prevalentemente tedesco: Basf, Daimler e Bmv con capitalizzazioni tra 86 e 58 miliardi di euro precedono Honda (53 miliardi) e l’ex socio di Fiat, vanamente “corteggiato” in questi anni da Marchionne, General Motors (51 miliardi).

Per il mercato l’auto elettrica è il futuro
Chiudono la top ten la cinese Saic Motor (quasi 50 miliardi di capitalizzazione), il produttore tedesco di pneumatici Continental (48,2 miliardi), sfuggito a inizio anni Novanta ad un tentativo di takeover da parte proprio di Pirelli, e l’alfiere dell’auto elettrica, l’americana Tesla che per il momento di utili non ne fa (anzi continua a registrare consistenti perdite), ma piace al mercato che crede che nei prossimi vent’anni le auto a benzina saranno solo più nei musei e quindi scommette sulla capacità di Elon Musk di vincere la partita per l’auto elettrica grazie al know-how sviluppato nella produzione di batterie. Per quanti anni Fca potrà restare da sola?

Insomma: grazie ad alcune scommesse vincenti, dalla Fiat 500 fino ai più recenti modelli dell’Alfa Romeo che paiono aver incontrato il gusto degli automobilisti sia in Europa sia in America, Marchionne ha saputo pilotare con abilità Fca nel mare sempre più turbinoso del settore automobilistico mondiale, ma la probabilità che da qui a 10 anni, o forse meno, il gruppo possa diventare preda di qualche “peso massimo” restano superiori a quelle che sia Fca a promuovere una nuova aggregazione con gruppi di taglia analoga. Così almeno parte delle performance del titolo si spiega proprio con l’attesa di un’offerta multimiliardaria che consenta a Marchionne (che grazie alle stock grant è socio con poco più dell’1% di capitale) e agli azionisti tutti, a partire dagli eredi Agnelli, di massimizzare il proprio investimento in Fiat Chrysler Automobiles.

Luca Spoldi Affariitaliani