VITTORIO FELTRI: “LA COMMISSIONE PARLAMENTARE CHE DOVREBBE INDAGARE SULLE BANCHE ROTTE HA TUTTI I REQUISITI PER PRENDERE PER IL CULO GLI ITALIANI, I QUALI HANNO SBORSATO UNA CATERVA DI MILIARDI PER APPIANARE LE PERDITE DEGLI ISTITUTI DI CREDITO E NON SARANNO INFORMATI SUI MOTIVI DEL DISASTRO E NON VERRANNO FUORI I NOMI DEI LADRI NÉ SARANNO CASTIGATI I COMPLICI” –

La commissione parlamentare che teoricamente dovrebbe indagare sulle banche rotte, cioè quelle che sono andate in malora (venete e Monte dei Paschi di Siena, per citarne alcune) a causa di una gestione da furfanti, in realtà è un bidone vuoto e combinerà poco. Non solo perché presto scadrà la legislatura, quindi non ci sarà il tempo materiale per fare i dovuti accertamenti: ma è anche composta da gente sprovveduta in materia di credito e non sappiamo come si comporterà. Probabilmente procederà a tentoni in attesa dell’imminente scioglimento delle Camere.

RENZI MPSRENZI MPS

La nostra è una ipotesi basata sulla esperienza: nessun caso da almeno mezzo secolo è stato risolto dai senatori e dagli onorevoli incaricati di investigare. Al punto che è in voga il detto: se vuoi affossare una grana grossa, il modo più efficace è quello di affidare l’inchiesta ai poltronisti di Montecitorio e di Palazzo Madama.

 

La commissione banche ha tutti i requisiti onde prendere per il culo gli italiani, i quali hanno sborsato una caterva di miliardi per appianare le perdite degli istituti di credito e non saranno informati sui motivi del disastro finanziario. Non verranno fuori i nomi degli insolventi ossia dei ladri, né saranno opportunamente castigati i funzionari e gli amministratori complici dei debitori.

 

pierferdinando casini (2)PIERFERDINANDO CASINI (2)

Cosicché il suddetto organismo invece di impegnarsi a svelare le segrete ragioni degli imbrogli, per un paio di trimestri si gingillerà con la stesura di regolamenti, calendari, fissazioni di udienze senza concludere un accidenti eccetto la riscossione dei previsti gettoni. Il presidente della congrega è Pier Ferdinando Casini, una garanzia di inefficienza perfettamente in sintonia con lo spirito dell’ inquisizione. Questo: non disturbare i manovratori delle porcherie, nel timore che si irritino.

 

Casini è persona ammodo, educato al punto che preferisce l’ipocrisia all’aggressività. È completamente a digiuno di nozioni bancarie non avendo mai lavorato dietro a uno sportello né in altro luogo. Ma ripeto è gentile, pertanto non farà mancare ai commissari generi di conforto: caffè, bibite, aperitivi e piccola pasticceria. D’ altronde per ammazzare le lunghe ore delle sedute bisogna inventarsi qualcosa.

RENZI ETRURIA 9RENZI ETRURIA 9

Trasformare la sede delle discussioni finanziarie in una caffetteria è il minimo sindacale. Serve spirito di iniziativa allo scopo di tirare sera evitando la trappola della noia. Le nostre istituzioni sono come club della caccia: si chiacchiera, si ride, si raccontano barzellette e si parla di calcio. I rappresentanti del popolo sono instancabili divulgatori di enormi cazzate.

Monte dei Paschi, Padoan illusionista dei decreti che deve salvare il soldato Morelli

L’Italia attende dal 2013 l’entrata in vigore delle norme Ue che rendono più severi i requisiti morali dei banchieri. Su 271 consiglieri, almeno 63 sarebbero fuori norma
 

Il caso dell’amministratore delegato di Mps Marco Morelli è solo il più eclatante e illumina l’imbarazzo del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan: da due anni e mezzo non firma il decreto attuativo delle nuove severe norme europee sui requisiti tecnici e morali dei banchieri. The European House-Ambrosetti ha già lanciato l’allarme: tra i 271 consiglieri delle prime 19 banche italiane, ben 63 non hanno i nuovi requisiti di “competenza”. Da qui l’avvertimento da veri liberisti: “Bisogna fare attenzione a non sfociare in un eccesso di regolamentazione”.

Se poi si verificassero anche altri requisiti imposti dalle nuove norme(onorabilità, correttezza, indipendenza e disponibilità di tempo), probabilmente dovrebbero andare a casa metà dei banchieri. Ecco spiegato il terrore. La direttiva europea nota come Crd IV è del 26 giugno 2013. Sono passati quattro anni e per l’Italia è ancora lettera morta. Sono occorsi due anni per il recepimento della direttiva, e il decreto legislativo 72 del 12 maggio 2015 già annunciava in quale gloria sarebbe finito il salmo: le nuove norme sarebbero entrate in vigore solo con un decreto attuativo e si sarebbero applicate solo alle nomine fatte dopo il decreto.

Ma al momento dell’entrata in vigore non dovrebbe scattare una revisione dei requisiti di tutti i banchieri? Così scriveva Mario Draghi il 16 giugno 2015, illudendosi che Padoan avrebbe fatto il decreto attuativo “entro l’estate 2015”. Nella lettera di diniego all’acquisto della banca Bim da parte della cordata guidata da Pietro D’Aguì, il presidente della Bce avvertiva che, “una volta entrate in vigore in Italia le nuove norme, l’autorità competente dovrebbe verificare nuovamente i requisiti fit and proper di D’Aguì”. Quindi di tutti, si deduce. Il Fatto ha chiesto se è prevista la revisione dei requisiti di tutti i banchieri alla luce delle nuove norme. Il ministero dell’Economianon ha risposto. La Bce ha risposto che una decisione sarà presa alla luce del nuovo decreto.

Padoan sembra orientato a proteggere i banchieri italiani dal ciclone che potrebbe travolgerli. In questi due anni di vuoto ci sono state valanghe di nomine. Per esempio nel 2016 sono stati eletti consiglio di sorveglianza e consiglio di gestione dell’Ubi, il cui stato maggiore è quasi interamente imputato per gravi reati commessi nella gestione della banca. Per non parlare delle ripetute nomine ai vertici delle due banche venete avviate verso il baratro.

Una bozza del decreto è comparsa sul sito del ministero per la consultazione pubblica. Il Fatto ha chiesto quando è prevista l’entrata in vigore ma il ministero non ha risposto. L’ex viceministro dell’Economia Enrico Zanettiè perentorio: “Con quello che è successo a partire dal 2015 con le quattro banche, sarebbe stato logico, prima ancora che doveroso, vedere una sana fretta nel varare questo decreto. La pubblica consultazione, sa tanto di melina al quadrato per recuperare ancora qualche mese”. Mentre fa melina, Padoan approfitta come azionista di Mps della vacatio legis di cui è responsabile. Un anno fa – su ordine di Matteo Renzi – impose al presidente di Mps Massimo Tononi (che in seguito all’edificante episodio si è dimesso) di cacciare l’ad Fabrizio Viola per sostituirlo con Morelli.

Il banchiere romano non sembra in possesso dei requisiti di correttezza che il governo rinvia. Tra i criteri di valutazione la legge indica “le condotte tenute nei confronti delle autorità di vigilanza e le sanzioni da queste irrogate”. L’8 ottobre 2013 Morelli ha ricevuto dalla Banca d’Italia una sanzione pecuniaria di 208.500 euro, superiore al massimo edittale, per non aver correttamente informato la vigilanza delle caratteristiche dell’operazione Fresh, con cui Mps aveva fatto credere alla vigilanza di aver realizzato un aumento di capitale da un miliardo di euro per fare fronte agli oneri della sciagurata acquisizione dell’Antonveneta. Invece era un prestito. Il comportamento di Morelli è stato definito dalla vigilanza “di particolare gravità”.

Nell’autunno scorso si è svolto, all’ombra dell’immancabile segreto d’ufficio, un rito bizantino. Come da prassi imposta dalla Bce, il cda del Montepaschi ha verificato i requisiti di Morelli secondo i nuovi e più stringenti criteri, ma l’ha considerato fit and proper perché i nuovi e più stringenti criteri non sono ancora adottati dalla legislazione italiana. Questa è però una deduzione. La decisione del cda Montepaschi e l’approvazione tacita di Bankitalia e Bce sono tutti atti segreti. Alla senatrice questore Laura Bottici (M5S), che ha chiesto la documentazione, la Bce ha risposto il 14 agosto scorso, dopo due mesi di ponderazione, che concedere l’accesso agli atti lederebbe la privacy di Morelli. E che divulgare gli “scambi di opinione” tra Bce e Bankitalia sul caso Morelli non è consentito perché manca un “interesse pubblico prevalente” a conoscere.

Ma adesso c’è l’appuntamento con il destino. Il Tesoro è diventato azionista di maggioranza di Mps ed entro novembre dovrebbe svolgersi l’assemblea per il rinnovo del cda. A quel punto Morelli, insieme agli altri, dovrebbe sottoporsi di nuovo alla verifica dei requisiti. A meno che Padoan non trovi il modo di rinviare ulteriormente l’adozione del decreto.

Marcegaglia, Tortoriello, Napoletano: l’incoerenza di Confindustria La presidente della Luiss premia Morelli di Mps. Il n.1 di Unindustria dà consigli alla Raggi dall’alto della sua società in grave crisi. E l’ex Sole 24 Ore va agli eventi come se niente fosse.

Tononi, la vendetta va servita ghiacciata

Se la vendetta è un piatto che va servito freddo, l’ingresso di Massimo Tononi nel (ex) mitico board di Mediobanca è addirittura ghiacciato. Perché di vendetta si tratta, vista la doppia complicità che ebbe Alberto Nagel nella cacciata dello stesso Tononi e di Fabrizio Viola dal vertice di Montepaschi, nel 2016.

LEGAMI CON JP MORGAN E RENZI. L’amministratore delegato della banca d’affari che fu di Enrico Cuccia, infatti, da un lato era legato alla Jp Morgan che volle la testa di Viola e di conseguenza di Tononi (che correttamente diede le dimissioni subito dopo), e dall’altro si era iscritto al partito di Matteo Renzi, quello dei poteri più o meno forti parallelo al Pd, che Jamie Dimon, spregiudicato banchiere a capo di Jp Morgan, aveva convinto a procedere con il taglio delle teste a Siena.

IL RITORNO DA AMICO DI PRODI. Ora, un anno dopo, Tononi entra, riverito, in piazzetta Cuccia, portandosi dietro la sua amicizia con Romano Prodi, nemico giurato dell’ex presidente del Consiglio. Le cose cambiano…

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Massimo Tononi.

Premiare Morelli di Mps, non proprio un’idea geniale

A proposito di Mps, avete fatto caso che la Luiss ha scelto Marco Morelli per assegnarli il “premio Alumnus” 2017, giunto alla terza edizione? Fatti loro, ma certo che l’università degli imprenditori privati premi chi sta a capo di una banca che non riuscendo a fare un aumento di capitale sul mercato è stata costretta a diventare pubblica, non sembra un’idea geniale.

MARCEGAGLIA MOLTO INDEBITATA. Ma questo è niente. Avete notato che a consegnare a Morelli il riconoscimento è stata Emma Marcegaglia? Come dite, è normale visto che è presidente dell’ateneo della Confindustria? Certo. Meno normale è che l’azienda mantovana dell’acciaio sia fortemente indebitata con le banche, e che Mps sia tra quelle più esposte.

Mps: Morelli, spero Stato lungimirante

Marco Morelli.

Da che pulpito arriva la lezioncina alla Raggi

A proposito di Confindustria, salta agli occhi – e li fa lacrimare copiosamente dal dolore – la contraddizione che vive quella romana (che incorpora anche Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo) quando, come negli ultimi giorni, il suo presidente Filippo Tortoriello rilascia didattiche dichiarazioni sull’amministrazione capitolina, spiegando alla sindaca Raggi e alla giunta intera (si fa per dire) cosa dovrebbero fare per dare una sistemata ai gravi problemi di Roma.

TRA BARATRO E DIMISSIONI. Ora, la smandrappata banda grillina che si insediata in Campidoglio ha sicuramente bisogno di consigli, ma l’ultimo che può darglieli è Tortoriello, imprenditore a capo di Gala, società del trading elettrico che è in grave crisi, tanto da aver chiesto e non aver ottenuto un concordato in continuità ed essere ora a un passo dal baratro. Sono in molti in Confindustria ad aver chiesto ai suoi sponsor, Luigi Abete e Maurizio Stirpe, di indurlo alle dimissioni.

Violenza sessuale: Raggi, leggi speciali

Virginia Raggi.

Xanax, Lexotan e Prozac? Macché, Napoletano è mondano

Certo, è difficile chiedere coerenza dalla parti della Confindustria. Voi, per esempio, credevate che per lo scandalo Roberto Napoletano fosse chiuso in casa a imbottirsi di Xanax, Lexotan e Prozac. Ingenui. L’ex direttore de Il Sole 24 Ore non ci pensa nemmeno e va agli eventi più significativi, si fa fotografare con il suo successore Guido Gentili e con l’amministratore delegato del giornale, Franco Moscetti, il compagno di ballo di Benito Benedini.

PATRIMONIO MESSO AL RIPARO. Contemporaneamente Napoletano pensa anche al futuro mettendo al riparo il suo patrimonio. Gira voce, infatti, che su consiglio dei suoi avvocati, ad agosto abbia costituito un trust dove ha fatto entrare i suoi beni, a cominciare dalla villa ad Amelia (Terni) resa famosa dalla indiscrezioni (tutte da dimostrare, per carità) che a suo tempo sono girate circa le sue robuste note spese.

Sole 24 Ore Napoletano

Roberto Napoletano.

Il Mose e quel rischio di diventare una ferraglia arrugginita

Mentre Il Gazzettino di Francesco Gaetano Caltagirone festeggia in laguna i suoi 130 anni di vita al cospetto del presidente Sergio Mattarella e 500 invitati la cui composizione mostra la solitudine dell’editore romano nel panorama acciaccato del capitalismo nostrano, a Venezia affonda il Mose.

DOVEVA ESSERE PRONTO NEL 2016. Commissariato dall’onnipotente Cantone per consentire a Renzi di tentare (inutilmente) di non perdere le elezioni a Venezia – tra l’altro il Pd ha mollato al suo destino Orsoni e ora se le ritrova assolto in tribunale – il sistema di paratie che servono a fronteggiare l’acqua alta in laguna, gioiello della tecnologia italiana, doveva essere pronto nel 2016 e invece è lontano dalla sua messa in opera, con il rischio che il passare del tempo lo trasformi in una ferraglia arrugginita.

LE BANCHE NON FINANZIANO. Anche perché, di fronte al fallimento della gestione commissariale, le banche si rifiutano di finanziare lo stato di avanzamento (si fa per dire) dei lavori. Proprio il Gazzettino l’altro giorno ha dato notizia che è andata deserta l’asta per racimolare 50-60 milioni dal sistema bancario. Proprio mentre la Thetis, società di ingegneria controllata dal Consorzio Venezia Nuova che del Mose è realizzatore, è a un passo dal fallimento.

 

Senza la Ricci si apre una voragine in Sace

È stata formalizzata la nomina di Alessandra Ricci al vertice di Simest, al posto di Andrea Novelli. Bene, la Ricci è un fior di dirigente. Il problema, però, è il buco che apre in Sace, dove era a capo dell’area business, una delle quattro create dall’amministratore delegato Alessandro Decio.

COSA FARÀ ADESSO GALLIA? Già, perché prima di lei se ne erano già andati Roberto Taricco (responsabile amministrazione e finanza) e Piergiorgio D’Ignazio (rischi), lasciando solo Raoul Ascari (global development). Una situazione pesante, aggravata dalla perdita che nel primo semestre si è prodotta nel settore finanza (si parla di 150 milioni), cosa mai successa prima. Ora che farà Fabio Gallia, che prima ha fortemente voluto l’ex Unicredit alla guida di Sace e dopo si è pentito osteggiandolo?

Alessandra Ricci

Alessandra Ricci, la seconda da sinistra.

BANCHIERI PAGATI A PESO D’ORO, RISPARMIATORI IN MEZZO ALLA STRADA

Banchieri: pagati a peso d’oro, non per creare valore, ma per distruggerlo, devastarlo e mettere in mezzo ad una strada migliaia di risparmiatori con la complicità di Bankitalia. Questa cuccagna con bonus e prebende elargite ai banchieri di banche fallite, deve finire.

Lo scandalo dei banchieri pagati a peso d’oro, non per creare valore, ma per distruggerlo, devastarlo e mettere in mezzo ad una strada almeno 400.000 famiglie di Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti, CariFerrara, Mps, con la beffa dell’ennesimo furto con destrezza di 25 euro a correntista a danno degli utenti, saccheggiati e spremuti come limoni per pagare i lauti pasti dei manager bancari e dei distratti vigilanti, che non pagano mai il conto di crac, dissesti ed erogazione clientelare del credito e del risparmio, con l’ennesima manovra sulla pelle dei truffati come risparmiatori espropriati, saccheggiati ed azzerati, con la complicità di Banklitalia, deve finire.

Non è più possibile consentire ai supermanager degli otto maggiori istituti di credito italiani, che si sono spartiti nel 2016 oltre 144 milioni di compensi, con una crescita del 13,3%, con Federico Ghizzoni, l’ex ad di Unicredit sul podio degli strapagati a spese dei correntisti, che ha chiesto al mercato un aumento di capitale da 13 miliardi di euro, che ha ricevuto una buona uscita di 12,8 milioni, di saccheggiare le casse delle banche, come premialità di vantaggio per distruggere valore.

Carlo Messina di banca Intesa, ha preso, 4,1 milioni di euro oltre a 219 mila euro di ferie non godute; Gaetano Miccichè, ex dg di Banca Imi, 4,4 milioni grazie alla firma di un patto di non concorrenza da 1,35 milioni, con 438mila euro di ferie non godute; Fabrizio Viola del Mps devastato dalla cattiva gestione che ha bisogno di 8,8 mld di euro di fondi pubblici per non fallire, 3,3 milioni di euro; Marco Morelli il successore 300mila euro come bonus d’ ingresso in banca, con il disastrato istituto toscano che ha pagato il top management nel 2016 ben 13 milioni, il 44% in più dell’anno precedente, a carico dei soci- contribuenti.

Dopo il rapporto dell’Eba, (l’autorità bancaria europea), che aveva registrato una crescita degli stipendi d’oro dei banchieri in Europa che guadagnano più di 1 milione di euro l’anno, passati dai 3178 del 2013 ai 3865 del 2014 con una crescita del 21,6%, mentre in Italia sono saliti da 138 a 153 con una spesa totale di circa 260 milioni di euro più altri 52 milioni di premi maturati, la cui retribuzione media è stata di 1,7 milioni di euro, il giudizio impietoso del Financial Times sulle banche italiane, che nonostante fossero state bocciate negli stress test della Bce elargiscono stipendi d’oro ai loro amministratori che continuano a occupare cda assolutamente in sovrannumero, le contigue autorità vigilanti continuano a dormire sonni tranquilli su scandalose retribuzioni tese ad alimentare l’inefficienza ed i ricchi premi a banchieri che distruggono valore, frodando e truffando piccoli azionisti e risparmiatori.
Infatti, tra i 150 manager bancari che hanno guadagnato in Italia stipendi d’oro superiori ad 1 milione di euro, i banchieri di Vicenza, premiati per aver frodato 117.000 azionisti, dopo che nel 2015 la Popolare di Vicenza ha chiuso l’esercizio con una perdita di 1,4 miliardi e con un crollo del valore delle azioni, svalutate da 62,50 euro a 0,10 euro, con l’amministratore delegato, Francesco Iorio, che aveva ricevuto 2,678 milioni di euro, di cui 1,8 milioni come bonus d’ingresso una tantum. Il vice direttore generale, Jacopo De Francisco, in carica dal 22 giugno 2015, ha percepito 1,02 milioni di euro, di cui 700 mila come bonus d’ingresso una tantum. L’ex presidente Gianni Zonin ha incassato 1,01 milioni. Dalla relazione sulla remunerazione emerge che l’istituto ha pagato 2,675 milioni di euro di bonus d’ingresso una tantum a sei dirigenti, inclusi i già citati Iorio e De Francisco, e 5,2 milioni di euro di buonuscita a cinque ex dirigenti.
La liquidazione più consistente, pari a 4 milioni di euro, è stata riconosciuta all’ex amministratore delegato, Samuele Sorato, che ne ha incassati già due e incasserà gli altri due con differimento triennale, mentre l’ex ad, indagato con Zonin per ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio, il compenso complessivo del 2015 (si è dimesso il 12 maggio) è stato di 4,6 milioni.

Le precise responsabilità della contigua autorità vigilante (Bankitalia), che paga alle banche socie 380 milioni di euro l’anno di cedole (1,040 mld di euro nel triennio), in un sistema bancario traballante e pieno di buchi spacciato per solido ed affidabile, che vanta il triste primato di costi dei conti correnti più alti d’Europa, pari a 318 euro contro una media Ue di 114 euro, dei tassi su mutui e prestiti più elevati, per pagare stipendi d’oro e laute prebende a banchieri avidi, devono essere accertate e sanzionate.

Da Mps a Etruria, il groviglio bancario intorno a Bonifazi del Pd

Il tesoriere dem fa parte della commissione d’inchiesta sugli istituti di credito. Ma tra il fratello della Boschi suo socio, lo zio ex Monte dei Paschi e Bassilichi, è molto legato a Siena e Arezzo. Su cui dovrà indagare.

Francesco Bonifazi, tesoriere del Partito democratico e da poco componente della commissione di inchiesta sul sistema bancario, minaccia querele contro l’Associazione vittime del salvabanche che ha appeso cartelli sotto il suo studio legale a Firenze per protestare in nome dei truffati di Banca Etruria. “Il Giglio magico in commissione inchiesta banche. Vergogna”, o anche “Babbo, amico e fratello, Banca Etruria al macello”, è stato scritto su un lenzuolo bianco.

UNA NOMINA INOPPORTUNA? Tutto per sottolineare l’inopportunità di nominare Bonifazi in una commissione che dovrebbe verificare con imparzialità la gestione degli istituti in crisi o quelli in risoluzione, come appunto Etruria, Banca Marche, Carichieti e Carife. Come ha detto l’onorevole toscanissimo Maurizio Bianconi, ex tesoriere di Forza Italia e ora nel Gruppo misto, «far presiedere la Commissione Banche a Casini e avere come vice Brunetta e un parlamentare del Pd è come formare il tribunale giudicante con gli avvocati degli imputati».

CONTROLLORI VICINI AI CONTROLLATI. Il rischio infatti è che si mischino con troppa facilità controllori e controllati, dal momento che Bonifazi ha una lista molto lunga di rapporti con il sistema bancario italiano, non solo su Banca Etruria ma anche su Monte dei Paschi di Siena, salvata dallo Stato con un investimento di 5,4 miliardi di euro e tornata sotto i riflettori grazie a un servizio de Le Iene e a un libro del giornalista David Vacchi sulla morte di Rossi , l’ex capo ufficio stampa di Rocca Salimbeni.

Bonifazi Boschi

Francesco Bonifazi e Maria Elena Boschi.

Ma andiamo con ordine. Il primo conflitto di interessi riguarda un socio dello studio legale di Bonifazi. Si tratta di Emanuele Boschi, fratello dell’ex ministro delle Riforme e ora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena, figlio di Pier Luigi, ex vice presidente di Banca Etruria. Papà Boschi ha ricevuto una multa dalla Consob proprio per la mancanza di prospetti informativi corretti sul livello di rischio delle obbligazioni poi vendute ai piccoli risparmiatori.

EMANUELE BOSCHI 7 ANNI IN ETRURIA. Non solo. Lo stesso Pier Luigi Boschi era già stato sanzionato dalla Banca d’Italia nel 2014 per «violazioni di disposizioni sulla governance, carenze nell’organizzazione dei controlli interni e nella gestione nel controllo del credito e omesse e inesatte segnalazioni alla vigilanza». A questo si aggiunge che Emanuele Boschi, socio dello studio Bl con uffici a Firenze, Milano e Roma, ha lavorato dentro Etruria per 7 anni, come program and cost manager.

Bassilichi Capitale

Le società che partecipano al capitale di Bassilichi

Emanuele Boschi è anche legato a Mps, perché siede come sindaco in due controllate (Consorzio Triveneto e Moneynet) del gruppo Bassilichi, società di back office bancario che ha nell’istituto senese uno dei suoi principali azionisti (11,74%) come risulta da visura camerale, aggiornata al 31 luglio 2017.

IN BASSILICHI ANCHE MARCO CARRAI. Bassilichi è un avamposto del Giglio magico. Nel consiglio di amministrazione c’è Marco Carrai, storico braccio destro del segretario del Pd Matteo Renzi. Non solo. Leonardo Bassilichi è stato uno dei principali finanziatori della Fondazione Open e, secondo quanto riportato da Camilla Conti su il Giornale, potrebbe essere uno dei candidati al Comune di Firenze nel 2019, quando scade il mandato di Dario Nardella.

LO ZIO DI BONIFAZI ERA IN MPS. Di più. Consorzio Triveneto è controllata sempre da Mps al 10,13%. Moneynet invece da Bassilichi al 69,9% e la restante parte dallo stesso Consorzio Triveneto. Ma profondi sono anche i rapporti di Bonifazi. Suo zio, Alberto Bruschini, è stato membro della deputazione generale del Monte dei Paschi di Siena, mentre il cugino Gianni è anche lui nel consiglio di amministrazione di Bassilichi. Il legame con Mps è ulteriormente testimoniato da un altro azionista: Finanziaria Senese Sviluppo Spa (11%), che tra i soci vede di nuovo Fondazione Monte dei Paschi con il 58,66%.

COSI’ PIERLUIGI BOSCHI & FRIENDS HANNO MANDATO IN ROVINA BANCA ETRURIA – L’ATTO D’ACCUSA DEL LIQUIDATORE: “GLI AMMINISTRATORI HANNO FATTO ERRORI MADORNALI ED EROGAZIONI IN PALESE CONFLITTO D’INTERESSE” – IL DANNO COMPLESSIVO E’ STATO DI 520 MILIONI. CHIESTI 112 MILIONI ALLA SOCIETA’ DI REVISIONE

Banca Etruria «è crollata, risultando totalmente “spolpata” nella sua consistenza patrimoniale, sotto il peso di errori madornali degli amministratori e da una serie incredibile di erogazioni di favore in palese conflitto di interessi». La citazione davanti al Tribunale civile di Roma del liquidatore Giuseppe Santoni è un durissimo atto di accusa nei confronti di manager e componenti dei Cda che si sono succeduti dal 2010.

pier luigi boschiPIER LUIGI BOSCHI

Il ricorso quantifica il danno finale in 520 milioni di euro, attribuendo alla società di revisione PriceWaterhouseCoopers la responsabilità per 112 milioni di euro dovuti «all’ omesso controllo contabile in relazione agli illeciti commessi dai componenti degli organi aziendali». Nell’ elenco dei manager chiamati davanti al giudice civile di Roma ci sono i revisori dei conti, i direttori generali e soprattutto i componenti dei consigli degli ultimi tre consigli di amministrazione, compreso l’ ultimo guidato da Lorenzo Rosi che aveva come vicepresidenti Alfredo Berni e Pier Luigi Boschi, padre della sottosegretaria Maria Elena.

fotomontaggi maria elena boschi e banca etruria 5FOTOMONTAGGI MARIA ELENA BOSCHI E BANCA ETRURIA 5

Nell’ atto depositato lunedì scorso si parla di una «incredibile serie di erogazioni di favore e in palese conflitto di interessi, ovvero dissennate e inutili». Santoni la definisce una «paradossale corsa verso l’ abisso» e poi aggiunge: «Non si sa bene se maggiore responsabilità vada attribuita a chi dolosamente e pervicacemente ha curato, a scapito della società e dei creditori, i personali interessi propri o di propri sodali in palese conflitto con il ruolo gestorio rivestito, ovvero a chi ha con colpa gravissima trasgredito le più basilari regole di buona amministrazione di una Banca, ovvero a chi ha altrettanto colposamente assistito con inerte disinteresse allo scempio che avveniva sotto i suoi occhi».

BANCA D\'ITALIABANCA D\’ITALIA

Per questo evidenzia come «la paradossale mala gestio che caratterizzava la conduzione della Banca è stata tempestivamente posta in evidenza nel corso di tre ispezioni da parte di Bankitalia tra gennaio 2010 e febbraio 2015 con la conseguente irrogazione di pesanti provvedimenti sanzionatori» eppure «la situazione si è aggravata perché non solo nessuno vi ha posto rimedio, ma questi episodi di mala gestio si sono perpetrati e rinnovati».

LUIGINO DANGELO MOGLIELUIGINO DANGELO MOGLIE

Secondo il liquidatore è stata portata avanti «una “strategia” basata su rimedi estemporanei e di dubbia legittimità con il frettoloso “piazzamento” delle note obbligazioni subordinate ai risparmiatori che sono state successivamente e necessariamente azzerate». Riferimento esplicito al provvedimento di messa in liquidazione della banca con il decreto del governo del novembre 2015 che ha provocato la perdita dei risparmi di migliaia di cittadini. Con il caso eclatante del suicidio del pensionato Luigi D’ Angelo.

lorenzo rosi pier luigi boschiLORENZO ROSI PIER LUIGI BOSCHI

Se il danno derivato «dalla dissennata gestione dei crediti» viene quantificato in oltre 112 milioni di euro, Santoni ritiene ben più grave la perdita causata dall’ ultimo consiglio di amministrazione – guidato da Rosi, Berni e Boschi – per la scelta di non seguire le indicazioni degli ispettori di Palazzo Koch e procedere «all’ aggregazione con un partner strategico». In particolare definisce il rifiuto all’ offerta di Banca Popolare di Vicenza una «decisione dolosa o gravemente colposa» perché ha provocato un mancato introito per oltre 212 milioni di euro.

Azioni Cattolica assicurazioni: seguiamo nonno Soros e babbo Buffet ?

Azioni Cattolica Assicurazione: non mi è mai piaciuto seguire i grandi quando comprano facendo molto rumore.

Con un caro amico discutiamo spesso se e quanto i media finanziari tradizionali (non l’alternative press che siamo noi) servano a guadagnare i soldi. Lui in 30 anni di professione di borsaiolo ricorda solo un caso in cui un articolo su Il Sole 24 Ore, se letto prima delle ore 09:00, se compreso nei particolari, poteva permettere di guadagnare senza rischio (per la cronaca lui lo lesse alle ore 10.00). Se poi si tratta di seguire le mosse di big dogs ci viene l’orticaria prima di iniziare: quando abbiamo letto la notizia che Buffet con una  sua società e enrato nelle azioni Cattolica assicurazione ci siamo detti: vendere subito allo scoperto Cattolica Assicurazioni.Lo stesso avesse fatto Soros o chiunque dal nome blasonato

Poi non l’ho fatto, ma rimane il punto a monte da risolvere: conviene seguire i grandi ?

Risposta: subito no. Magari dopo sì, dipende, ma sempre con le molle perché di solito quando i grandi comprano e lo dicono ai giornali o i giornali cavalcano l’onda (diffido delle buone intenzioni dei giornalisti) diciamo che solo i fessi comprano. In questo caso però se guardate il grafico a 60 minuti delle azioni Cattolica Assicurazioni vedete un pattern buono come il pane: gap up, congestione, rottura dei massimi.

Scriviamo queste note ora perché NON ABBIAMO DECISO DI COMPRARE le azioni Cattolica Assicurazioni  … vogliamo almeno una congestione o uncino sui 60 minuti. Poi ci pensiamo. Il rischio deve essere contenuto al massimo perché la volatilità del titolo potrebbe essere devastante soprattutto al ribasso qualcora il gap dovesse essere ricoperto. Però è bene che i lettori si preparino … non si sa mai … potremmo cambiare idea.

Stato, dipendenti e risparmiatori: la road map del nuovo Mps

La ricapitalizzazione precauzionale del Monte dei Paschi è «una pietra miliare» secondo la definizione data ieri dal ceo di Rocca Salimbeni Marco Morelli, e un «momento di svolta» se si segue l’indicazione offerta martedì dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Ma è soprattutto un inedito, perché a Siena si gioca il primo caso di salvataggio statale di una banca nella tormentata epoca del bail in. Come tutti i percorsi mai battuti prima, è ricco di incognite, ma anche di novità già definite e cruciali per la vita della banca, degli investitori e dei risparmiatori. Vediamole.

Partiamo dai tempi. Ottenuto il via libera europeo, il calendario appare piuttosto scandito.

1 Le prime mosse
Nelle prossime settimane, e comunque entro luglio, due decreti del ministero dell’Economia apriranno le danze operative. Il primo farà scattare il burden sharing, cioè la condivisione dei costi chiesta dalle regole europee (4,3 miliardi nel caso del Monte dei Paschi, poi alleggeriti da 1,5 miliardi di rimborsi ai piccoli investitori) per permettere il salvataggio di Stato; il secondo provvedimento, in realtà contestuale al primo, farà invece partire l’acquisto di azioni (con sconto del 25%) che metterà il Tesoro al vertice di Mps.

2Il medio periodo
Il Monte “statalizzato”, i cui titoli torneranno a essere quotati in Borsa in autunno, sarà di proprietà del ministero dell’Economia per il 70%, e tale dovrebbe rimanere fino al 2021, data entro la quale le azioni del Tesoro dovranno tornare sul mercato.

Avere il Mef al comando offre una garanzia importante al Monte, dopo anni sull’ottovolante e dopo lunghi mesi «da pronto soccorso» (altra immagine di Morelli). Ma impone anche condizioni pesanti, indispensabili a non far uscire la banca dai binari stretti delle regole europee scritte per limitare gli aiuti di Stato

1 Le nomine
Com’è ovvio, è l’azionista di maggioranza ad avere la parola decisiva sulle nomine degli amministratori. Da questo punto di vista, in realtà, non ci saranno sorprese, perché lo stesso Padoan è intervenuto (l’ultima volta l’altroieri, alla conferenza stampa post via libera della Ue) per ribadire la fiducia nei vertici attuali. Il mandato, ha però voluto ricordare ieri Morelli, «è a disposizione dell’azionista in qualsiasi momento»

2I compensi
La disponibilità di Morelli e colleghi ha dovuto fare i conti anche con un taglio di stipendio che, nel caso dell’ad, viaggia intorno al 70 per cento. A imporlo è il paragrafo 38 della comunicazione Ue del 2013 sul settore bancario, che in caso di aiuto di Stato chiede agli istituti sostenuti dal denaro pubblico di «applicare politiche severe in materia di retribuzione dei dirigenti». Tradotto in cifre, il vincolo non permette di concedere a nessuno stipendi superiori a «10 volte il salario medio dei dipendenti della banca». In base all’ultimo bilancio, il Monte l’anno scorso ha speso in media 47.135 per lo stipendio lordo (ovviamente senza oneri previdenziali e Tfr) di ognuno dei 24.560 dipendenti attuali. Il compenso totale di Morelli dovrebbe quindi attestarsi intorno ai 471mila euro lordi, contro gli 1,46 milioni previsti dal contratto iniziale. Morelli, che è amministratore delegato e direttore generale, aveva già girato 200mila euro, cioè al 50% del compenso da ad, a Mp solidale, l’iniziativa di welfare aziendale della banca, ma ora il taglio diventa decisamente più consistente. «Ho la mia opinione sul fatto che in un piano pluriennale non ci sia una forma di incentivazione – ha spiegato ieri il diretto interessato – ma ho accettato». A scendere scendere sarà anche il compenso del presidente Alessandro Falciai, 500mila euro come quello del suo predecessore Massimo Tononi (che aveva devoluto tutto a Mp solidale).

A pagare un pegno pesante sull’altare della ristrutturazione saranno anche i dipendenti. Il piano prevede una riduzione di organico da 5.500 persone, in un conto che però comprende anche i 600 dipendenti già usciti a maggio e 500 nuove assunzioni messe in calendario da qui al 2021. Al netto di questi due fattori, le nuove uscite effettive saranno quindi 4.900, fra cui 1.200 legate al turn over naturale e alla cessione o chiusura di attività. Quest’ultimo caso riguarda in particolare i 450 dipendenti impegnati nelle filiali estere che però, come precisato dai sindacati, non hanno il contratto bancario e non sono coperti dal fondo esuberi, cioè il paracadute che secondo il piano accompagnerà tutti gli esodi italiani su base volontaria. Per quest’anno dovrebbero essere in programma altri 900 addii, portando quindi il totale del 2017 a quota 1.500. I costi di ristrutturazione valgono 1,15 miliardi: nel caso delle due venete il costo degli esuberi per l’acquisizione di Intesa, circa 3.900, sarà di 1,29 miliardi.

Sempre nell’ottica di limitare al minimo il raggio di azione degli aiuti di Stato, la comunicazione Ue del 2013 fissa limiti precisi all’attività della banca sostenuta dal Tesoro.

1Niente dividendi
Fino a che il Mef rimarrà in cima all’elenco degli azionisti, la banca non potrà pagare dividendi sulle azioni né cedole sui bond con pagamento discrezionale o sugli strumenti ibridi di capitale. Chi vorrà investire nelle azioni della Siena “statalizzata”, quindi, dovrà confidare nella moltiplicazione di valore promessa dal piano di ristrutturazione: una prospettiva, questa, in cui spera prima di tutto lo Stato, che punta a recuperare così («anche con un premio», come auspicato da Padoan) i 5,4 miliardi investiti nel salvataggio tra ricapitalizzazione e rimborsi ai risparmiatori.

2Niente pubblicità
Alla banca sostenuta dai contribuenti è vietato anche «applicare pratiche commerciali aggressive», una definizione ad ampio raggio che però incontra nelle stesse regole Ue indicazioni più precise. La banca non potrà attirare clienti vantandosi in termini pubblicitari del fatto di avere un azionista solido come lo Stato, e più in generale dovrà tenersi lontana da «qualsiasi strategia commerciale aggressiva che non avrebbe luogo senza il sostegno dello Stato». Ovviamente la proprietà statale del Monte è tutt’altro che un segreto, avendo campeggiato per mesi al centro del dibattito politico e dei titoli di giornali e telegiornali; ma, per fare un esempio brutale, non potrà tradursi in comunicazioni di marketing che promettano condizioni agevolate in fatto di rischi di investimento o di costi di finanziamento grazie al fatto che nel bilancio ci sono i soldi pubblici.

3Acquisti limitati
Praticamente chiusa resta poi la strada delle acquisizioni. Fino al ritorno pieno sul mercato, il Monte non potrà rilevare partecipazioni in imprese, «sia che si tratti di un trasferimento di attivi che di azioni», con poche eccezioni. Sfuggono al divieto solo le acquisizioni che nascono dalle «ordinarie attività bancarie», nei casi cioè di conversione del credito in azioni, oppure i mini-acquisti: l’unico shopping libero è infatti quello che non supera lo 0,01% dell’ultimo stato patrimoniale della banca, e a condizione che il totale delle acquisizioni negli anni del piano non valga più dello 0,25 per cento (sempre dello stato patrimoniale). Le uniche eccezioni sono rappresentate dagli acquisti indispensabili a garantire la stabilità finanziaria, che devono però essere autorizzati dalla commissione Ue.

La commissione diventa nei fatti un componente ingombrante nella cabina di regia della banca, perché dovrà autorizzare tutte le operazioni di gestione del capitale e gli eventuali riacquisti di azioni proprie o di strumenti ibridi.

La ricapitalizzazione precauzionale porta con sé la diluizione degli azionisti, dopo le perdite pesanti già subite in questa lunghissima crisi del Monte (-87,3% nell’ultimo anno prima della sospensione, -96,5% negli ultimi tre anni); sull’altare del burden sharing devono portare la loro offerta anche gli obbligazionisti subordinati, che vedranno i loro titoli convertiti in azioni.

Qui scatta il meccanismo dei rimborsi, con gli 1,5 miliardi messi in conto dallo Stato per il riacquisto delle azioni che finiranno nei portafogli dei piccoli risparmiatori in seguito alla conversione dei loro titoli subordinati. Come previsto dal decreto di Natale che il governo ha battezzato «salva-risparmio», i bond junior in tasca ai circa 40mila piccoli investitori che nel 2008 hanno acquistato (o, meglio, si sono visti assegnare) allo sportello della banca l’emissione Upper Tier II saranno convertiti in azioni, come prevede il burden sharing, ma a settembre accederanno all’offerta di riacquisto delle azioni in cambio di bond ordinari, più tutelati dei junior. L’offerta è legata alla cancellazione dei rischi legali ma, hanno assicurato ieri mattina i vertici della banca, gli 1,5 miliardi saranno sufficienti a tutelare tutti i bondisti subordinati retail. A obbligazionisti senior e depositanti, invece, con la ricapitalizzazione precauzionale non accade nulla.

 

P.S. MA E’ STATO RISPETTATO IL PUNTO NUMERO DUE DELLA ROAD MAP ?

B.Mps: a prossimo cda nuovo statuto con paletti Bce

Il prossimo cda di Montepaschi a fine mese potrebbe varare

il nuovo statuto espressione dell’azionista Tesoro in maggioranza e

convocare l’assemblea straordinaria. Lo scrive Il Messaggero spiegando che

l’ultima versione del testo statutario recepisce le indicazioni della

Vigilanza Bce che ha posto alcuni paletti. La riunione del board dovrebbe

tenersi giovedì 26 ottobre. In quei giorni potrebbe avvenire il ritorno in

Borsa, sempre che la Consob non prolunghi i tempi.

Secondo le attuali regole, l’assise dei soci dovrebbe tenersi 45 giorni

dopo, quindi nella prima decade di dicembre. Oltre alla seduta

straordinaria potrebbe tenersi quella ordinaria per la nomina del nuovo

cda, secondo le regole approvate poco prima. Il plenum dovrebbe essere di

11-13 membri, non di più, visto che Francoforte ha posto un veto sul

numero dei consiglieri non potendo essere superiore a 15.

Il cda sarà composto per due terzi da consiglieri eletti nella lista

presentata dall’azionista Tesoro che oggi ha il 53,2% del capitale

destinato a salire fino al 70% dopo aver acquistato le azioni ottenute dai

clienti retail in conversione dei bond subordinati durante il burden.

Banco Bpm, Calzedonia compra 0,065% capitale per circa 3,2 mln euro

Calzedonia Holding ha acquistato un pacchetto di un milione di azioni Banco Bpm BAMI.MI , pari allo 0,065% del capitale. E’ quanto emerge da una segnalazione di internal dealing. L’AD dell’azienda veronese di abbigliamento intimo è Marisa Golo, consigliere di amministrazione di Banco Bpm. L’acquisto delle azioni, in borsa, è avvenuto lo scorso 6 ottobre al prezzo unitario di 3,1979 euro per un controvalore complessivo di circa 3,2 milioni di euro. L’acquisto di venerdì scorso è l’ultimo di una serie di operazioni che ha portato l’azienda a rafforzare la propria partecipazione nella banca nata dalla fusione tra Banco Popolare e Bpm. Nei soli ultimi tre mesi Calzedonia è intervenuta sul mercato altre cinque volte acquisendo azioni complessivamente per lo 0,24% circa cel capitale

 

 

Misteri, suicidi, scandali finanziari: Mps e i 10 anni che sconvolsero Siena e l’Italia

Dall’acquisto (per una cifra esorbitante) di Antonveneta nel novembre 2007 a Siena è successo di tutto: miliardi andati in fumo, inchieste, morti sospette, risparmiatori infuriati. Le ripercussioni dello scandalo del Monte Paschi si fanno sentire ancora oggi

Uno scandalo mondiale
Dieci anni fa l’acquisizione di Antonveneta, il 7 novembre 2007. Costo rivelatosi esorbitante: 9 miliardi più 7 miliardi di debiti accollati. Troppo per Mps, per di più mentre scoppiava la crisi finanziaria (e poi economica) più pesante e lunga dagli Anni Trenta. Da allora al Montepaschi e a Siena è successo di tutto. Oltre dieci miliardi di aumenti di capitale andati in fumo, i primi aiuti di Stato per 4 miliardi (ripagati con quasi 1 miliardo di interessi), una banca salvata lo scorso dicembre dal fallimento dal Tesoro con 8 miliardi, la Fondazione Mps praticamente azzerata con il patrimonio crollato da 6 miliardi ad appena 500 milioni. Migliaia di persone fuori dalla banca – anche se senza licenziamenti. Un territorio impoverito. E i tribunali al lavoro. Cinque inchieste, molto complesse, due a Milano, tre a Siena. Una condanna già avvenuta, due processi in corso, una udienza preliminare. Indagati o imputati gli ex vertici Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, ma anche la nuova gestione che avrebbe dovuto salvare la banca, quella di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola. E poi c’è, David Rossi. Per la morte del portavoce della banca precipitato dalla finestra del suo ufficio, il 6 marzo 2013, l’inchiesta della procura di Siena per istigazione suicidio è stata archiviata due volte. Ma i dubbi sulla ricostruzione continuano a gettare un’ombra sinistra su quella vicenda misteriosa.

Le inchieste
A Milano, trasferito per competenza da Siena, è in corso il processo contro l’ex presidente Giuseppe Mussari, l’ex direttore generale Antonio Vigni, l’ex direttore dell’area finanza Gianluca Baldassarri, oltre ad altri 10 imputati e alle banche Deutsche Bank e Nomura per la vicenda dei derivati segreti cosiddetti Santorini e Alexandria. Il processo è cominciato a Milano il 15 dicembre scorso. Si tratta del processo “madre”, in quanto fa riferimento alle modalità con le quali il Montepaschi ha recuperato i capitali e coperto i buchi patrimoniali legati all’acquisizione di Antonveneta del novembre 2007. I reati ipotizzati nei confronti degli imputati sono, a vario titolo, manipolazione del mercato, falso in bilancio, falso in prospetto, e ostacolo all’autorità di vigilanza.

L’arrivo di Profumo e Viola nel 2012
Sempre a Milano è in corso l’udienza preliminare dopo la richiesta di rinvio a giudizio presentata dal pm Stefano Civardi e Giordano Baggio nei confronti degli ex vertici Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, i banchieri chiamati nel 2012 a mettere a posto i conti disastrati della banca senese. Anche loro, insieme all’ex presidente del collegio sindacale Paolo Salvatori, sono finiti nel calderone delle inchieste, accusati di aggiotaggio e falso in bilancio. Secondo la procura avrebbero contabilizzato in maniera non corretta in bilancio i contratti Santorini e Alexandria. Proprio sotto la loro gestione era emerso il ruolo di queste operazioni nell’occultare le perdite di bilancio del Montepaschi nel 2008-2009. Tuttavia Profumo e Viola non hanno contabilizzato i derivati come tali a bilancio, continuando così con l’impostazione di Mussari e Vigni, fino a quando non è stata la Consob a imporre la riscrittura del bilancio nel 2015. La vicenda è molto controversa: i magistrati avevano inizialmente chiesto l’archiviazione per gli indagati, ma il sostituto procuratore generale Felice Isnardi ha disposto altri approfondimenti investigativi riaprendo il caso. Il non avere dichiarato i derivati – ipotizzano i periti della procura – consentì alla banca di avere i requisiti per accedere agli aiuti di Stato sotto forma di “Monti Bond” senza azzerare il patrimonio della Fondazione. Di recente Profumo ha manifestato dubbi sulla sua gestione di Mps: «Mi chiedo spesso se Fabrizio Viola e io abbiamo fatto bene a salvare Mps e a non lasciarla fallire».

Quel documento occultato in cassaforte
A Siena si è già celebrato e concluso in primo grado un processo sulle vicende Mps, quello su cosiddetto «mandate agreement», ovvero un documento tenuto segreto che costituiva l’architrave dell’operazione Alexandria – un complicato complesso di operazioni e di prestiti legata all’acquisto di BTP in scadenza al 2034, con la banca giapponese Nomura da 3 miliardi di euro. È il «contratto quadro» stipulato nel 2009 e discusso da Mussari con i vertici dell’Istituto giapponese nell’ormai famosa telefonata del 7 luglio 2009. Si tratta di uno dei contratti che hanno causato perdite nascoste nei bilanci per Montepaschi, secondo l’accusa.
L’operazione sarebbe servita a spalmare di 120 milioni di perdita nel 2009 nei successivi 25 anni. Tra maggiori interessi e costi occulti per Montepaschi il costo dell’operazione è stata di oltre 300 milioni. Nell’ottobre del 2014 sono stati condannati a tre anni e sei mesi di reclusione Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gianluca Baldassarre, per ostacolo alla autorità di vigilanza Per avere tenuto nascosto alla Banca d’Italia questo documento, che venne poi ritrovato nella cassaforte dell’allora direttore generale Vigni dal nuovo amministratore delegato Fabrizio Viola nell’ottobre del 2012. Il processo di appello si è aperto lo scorso 23 giugno.

siena piazza salimbeni 610

Piazza Salimbeni, Siena

La banda del 5% di Gianluca Baldassarri
C’era anche chi faceva la cresta sui contratti finanziari di Mps: è la cosiddetta banda del 5%. Il processo a carico dell’ex responsabile dell’area finanza di Banca Montepaschi, Gianluca Baldassarri, comincerà a Siena il prossimo 14 novembre. Insieme con lui sono importanti altre 11 persone (interni della banca ma anche broker esterni), con l’accusa di associazione a delinquere transnazionale. Questa è una costola dell’inchiesta principale su MPS, che riguarda le presunte “creste” che alcuni manager della banca senese effettuavano sulle operazioni dell’istituto. Montepaschi è parte civile. Questo è l’unico filone che di fatto è aperto ancora a Siena dell’inchiesta principale condotta dei pm Aldo Natalini, Giuseppe Grosso e Antonino Nastasi. E per queste vicende sono stati sequestrati all’estero una ventina di milioni di euro.

Il soccorso d’emergenza: i Monti Bond e gli aumenti del 2014 e 2015
Per i buchi patrimoniali legati all’acquisizione di Antonveneta e alla crisi di liquidità scoppiata in tutto il sistema finanziario dopo il crac Lehman Brothers, il Montepaschi ha dovuto fare ricorso per ben due volte a prestiti dello Stato: una prima volta nel 2009, con i Tremonti Bond per circa 1,9 miliardi, e poi nel 2012 (ma emessi nel 2013) per ulteriori 2 miliardi complessivamente, i cosiddetti Monti Bond: in totale circa 4,1 miliardi di euro di finanziamenti, ad alto tasso di interesse (sopra il 10% annuo), per Mps.
Per restituirli, in appena un anno, almeno parzialmente, come richiesto dalla commissione europea che vigilava sugli aiuti di Stato, il Montepaschi varerà nel 2014 un primo mega-aumento di capitale da 5 miliardi (dopo essere stato innalzato dagli iniziali 3 miliardi e rinviato da dicembre 2013 alla primavera dell’anno dopo in seguito alla drammatica rottura con la Fondazione Mps guidata dall’attuale vicepresidente di Confindustria, Antonella Mansi, che votò contro la delibera). Il miliardo residuo verrà rimborsato nel 2015 dopo il secondo aumento di capitale da ulteriori 3 miliardi. Il Tesoro riceverà nel 2016 parte degli interessi non in contanti ma sotto forma di azioni della banca e diventerà a un certo punto il primo azionista dell’istituto con oltre il 4%.

L’esame della Bce e l’aumento di capitale fallito
L’ennesima svolta per Mps avviene a fine luglio 2016: la banca viene bocciata agli stress test della Bce risultando la peggiore dell’Eurozona. Per salvarsi l’istituto propone la vendita di tutti i crediti in sofferenza, circa 28 miliardi, è un ennesimo aumento di capitale da 5 miliardi di euro per coprire l’ammanco patrimoniale. L’incarico di portare avanti l’aumento di capitale lo prende la banca americana J. P Morgan, insieme con Mediobanca.
A spingere soprattutto per la soluzione di mercato è l’allora premier Matteo Renzi, che non voleva impiegare capitali dello stato nel Montepaschi ma allo stesso tempo voleva evitare il bis delle quattro banche saltate a fine 2015 (Banca etruria, Banca Marche, CrChieti, CrFerrara). Le due banche d’affari cercano un acquirente importante, il cosiddetto “anchor Investor” trovando l’interesse del fondo sovrano del Qatar. L’operazione però si rivela difficile sul mercato anche per l’incertezza politica dell’Italia legata all’imminente Referendum costituzionale del 4 dicembre e ai rischi di una crisi di governo in caso di vittoria del no. Contemporaneamente risulta complicata per motivi burocratici e giuridici (per esempio per le autorizzazioni della Consob) l’altra parte dell’aumento di capitale complessivo da 5 miliardi, cioè la conversione in azioni dei bond subordinati.

La ricapitalizzazione precauzionale
La crisi del governo Renzi e il “no” della BCE a spostare a gennaio l’aumento di capitale autorizzato solo entro fine dicembre 2016 portano il Montepaschi poco prima di Natale a chiedere la ricapitalizzazione precauzionale, l’ultimo passo consentito dalle direttive europee prima che la banca finisca in Bail-In con conseguenze disastrose per la banca, l’economia italiana e forse per la stessa tenuta dell’euro. La Bce accoglie la richiesta e impone alla banca di trovare, anche con capitali dello Stato, 8,1 miliardi di euro. Di questi, oltre 4 miliardi arriveranno dalla conversione obbligatoria dei Bond subordinati in nuove azioni della banca.

Il salvataggio ad opera dello Stato e il prossimo ritorno in Borsa
La trattativa con le istituzioni europee -Bce e soprattutto commissione europea -dura quasi sei mesi. È una strada mai percorsa prima né da Bruxelles né da Francoforte. E il quadro si aggrava nel frattempo a livello di sistema perché contemporaneamente finiscono in crisi, e poi in liquidazione, i due istituti del Veneto, popolare di Vicenza e veneto banca. A luglio arriva l’ok finale della direzione concorrenza della commissione europea. Lo Stato può entrare con un aumento di capitale riservato – a un prezzo più basso di quello applicato agli obbligazionisti per la conversione dei loro Bond in azioni – e con 3,9 miliardi prende la maggioranza assoluta dalla banca.

L’offerta
È in partenza nei prossimi giorni un’offerta di transazione e scambio rivolta ai risparmiatori che si sono ritrovati in mano le azioni Montepaschi: costoro potranno Consegnare le azioni alla banca, che le darà al Tesoro, in cambio di nuovi Bond “senior”, ovvero garantiti, è in scadenza la prossima primavera. Sempre negli stessi giorni il Montepaschi, forse già a fine mese, dovrebbe tornare in borsa. È il tesoro, con altri 1,6 miliardi immessi nell’operazione, potrebbe ritrovarsi con in mano fino al 70% del capitale. Quello che tornerà in borsa sarà dunque un Montepaschi nazionalizzato. Un Mps di Stato.

Acquisti su Unipol e Banco Bpm, rischio stallo sulla bancassurance

Ben comprataUnipol a Milano col titolo che segna la performance migliore del listino dopo che Mediobanca Securities ha confermato il giudizio outperform sul le azioni della compagnia bolognese. Sale anche il Banco Bpm, mentre si profila il rischio di uno stallo sulla bancassurance, con posizioni molti distanti tra l’istituto di credito e Unipol sul valore di Popolare Vita.

Secondo quanto scrive Il Sole 24 Ore, il cda del Banco Bpm del 17 ottobre potrebbe analizzare le offerte per la bancassurance fatte da Covea e Cattolica, ma UnipolSai non intenderebbe consentire la due diligence sulla Popolare Vita finchè non sia stato trovato un accordo. L`arbitrato dovrebbe concludersi a metà novembre, ma le parti sono lontane: Unipol chiede almeno 700 mln mentre il Banco Bpm non vuole pagare più di 350 mln e questo potrebbe allungare i tempi del riacquisto. Popolare vita ha un patrimonio netto di 500 mln e ha realizzato circa 50 mln di utile all`anno.

Carlo Messina: “una vergogna aver truffato decine di migliaia di risparmiatori”. E Intesa Sanpaolo stanzia un plafond di 100 mln in 5 anni per clienti soci ex BPVi e Veneto Banca

Pubblicato alle 18.39, aggiornato alle 21.47 con il nostro video dell’intervento iniziale di Carlo Messina a cui è seguita la sessione di domande e risposte che pubblicheremo, sempre in video, successivamente. Si è svolto oggi pomeriggio a Vicenza presso palazzo Leoni Montanari, di proprietà di Intesa Sanpaolo, l’incontro con la stampa locale e nazionale di Carlo Messina, consigliere delegato del gruppo bancario, di cui abbiamo fatto un primo sintetico lancio “in diretta” evidenziando la sua condanna ripetuta, che ancora non è di casa ai piani alti di Vicenza, della “vergogna” di cui si sono resi i responsabili coloro i quali nella Banca Popolare di Vicenza e in Veneto Banca  hanno “truffato“, così ha detto più volte, decine di migliaia di risparmiatori tra cui migliaia di “ultraottantenni”!

Intesa San Paolo ha, quindi stabilito, come riferisce nella nota che pubblichiamo, stabilito di stanziare un plafond di 100 milioni di euro a favore di clienti del Gruppo che hanno perduto una parte dei loro risparmi investiti in azioni delle ex banche venete.

Tale iniziativa, che ha l’obiettivo di rendere ancora più solido il rapporto di Intesa Sanpaolo con la propria clientela, prevede erogazioni in più tranches nell’arco di 5 anni ed è destinata ai clienti con un reddito annuo lordo non superiore a 30.000 euro e con un patrimonio mobiliare massimo di 15.000 euro (senza comprendere l’investimento effettuato in azioni delle ex banche venete).

Ogni anno l’erogazione è subordinata al mantenimento di una relazione di clientela con il Gruppo, ferme restando le erogazioni già effettuate.

Un elemento preferenziale sarà costituito da gravi situazioni personali di difficoltà.

L’ammontare massimo previsto per ogni singolo cliente è pari a 15.000 euro.

Sulla base delle informazioni disponibili Intesa Sanpaolo stima di poter erogare l’intero plafond di 100 milioni di euro nell’arco di 5 anni, ipotizzando che le persone che aderiranno all’offerta rimangano clienti del Gruppo per tutta la sua durata.

I clienti azionisti delle ex banche venete che hanno i requisiti potranno presentare domanda di adesione a questa iniziativa dall’1 marzo al 31 maggio 2018 presso la propria filiale o una delle altre filiali selezionate dal Gruppo Intesa Sanpaolo per gestire le richieste. Le erogazioni saranno effettuate mediante l’assegnazione di strumenti finanziari.

Ulteriori dettagli circa i requisiti necessari e le modalità per l’accesso all’iniziativa, nonché i contenuti e le modalità di erogazione, saranno indicati prossimamente sul sito http://www.intesasanpaolo.com.

L’intervento della nostra banca per rilevare alcune delle attività delle ex banche venete ha permesso di proteggere 50 miliardi di risparmi, di tutelare oltre 2 milioni di clienti, di cui 200.000 imprese, e il lavoro di circa 10.000 persone con le loro famiglie” – dichiara Carlo Messina, Consigliere Delegato di Intesa Sanpaolo. “Un intervento che ha salvaguardato una delle aree produttive più dinamiche del Paese, grazie anche ai 5 miliardi di nuovo credito che abbiamo messo immediatamente a disposizione di famiglie e imprese. Con il forte impegno di tutte le nostre persone il processo di integrazione delle ex banche venete in Intesa Sanpaolo sta procedendo in tempi più rapidi del previsto. Oggi annunciamo un intervento particolarmente importante: abbiamo deciso di destinare 100 milioni di euro a una parte di clienti azionisti sotto una determinata fascia di reddito, in situazione di difficoltà economica, i quali, a causa delle gestioni pregresse, hanno visto la loro fiducia venir meno. Vogliamo rafforzare la nostra relazione con la clientela, nella convinzione che tale fattore sia il punto di forza della nostra banca”.

CATTOLICA ASSICURAZIONI – COLPO GOBBO DI WARREN BUFFETT: ENTRA CON IL 9%

Warren Buffett,  soprannominato l’oracolo di Omaha per l’oculatezza nei suoi investimenti che lo ha reso miliardario, ha acquistato, tramite una controllata da Berkshire Hathaway, il 9,047% di Cattolica Assicurazioni dalla Banca Popolare di Vicenza.

Una nota dell’istituto precisa che il corrispettivo della vendita è pari a 7,35 euro per azione, per un controvalore complessivo di 115,9 milioni.

L’operazione è stata seguita da una primaria sim italiana: Intermonte.

L’amministratore delegato del gruppo assicurativo, Alberto Minali ha dichiarato: “Ho appreso con enorme soddisfazione la notizia che la Berkshire Hathaway del finanziere americano Warren Buffet ha rilevato il 9% di Cattolica. Lo considero un grande atto di fiducia nei confronti della compagnia e del suo management e una straordinaria occasione per Cattolica viste le opportunità   che questa presenza così prestigiosa nel suo capitale può  aprire”.