Stessa sanzione di Bankitalia a Vincenzo Consoli, ex Ad Veneto Banca poi arrestato, e a Marco Morelli, ora Ad di MPS

Sull’incerto destino delle banche italiane pesa il dominio pieno e incontrollato della Banca centrale europea (Bce) e della Banca d’Italia. La Vigilanza esercita il suo potere di vita e di morte senza rendere conto a nessuno, con una discrezionalità prossima all’arbitrio. Esemplare il caso del Monte dei Paschi di Siena e del suo amministratore delegato Marco Morelli. Dal 22 dicembre i titoli della più antica banca del mondo sono sospesi in Borsa, in attesa che la vigilanza decida se consentire il salvataggio pubblico o decretare il fallimento, pudicamente detto risoluzione.
Su Morelli incombe dal 14 settembre scorso (giorno in cui fu nominato per ordine di Matteo Renzi) un interrogativo: ha i requisiti di onorabilità e correttezza pretesi dalla legge per il delicato incarico? La risposta dovrebbero darla Bce e Bankitalia, ma non la danno. La procedura cosiddetta fit and proper, che dovrebbe dare a Morelli la patente di banchiere affidabile, è segretata. Azionisti e creditori di Mps, trattati come sudditi, non sanno. Alla loro legittima curiosità si oppone il supponente silenzio descritto nel saggio di Carla Ferguson Barberini Il metodo sticazzi.
Il Testo unico bancario è stato modificato dal decreto legislativo n. 72 del maggio 2015 con cui il governo italiano ha recepito la direttiva europea di due anni prima con criteri più stringenti sulla selezione dei banchieri. La nuova legge ordina al ministro dell’Economia di individuare con un suo decreto i requisiti di “professionalità, onorabilità, indipendenza, competenza e correttezza” che il banchiere deve possedere, pena la decadenza. In due anni, Pier Carlo Padoan non ha ancora trovato il tempo per provvedere. Bce e Bankitalia hanno lo stesso adeguato le procedure alle nuove norme, per le quali il banchiere deve essere valutato, tra l’altro, secondo “criteri di correttezza, con riguardo, tra l’altro, alle relazioni d’affari, alle condotte tenute nei confronti delle autorità di vigilanza e alle sanzioni o misure correttive da queste irrogate”.
L’8 ottobre 2013, Morelli ha ricevuto dal Governatore Ignazio Visco una sanzione di 208 mila euro per “mancate comunicazioni alla Vigilanza ed errate segnalazioni di Vigilanza” commesse quando era vicedirettore generale di Mps. Altro non è dato sapere, se non che il 14 ottobre 2016 il cda di Mps ha comunicato di aver “verificato e confermato all’unanimità la sussistenza dei requisiti di professionalità e onorabilità” di Morelli. Le valutazioni del cda sono andate alla prescritta verifica di Bankitalia e Bce. Qui inizia il mistero. Secondo indiscrezioni le due Vigilanze avrebbero dato il loro ok, ma in via riservata. Anche Mps tace. Secondo voci la Bce avrebbe scelto di adeguarsi alla linea no problem di Bankitalia. Visco, notano i maliziosi, non aveva nessuna voglia di bocciare il banchiere imposto dal governo che a novembre deve rinnovargli il mandato da governatore.
Per dare un’idea, 208 mila euro è la stessa sanzione inflitta nel 2014 all’ad di Veneto Banca Vincenzo Consoli per violazioni così gravi da portarlo, due anni dopo, all’arresto. Morelli è stato punito per un fatto grave che, secondo Bankitalia, ha contribuito al disastro Mps. Nel 2008 curò, a fianco del presidente Giuseppe Mussari e del direttore generale Antonio Vigni, un aumento di capitale da 950 milioni (al servizio della sciagurata acquisizione dell’Antonveneta) riservato a Jp Morgan, la cosiddetta operazione Fresh. È stato accusato di aver celato alla Vigilanza che quei 950 milioni non erano nuovo capitale ma, per le modalità dell’operazione, debito. Morelli respinge le accuse e ricorda che il suo operato è stato anche vagliato e archiviato dai magistrati. Morelli magari ha ragione, ma il mercato non lo può sapere proprio a causa di contraddizioni e imbarazzi del suo giudice, Bankitalia, secondo la quale l’archiviazione in sede penale “non ha riflessi diretti sulle valutazioni della Vigilanza”: per il reato serve il dolo, per la violazione amministrativa vale la colpa.
Il 4 ottobre 2013, un venerdì, il capo della Vigilanza Bankitalia Carmelo Barbagallo ha sottoposto al Direttorio la proposta di sanzione osservando che il comportamento di Morelli “risulta di particolare gravità considerato che egli ha partecipato a tutte le fasi dell’operazione”, e che su di lui “gravavano specifici obblighi in ordine alla correttezza del quadro informativo da trasmettere alla Vigilanza”. Conclude Barbagallo: “Avute presenti le molteplici violazioni in materia di obblighi informativi, che consentono, ex art. 8 L. 689/1981, l’aumento fino al triplo della base edittale, si ritiene congrua una sanzione di 208.500”. Il martedì successivo, dopo soli due giorni lavorativi, Visco firmava la sanzione a Morelli, dopo una delibazione dell’istruttoria di Barbagallo tanto rapida quanto fiduciosa. Quella sentenza severissima è stata nascosta agli azionisti Mps fino a che qualcuno non l’ha scovata negli atti dell’inchiesta giudiziaria. Adesso sono segretate le argomentazioni con cui Visco e Barbagallo hanno deciso che quel precedente non intacca i requisiti di correttezza di Morelli. In questo caso il tribunale Bankitalia non solo tiene segrete le motivazioni, addirittura nasconde il dispositivo.
E così una legge europea scritta a tutela della trasparenza e della correttezza del mercato finanziario viene elusa da chi considera la disciplina delle banche un affare privato di burocrazie che non rendono conto a nessuno. Il “metodo sticazzi” governa la drammatica crisi bancaria italiana.

Basta una forchetta per ricostruirsi la vita ( storia vera)

La storia di un incontro. Le vite di una biologa e di un clochard si intrecciano e danno vita a meravigliosi gioielli aiutandoli a ricostruire le proprie vite

Senzatetto Gioielli Polpo

«E tanto che non scrivo sul blog. Ora ritorno con un nuovo post e un nuovo prodotto di Handmade. Questo volta, però, non lo faccio io. Il mio è stato solo un suggerimento dato a un amico un po’ “randa”, come si definisce lui stesso». Così nel 2014, il 10 luglio, la biologa Eletta Revelli racconta l’inizio di una storia di redenzione e amicizia.

Iguana è il soprannome di un uomo che Eletta ha conosciuto durante un momento buio. Una storia nata a Como, fortuitamente, nell’ambito del volontariato che Eletta porta avanti sin da ragazza. Tutto inizia alla mensa dei poveri dove i due, pian piano instaurano un’amicizia. Eletta è lì come volontaria, Iguana come “assistito”.

Iguana viveva per strada, beveva. Ma dietro l’aspetto trasandato, la bocca sdentata e i vestiti sdruciti la delicatezza e genitilezza hanno scoperto si nascondevano le mani di un fabbro. «Lo conosco da qualche anno», continua quel post del 2014, «ma solo recentemente mi ha detto che prima di perdere il lavoro e vivere un po’ allo sbando, era un fabbro. Me lo ha detto perchè un giorno gli ho chiesto “Ma tu cosa sai fare?”. Domanda che come volontari troppo raramente facciamo. La sua risposta mi ha fatto venire un’idea: e se gli dessi delle vecchie forchette, riuscirebbe a farne dei ciondoli, anelli e braccialetti?»

Un tentativo che Iguana all’inzio ha preso male. Parolacce, insulti e urla. Uno sfogo per una vita che era stata dura e forse anche ingiusta.

La cosa che più mi colpi era la sua meticolosità. Non mi dava indietro il pezzo se non era perfetto

Poi però quelle forchette, quei cucchiai, tutte quelle posate hanno cominciato a cambiare forma. Da anonime e consuete si sono trasfromate in animali vivaci, movimentiati e rilucenti. Orecchini, bracciali, collane. «La cosa che più mi colpi era la sua meticolosità. Non mi dava indietro il pezzo se non era perfetto», racconta Eletta.

L’inzio della storia passa da attrezzi recuperati da amici e conoscenti, lavorando con quello che c’era. Poi il fratello che aveva un proprio laboratorio ha deciso di prestare un angolo a Iguana. Lì nasce un vero e proprio laboratorio. «I soldi non ci sono per cui Iguana recupera gli attrezzi che gli altri buttano o ssostituiscono, li ripare e li fa tornare utili».

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Il banco da lavoro di Iguana

La storia però è solo all’inizio. «Il più grosso successo, il fatto che mi ha fatto capire la dimensione di quello che stava succedendo è che Iguana ha smesso totalmente di bere», racconta Eletta. Il lavoro, il tornare a sentirsi utile e capace è stata la medicina che gli ha permesso di ricominciare. «È incredibile come sotto l’apparenza di un ultimo, di qualcuno che si evita di guardare, si possa nascondere tanto talento».

«Sono stata talmente rapita dalla sua perizia e dalla bellezza delle sue creazione che stiamo pensando di mettere su un’impresa insieme. Prima però dovevamo trovare un nome per farci conoscere. Lui ha deciso che dovesse essere il suo soprannome. Così oggi i suoi lavori vengono divulgati come I-Guana. Un nome che gli hanno dato per strada, non si sa perché, ma che a lui piace», sottolinea Eletta.

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«Adesso siamo una squadra», continua. «Lui fa i gioielli, e io sono la sua “manager’”Abbiamo aperto una pagina Facebook che gestisco io perché lui non sa usare il computer. Ogni tanto allestiamo anche qualche mercatino anche se siamo ancora un po’ disorganizzati. Ho iniziato a raccontare la sua storia ad alcuni amici, in tanti si sono interessati. Chi mi ha chiesto un anello per la fidanzata, chi un ciondolo, chi un piccolo pensiero per Natale, e le richieste continuano ad aumentare giorno dopo giorno».


Alcune delle creazioni di I-Guana

Per trasformare una forchetta in un anello serve una giornata intera, mezza per i disegni più semplici. Dal riciclo di vecchie posate e utensili di cui la gente si vuole disfare, il riciclo di un’esistenza, una vita al margine, quella di un uomo non più giovane che da un giorno all’altro ha perso il lavoro e gli affetti.

Questa storia mi ha insegnato che le seconde opportunità sono fondamentali nella vita

«Questa storia mi ha insegnato che le seconde opportunità sono fondamentali nella vita», racconta Eletta, che sulla sua storia ha scritto anche un racconto “Un amore di clochard. Le zanzare vanno pazze per il sangue degli alcolisti”. La storia di una “regolare” con una casa, una vita all’apparenza piena e rigogliosa ma piena di frustrazioni professionali, sentimentali e familiari, che entra per caso nel mondo di un barbone alcolista, e dove i ruoli si confondono, non si sa più chi aiuta chi. “Il manoscritto è ancora nel cassetto”, spiega Eletta, “in attesa dell’editore giusto”.

«Con la mia scelta ho cambiato la sua vita, ma anche la mia. La gente dovrebbe spendere un po’ più tempo per aiutare gli altri, gli sconosciuti, gli esclusi. Il più delle volte giudichiamo le persone senza nemmeno conoscerle. Io dico sempre a tutti che auguro anche a loro di trovare un giorno un “Uomo delle forchette” che gli cambi la vita».

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Basta una forchetta per ricostruirsi la vita

 

Ex banche Popolari 250 filiali da chiudere: pronti mille esuberi Le eccedenze soprattutto in Veneto e Friuli Venezia Giulia. Intesa Sanpaolo accelera l’integrazione: si parte a dicembre

Sono 1.040 le «adesioni all’esodo» da parte del personale delle ex banche popolari venete, BpVi e Veneto Banca. Ovvero 40 in più della soglia dei mille esuberi previsti dal piano di integrazione in Intesa Sanpaolo. Non dimenticando, però, che all’appello mancano le 3 mila eccedenze previste da Ca’ de Sass, sulle quali il confronto sarà avviato, tra azienda e sindacati, nelle prossime settimane. Il punto è arrivato dall’incontro di giovedì a Milano tra la delegazione trattante del gruppo Intesa Sanpaolo di Fabi, First, Fisac, Ugl, Uilca e Unisin, con la controparte datoriale. Prossimo appuntamento, con i dettagli sul piano di accorpamento delle filiali, in agenda per il 28 settembre. Peraltro le uscite anticipate, con accesso al fondo di solidarietà per chi aggancerà la pensione entro 7 anni, non scatteranno dal prossimo anno bensì dal mese di ottobre: prima del previsto.

In questa occasione Intesa ha annunciato l’intenzione di anticipare l’integrazione delle ex popolari a dicembre, per decollare, dal primo gennaio, con la banca unica. La migrazione procedurale delle filiali ex Veneto Banca ed ex Popolare di Vicenza è prevista tra l’8 e il 10 dicembre, e contestualmente avverrà l’accorpamento delle prime 230/260 filiali il cui elenco, però, è ancora in corso di definizione.

«Il risultato è stato raggiunto grazie all’impegno di tutti i colleghi, ora si procede con il piano di chiusure – spiega Giuliano Xausa, segretario nazionale Fabi –. Fino ad oggi la banca si è principalmente concentrata sugli esuberi, ora si entra nel vivo della questione relativa alle chiusure degli sportelli e allo spostamento dei colleghi. Anche su questo fronte vigileremo con la massima attenzione».

La richiesta di Francoforte era di 600 chiusure di sportelli (su 900) delle ex Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ma non è escluso del tutto che vi sia all’interno delle 600 chiusure anche qualche sportello di Banca Intesa. Se la scelta definitiva sulle filiali da chiudere non è ancora stata fatta, la scadenza prevede la soppressione di 250 filiali già dal 7 dicembre. Poi si proseguirà con un ritmo di 100-120 chiusure al mese. Il tutto si dovrebbe concludere con i primi mesi del 2018. «L’elenco deve ancora essere presentato ai sindacati, non possiamo escludere che alcune chiusure possano interessare anche filiali di Banca Intesa – ha spiegato Mauro Incletolli della segretaria nazionale della First Cisl – Sulle chiusure la trattativa comincerà dal 28 settembre e qui si discuterà anche del piano industriale, spostamenti e migrazioni».

Il ricollocamento di quanti sono rimasti preoccupa i sindacati. C’è da trovare posto ai dipendenti delle filiali chiuse e quanti attualmente lavorano presso le ex sedi centrali in via Framarin e Vicenza e a Montebelluna. I sindacati hanno da tempo richiesto a Intesa Sanpaolo che in Veneto trovino posto gli uffici della banca online del gruppo milanese. «Noi affronteremo la questione con il presupposto di ridurre al massimo i disagi per i colleghi rimasti, in modo da portare più lavoro possibile sul territorio, per ridurre i problemi legatI alla mobilità dei dipendenti», ha concluso Incletolli. Il passaggio informatico è fissato invece per l’8-10 dicembre, qualche giorno prima si effettueranno le prove tecniche. Per Banca Apulia e Banca Nuova l’integrazione nel gruppo avverrà nei primi mesi del 2018.

Scambio d’identità, la banca risarcisce

La banca è responsabile, in solido con chi emette assegni a vuoto tratti da un conto corrente aperto a falso nome, se la fotocopia del documento acquisita è poco leggibile. Infatti, omettendo i più elementari controlli legati al rischio di rilasciare un libretto a persona diversa da quella erroneamente identificata, l’istituto viene meno all’obbligo di far uso di un grado di diligenza commisurato alla natura dell’attività esercitata. Lo puntualizza la Corte d’appello di Napoli, con la sentenza 3539 del 13 luglio scorso(presidente Sensale, relatore Marinaro).

La questione
Al centro della vicenda, un caso di omonimia. Un uomo, approfittando di avere le stesse generalità del cugino, apre un conto corrente a nome di questi e si fa rilasciare un libretto di assegni. Ne emette, poi, diversi senza copertura, tutti protestati per difetto di provvista. Ma il vero titolare, accortosi del raggiro, cita la banca e chiede sia la rettifica delle segnalazioni effettuate all’archivio della Centrale di allarme interbancaria presso la Banca d’Italia che il risarcimento del danno. Nell’istruire la pratica, rileva, l’istituto aveva aperto il conto sulla base di documenti falsi e poco leggibili.

Il primo grado
Il tribunale, nel disporre la cancellazione dei protesti, boccia la domanda risarcitoria. Il correntista impugna la decisione insistendo, principalmente, per la condanna della banca, il cui promotore finanziario si era mosso «con colpevole superficialità», raccogliendo un documento d’identità recante data di nascita diversa da quella indicata sulla copia del documento fornitogli, la cui pessima qualità, peraltro, non consentiva neanche di esaminare la fotografia del volto del titolare.

L’appello
Motivo accolto dalla Corte che – contrariamente a quanto deciso dal tribunale – ravvisa la responsabilità dell’istituto di credito: la fotocopia del documento era stata inserita in atti senza previo esame dell’originale o, in ogni caso, senza un contestuale esame per la verifica dei relativi dati. Mancanza grave, considerato che il direttore di filiale dell’epoca, rilevata l’omonimia, avrebbe dovuto «prestare ben altra cautela e rigore nel procedere con l’apertura del conto e con il rilascio degli assegni». La banca, quindi, era «venuta meno al suo obbligo di far uso di un grado di diligenza commisurato alla natura dell’attività esercitata, omettendo i più elementari controlli atti a evitare il rischio dell’apertura di un conto corrente e del connesso rilascio del libretto in favore di persona diversa da quella erroneamente identificata».

Ed è noto, che «per il carattere dell’attività svolta dalle banche è dovuto un maggior grado di attenzione e prudenza nonché l’adozione di ogni cautela utile o necessaria richiesta dal comportamento diligente dell’accorto banchiere». Maggior grado di prudenza e attenzione – cui il funzionario incaricato è tenuto non solo nel predisporre contratti bancari, ma nel definire qualsiasi operazione (Cassazione, 11123/2015) – dalla cui inosservanza deriva la responsabilità extracontrattuale della banca, condannata, nel caso specifico, a risarcire il danno, in solido il “truffatore”, risultando provato (come esige la giurisprudenza: Cassazione, 7661/2015) il danno da illegittimo protesto.

Riconosciuto anche il danno non patrimoniale: l’onore e la reputazione, si sottolinea, costituiscono diritti garantiti dalla Costituzione, per cui, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata degli articoli 2043 e 2059 del Codice civile, la loro lesione «è suscettibile di risarcimento del danno non patrimoniale, a prescindere dalla circostanza che il fatto lesivo costituisca o meno reato» (Cassazione, 22190/2009).

 

LA SENTENZA INTEGRALE

 

http://www.quotidianodiritto.ilsole24ore.com/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/QUOTIDIANO_DIRITTO/Online/_Oggetti_Correlati/Documenti/2017/09/25/Corte_appello_Napoli_sent_3539_%2004_08_2017_omissata.pdf

Nessuno sa cos’è il disturbo bipolare (e la depressione non c’entra nulla)

Il disturbo bipolare nel cinema e nei telegiornali ha di fatto sostituito la schizofrenia come malattia mentale onnicomprensiva a cui attribuire caratteristiche random. In realtà si sa poco. Un milione di italiani soffre di questa patologia

«L’espressione “disturbo dell’umore” lo fa sembrare una cazzata», spiega E., 44 anni, bipolare di tipo II. «Una cosa che reca disturbo è una mosca che ti ronza vicino alla faccia o un fastidioso prurito alla gamba. Lo stesso vale per la parola “umore”. Parlare di “sbalzi d’umore” fa sembrare che il problema sia una sorta di oscillazione capricciosa tra allegria e tristezza. Invece l’umore è tutto: è il colore che dai al mondo».

Se la depressione è spesso sottovalutata, colpevolizzata o mal descritta dai media, del disturbo bipolare (una volta sindrome maniaco-depressiva) si sa molto poco. E quello che si sa è in genere sbagliato.

Al cinema e nei telegiornali ha di fatto sostituito la schizofrenia come malattia mentale onnicomprensiva a cui attribuire caratteristiche random, a patto che risultino vagamente inquietanti. A volte viene aggiunto alle notizie di cronaca come una sorta di triste postilla (“la vittima/il carnefice era affetto da disturbo bipolare”, si sente dire con tono mesto), il che contribuisce ad alimentare il pregiudizio che vede nei bipolari degli individui imprevedibili e pericolosi.

All’opposto – in nome dei luoghi comuni sulla pazzia creativa e sul genio sregolato – c’è la tendenza ad attribuire diagnosi post mortem a personaggi del passato, come Vincent Van Gogh, Winston Churchill e addirittura Napoleone Bonaparte.

Se n’è accorta anche Hollywood, che in collaborazione con la Casa Bianca (era a.T., avanti Trump, ovviamente) ha lanciato una campagna di sensibilizzazione sulle malattie mentali con protagonisti Glenn Close, pentita di aver dato corpo ad Alex Foster in Attrazione fatale: personaggio bipolare con tutti i tratti caratteristici di quello che il Manuale Diagnostico Statistico potrebbe definire “un matto pericoloso a caso”, e Bradley Cooper, interprete di un papà bipolare nel più recente e benevolo Silver Linings Playbook (tradotto in Italia con un titolo stucchevole e infantile da fare onore alla tradizione tipicamente anni ’90 del “prendiamo un titolo straniero normale e facciamolo diventare molto brutto”).

Quando non viene addirittura confuso con altri disordini – come la schizofrenia–, del disturbo bipolare si hanno presenti solo le sue manifestazioni più eclatanti, che danno un’immagine spropositata e decisamente sopra le righe di una patologia che a oggi è diagnosticata a circa 1 milione di persone solo in Italia.

Anche la definizione di alternanza di euforia e depressione è maledettamente forviante: ricorda i cattivi dei thriller di serie B, perfettamente mimetizzati nella società fino alla fine, quando si scopre che sono loro gli assassini. A quel punto gli si disegna un ghigno diabolico sulla faccia, le frasi diventano sconnesse e minacciose e la mimica facciale di Jack Nicholson in Shining sembra al confronto rassicurante.

L’equivoco riguarda soprattutto ciò che si intende per “fase maniacale”. La psichiatra Cristina Toni, esperta di disturbo bipolare, spiega che la tradizionale concettualizzazione che lo identifica con l’alternanza di fasi di depressione con fasi di esagerata euforia (la mania, appunto) riguarda di fatto una stretta minoranza di casi. «Esistono infatti», spiega Toni: «numerosi sottotipi di disturbo bipolare, di gran lunga più frequenti, nei quali l’euforia cede il posto all’aggressività, all’impulsività, i sintomi comportamentali prevalgono sui vissuti soggettivi, o l’alternanza fra sintomi depressivi e maniacali è talmente rapida, anche all’interno di una stessa giornata, che può risultare difficile separare in modo chiaro le due opposte polarità del disturbo». Senza contare che esiste anche l’episodio misto (il più pericoloso), con la presenza contemporanea di sintomi depressivi e ipomaniacali che combinati si portano dietro ansia e irritabilità.

Il disturbo bipolare di tipo I è caratterizzato da una forte incidenza delle fasi maniacali. In quello di tipo II, al contrario, gli episodi depressivi sono nettamente più frequenti. “Ciclotimico” è ormai diventato un modo più à la page per dire “lunatico”. Si tratta però di un disordine vero e proprio.

Per fare un po’ di chiarezza, tenendo conto della complessità delle manifestazioni soggettive e della fisiologica componente arbitraria nei criteri diagnostici, va innanzitutto precisato che esistono tre categorie di bipolari.

Bipolare I, II e ciclotimia

Il disturbo bipolare di tipo I è caratterizzato da una forte incidenza delle fasi maniacali. Vivendo spesso uno stato di umore particolarmente up, i bipolari I sono in genere persone molto teatrali, parlano molto e a tono alto, sono socievoli, irrequieti, dediti a molte attività contemporaneamente. I loro progetti sono grandiosi e la loro autostima è alta. Pur trattandosi della tipologia più grave, presenta un minore livello di sofferenza nella maggior parte del tempo, mentre è molto difficile da gestire per amici e parenti.

In quello di tipo II, al contrario, gli episodi depressivi sono nettamente più frequenti (con anche fasi di depressione maggiore) e i periodi maniacali o ipomaniacali posso essere anche di entità trascurabile. È la tipologia più diffusa.

“Ciclotimico” è ormai diventato un modo più à la page per dire “lunatico”. Si tratta però di un disordine vero e proprio, anche se con sintomi meno accentuati rispetto agli altri due tipi (si parla infatti sempre di ipomania e mai mania vera e propria e gli episodi depressivi non comprendono la depressione maggiore).

La frequenza con la quale si alternano i diversi stati d’animo (per la diagnosi è necessario avere per almeno due anni numerosi periodi con sintomi ipomaniacali e numerosi periodi con sintomi depressivi che non scompaiono per più di due mesi ogni volta) lo rende però molto invalidante dal punto di vista sociale e lavorativo. La giornata può iniziare in un modo e finire con un umore opposto senza che ci siano stati avvenimenti particolari ed è problematico non riuscire a determinare con quale umore e con quanta grinta si affronterà l’impegno previsto per qualche ora più tardi.

Mentre la fase maniacale cambia a seconda della tipologia (i tipo II possono sperimentarla anche solo poche volte nella vita) e varia anche da episodio a episodio, la depressione è molto simile: ci si sente letteralmente intrappolati nella propria testa, incapaci di cambiare il corso dei pensieri, spesso vergognandosi della propria stessa esistenza.

I momenti di mania o ipomania non sono solo buonumore e grandeur. Si accompagnano ad ansia e iperattività che spesso finisce per tradursi in una caotica e dispersiva mobilità, accompagnata da un flusso di pensieri così rapido e costante da non riuscire a stargli dietro. I pensieri e le parole corrono veloci e i sensi sembrano affinarsi.

La diagnosi

Spesso, in caso di disturbo bipolare, si crede di essere semplicemente depressi. Questo vale anche per i bipolari di tipo I, che si rivolgono ai medici solo durante gli episodi depressivi e per il resto del tempo non sospettano nemmeno di essere malati. È la depressione il motore che spinge a cercare aiuto. Inoltre spesso l’episodio depressivo è il primo a insorgere e di conseguenza il primo a essere diagnosticato, prima ancora che si possa sospettare il bipolarismo.

La cura

Come si diceva, se è la depressione ciò che spinge a chiedere aiuto, va da sé che i bipolari di tipo I accettino con estrema fatica di curarsi. Perché gli episodi maniacali danno una percezione di benessere: sono come una lieve sbronza senza hangover.

In generale i farmaci riescono ad agire più efficacemente nel tenere sotto controlli gli episodi di mania (soprattutto attraverso il litio) mentre la depressione viene attutita, ma difficilmente scompare. Uno stato di alternanza, per quanto spossante, regala alcune punte di buonumore a cui è difficile rinunciare in favore di uno stato medio. Che per chi è abituato alle montagne russe è irrimediabilmente grigio.

Una giornata di ordinaria ipomania

«Nelle fasi di ipomania mi sento più bella, più forte, più in gamba», racconta di nuovo E. «Non che mi convinca di cose non vere, semplicemente vedo di più gli aspetti e i traguardi positivi». «Hai l’impressione», spiega invece A., 32 anni, ciclotimica: «di essere in grado di affrontare in modo efficace tutte le sfide e i problemi che ti possono capitare: l’esatto opposto dei momenti di depressioni, in cui ogni cazzata sembra semplicemente insormontabile».

I momenti di mania o ipomania non sono solo buonumore e grandeur. Si accompagnano ad ansia e iperattività che spesso finisce per tradursi in una caotica e dispersiva mobilità, accompagnata da un flusso di pensieri così rapido e costante da non riuscire a stargli dietro. I pensieri e le parole corrono veloci e i sensi sembrano affinarsi.

«Un problema non scontato», racconta A., «è quando sei in fase ipomaniacale e conosci qualcuno di nuovo. Spesso risulti simpatica, estroversa… Ti vengono in mente le battute al momento giusto e ti comporti come se fossi perfettamente a tuo agio, a volte ritrovandoti anche a flirtare senza rendertene conto. Fin qui tutto bene. Il problema viene fuori quando rivedi quella persona in circostanze emotive del tutto cambiate e la delusione che temi proverà si traduce in realtà quasi sempre: non sei stata all’altezza della prima impressione».

Il “Fit and Proper” e la “Suitability” degli esponenti aziendali delle banche

Il 15 maggio 2017 la Banca Centrale Europea (BCE) ha pubblicato la versione finale delle Linee Guida che disciplinano le verifiche dei requisiti di professionalità e onorabilità degli esponenti aziendali condotte da parte della BCE nel quadro del Single Supervisory Mechanism (SSM), a valere su:

• tutti i soggetti sottoposti alla propria vigilanza diretta (i.e. enti creditizi o società di partecipazione finanziaria con attivi superiori a 30 miliardi di euro);

• gli enti meno significativi, solo con riferimento ai processi autorizzativi in sede di rilascio di una nuova licenza bancaria ovvero a fronte di assunzione di nuove partecipazioni qualificate.

La pubblicazione della Guida BCE per la valutazione dell’idoneità degli esponenti aziendali delle banche si configura come il primo compiuto tassello di un più ampio “mosaico legislativo e regolamentare” (italiano ed europeo), ancora in via di formazione, che ricomprende anche:

• le Linee Guida congiunte dell’European Banking Autority (EBA) e dell’European Securities & Markets Autority (ESMA) sulla valutazione dell’idoneità dei membri dell’Organo Amministrativo e del personale che riveste ruoli chiave (la cui consultazione si è conclusa il 28 gennaio 2017, ma che risultano – allo stato – ancora in attesa di pubblicazione nella loro versione definitiva);

• la modifica dell’art. 26 del Testo Unico Bancario (TUB) in relazione ai requisiti degli esponenti aziendali; modifica intervenuta nel corso del 2015 e per la quale si attende l’apposito decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze (sentita Banca d’Italia), attraverso il quale saranno identificati i criteri di professionalità, onorabilità, competenza, correttezza e cumulo di incarichi degli esponenti aziendali.

Nel quadro di un contesto così in fieri, si mira a fornire un commento alle Linee Guida BCE e, nel contempo, a corredare tale commento con qualche rapida notazione circa le Linee Guida EBA/ESMA e la novella del 26 TUB, avendo altresì riguardo dell’inasprito impianto sanzionatorio nei confronti degli esponenti aziendali nonché di talune pronunce della nostra Suprema Corte in materia di responsabilità degli esponenti stessi.

 

Le Linee Guida BCE: una visione di sintesi.

La Guida BCE disciplina in primis i criteri secondo i quali l’Autorità sovranazionale condurrà le proprie valutazioni sugli esponenti aziendali (i.e. componenti degli organi aziendali); criteri che si ispirano alle previsioni della CRD IV e che si conformano, per espliciti e ripetuti richiami – riflessi anche nella nota a corredo del processo di consultazione alla Guida – a quelli espressi dalle Linee Guida EBA/ESMA.

La Guida BCE – oltre a proporre una puntuale declinazione dei menzionati criteri – fissa i principi a cui devono uniformarsi i processi di valutazione e disciplina il complessivo iter autorizzativo seguito dalla BCE nella raccolta delle informazioni, nel rilascio o nel diniego delle autorizzazioni.

Principio di fondo alla base dei criteri definiti nell’ambito della Guida è la volontà da parte di BCE di assicurare un elevato grado di armonizzazione delle valutazioni dei componenti degli Organi Amministrativi in tutta l’area dell’euro, nell’ambito del Single Supervisory Mechnism e del connesso Supervisory Review and Evaluation Process. Nondimeno, per esplicita previsione della BCE, resta comunque ferma la possibilità di modulare il processo di verifica, in linea con il principio di proporzionalità, commisurandolo alle dimensioni dell’ente, alla natura, alla portata e alla complessità delle sue attività, nonché al particolare incarico che il singolo esponente è chiamato a ricoprire.

 

I criteri di valutazione utilizzati dalla BCE e la c.d. esperienza.

Nel concetto di esperienza rientrano le conoscenze tecniche acquisite tramite l’istruzione e la formazione unitamente all’esperienza professionale pregressa. In particolare, quest’ultima deve essere valutata, per ciascun esponente, in relazione alla durata dell’incarico, alle dimensioni della banca, alle funzioni ricoperte, al numero dei collaboratori subordinati e alla natura delle attività svolte.

Inoltre, tutti i componenti dell’Organo Amministrativo devono possedere conoscenze: (i) del settore bancario in materia di mercati finanziari; (ii) del contesto normativo di riferimento e dei relativi obblighi giuridici; (iii) di pianificazione strategica e relativa attuazione; di gestione dei rischi; (iv) di governo societario; (v) di accounting ed informativa di bilancio.

Con particolare riferimento al processo attraverso il quale è condotta la valutazione dell’esperienza, BCE stabilisce un iter articolato su 2 fasi:

• la prima prevede che l’esperienza degli esponenti sia raffrontata a “soglie corrispondenti a livelli presunti di adeguata esperienza” (prefigurate dalla BCE stessa e differenziate in funzione del ruolo ricoperto dall’esponente nell’ambito dell’organo con funzione di supervisione strategica o dell’organo con funzione di gestione) le quali, laddove soddisfatte, consentono alla banca di pervenire alla conclusione che l’esponente è in possesso dell’esperienza necessaria. In particolare, l’esperienza è valutata sulla base delle posizioni precedentemente occupate, tenendo conto, inter alia, della durata dell’incarico, delle dimensioni dell’ente, delle funzioni ricoperte e dell’effettiva pertinenza dell’esperienza maturata;

• la seconda fase (da attivarsi laddove le soglie corrispondenti alla presunzione di adeguata esperienza non fossero soddisfatte)prevede che l’esponente possa comunque essere considerato idoneo, qualora la banca sia stata in grado di fornire motivazioni appropriate e adeguatamente documentate (es. previsione di adeguati piani di formazione, ecc.). A tal fine le attività saranno condotte attraverso una valutazione integrativa dell’esperienza assicurata dall’esponente, anche al fine di garantire un sufficiente grado di diversità e un’ampia gamma di esperienze in seno all’organo nel suo complesso (e.g. previsione di esponenti con competenze specifiche in ambito ICT).

In tale contesto, risulta di particolare rilievo menzionare i risultati dell’analisi svolta dall’”Osservatorio sull’eccellenza dei sistemi di governo in Italia” a cura di The European House – Ambrosetti che ha analizzato i curricula di 271 consiglieri delle principali banche italiane quotate, ponendoli a confronto con le “soglie” previste dalla Guida BCE. In esito a tale analisi è emerso che:

• il 23% dei consiglieri (63 amministratori) non soddisfa i requisiti richiesti da BCE, pertanto, qualora le banche fossero chiamate ad adeguarsi, sarebbero costrette a sostituire un consigliere ogni quattro nell’ambito del prossimo rinnovo degli organi aziendali;

• rispetto ai principali ruoli nell’ambito dei consigli di amministrazione, gli Amministratori Delegati risultano sempre disporre dei requisiti di esperienza in linea con le aspettative, mentre per i Presidenti dei CdA risultano in larga parte (per circa il 75% del totale) non adeguati;

• se si focalizza l’attenzione sulle singole banche, un solo istituto presenta un consiglio completamente in linea con i requisiti previsti dalla Guida, mentre nella banca meno allineata i due terzi dei consiglieri mostrano livelli di esperienza non adeguati.

È di tutta evidenza che se i risultati di tali analisi condotte “on paper” fossero confermati in sede di valutazione “on field”, si prospetterebbe, in maniera quasi sistematica, l’attivazione da parte delle banche italiane della seconda fase valutativa necessaria a motivare il mancato superamento delle soglie presuntive.

 

Le questioni dei conflitti di interesse e dell’indipendenza di giudizio.

Ferma restando la necessità che i soggetti vigilati si dotino, anche in conformità con le vigenti disposizioni nazionali, di meccanismi di governance atti a garantire la comunicazione, l’attenuazione, la gestione e la prevenzione dei conflitti di interesse, siano essi effettivi, potenziali o percepiti come tali dall’opinione pubblica, la Guida prevede che la BCE sia tenuta a valutare la rilevanza dei rischi di conflitto di interessi che permangano in capo ai membri degli organi amministrativi.

Nei casi in cui i conflitti di interessi fossero quindi valutati come rilevanti, la banca dovrà adottare adeguate misure volte al superamento del rischio, valutando dettagliatamente le specifiche situazioni e individuando idonee misure di attenuazione, dandone opportuna informativa all’Autorità di Vigilanza, per il tramite di apposita “Dichiarazione sul conflitto di interessi”. Sulla base di tali elementi la BCE, qualora permangano criticità superabili mediante opportuni interventi da parte della banca, potrebbe imporre specifiche condizioni alla nomina (es. divieto di prendere parte a riunioni o decisioni che riguardino un particolare interesse oggetto della dichiarazione, periodo di incompatibilità, ecc.). Nel caso in cui le misure adottate dalla banca non garantissero l’adeguata gestione dei rischi emergenti dal conflitto di interessi, la BCE non considererà idoneo l’esponente che, pertanto, non potrà essere nominato o decadrà dalla propria carica.

Occorre in ultimo osservare che l’indipendenza di giudizio rappresenta caratteristica giudicata imprescindibile per tutti i componenti degli Organi Amministrativi, anche in assenza di conflitti di interesse. Tale criterio dovrà essere debitamente tenuto in considerazione nella misura in cui l’esponente nominato non abbia agito con indipendenza di giudizio nell’esercizio di funzioni precedenti o correnti.

 

La disponibilità di tempo da parte degli Organi Amministrativi all’esercizio delle proprie funzioni.

BCE tiene in primis a ribadire che tutti i componenti degli Organi Amministrativi devono poter dedicare tempo sufficiente all’esercizio delle loro funzioni in seno alla banca. La disponibilità di tempo viene valutata in funzione di diversi fattori, ovvero: il numero degli incarichi, le dimensioni e la situazione degli enti in cui questi sono ricoperti unitamente a natura, portata e complessità delle attività, il luogo o il paese di insediamento degli enti, altri impegni e circostanze di natura personale o professionale, tempo dedicato ad attività di formazione, altre circostanze non prevedibili.

In tale contesto è d’uopo evidenziare che la CRD IV fissa un limite al numero di incarichi che possono essere rivestiti da uno stesso soggetto e fornisce inoltre una serie di regole sul loro computo, con particolare riferimento agli incarichi multipli rivestiti nell’ambito del medesimo gruppo.

La BCE ritiene infine che vi debba essere una chiara distinzione tra le funzioni esecutive e non esecutive, con conseguente netta separazione tra le cariche di Presidente e di Amministratore Delegato; dal che fa discendere che possa essere autorizzato il cumulo delle predette cariche solo in casi eccezionali e laddove misure correttive assicurino che le responsabilità e gli obblighi di rispondere del proprio operato in capo alle due funzioni non vengano compromessi.

 

L’idoneità complessiva in rapporto alla Guida BCE.

La Guida BCE stabilisce che la banca sia chiamata a valutare anche in che misura il singolo esponente aziendale contribuisca all’idoneità complessiva dell’Organo, annoverando la valutazione di tale contributo tra i criteri da valutare in sede di verifica iniziale dei requisiti di professionalità e onorabilità dell’esponente aziendale.

La Guida, peraltro, non fornisce particolari indicazioni di dettaglio circa le modalità attraverso le quali condurre tale valutazione. Ecco perché si ritiene che ai fini di tale esercizio valutativo si possa considerare quale utile riferimento quanto statuito nel quadro della Circolare Bankit 285 in tema di autovalutazione degli Organi Aziendali. Peraltro la sottoposizione degli Organi Aziendali ad un periodico e strutturato processo di autovalutazione della propria composizione e del proprio funzionamento, è considerata, a livello internazionale, come un valido strumento per la valutazione dell’efficacia dell’operato degli Organi. E in tale contesto, particolare rilievo viene riconosciuto alla ricordata regolamentazione emanata dalla Banca d’Italia, anche al fine di fornire una guida pratica sulle modalità di esecuzione dell’autovalutazione.

 

L’applicazione e l’iter valutativo della BCE: gli aspetti essenziali.

Sulla base di tali requisiti la BCE delinea all’interno delle Guida il processo di valutazione degli esponenti. In particolare è previsto che le verifiche sui requisiti possano avvenire a fronte di:

• modifiche nella composizione dell’organo;

• sopravvenuti eventi straordinari (es. eventi che possano aver compromesso il mantenimento dei requisiti di onorabilità);

• processi autorizzativi per l’esercizio dell’attività bancaria o acquisto di partecipazioni qualificate.

Da un punto di vista operativo l’iter valutativo si articola nei seguenti step:

• le banche notificano le nomine degli esponenti alle Autorità di Vigilanza nazionalmente competenti;

• le Autorità di Vigilanza nazionali informano la BCE;

• la BCE raccoglie le informazioni e presenta la valutazione al proprio Consiglio di Vigilanza e al proprio Consiglio Direttivo;

• il Consiglio Direttivo adotta la decisione, previa approvazione del Consiglio di Vigilanza.

La conclusione dell’iter di valutazione con esito negativo dà luogo alla rimozione dei componenti dell’organo, sulla base dei poteri attribuiti alla BCE nell’ambito del SSM. In tali casi, il soggetto vigilato e l’esponente interessato, ricevono notifica delle decisioni adottate, ferma restando la loro facoltà di chiedere il riesame alla Commissione amministrativa della BCE o impugnare l’atto dinanzi alla Corte di Giustizia.

 

Principali novità da rintracciarsi nelle Linee Guida EBA/ESMA.

Le Linee Guida EBA/ESMA si pongono in sostanziale continuità con le Linee Guida BCE, essendo queste ultime de iure ede facto ispirate alle prime. In tale prospettiva, anche per EBA /ESMA, i criteri da considerare per la valutazione degli esponenti aziendali sono (in ordine di importanza): (i) Commitment of time, (ii) Knowledge, Skills and Experience, (iii) Reputation, Onesty and Integrity, (iv) Independence of Mind.

A tali criteri-guida, EBA ed ESMA aggiungono la diversity, qui intesa come l’esigenza di garantire, all’interno degli Organi Aziendali, la necessaria difformità tra gli esponenti in termini di età, genere, background e provenienza geografica. Tale concetto di diversity risulta strettamente correlato alla valutazione della independence of mind a livello collegiale, in coerenza con l’asserto cheuna maggiore differenziazione, una più ampia diversità, sarebbero garanti di una corrispondente maggiore autonomia di giudizio e, soprattutto, limiterebbero sensibilmente il manifestarsi del fenomeno del group thinking, al quale, secondo autorevole e condivisa dottrina, molta parte dei fallimenti della governance, manifestatisi dal 2007 ad oggi, sono da ricondurre.

Attesa la portata del presente scritto non è il caso di offrire qui una puntuale disamina dei menzionati criteri di valutazione – i quali saranno, peraltro, passibili di modifiche in vista della prossima pubblicazione – mentre si ritiene di maggiore interesse dare rilievo a talune notazioni riguardo le principali novità introdotte dalle Linee Guida EBA/ESMA unitamente a specifiche osservazioni critiche scaturite in sede di consultazione.

Tali notazioni saranno sviluppate attorno ai seguenti nuclei argomentativi:

• la valutazione del “grado di commitment”;

• la valutazione dei “Key Function Holder” (di seguito, alternativamente, KFH);

• la valutazione di knowledge e skills;

• i criteri di applicazione del principio di proporzionalità;

• la revisione delle policy di “suitability”;

• il maggior focus sui concetti di “induction” e “training”.

 

La valutazione del “grado di commitment”, nell’ottica dell’assessment.

Le Linee Guida prevedono una lista di criteri oggettivi (e.g. il numero degli incontri, il training, il tempo richiesto di viaggio per esercitare il ruolo, etc.) per valutare se la disponibilità di tempo che l’esponente oggetto di assessment è in grado di garantire nell’esercizio del proprio incarico, sia sufficiente in base alle caratteristiche ed all’impegno richiesti.

La disponibilità di tempo unitamente al training costituiscono gli elementi principali attraverso i quali rispondere alle “sfide” indirettamente proposte dai regolatori europei, ovvero: innalzare la qualità degli esponenti, incrementare complessivamente le loro responsabilità e, nel contempo, mirare ad un graduale processo di riduzione della dimensione degli Organi Aziendali per favorire un loro migliore funzionamento. Ecco che a tali sollecitazioni è possibile replicare in primis attraverso una sempre maggiore disponibilità di tempo dedicata alla supervisione, alla gestione e al monitoraggio della Banca, supportata da una sistematica attività di formazione, tesa a mantenere aggiornate le capabilites dei consiglieri.

 

La valutazione dei “Key Function Holder” (KFH).

Le Linee Guida EBA/ESMA identificano, oltre agli esponenti aziendali, i responsabili di alcune funzioni chiave quali soggetti da valutare alla stregua degli esponenti stessi. I KFH identificati esplicitamente dalle Linee Guida sono il CFO e i Responsabili delle Funzioni Aziendali di Controllo (i.e. Internal Audit, Risk Management e Compliance), ferma restando l’opportunità di ricomprendere tra le funzioni chiave anche quelle di business o supporto, ove queste siano ritenute, attraverso analisi risk based, particolarmente rilevanti.

Tale valutazione – peraltro presente in maniera meno rilevante anche nelle precedenti Linee Guida – non ha colto il favore di molti commentatori, i quali hanno ritenuto in primis che la previsione della disciplina dei KFH all’interno delle Linee Guida sia ultronea rispetto al mandato previsto dalla CRD IV. Tali critiche si sono poi estese anche alla previsione per i KFH dei medesimi criteri valutativi degli esponenti aziendali, pur in presenza di mandati significativamente diversi.

 

La revisione delle “Policy di suitability” e l’applicazione delle politiche di diversity, training e induction.

Le Linee Guida prevedono un sostanziale rafforzamento della rilevanza delle “Policy di suitability”, principalmente attuato attraverso l’introduzione di nuove politiche dedicate ai concetti di diversity, training e induction nonché alla gestione dei conflitti di interesse. Politiche che per i Gruppi Bancari, dovranno applicarsi a tutte le società del Gruppo (ovvero anche per quelle non soggette a CRD IV).

L’enfasi sulle regole interne si sviluppa parallelamente ad una rilevante richiesta di documentazione delle verifiche svolte e della correlata reportistica prodotta. Il principale razionale alla base di tali novità deve ricondursi alla sempre più invasiva presenza del cd. “fact checking”. Elemento che, ormai da qualche anno, risulta particolarmente caro all’Autorità di Vigilanza, soprattutto nell’assolvimento della loro funzione ispettiva. La necessità di rendere puntualmente tracciabili i processi che hanno condotto la banca – i suoi organi e le sue figure apicali – ad assumere determinate decisioni, diventa particolarmente critica laddove, riguardo a tali decisioni, le autorità di vigilanza siano chiamate ad esprimersi ex-ante e/o ex-post.

In tale contesto, è naturale registrare come la corrispondenza tra quanto previsto nelle policy e quanto agito (ed opportunamente documentato), sia annoverabile tra gli elementi più importanti considerati nelle verifiche poste in essere da parte dei Joint Supervisory Team (ovvero da parte team ispettivi domestici, per le banche non soggette al Single Supervisory Mechnism) riguardo l’adeguatezza degli assessment condotti da parte della banca in merito alla suitability dei propri board members.

Il focus sui concetti di “induction” e “training” e la specifica previsione degli “individually-tailored training programs”.

Anzitutto le Linee Guida richiedono di effettuare entro massimo un mese dalla nomina un’induction agli esponenti aziendali oggetto di nomina. Inoltre è previsto lo stanziamento di un appropriato budget per il training dei membri degli Organi Aziendali. Tale formazione deve avvenire sia su base collegiale e sia su base individuale, con la specifica previsione di “individually-tailored training programs”. Come sopra ricordato, lo strumento della formazione diviene un elemento essenziale per poter traguardare i livelli di conoscenza tecnica richiesti, spesso non alla naturale portata dei consiglieri, soprattutto in un contesto regolamentare e di business sempre più complesso nonché in rapida e costante evoluzione.

Infine, viene richiesta la predisposizione di una specifica policy dedicata all’induction e al training che può essere integrata all’interno della complessiva policy di suitability.

 

Il nuovo art. 26 TUB e le attuali disposizioni in tema di autovalutazione alla luce delle recenti novità.

In data 12 giugno 2015 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto Legislativo n. 72 del 12 maggio 2015 – in vigore dal 27 giugno 2015 – che contiene le modifiche al Testo Unico Bancario e al Testo Unico della Finanza volte a recepire, a livello legislativo, la direttiva 2013/36/UE sull’accesso all’attività degli enti creditizi e sulla vigilanza prudenziale sugli enti creditizi e sulle imprese di investimento (c.d. «CRD IV»).

In tale ambito, la complessiva riforma dei requisiti degli esponenti aziendali e dei partecipanti al capitale, prevede l’integrazione dei vigenti requisiti con criteri di competenza e correttezza, la cui individuazione concreta spetta al Ministero dell’Economia e delle Finanze, sentita la Banca d’Italia.

In particolare, le principali previsioni riflesse nel novellato articolo 26 del TUB (“Esponenti Aziendali”) statuiscono che:

• i soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso banche devono essere idonei allo svolgimento dell’incarico;

• gli esponenti devono possedere requisiti di professionalità, onorabilità e indipendenza, soddisfare criteri di competenza e correttezza, dedicare il tempo necessario all’efficace espletamento dell’incarico, in modo da garantire la sana e prudente gestione della banca;

• gli organi di amministrazione e controllo delle banche devono valutare l’idoneità dei propri componenti e l’adeguatezza complessiva dell’organo, documentando il processo di analisi e motivando opportunamente l’esito della valutazione.

Con riferimento a tali previsioni il MEF è chiamato ad emanare un decreto finalizzato ad individuare:

• i requisiti di onorabilità omogenei per tutti gli esponenti;

• i requisiti di professionalità e indipendenza, graduati secondo principi di proporzionalità;

• i criteri di competenza, coerenti con la carica da ricoprire e con le caratteristiche della banca, e di adeguata composizione dell’organo;

• i criteri di correttezza, con riguardo, tra l’altro, alle relazioni d’affari dell’esponente, alle condotte tenute nei confronti delle autorità di vigilanza e alle sanzioni o misure correttive da queste irrogate, a provvedimenti restrittivi inerenti ad attività professionali svolte, nonché a ogni altro elemento suscettibile di incidere sulla correttezza dell’esponente;

• i limiti al cumulo di incarichi per gli esponenti delle banche, graduati secondo principi di proporzionalità e tenendo conto delle dimensioni dell’intermediario;

• le cause che comportano la sospensione temporanea dalla carica e la sua durata.

È di tutta evidenza che il combinato disposto di quanto statuito nell’art. 26 TUB e dei requisiti / criteri che saranno stabiliti dal MEF risultano assai contigui a quelli contenuti sia dalle Linee Guida BCE e sia in quelle in corso di emanazione da parte di EBA/ESMA.

Tanto premesso, gli elementi nodali per il loro effettivo ed efficace recepimento nel nostro ordinamento saranno come il MEF, supportato da Banca d’Italia, saprà calibrare le previsioni domestiche, tenuto conto delle tipicità del nostro paese e come la stessa Banca d’Italia disciplinerà l’attuazione delle stesse attraverso l’aggiornamento delle disposizioni regolamentare in tema di governo societario.

 

Sanzioni, removal e giurisprudenza a riguardo del concetto di suitability.

L’innalzamento dell’asticella della suitability nei confronti degli esponenti aziendali risulta coerente al forte inasprimento dell’impianto sanzionatorio messo a punto da parte del nostro legislatore[10] sulla scia delle previsioni europee; senza pretesa di esaustività, basti qui ricordare:

• la previsione di sanzioni amministrative pecuniarie fino a 5 milioni di euronei confronti dei soggetti che svolgono funzioni di amministratori, quando l’inosservanza è conseguenza della violazione dei doveri propri o dell’organo di appartenenza;

• che con il provvedimento di applicazione della sanzione, in ragione della gravità della violazione accertata, Banca d’Italia può applicare la sanzione amministrativa accessoria dell’interdizione, per un periodo non inferiore a sei mesi e non superiore a tre anni, dallo svolgimento di funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso intermediari autorizzati;

• che la stessa Banca d’Italia può disporre, qualora la permanenza in carica degli esponenti aziendali sia di pregiudizio per la sana e prudente gestione della banca, la loro rimozione dalla carica.

L’aumento dei limiti edittali, la previsione dell’interdizione e della rimozione possono rendere piuttosto “combattuta” la scelta (o la vocazione) di proporsi come esponente aziendale, ciò ancor di più se si guarda alle pronunce giurisprudenziali nei confronti di amministratori non esecutivi / indipendenti.

A tal proposito, di seguito si riportano taluni stralci tratti da sentenze della Cassazione, che restituiscono in maniera icastica le “aspettative” della magistratura giudicante nei confronti degli esponenti aziendali (aspettative, è ben rammentarlo, già maturate anteriormente a tutte le nuove previsioni sin qui commentate):

• i consiglieri di amministrazione, ancorché privi di deleghe, sono tenuti, in qualità di membri dell’organo amministrativo, a vigilare sull’operato degli organi delegati e ad intervenire tempestivamente nel caso di riscontrate anomalie operative. Tale dovere di vigilanza e di intervento è particolarmente stringente in materia di organizzazione e governo societario delle banche;

• gli amministratori non esecutivi devono possedere adeguata conoscenza del business bancario e, essendo in ogni caso compartecipi delle decisioni assunte in seno al Consiglio, hanno l’obbligo di contribuire a garantire un efficace governo dei rischi in tutte le aree di attività della banca, nonché di attivarsi in modo da poter esercitare efficacemente una funzione dialettica e di monitoraggio sulle scelte compiute dagli organi delegati;

• in osservanza del potere-dovere di richiedere informazioni, ai consiglieri si impone l’attivazione di non predeterminate fonti conoscitive, le quali non possono ragionevolmente ridursi all’informazione in seno al Consiglio di Amministrazione.

 

Fit and Proper: un approfondimento.

L’Ordinamento giuridico anglosassone è radicalmente differente da quello europeo. La distinzione fra Common law inglese e Civil law continentale è stato da sempre motivo di discussione fra gli studiosi della materia.

Tale distinzione deve essere sempre tenuta presente nel prosieguo della trattazione.

Nel 2004 la Federcalcio inglese – insieme a quella scozzese – introduceva il fit and proper person test. Si tratta di un test per prevenire l’ingresso nei club di calcio da parte di persone inaffidabili dal punto di vista economico e comportamentale. La soglia di attivazione di questo test è il 30% del capitale totale del club. Chiunque superi tale soglia con la propria partecipazione, è soggetto a questo tipo di analisi.

In cosa consiste, in pratica, questo test? Si permette alla Federazione di poter accedere a una serie di informazioni relative al soggetto sotto indagine, al fine di ricostruire la sua solidità economica e la natura del suo patrimonio.

Le variabili sono molte e mutano a seconda della Categoria del club, ma in generale, quello che viene controllato è:

• l’eventuale potere o influenza del soggetto nei confronti di un altro club;

• l’interesse che il soggetto possa avere nei confronti di un altro club;

• se il soggetto abbia a suo carico delle restrizioni (a qualsiasi titolo) o sia stato dichiarato fallito;

• se il soggetto sia stato insolvente per due o più situazioni non collegate;

• se il soggetto sia stato in passato collegato in una Società sportiva che poi sia stata successivamente dichiarata insolvente.

Ovviamente, non si intende superato il test qualora il soggetto sia stato condannato per reati economici (truffa, corruzione, furto), reati commerciali (falso in bilancio, bancarotta), reati tributari o reati di falso.

Con tali norme quindi la Federcalcio inglese persegue l’obiettivo della massima trasparenza della filiera e soprattutto sulla provenienza dei capitali utilizzati per l’acquisto.

In Italia, nonostante le diversità normative, esiste un sistema paragonabile a quello fin qui delineato.

Esso opera su due direttrici:

• da un lato, vi è il Codice civile, che per le Società di capitali non quotate (come le S.p.a., le S.r.l., le S.a.s.) prescrive l’obbligo di depositare per l’iscrizione [del bilancio, ndr] nel registro delle imprese l’elenco dei soci riferito alla data di approvazione del bilancio, con l’indicazione del numero delle azioni possedute (art. 2435, comma secondo);

• dall’altro lato vi sono le Norme organizzative interne della F.I.G.C. (le famose “NOIF”), che all’art. 15, prescrivono: “le società professionistiche con azioni quotate in borsa, avutane notizia, sono tenute a comunicare, entro le 48 ore, i mutamenti nella loro partecipazione quando questi superino il 2% del capitale sociale; le successive variazioni nelle partecipazioni devono essere comunicate entro 30 giorni da quello in cui la misura dell’aumento o della diminuzione ha superato la metà della percentuale stessa o la partecipazione si è ridotta entro il limite percentuale. Qualora il capitale di dette società sia detenuto direttamente o indirettamente in misura superiore al 10% da società di capitali, la F.I.G.C. può chiedere alla propria affiliata la comunicazione dei documenti atti a identificare le persone fisiche che lo detengono”.

Sicuramente si ricorderà, queste norme, anche se implementate di recente dal regolamento sull’acquisto di partecipazioni rilevanti nelle società di calcio approvato lo scorso marzo dal consiglio federale della F.I.G.C., entrato in vigore il 28 luglio 2015, non hanno impedito il brulicare di situazioni di grave insolvenza, le cui ripercussioni sono sempre dolorose, mentre, secondo l’ultimo report della U.E.F.A., la Premier League e la Championship, non solo sono dei movimenti solidissimi, ma anche generatori di ingenti ricavi.

Da ciò discende che sia più efficace il sistema della Football Association e non quello della F.I.G.C.?

La risposta è meno scontata di quanto sembri. O meglio, la risposta non esiste, poiché come premesso, si tratta di due ordinamenti fra di loro radicalmente differenti.

In Italia, la maggior parte delle Società sportive professionistiche è organizzata come Società di capitali: società per azioni, società a responsabilità limitata sono le formazioni più gettonate. In Inghilterra invece i club sono quasi tutti delle Limited (l’acronimo Ltd fa proprio riferimento a questo tipo di organizzazione societaria e delle Public Company. Nonostante in molti tendano a sovrapporre le due organizzazioni italiane e quelle inglesi (soprattutto le Limited con la S.r.l. “nostrana”), non possono tacersi delle sostanziali differenze.

La più importante – da cui poi potranno trarsi delle conclusioni – è la funzionalità di queste aziende.

Quelle italiane nascono principalmente per proteggere gli interessi dei terzi investitori. Gli italiani sono tradizionalmente dei risparmiatori e fin dalla redazione del Codice civile, si è cercato di stabilire regole che proteggessero e, quindi, invogliassero, gli investimenti.

Non deve stupire quindi se tutto il nostro sistema ha come punto di riferimento le quote (nella S.r.l.) e le azioni (nella S.p.a.). Non è infatti un caso che l’articolo citato del Codice civile non cerchi di individuare i soggetti, bensì a rassicurare sulla copertura del capitale sottoscritto.

Discorso differente si ha in Inghilterra dove invece conta – per tradizione – molto di più la persona dei proprietari, in un unico di qualità economiche e personali. Non è un caso che la traduzione più vicina al capitale delle Limited è “capitale sociale”, proprio a rimarcare che l’apporto economico è equiparabile a quello personale; ed è in questo senso che si possono declinare le differenti norme che per questo non possono essere sovrapposte o confrontate.

 

In conclusione.

Le Linee Guida europee in materia di suitability degli esponenti aziendali bancari sono sorte, in larga misura, quale risposta (e auspicabilmente rimedio) ai fallimenti della governance bancaria, spesso alla base delle crisi e degli scandali che hanno segnato l’ultima decade dell’industria bancaria europea e mondiale.

In tale contesto, l’assioma su cui si sviluppano vuoi le Linee Guida BCE, vuoi quelle EBA/ESMA è che esponenti aziendali costitutivamente molto esperti e capaci, indipendenti mentalmente, che godono di buona reputazione e che possono dedicare molto tempo al proprio ufficio, favoriscano – caeteris paribus – una migliore governance: prerogativa essenziale alla realizzazione della sana e prudente gestione di ogni istituto creditizio e, quindi, dell’intera industria bancaria, con innegabili benefici per l’economia e la socialità tutta.

Monte dei Paschi, Padoan illusionista dei decreti che deve salvare il soldato Morelli

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Monte dei Paschi, Padoan illusionista dei decreti che deve salvare il soldato Morelli

L’Italia attende dal 2013 l’entrata in vigore delle norme Ue che rendono più severi i requisiti morali dei banchieri. Su 271 consiglieri, almeno 63 sarebbero fuori norma

Il caso dell’amministratore delegato di Mps Marco Morelli è solo il più eclatante e illumina l’imbarazzo del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan: da due anni e mezzo non firma il decreto attuativo delle nuove severe norme europee sui requisiti tecnici e morali dei banchieri. The European House-Ambrosetti ha già lanciato l’allarme: tra i 271 consiglieri delle prime 19 banche italiane, ben 63 non hanno i nuovi requisiti di “competenza”. Da qui l’avvertimento da veri liberisti: “Bisogna fare attenzione a non sfociare in un eccesso di regolamentazione”.

Se poi si verificassero anche altri requisiti imposti dalle nuove norme (onorabilità, correttezza, indipendenza e disponibilità di tempo), probabilmente dovrebbero andare a casa metà dei banchieri. Ecco spiegato il terrore. La direttiva europea nota come Crd IV è del 26 giugno 2013. Sono passati quattro anni e per l’Italia è ancora lettera morta. Sono occorsi due anni per il recepimento della direttiva, e il decreto legislativo 72 del 12 maggio 2015 già annunciava in quale gloria sarebbe finito il salmo: le nuove norme sarebbero entrate in vigore solo con un decreto attuativo e si sarebbero applicate solo alle nomine fatte dopo il decreto.

Ma al momento dell’entrata in vigore non dovrebbe scattare una revisione dei requisiti di tutti i banchieri? Così scriveva Mario Draghi il 16 giugno 2015, illudendosi che Padoan avrebbe fatto il decreto attuativo “entro l’estate 2015”. Nella lettera di diniego all’acquisto della banca Bim da parte della cordata guidata da Pietro D’Aguì, il presidente della Bce avvertiva che, “una volta entrate in vigore in Italia le nuove norme, l’autorità competente dovrebbe verificare nuovamente i requisiti fit and proper di D’Aguì”. Quindi di tutti, si deduce. Il Fatto ha chiesto se è prevista la revisione dei requisiti di tutti i banchieri alla luce delle nuove norme. Il ministero dell’Economia non ha risposto. La Bce ha risposto che una decisione sarà presa alla luce del nuovo decreto.

Padoan sembra orientato a proteggere i banchieri italiani dal ciclone che potrebbe travolgerli. In questi due anni di vuoto ci sono state valanghe di nomine. Per esempio nel 2016 sono stati eletti consiglio di sorveglianza e consiglio di gestione dell’Ubi, il cui stato maggiore è quasi interamente imputato per gravi reati commessi nella gestione della banca. Per non parlare delle ripetute nomine ai vertici delle due banche venete avviate verso il baratro.

Una bozza del decreto è comparsa sul sito del ministero per la consultazione pubblica. Il Fatto ha chiesto quando è prevista l’entrata in vigore ma il ministero non ha risposto. L’ex viceministro dell’Economia Enrico Zanetti è perentorio: “Con quello che è successo a partire dal 2015 con le quattro banche, sarebbe stato logico, prima ancora che doveroso, vedere una sana fretta nel varare questo decreto. La pubblica consultazione, sa tanto di melina al quadrato per recuperare ancora qualche mese”. Mentre fa melina, Padoan approfitta come azionista di Mps della vacatio legis di cui è responsabile. Un anno fa – su ordine di Matteo Renzi – impose al presidente di Mps Massimo Tononi (che in seguito all’edificante episodio si è dimesso) di cacciare l’ad Fabrizio Viola per sostituirlo con Morelli.

Il banchiere romano non sembra in possesso dei requisiti di correttezza che il governo rinvia. Tra i criteri di valutazione la legge indica “le condotte tenute nei confronti delle autorità di vigilanza e le sanzioni da queste irrogate”. L’8 ottobre 2013 Morelli ha ricevuto dalla Banca d’Italia una sanzione pecuniaria di 208.500 euro, superiore al massimo edittale, per non aver correttamente informato la vigilanza delle caratteristiche dell’operazione Fresh, con cui Mps aveva fatto credere alla vigilanza di aver realizzato un aumento di capitale da un miliardo di euro per fare fronte agli oneri della sciagurata acquisizione dell’Antonveneta. Invece era un prestito. Il comportamento di Morelli è stato definito dalla vigilanza “di particolare gravità”.

Nell’autunno scorso si è svolto, all’ombra dell’immancabile segreto d’ufficio, un rito bizantino. Come da prassi imposta dalla Bce, il cda del Montepaschi ha verificato i requisiti di Morelli secondo i nuovi e più stringenti criteri, ma l’ha considerato fit and proper perché i nuovi e più stringenti criteri non sono ancora adottati dalla legislazione italiana. Questa è però una deduzione. La decisione del cda Montepaschi e l’approvazione tacita di Bankitalia e Bce sono tutti atti segreti. Alla senatrice questore Laura Bottici (M5S), che ha chiesto la documentazione, la Bce ha risposto il 14 agosto scorso, dopo due mesi di ponderazione, che concedere l’accesso agli atti lederebbe la privacy di Morelli. E che divulgare gli “scambi di opinione” tra Bce e Bankitalia sul caso Morelli non è consentito perché manca un “interesse pubblico prevalente” a conoscere.

Ma adesso c’è l’appuntamento con il destino. Il Tesoro è diventato azionista di maggioranza di Mps ed entro novembre dovrebbe svolgersi l’assemblea per il rinnovo del cda. A quel punto Morelli, insieme agli altri, dovrebbe sottoporsi di nuovo alla verifica dei requisiti. A meno che Padoan non trovi il modo di rinviare ulteriormente l’adozione del decreto.

Qualcosa sui Lehman – libro consigliato

Ho preso in mano questo librone, ottocento pagine, lo apro e trovo le pagine scritte “a forma di poesia”, tanti “a capo”. Ho due versioni di questo libro, quello di carta è il feticcio, poi ho la versione ebook perché leggere ottocento pagine in metropolitana è difficile, io leggo ovunque, anche alla fermata del bus, se nessuno mi parla.

L’ho capito immediatamente che mi sarebbe piaciuto. L’inverno scorso lo spettacolo teatrale che ha dato poi vita alla versione di questo romanzo/ballata, era al Teatro Argentina di Roma, l’ho perso e mi dispiacque molto, allora eccomi qui con il libro. Non ho capito se Stefano Massini, l’autore, drammaturgo, è stato invitato a scrivere il romanzo in seguito al successo dello spettacolo ma ora è nella cinquina del Premio Campiello 2017.

Se non mancassero ancora alcuni mesi per la fine dell’anno direi che questo sarà per me il più bel libro del 2017, aspetto cauta però che arrivi dicembre.

Di cosa parla è facile da dire, della storia della famiglia Lehman, dei Lehman Brothers, con una “n” sola! Quei Brothers che nella seconda metà dell’Ottocento, anzi dal 1847, da un minuscolo paesino della Germania sono andati, uno dopo l’altro, in America e lì hanno fatto la storia e la rivoluzione della finanza mondiale fino al fallimento del 2008, ma a quel punto nessuno dei Lehman era vivo per assistere.

Incredibile quanto possa cambiare il modo di pensare a questo nome e a ciò che rappresenta una volta letto questo romanzo.

Henry, il primo Lehman, soprannominato La Testa, ha dato il via alla storia con la sua onestà antica, il suo concetto di lavoro come motore necessario alla macchina sociale e famigliare, Henry Lehman è il figlio maggiore di un mercante di bestiame di Rimpar famiglia ebrea ashkenazita, osservante, ortodossa. Dopo lo sbarco a New York, su consiglio di un rabbino newyorchese Henry, poco più che ventenne, va in cerca di fortuna a Montgomery, Alabama, il Sud degli schiavi del cotone. Apre una merceria e importa subito la famosa tela di Genova commerciando blue-jeans e stoffe di tutti i tipi. Lavora sempre Henry, chiude solo per lo Shabbat la domenica però tiene aperto perché gli operai non lavorano e vanno a messa, lui è lì pronto a vendergli le tute da lavoro. Gli affari vanno bene e dalla Baviera arrivano gli altri due fratelli, Emanuel, carattere focoso, detto Il Braccio e il terzo dei fratelli: Mayer detto Bulbe, patata. Così il piccolo negozio cambia l’insegna da Lehman diventa Lehman Brothers.

Dal cotone i tre fratelli passano al carbone, al caffè, alle ferrovie, investiranno con lungimiranza in tutto ciò che diventerà fondamentale per lo sviluppo del Paese. Supereranno la morte prematura di Henry, la Guerra di Secessione, la Grande Depressione e le grandi Guerre, lasceranno l’Alabama per New York per dare vita prima ad una banca, poi, insieme ad altre famiglie ebree (i competitors per eccellenza) come i Goldman e i Sachs saranno l’anima di Wall Street e della finanza moderna.

Sempre presenti per tutta la storia i morti che guideranno e per alcuni versi saranno la coscienza dei vivi, come in tutte le saghe famigliari anche qui quelli che sono stati i “peccati” dei padri, saranno le pene per i figli. Se La Testa aveva speculato sull’incendio delle piantagioni per impossessarsi di tutto il mercato del cotone e poi del caffè, gli eredi speculeranno sui bisogni successivi alle guerre, il sogno americano li condurrà verso qualcosa che neppure Il Braccio e Patata saranno in grado di capire perché finchè a capo di tutto sono rimasti i tre fratelli la “materialità” ha garantito gli affari, il cotone, il caffè, le ferrovie e dopo il denaro frusciante ma l’immaterialità dei titoli, sopraggiunta con le giovani leve, quella no, loro, vecchi ebrei della Baviera non la capivano.

Splendido il ritmo che Massini è riuscito a imprimere alla storia, un crescendo continuo sempre più concitato, sempre più veloce, una corsa durata fino alla morte dell’ultimo Lehman, Bobbie, Robert, che era figlio di Philip che era figlio di Emanuel.

Il tempo è scandito, sempre uguale dai riti funebri che, alla morte di ogni Lehman si svolgono sempre allo stesso modo, come in Baviera, per decenni. Ho trovato struggente e geniale il personaggio di Salomon Paprinskij, un acrobata che, davanti a Wall Street, ogni mattina saliva sul suo filo teso e restava in equilibrio, metafora del tempo, delle azioni, della storia dei Lehman, la caduta di Paprinskij sarà la caduta dei Lehman.

Questo incredibile personaggio viene presentato così:

Solomon si ferma
in piedi
davanti al grande palazzo.
Sceglie due lampioni
A distanza di 50 metri.
Ecco: questi due.
Proprio a un passo
dal portone d’ingresso.
Solomon apre una valigia
tira fuori il suo filo d’acciaio
lo stende
dritto
teso
arrampicandosi
su per i lampioni.
La strada è pronta:
il filo è a posto.
Cosa manca?
Il coraggio.
Solomon Paprinskij se lo dà:
tira fuori una bottiglia
butta giù un bel sorso di cognac
poi
sale su
va in posizione,
Solomon Paprinskij,
e comincia a camminare.
Perfetto.
Aereo.
Leggerissimo.
Non sbaglia un passo,
Solomon Paprinskij:
è il migliore equilibrista
che New York conosca.

Le nuove generazioni, i figli di Emanuel e di Mayer (Il Braccio e Patata), finanzieranno l’industria cinematografica, produrranno King Kong e Via col Vento, Herbert, figlio di Mayer sarà Governatore di New York e poi un senatore democratico, Philip, figlio di Emanuel è il Lehman più “spietato”, quello che si imporrà alle vecchie generazioni chiedendo al padre e allo zio di farsi da parte e li convincerà portando a termine i suoi progetti di “smaterializzazione” degli affari, con lui azioni e obbligazioni diventeranno il business primario della Lehman Brothers.

Perché Philip
– figlio di Emanuel
nato a New York: nel suo sangue
nemmeno una goccia
né di Germania
né di Alabama –
è una macchina parlante.
Portentosa.
(…)
Governa le parole, Philip,
a vent’anni
sfodera i discorsi come nessuno fa
snocciola domande e si dà – lui stesso – le risposte.

Suo figlio Robert, detto Bobbie non aveva la testa e la stoffa di nessuno dei Lehman, morto nel 1969, desiderava occuparsi d’altro, amava l’arte e i cavalli, voleva essere un fantino o un collezionista d’arte ma era un Lehman:

Gli piace disegnare, a Robert.
E se gli chiedono
Cosa farà da grande
Risponde:
“Il pittore!”
Al che sua madre
puntualmente
ben sapendo
che sull’agenda del marito
non è previsto esattamente questo
lo corregge
sorridendo:
“Il banchiere pittore.”

Tant’è.
Robert
Lehman
a chi gli chiede
“Cosa farai da grande?”
risponde:
“Il fantino!”
Al che
sua madre
puntualmente
ben sapendo
che sull’agenda del marito
non è previsto esattamente questo
lo corregge
sorridendo:
“Il banchiere fantino.”
Al che
tuttavia
Philip Lehman
corregge anche lei
in stampatello:
IL FINANZIERE FANTINO.

Il dolce, timido Bobbie si sposerà diverse volte, donne sempre dominanti, lui subirà il successo di suo cugino Herbert, tuttavia sarà proprio Bobbie a rivelarsi il più scaltro dei Lehman.

Bobbie sarà il simbolo del ribaltamento delle ideologie passate, incarnerà il capitalismo globale, la finanza dei titoli “farlocchi”.

Ma Qualcosa sui Lehman è anche altro, è una storia yiddish, ben 35 capitoli hanno il titolo in yiddish, ogni vicenda, al momento di arrivare al suo culmine, sarà “sormontata” dalle Massime dei Padri, ho pensato, per tutto il tempo, leggendo Massini, a La famiglia Karnowski di Joshua Singer, ho ritrovato quel modo molto snob di trattare gli ebrei più poveri, quelli non colti, quelli arrivati dopo, anche qui ci sono pagine in cui i personaggi parlano dei nuovi immigrati con disprezzo. Altra assonanza con Singer è il modo in cui il sentire religioso cambia di generazione in generazione, sempre meno integralista rispetto alla tradizione ashkenazita dei padri, una religione che sfuma piano piano con i tempi moderni pur restando però un collante per tutte le generazioni.

Come dicevo, la tradizione e l’osservanza religiosa è maggiormente accentuata nei riti funebri che si ripetono identici per tutti, lo “strappo” arriva con la morte di Philip:

Direbbe il rito di non uscire per una settimana.
Figurarsi!
Come se l’economia si fermasse ad aspettare.
(…)
Direbbe il rito di non preparare cibo:
chiederlo ai vicini, riceverlo e basta.
Figurarsi!
Come se la servitù fosse in vacanza.
E poi se c’è una cosa giusta
Nel rito dei funerali
È quel buttare la terra dietro le spalle:
i morti ai morti, i vivi ai vivi.
(…)
Direbbe il rito di strappare un abito
Farlo a pezzi appena rientrati
Dopo la sepoltura
Al vecchio cimitero.
Figurarsi!
Sono cose di folklore
o al meglio cose di rabbini
cose che fanno quegli ebrei
venuti in America da poco:
quelli scappati dall’ Europa
dove a essere ebreo ti uccidevano nei campi.”
(…)
Ora che sono di sangue americano, i Lehman
Chi se li ricorda i riti dell’Europa?
Ebrei riformati, ci tengono a dirlo.
Che è come dire: “Facciamo a modo nostro”.
(…)
La sede della banca in One William Street
Oggi nonostante tutto resta aperta.
(…)
Tre minuti di silenzio per tutto il personale.
Niente di più niente di meno:
c’è il mondo intero che ci sta a guardare
l’America è una grande azienda
e Wall Street non può dormire
perché la Terra gira intorno al Sole
e sui mercati non fa mai buio.

Le donne in questa storia hanno il solo ruolo di mogli e madri a cui vengono delegate le faccende della famiglia, hanno il compito di lasciare liberi gli uomini di portare a termine la loro “missione”, non c’è spazio per l’amore, forse solo il primo Lehman, Henry, provò qualcosa di vagamente simile all’amore scegliendo la moglie, e forse Herbert, per gli altri fu solo una scelta scientifica. Il peggiore di tutti Philip che nella sua famosa agenda stilò un elenco di donne da valutare per il “ruolo” di moglie.

Mi ha impressionata molto anche tutto il “gioco” scaltro di potere che per decenni si svolse con i Goldman, i colpi bassi, e il segno evidente della vittoria era il posto in sinagoga, la fila, dalla ventesima alla prima, la religione per suggellare il ruolo sociale.

Massini ha scritto un capolavoro, non è un romanzo secondo me, è un’opera civile come lo era il teatro di un tempo, quello che affrontava temi di attualità, che portava in scena la vita reale. Non so neppure se è una ballata, forse si, ballata popolare intesa come recupero sentimentale di un qualcosa che appartiene al passato e che non tornerà più. Questa è di certo la sensazione che ho provato io lettore, la nostalgia per La Testa, Il Braccio e la Patata che pur nella loro spregiudicatezza mantennero un che di umano rispetto alla banca disumanizzata e smaterializzata che conosciamo noi, quella del fallimento del 2008.

Il 15 settembre del 2008 la Lehman Brothers Holding Inc. dichiarò di volersi avvalere del Chapter 11 del Bankruptcy Code statunitense: il codice bancarotta.

Il fallimento della Lehman Brothers ha innescato una crisi economica e finanziaria a livello mondiale che ha messo in evidenza quanto fosse fragile e precario quel capitalismo feroce e cinico che ci ha traghettati in questa società passando attraverso i primi finanziamenti per avere in casa il frigorifero fino ai mutui sub prime. Qualcosa sui Lehman ci racconta questa lunga storia di cui fanno parte anche altre dinastie di potenti famiglie come Goldman Sachs e Rotschild.

L’opera di Massini fa una cronaca, passa da letteratura a saggio e poi ancora a letteratura e a teatro, è un’opera ibrida, unica, Massini non esprime giudizi, non c’è una morale sui vizi del capitalismo, sono centosettanta anni di storia che non tralasciano nulla, che raccontano i simboli che hanno portato ai giorni nostri, i jeans, il cinema. Un moderno aedo dunque del Paese che da sempre induce al sogno perché non è solo la storia di una famiglia, è la storia d’America che racconta Massini.

Riassumendo, leggete Qualcosa sui Lehman e ci troverete:

il primo Lehman, La testa di nome Henry,

Il braccio di nome Emanuel,

La patata di nome Mayer.

E figli e nipoti:

Dreidel che non parla mai, fuma e basta,

Dawid il turbolento,

Philip il decisionista,

Arthur il matematico,

Herbert il politico,

Sigmund il coniglietto che si è dovuto improvvisare cinico,

Bobbie il creativo,

Harold e Allan crudeli,

Peter il docile.

Tante invisibili signore Lehman, tutte compagne di una testa, che “non sente l’amore, bensì lo capisce”.

Lusso cinese, per i marchi occidentali la festa è finita Si è chiusa l’era della corsa alla Cina dei marchi di moda occidentali. La crescita dei consumi del lusso rallenta e si chiudono più negozi di quanti se ne aprano. Ma l’online continua la sua corsa, soprattutto grazie a Tmal

Avviso ai naviganti del Made in Italy: l’era della bulimia cinese è finita. È stata una lunga era che, soprattutto tra il 2010 e il 2012, ma ancora fino a tutto il 2015, ha visto una vera corsa all’oro dei marchi di moda e lusso occidentali. Armani, Coach, Hugo Boss, Montblanc e Dunhill, i top five, hanno aperto ciascuno più di cento negozi nel Paese asiatico. Altri, tra cui Ferragamo, Gucci e Zegna, ne hanno inaugurati più di 50. Ora più segnali ci dicono che le cose stanno cambiando e, come spesso accade in Cina, lo stanno facendo molto velocemente. Il report “Store wars”, realizzato sul database di Proprietary Bernstein Store Count ha appena informato che tra il luglio 2016 e il luglio 2017 c’è stato per la prima volta un saldo negativo tra aperture e chiusure di negozi a livello globale. Tra tutti i Paesi censiti, la Cina è quella che ha visto il calo maggiore, con un saldo negativo di 62 store.

Questo fenomeno è uscito chiaramente durante una ricerca presentata a Milano dalla società di consulenza Bain martedì 19 settembre, nell’ambito di una presentazione del portale di lusso online Mei.com (gruppo Alibaba). «È finita la “Chinese bulimia era” – ha esordito Federica Levato, partner di Bain -. Tutti i brand negli anni passati hanno over-investito in Cina, soprattutto con una crescita dei negozi. Ora siamo in una era nuova, in un “new normal”, dove la crescita continuerà per un quinquennio ma sarà “low single digit”», vale a dire tra il 3 e il 4% fino al 2020.

Nel “new normal” del lusso cinese ci sono alcuni punti chiave da fissare. ll primo è che comunque è un mercato enorme, senza la spinta del quale le vendite mondiali del lusso tra il 2012 e il 2016 sarebbero scese del 2 per cento. Il secondo è che i consumi cinesi, che tradizionalmente si effettuavano soprattutto all’estero, si stanno spostando verso la Cina stessa, negli outlet e online. Fino a oggi il consumo del lusso in Cina rappresentava il 7% del totale mondiale, quello dei cinesi il 30 per cento. Lo sanno bene i nostri outlet, che su questa componente della domanda – cinesi e russi – hanno tenuto negli anni della contrazione dei consumi nazionali. A contribuire verso lo spostamento degli acquisti in patria contribuiscno più fattori: il governo sta ponendo più controlli ai limiti sullo shopping all’estero; i differenziali di prezzo stanno diminuendo, anche se costano ancora un 20-30% di più in Cina; e sta crescendo la domanda di una classe media che non viaggia fuori dai confini. Per loro sono a disposizione gli outlet mall, più che triplicati in un lustro. Così, se nel 2015 i consumi dei cinesi all’estero erano saliti del 16% e quelli in patria scesi del 2%, nel 2016 il trendi si è invertito: -2% estero e +4% in Cina. Inoltre il rischo di attentati ha fortemente ridotto il turismo e quindi la spesa in Europa nel 2016. Il messaggio è chiaro: la partita va giocata nel Paese asiatico.

Tra il luglio 2016 e il luglio 2017 c’è stato per la prima volta un saldo negativo tra aperture e chiusure di negozi a livello globale. Tra tutti i Paesi censiti, la Cina è quella che ha visto il calo maggiore, per ben 62 store

Come giocarla? Intanto sapendo cosa vendere e a chi. In breve, il consumatore cinese si è smaliziato. «Era super-entusiasta, ora sta percorrendo i corridoi tipici del consumatore del lusso», ha spiegato Levato. Si cercano meno i loghi da mettere in mostra (processo di acquisto tipico della “aspirazionalità”, cioè di affermazione di status di chi compra) e si cerca di più di staccarsi dagli altri. Se prima c‘erano molti clienti “onnivori”, fino al 2020 saliranno quelli “opinionate”, a cui comunque si affiancheranno coloro i quali, partendo dalla classe media, si affacciano al lusso. Vengono definiti, non senza un po’ di snobismo, dei “wannabe“.

L’altra variabile chiave è quella del digitale. Oggi il 47% del mercato mondiale dell’ecommerce passa dalla Cina e nel Paese si stima che il 7% ufficiale di prodotti di lusso venduti online sia nei fatti molto maggiore, considerando dei canali di vendita non ufficiali. Come che sia, per l’Italia questa è una sfida molto difficile da cogliere. Lo ha ricordato, durante la conferenza stampa di presentazione di Mei.com, il presidente dell’Ice, Istituto Commercio Estero, Michele Scannavini. L’Italia, ha detto, ha solo l’1% dell’ecommerce mondiale, solo un’azienda su 10 si è strutturata per vendere online, la percentuale più bassa in Europa con l’eccezione della Grecia. Se questi sono i nostri punti deboli, quelli di forza sono che abbiamo la materia prima, ossia la moda, la quale genera 60 miliardi di export ogni anno. Da Scannavini sono arrivati due impegni: quello di considerare la Cina come mercato prioritario a cui puntare, assieme agli Stati Uniti. E quello di perseguire un piano di formazione per le Pmi, con l’obiettivo di incrementare fortemente nei prossimi 5 anni le competenze delle nostre imprese per affrontare i marketplace globali.

Oggi il 47% del mercato mondiale dell’ecommerce passa dalla Cina e la crescita dei consumi di lusso passa dall’online. Per l’Italia questa è una sfida molto difficile da cogliere, perché il nostro Paese ha solo l’1% della quota di mercato dell’ecommerce mondiale. Solo un’azienda su 10 si è strutturata per vendere online, la percentuale più bassa in Europa con l’eccezione della Grecia.

Anche il sottosegretario allo Sviluppo economico Ivan Scalfarotto ha confermato che la Cina è in cima alle priorità dello sviluppo commerciale italiano. «Sono stato in Cina otto volte nell’ultimo anno – ha detto -. Abbiamo quintuplicato gli investimenti per la promozione del Made in Italy nel mondo, dai 40 milioni del 2013 a 200 milioni; in Cina da 4 a 20 milioni».

Tra i canali di vendita online in Cina c’è sicuramente Tmall, la società di negozi virtuali del gruppo Alibaba. A Milano era presente la presidente di Tmall Fashion, Jessica Liu, che ha ricordato come l’80% delle vendite di “apparel”, ossia moda, in Cina passida Tmall.

Nel vasto mondo di Alibaba il più importante store online del lusso è Mei.com, nato indipendente e poi acquistato dal gigante guidato da Jack Ma. «I dati ci dicono che c’è una prateria di fatturato che avrà davanti chi riuscirà a porsi nel modo giusto», ha detto il l’executive director Europe di Mei.com, l’italiano Mattia Mor. «La Cina garantirà una sicurezza di crescita di fatturato nei prossimi due decenni. Oggi stiamo assistendo a un punto di svolta per il Made in Italy: dopo 20-25 anni in cui la globalizzazione è stata soprattutto un problema, assistiamo alla creazione di un grande mercato. Il digitale è un punto di incontro tra i consumatori cinesi e la qualità dei nostri marchi».

La più grande liquidazione coatta della storia spiegata punto per punto

Non sono passati nemmeno due anni da quando scrivevo dell’Eldorado perduto di tanti risparmiatori e clienti del ricco nord-est (e non solo) che mi ritrovo adesso, dopo aver letto la relazione tecnica al decreto legge 99/2017, a descrivere il modo attraverso il quale verrà condotta la più grande liquidazione coatta amministrativa della storia repubblicana.

Sono ormai giorni che tutti i giornali nazionali e gran parte di quelli stranieri ne scrivono. Come noto la saga delle due banche venete si trascina da mesi, dopo che l’ennesimo aumento di capitale andato bruciato, quello di Atlante (creato per evitare che il mancato aumento di capitale sul mercato si trasformasse in un oneroso impegno per Intesa SanPaolo e Unicredit-che ne dovevano garantire il successo – e l’inoptato), aveva aperto un confronto tra le autorità nazionali e quelle europee su come portare definitivamente a soluzione la storia della Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

L’epilogo della storia arriva il 23 giugno scorso, quando il comunicato stampa della Bce annuncia che le due banche sono ormai “failing or likely to fail”, sono cioè in stato di insolvenza perché non rispettavano più i requisiti di capitale stabiliti. La Bce dichiarava inoltre che il Comitato di risoluzione unico – Single Resolution Board (SRB) – non aveva riscontrato rischi sistemici circa lo stato di insolvenza delle due banche e che quindi la risoluzione sarebbe stata condotta dalle autorità italiane, secondo la normativa italiana per la procedura di “liquidazione coatta amministrativa”. Domenica scorsa il Governo ha quindi varato il decreto legge per disciplinare la specifica procedura di liquidazione di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza.

Senza dilungarmi troppo sugli aspetti legali della liquidazione e sulle specifiche caratteristiche del decreto, voglio provare a offrire un’idea di quello che dovrebbe essere il percorso attraverso il quale le due banche verranno liquidate, cercando di ipotizzare il costo che lo Stato dovrebbe sopportare.

La liquidazione coinvolge essenzialmente tre soggetti, oltre allo Stato: le banche in liquidazione coatta amministrativa (che ho indicato come V&V in LCA); Intesa SanPaolo, il cessionario, che è la società che acquisirà la parte “sana” del complesso in liquidazione; Società per la Gestione di Attività (SGA), che è la società incaricata di prendere la parte residuale dell’attivo e trattarlo per poterne estrarre il maggior valore possibile.

Partiamo da cosa è rimasto delle due banche venete, dopo questi anni di inazione e soluzioni tampone. L’ultimo documento ufficiale disponibile è il bilancio 2016 dei due gruppi. Raggruppando lo stato patrimoniale consolidato dei due gruppi, e accorpando per semplicità alcune voci di bilancio, ho ricavato il seguente prospetto.

Questo è l’ultimo documento ufficiale e pertanto, per poter arrivare a ipotizzare una situazione patrimoniale aggiornata, abbiamo bisogno di interpolare questi dati con quelli forniti da Intesa SanPaolo nel recente comunicato stampa e con l’emissione (per 10,1 miliardi di euro) ed il rimborso (per 0,3 miliardi) di prestiti obbligazionari compiuti dalle due banche in questi ultimi mesi.

A meno di variazioni intercorse in questi mesi sulle poste residuali delle attività e sulle passività finanziarie, lo stato patrimoniale aggiornato dovrebbe essere il seguente.

A questo punto possiamo introdurre il primo passo della liquidazione, quello relativo alla cessione delle parti “sane” a Intesa Sanpaolo. Quest’ultima acquisirà attività finanziarie per 8,9 miliardi, crediti in bonis verso clientela per 30,1 miliardi (dei quali 4 miliardi sono però considerati ad alto rischio, verso clienti con un rating basso, e sui quali Intesa SanPaolo si riserva la possibilità di restituirli alla liquidazione se dovessero deteriorarsi entro 3 anni) e crediti fiscali per 1,9 miliardi. Acquisirà inoltre 37,6 miliardi di passività, distinte in debiti verso la clientela (depositi e conti correnti) per 25,8 miliardi e titoli in circolazione non subordinati per 11,8 miliardi. La differenza tra attivo e passivo, che ho indicato come patrimonio netto di cessione, è di 3,3 miliardi.

Come noto però, Intesa SanPaolo non acquisirà soltanto questi cespiti, ma avrà tutta una serie di garanzie e contributi prestati dallo Stato per garantire la profittabilità dell’operazione e la neutralità dal punto di vista dei coefficienti patrimoniali. Avrà anche un contributo di 1,285 miliardi per la copertura dei costi di ristrutturazione aziendale e di riduzione del personale che avvierà. Sarà inoltre tenuta indenne dalle cause che fino ad oggi sono state attivate nei confronti delle banche venete e da quelle che si attiveranno su fatti precedenti la cessione. Intesa SanPaolo acquisirà inoltre un altro elemento non presente nel bilancio che abbiamo ricavato, ma che è forse ancora più appetibile degli altri, ed è la raccolta indiretta di circa 23 miliardi di euro (di cui circa 10,4 miliardi di risparmio gestito) delle due banche venete.

All’attivo del complesso in liquidazione rimarranno le attività deteriorate e alcune attività residuali (partecipazioni, attività materiali e immateriali). Inoltre, sarà ancora presente la quota dei prestiti obbligazionari garantiti dallo Stato e non collocati presso gli investitori. Tale quota, superiore ai 7 miliardi, è presente sia all’attivo che al passivo del complesso in liquidazione, perché sottoscritta direttamente dalle banche venete e utilizzata presso la banca centrale come collaterale per la liquidità. Ho ipotizzato che il prestito sia annullato, con effetto nullo sul saldo patrimoniale, e che il relativo prestito ottenuto dalla banca centrale sia trattato nell’insieme dei rapporti creditori/debitori verso le banche.

A tal proposito, né il decreto legge 99 né il comunicato di Intesa SanPaolo forniscono indicazione di come verranno trattati i rapporti debitori e creditori verso le banche (verso le altre banche e verso la banca centrale). In considerazione delle difficoltà di liquidità incontrate negli ultimi mesi, dovrebbero esser quasi esclusivamente verso la banca centrale. Ho ipotizzato che rimangano in capo al complesso in liquidazione e che il saldo netto (nello schema indicato come debito netto verso le banche), debitorio per una cifra intorno ai 6 miliardi, sia regolato proprio attraverso il finanziamento di Intesa SanPaolo a fronte del cosiddetto “sbilancio di cessione”. Questa parte rimane poco chiara non essendoci indicazioni sia da parte del Governo che da parte di Intesa. A rigor di logica, mancando alle banche venete i requisiti per lo svolgimento dell’attività bancaria, la Banca Centrale dovrebbe aver richiesto il rientro dei finanziamenti. È così probabile che il finanziamento di Intesa, garantito dallo Stato per un importo dai 5,351 ai 6,351 miliardi, possa esser utilizzato proprio a tale scopo.

Ho inoltre ipotizzato che il supporto finanziario offerto dallo Stato a Intesa SanPaolo “a fronte del fabbisogno di capitale generato dall’operazione di cessione, per un importo massimo di 3,5 miliardi” sia quasi interamente coperto dal patrimonio netto di cessione. Il fatto che nel decreto 99 si qualifichi “erogazione al cessionario” solo i 1,285 miliardi relativi alla copertura degli oneri di ristrutturazione e “supporto finanziario” i 3,5 di rafforzamento patrimoniale, potrebbe giustificare questa ipotesi. Anche in questo caso però informazioni precise non ce ne sono.

Il successivo passo della liquidazione prevede l’ingresso della Società per la Gestione di Attività (SGA) controllata dal Governo. Ad essa verranno ceduti i crediti verso la clientela deteriorati ed altre poste marginali. Dalla liquidazione e valorizzazione di tali attivi deriva la possibilità per lo Stato di recuperare le risorse impegnate per lo svolgimento del processo di liquidazione. Il credito verso SGA è iscritto in bilancio del complesso in liquidazione al valore contabile (già al netto delle rettifiche effettuate nel tempo dalle banche venete) ed aggiornato in funzione dell’incremento o del decremento di valore che la gestione SGA sarà in grado di produrre. Nella relazione tecnica pubblicata il 27 giugno lo Stato si aspetta che la SGA riesca sostanzialmente a recuperare l’intero valore contabile dei crediti. Se così fosse, e Intesa non dovesse restituire al complesso in liquidazione parte dei 4 miliardi di crediti in bonis ma ad alto rischio, lo Stato sarebbe in grado di recuperare tutte le somme impiegate nell’operazione.

Intanto però, alla fine di questa prima fase di liquidazione, ed all’inizio di quello nuovo di valorizzazione degli attivi ceduti a SGA, la perdita generata deriva dal credito che lo Stato viene a maturare a fronte delle erogazioni e del supporto finanziario fornito a Intesa SanPaolo. Tali crediti infatti non vengono a gravare sul cessionario, ma sul complesso in liquidazione, con grado di privilegio rispetto a tutti gli altri.

Nelle ipotesi che ho fatto tale perdita si aggira intorno ai 5 miliardi, portando, già in partenza ad azzerare il valore dei titoli subordinati e delle azioni.

Per i piccoli obbligazionisti, a determinate condizioni, lo Stato (per l’80%) e Intesa (per il 20%) mettono a disposizione le risorse per il rimborso di quanto investito. Per gli attuali azionisti, il fondo Atlante, l’Eldorado non è mai nemmeno iniziato.

Banca popolare di Bari, ennesimo esempio di un sistema fallito? Chi doveva vigilare, cioè Bankitalia e Consob, non ha vigilato. Politica e finanza si sono scambiati favori. Ora i risparmiatori rischiano di fare la fine di Bpvi e Veneto Banca. Tutelatevi prima che sia troppo tardi.

Forse scriverò alla redazione di Chi l’ha visto? per la soluzione di questo mistero insoluto: che fine hanno fatto i “buonisti” che dicevano che la Banca popolare di Bari non sarebbe potuta crollare, altrimenti sarebbe stato un disastro per l’intero territorio visto che quotava circa 70 mila azionisti e quasi 3.500 dipendenti?

INCHIESTA PER PRESUNTE VORAGINI. Queste erano le voci autorevoli della politica, questi i commenti dei media specializzati dopo che la magistratura aveva aperto una inchiesta su presunte voragini nascoste nei bilanci di questa banca e derivanti, secondo l’accusa, da malagestio, prestiti anomali, acquisizioni di altri istituti decotti.

UN NUOVO CASO MONTE PASCHI? Anche in questo caso siamo di fronte allo stesso classico schema “italiano”, laddove finanza e politica si sono scambiati favori con le risorse dei correntisti che sono serviti per finanziare i progetti fallimentari degli “amici degli amici“ in paradossale contrasto con la ufficiale e dichiarata politica creditizia della banca che invece ha chiuso le porte del credito solo ai comuni cittadini. Tanto per cambiare, chi avrebbe dovuto vigilare – Bankitalia e Consob – non ha vigilato. Se fosse così, saremmo di fronte a un nuovo caso Monte Paschi (o Popolari venete).

Se mai dovesse verificarsi l’ennesimo default di una banca, che può crollare per vari motivi, non sarà più possibile un nuovo salvataggio statale mettendo le mani nelle tasche degli italiani

Forse così inizierà il mio editoriale tra qualche mese se mai dovesse verificarsi l’ennesimo default di una banca che può crollare per vari motivi. Perché non sarà più possibile un nuovo salvataggio statale (mettendo le mani nelle tasche degli italiani) di un istituto di credito. Perché l’Ue nei prossimi mesi affronterà le revisioni dei due provvedimenti europei che regolamentano i fallimenti bancari e i requisiti di capitale.

PER I MANAGER PENE NON INASPRITE. Perché è ormai acclarato (a breve ne avremo le testimonianze) che gli attuali controlli di Bankitalia e Consob sono solo formali. Perché i requisiti patrimoniali sono garantiti attraverso “magheggi” che nemmeno il mago Silvan. Perché le pene per i manager che mettono in ginocchio le banche non saranno inasprite.

C’È QUALCUNO CHE COMPRA A UN EURO… Un consiglio quindi alle migliaia di risparmiatori danneggiati e che hanno visto azzerarsi i loro risparmi: tu-te-la-te-vi! Prima che sia troppo tardi perché poi si trova sempre qualcuno disposto ad acquistare la banca a un euro. Chiedete ai risparmiatori di Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

Banche Venete: “Inconcepibile abbandonare i lavoratori” „ Banche Venete: “Inconcepibile abbandonare i lavoratori” .

Banche Venete: “Inconcepibile abbandonare i lavoratori”

“Sarebbe mostruoso se la vicenda delle banche venete, costata miliardi di euro ai contribuenti e danni incalcolabili a migliaia di famiglie e imprese, si concludesse con un nuovo tributo occupazionale nelle società escluse dal perimetro salvato da Intesa Sanpaolo”.

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A dichiararlo è Giulio Romani, segretario generale di First Cisl, a seguito di un doppio incontro avuto dal sindacato con i commissari che si occupano della liquidazione coatta amministrativa di Popolare Vicenza e Veneto Banca. “Al contempo, è sorprendente che il mandato conferito ai liquidatori da parte del Governo non abbia contemplato una preventiva azione di responsabilità nei confronti degli amministratori, pur essendo questa al vaglio dei commissari e nelle attese dei cittadini italiani”, continua il sindacalista.

Romani ha sottolineato che nel’incontro i commissari hanno parlato di possibili cessioni delle società delle ex banche venete, che per le quali il sindacato chiede avvengano senza tensioni occupazionali. “Dobbiamo amaramente constatare che non sbagliavamo lanciando l’allarme sociale per il futuro dei lavoratori non transitati ad Intesa. Siamo profondamente preoccupati e insoddisfatti, per esempio, delle risposte ricevute a proposito dei dipendenti di Immobiliare Stampa, il cui lavoro verrà a esaurirsi appena completata la dismissione del patrimonio gestito, senza che al momento siamo state individuate soluzioni successive –  aggiunge Romani –,E anche altri posti di lavoro sarebbero a rischio nelle aziende per le quali non si riuscisse ad individuare compratori e che dunque dovessero essere liquidate”. 

“Siamo altresì allarmati – afferma Romani – dal pesante ritardo nella definizione del contratto di servicing con Intesa San Paolo, per la gestione delle cosiddette ‘inadempienze probabili’, che avrebbe dovuto essere definito entro 10 giorni dall’operazione. Mesi di ritardo, in cui oltre 4 miliardi di crediti incagliati sono stati di fatto abbandonati, potrebbero generare un’ulteriore imponente crescita delle perdite per sofferenze. Al contrario, se venisse avviata la gestione di questi crediti, si potrebbe utilmente impiegare un elevato numero di lavoratori”.  “Ci attendiamo che il Governo e indirettamente la stessa Intesa Sanpaolo – conclude Romani – non si assumano la responsabilità di lasciare sul lastrico decine di famiglie. Come sindacato siamo pronti a dare pieno apporto per individuare opzioni

Guardia sempre alta sullo scandalo delle banche venete. Ed Enrico Cappelletti ricorda come dietro a un altro regalo ci sia… Intesa Sanpaolo

Roma, servizio esclusivo del nostro corrispondente a Roma – Si è svolto oggi, martedì 19 settembre, presso la sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, il convegno “Banche Venete tra Silenzi e Complicità“, promosso da Emanuele Cozzolino, deputato del MoVimento 5 Stelle e con relatori di spicco (clicca qui per le informazioni generali, ndr). Silenzi e complicità: è un atto di accusa pacato e ragionato alle banche venete quello che parte dalla sala Zuccari di palazzo Giustiniani, ma quando parlano i risparmiatori la temperatura sale. Politica e magistratura – o almeno parte di esse – ripercorrono le tracce dello scandalo che parte dai primi anni del nuovo millennio e arriva ai giorni nostri.

Ci sono 220 mila risparmiatori truffati che chiedono venga fatta giustizia – esordisce il senatore grillino Enrico Cappelletti -. Lo scopo del convegno è tenere alta l’attenzione e inserire qualche altro pezzo nel puzzle per capire connivenze e silenzi“.

E su silenzi e complicità le testimonianze sono molte, a partire da quella del questore del Senato Laura Bottici, che vede somiglianze con la vicenda del Monte dei Paschi di Siena: “Ho fatto due richieste a Bankitalia su Mps – dice Bottici – ma mi hanno risposto che non potevano dirmi nulla, c’era la privacy”.

A ripercorrere i fatti che hanno portato ai giorni nostri Cecilia Carreri, autrice del libro “Non c’è spazio per quel giudice” di cui tanto si è già parlato in queste pagine, e già Gip al tribunale di Vicenza per 15 anni.

Con noi non parla – l’accusa è di aver pubblicato mail che lei definisce “riservate” – e per VicenzaPiù non ha spazio il Gip a cui, si legge nel libro, è stato tolto lo spazio per aver osato rinviare a giudizio Gianni Zonin.

Ma nel suo intervento, il primo in pubblico e di cui pubblichiamo in esclusiva comunque due flash significativi, Cecilia Carreri, esclusa dalla magistratura ufficialmente per aver regatato durante periodi di assenza per malattia, parte dal 2001, quando dopo segnalazioni e un’ispezione di Bankitalia viene aperto un fascicolo sul presidente BPVi Gianni Zonin con accuse dal falso in bilancio alla truffa in cui era evidente, scrive Carreri, l’assoluta mancanza di controlli istituzionali. La magistratura non aveva voluto approfondire, scrive nel suo libro.

Carreri evidenzia la complicità dell’intera città di Vicenza: “Quel che lì viene chiamato ‘sistema’ è un modo di operare con la corruzione che va ben oltre la bustarella di una volta, c’è una rete di protezione che rende la città un fortino inespugnabile“. Carreri parla anche di impreparazione della magistratura su reati finanziari di questa portata, ritiene la vicenda delle banche venete simile a quella Alitalia e va ancora più in là, fino al caso Sindona. “BPVi serviva da volano per dare soldi ai privati all’insaputa dei risparmiatori“, conclude l’ex Gip di Vicenza, che chiede agli inquirenti di controllare le società estere che hanno ricevuto soldi dagli istituti di credito falliti.

Ad alzare i toni le associazioni dei risparmiatori, che lanciano per il prossimo 4 ottobre a Montecitorio la “giornata nazionale del risparmio tradito“.

È tempo di uscire di casa – dice il senatore Cappelletti – manifestare e far sentire forte la propria voce anche sotto le finestre dei palazzi. Quel che non riusciamo a ottenere nei palazzi si può avere sensibilizzando media e persone“.

Infine Laura Bottici: per il questore di palazzo Madama il fondo da 60 milioni chiesto insistentemente per risarcire almeno in parte tutti i danneggiati “è una grande opportunità per Banca Intesa Sanpaolo, una splendida pubblicità per pulirsi la faccia“.

Veneto banca e ostacolo alla vigilanza: sequestro allargato

Tutti i nodi vengono al pettine che, dopo i noti scandali, si stringe sempre di più attorno alla mala gestione dell’Istituto di credito Veneto Banca, abituato a “inquinare” i dati di bilancio, soprattutto gli attivi del patrimonio attraverso l’esposizione di una realtà contabile artificiosa, che ha reso possibile ed amplificato una solidità patrimoniale molto approssimativa.

L’aver incluso tra gli elementi positivi, obbligazioni ed azioni proprie acquistate dagli imprenditori o risparmiatori in genere, con risorse finanziarie della stessa banca, è stata la strada maestra per alterare le informazioni sul patrimonio e quindi “Ostacolo alla vigilanza”.

Gonfiare gli attivi o la solidità patrimoniale della banca è stato il modo per ingannare tutti, attraverso comunicazioni mendaci celando la realtà economica, patrimoniale e finanziaria disastrata dell’istituto di credito agli occhi degli Organi di vigilanza quali Banca d’Italia e Consob.

Genesi della vicenda giudiziaria

In conseguenza dello stato d’insolvenza dichiarato nei confronti della Veneto Banca, il Gip del Tribunale di Roma disponeva il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, rispettivamente il 28 luglio e 14 agosto 2016, nei confronti di Consoli Vincenzo e della moglie Savastano Maria Rita, nell’ambito in cui Consoli risulta indagato per i reati di cui agli articoli 2637[1] e 2638[2] del c.c, rispettivamente riferibili al reato di “Aggiottaggio e Ostacolo alla vigilanza”, mentre la Savastano riveste la qualità di persona alla quale le cose sono state sequestrate.

Il Tribunale del riesame di Roma confermava tale misura patrimoniale del sequestro preventivo finalizzato alla confisca.

La difesa degli indagati, avverso a tale Ordinanza ne chiedevano l’annullamento per “violazione di legge” adducendo i seguenti motivi:

Inesatta interpretazione degli elementi costitutivi del delitto di “ostacolo alla vigilanza”, avuto riguardo alla individuazione dei beni strumentali utilizzati per commettere il reato;
Provvedimento irragionevole, laddove il Tribunale del riesame ritiene la “Veneto banca” estranea la rato e quindi alla possibilità di assalire il suo patrimonio, laddove la stessa banca avrebbe tratto vantaggio ed utilità dalle operazioni contestate agli ex vertici amministrativi dell’istituto;
La signora Savastano deve considerarsi persona estranea la reato.
Pronuncia della Corte di Cassazione

Con la sentenza nr.42778 del 19 settembre 2017 della Quinta sezione penale della Cassazione nessuna delle ragioni del dei ricorso ha trovato accogliemto.

Premesso che nessuna critica viene formulata dai ricorrenti sulla sussistenza del fumus del reato di cui si discute (art.2638 cc), i giudici di legittimità ribadiscono la correttezza della procedura seguita dal Riesame sul significato attribuibile all’art.2641 cc, relativamente alla possibilità della “confisca che ha per oggetto una somma di denaro o beni di valore equivalente”.

A seguire, la stessa Corte, condivide in pieno il percorso seguito dal giudice di merito – riesame in questo caso -, laddove scrive che “i beni utilizzati per commettere il reato di ostacolo alla vigilanza, di cui all’art.2638, cc. Possono legittimamente essere identificati nella provvista messa a disposizione dei terzi” da Veneto Banca “per l’acquisto di azioni proprie ovverosia delle risorse destinate – per espressa disposizione dell’indagato in virtù della posizione apicale quali si è giunti alla mendace rappresentazione del patrimonio di vigilanza alla Banca d’Italia e alla Consob, attraverso una realtà contabile artificiosa, che ha reso possibile, come si diceva, un’artefatta rappresentazione dello stato di salute dell’istituto di credito, “gonfiando” il patrimonio di vigilanza, mediante l’inclusione, tra gli elementi positivi, di obbligazioni ed azioni proprie, acquistate con provvista finanziaria della stessa banca”.

Inoltre, convenendo sull’assunto dl Tribunale del riesame, la stessa sentenza aggiunge.” Se è vero che per il tramite delle azioni compiute dai suoi amministratori Veneto Banca ha potuto proseguire nella sua attività d’impresa ed aumentare la sua concreta operatività, tuttavia l’istituto non ha certo tratto un profitto o un qualsivoglia effetto economico positivo, quanto piuttosto un grave danno, essendo state proprio le operazioni in contestazione – espressione della politica aziendale del Consoli, mirate solo ad allargare la base soci senza riguardo per il merito creditizio – a portare l’istituto sull’orlo di una crisi economica irreversibile, secondo una logica espansionistica rivelatasi esiziale per l’istituto” (che grazie unicamente all’intervento del Fondo Atlante è riuscito a rimanere sul mercato, non avendo trovato altri investitori disponibili a ricapitalizzarlo) e funzionale solo a garantire il consolidamento e l’accrescimento del potere dell’indagato, e della stretta cerchia a lui facente capo, sull’ente”.

Conclusioni

Al netto della interpretazione che ognuno può ricavare dalla lettura del contenuto della sentenza in commento, ciò che emerge chiaramente interessa due aspetti, ambedue sconvolgenti:

Da un lato vediamo un amministratore di una grande banca che indica in bilancio informazioni false sullo Stato patrimoniale dell’istituto, drogando per anni il risultato economico. Il tutto, determinato dal sistematico ricatto fatto per anni agli imprenditori e clientela retail che vedevano esaudire le loro richieste di credito a condizione dell’acquisto, con gli stessi soldi, di azioni e/o obbligazioni emesse dalla stessa banca;
L’assenza di controllo, a livello istituzionale, da parte della Banca d’Italia e della Consob che ben avrebbero potuto fare emergere tali incongruenze molto tempo prima.
Anche qui, come ho detto in altre precedenti occasioni, attendiamo fiduciosi la conclusione dei lavori da parte delal Commissione Parlamentare di inchiesta sui disastri bancari.

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[1] Art.2637 Codice civile – Chiunque diffonde notizie false, ovvero pone in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari non quotati o per i quali non è stata presentata una richiesta di ammissione alle negoziazioni in un mercato regolamentato, ovvero ad incidere in modo significativo sull’affidamento che il pubblico ripone nella stabilità patrimoniale di banche o di gruppi bancari, è punito con la pena della reclusione da uno a cinque anni.

[2] Art.2638 Codice civile – Gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori di società o enti [2639] e gli altri soggetti sottoposti per legge alle autorità pubbliche di vigilanza [2545 quaterdecies, 2547, 2619], o tenuti ad obblighi nei loro confronti, i quai nelle comunicazioni alle predette autorità previste in base alla legge, al fine di ostacolare l’esercizio delle funzioni di vigilanza, espongono fatti materiali non rispondenti al vero, ancorchè oggetto di valutazioni [2426], sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria dei sottoposti alla vigilanza ovvero, allo stesso fine, occultano con altri mezzi fraudolenti, in tutto o in parte fatti che avrebbero dovuto comunicare, concernenti la situazione medesima, sono puniti con la reclusione da uno a quattro anni. La punibilità è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi [2640].

Sono puniti con la stessa pena gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili socetari, i sindaci e i liquidatori di società, o enti e gli altri soggetti sottoposti per legge alle autorità pubbliche di vigilanza o tenuti ad obblighi nei loro confronti, i quali, in qualsiasi forma, anche omettendo le comunicazioni dovute alle predette autorità, consapevolmente ne ostacolano le funzioni.

La pena è raddoppiata se si tratta di società con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di altri Stati dell’Unione europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante ai sensi dell’articolo 116 del testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 (1).

Agli effetti della legge penale, le autorità e le funzioni di risoluzione di cui al decreto di recepimento della direttiva 2014/59/UE sono equiparate alle autorità e alle funzioni di vigilanza (2).

Note

(1) Comma aggiunto dall’art. 39, comma 2, lett. c), L. 28 dicembre 2005, n. 262.

(2) Questo comma è stato inserito dall’art. 101, comma 1, del D. L.vo 16 novembre 2015, n. 180. A norma dell’art.101, comma 2, del medesimo decreto, la violazione dell’obbligo di segreto di cui all’art. 5, commi 4 e 7, del D. L.vo n. 180 del 2015 è punita a norma dell’art. 622 del codice penale, ma si procede d’ufficio.

Banca Popolare di Bari, azionisti nel mirino Il rebus dei risparmiatori che si vedono i titoli svalutati ma non riescono più a venderli: manca il compratore

“Procrastinare è una trappola. Troverai sempre delle scuse per procrastinare. Ma la verità è che esistono soltanto 2 cose nella vita: le scuse ed i risultati, e con le scuse non si va da nessuna parte”. La Banca Popolare di Bari sicuramente non ha seguito questa indicazione di Robert Anthony quando ha deciso di quotare le azioni sul mercato Hi Mtf, per garantire ai suoi azionisti la possibilità di vendere le azioni, rendendo liquido il titolo.

Il problema dell’impossibilità di vendere le azioni è scoppiato in maniera dirompente in seguito alla prima svalutazione del titolo, intervenuta nell’aprile 2016, con la quale il valore dell’azione è stato portato da € 9,53 a € 7,50. Valori, come vedremo, notevolmente superiori al presumibile valore economico dell’azione.

Se l’intenzione era quella di assicurare liquidità al titolo in maniera da consentire agli azionisti di liquidare in tempi ragionevoli l’investimento, allora era chiaro che l’obiettivo non era raggiungibile quotando l’azione sul mercato Hi Mtf. Se, invece, l’obiettivo era quello di tirare un calcio al barattolo cercando di procrastinare il problema, allora l’obiettivo è stato centrato in pieno, o quasi.

Il dato di fatto è che vendere le azioni della Banca Popolare di Bari è un’impresa impossibile.

All’ultima asta, tenuta il 15/9/2017, per mancanza di denaro (le regole del mercato non consentono scostamenti superiori al 12% rispetto al prezzo di riferimento, fissato in € 7,50), cioè di potenziali acquirenti, sono state scambiate appena 300 azioni per un controvalore di 1.980,00 euro. Dal momento della quotazione sul mercato, intervenuta il 30 giugno 2017, ad oggi il titolo ha registrato scambi per appena 158.000 euro.

Eppure la BANCA ha 70.000 soci-azionisti, ha in circolazione 160,2 milioni di azioni circa per una capitalizzazione teorica, al prezzo di 6,60 di 1,057 miliardi.

Per avere un indicatore dell’entità del problema basterà dare un’occhiata ai volumi precedenti la svalutazione, quando cioè presumibilmente vendeva solo chi aveva l’effettiva necessità di liquidare l’investimento. E considerare che queste azioni sono diffuse solo tra i clienti del Gruppo Banca Popolare di Bari.

Nel corso del 2014 i volumi relativi alle azioni sono stati molto superiori, attestandosi a circa 36 milioni e, nel solo primo trimestre 2015 a poco più di 15 milioni di euro.

Che le azioni delle azioni della BANCA non si riescano a vendere è normale.

Sarebbe strano il contrario.

Si trattava di un titolo, esattamente come le azioni delle BANCHE VENETE, non quotato su un mercato regolamentato, il cui valore veniva fissato anno per anno dall’assemblea dei soci e collocato a un valore di molto superiore, quanto a multipli, a quello delle BANCHE quotate.

La miscela ideale perché la stampa, nel riportare la notizia, abbia avuto buon gioco a descrivere gli azionisti della BANCA come dei perfetti sprovveduti, inconsapevoli del rischio dell’investimento azionario, per di più illiquido.

Ma cerchiamo di vedere le cose da un altro angolo visuale.

IL BOT DI BARI

In prima battuta va evidenziato che, sia pure non esplicitamente, la BANCA assicurava che l’investimento era liquidabile in un massimo di 90 giorni. Infatti nei prospetti informativi e nella scheda prodotto si poteva leggere: “Dall’avvio del sistema interno, nessun ordine di vendita è stato evaso con tempi di attesa superiori a 90 giorni, al netto degli eventuali giorni di sospensione delle negoziazioni nei casi previsti dal Regolamento”

Si deve ritenere, quindi, che al momento di collocare i titoli gli Uffici della Banca evidenziassero ai clienti la possibilità di liquidare l’investimento in un massimo di 90 giorni.

E che la liquidazione doveva avvenire necessariamente al prezzo stabilito dall’assemblea, quindi senza alcun rischio di incorrere in perdite in conto capitale.

Per convincersi, poi, del perché questa fallace convinzione possa essersi sedimentata tra i clienti della BANCA basta dare un’occhiata alla tabella che segue nella quale è riportata l’evoluzione del valore dell’azione e dei dividendi dal 1996 al 2014.

Emerge che il titolo ha distribuito nel periodo 1996/2014 dividendi per il 53,06% e si è rivalutato, in conto capitale dell’11,85%. Nulla di eccezionale, se solo si considera che nel medesimo periodo di tempo i soli interessi legali, senza alcuna capitalizzazione, sono pari al 59% circa e gli interessi e la rivalutazione monetaria al 113% circa.

Dato il lunghissimo arco di tempo, noi siamo partiti dal 1996 ma la cosa è strutturale, non stupisce, almeno non ci stupisce, che fra i clienti della BANCA si fosse sedimentata la convinzione che l’azione della BANCA fosse “diversa” dalle altre azioni, al punto di essere assimilabile a una sorta di BOT al servizio della crescita del territorio.

Il resto è storia nota ai più. Nel corso del 2016 la BANCA, in seguito alla perdita registrata nel bilancio 2015, ha provveduto per la prima volta a svalutare l’azione fissando il valore a 7,5 euro dai 9,53 precedenti, con una svalutazione, quindi, del 21%. Svalutazione che la BANCA ha attribuito, con una fantasia degna di miglior causa, alla legge che ha imposto alle Banche Popolari, con attivi superiori agli 8 miliardi, di trasformarsi da Società Cooperativa in SpA.

Da quel momento è stato praticamente impossibile vendere le azioni della BANCA.

MA QUANTO VALGONO LE AZIONI?

BANCA POPOLARE DI BARI ha un outstanding di 160,2 milioni di azioni circa, che a un controvalore di 7,5 equivalgono a circa 1,2 miliardi. Il patrimonio netto, al 31.12.2016 è pari a 1,07 miliardi (quello tangibile, cioè al netto delle attività immateriali ammonta a 910 milioni circa), i crediti deteriorati ammontano a 1,5 miliardi (17,1% degli impieghi e 145% circa del patrimonio netto). La BANCA, infine, ha chiuso il bilancio 2016 con 404 milioni di ricavi, un utile di gruppo di circa 5,2 milioni, ed ha un cost/income del 84,3%.

La raccolta globale è in calo, essendo passata da 14,2 a 13,5 miliardi (-5,1%), quella diretta da 10 a 9,4 miliardi (-6,3%). La BANCA ha un ROL (risultato operativo lordo) di 63,5 milioni e un Risultato operativo netto negativo di circa 30 milioni che, si trasforma in utile finale solo per effetto della contabilizzazione di imposte anticipate. Il costo del credito, dopo il picco toccato nel corso del 2015 dove è stato di 269 bp (rettifiche su crediti per 251 milioni) si è ridimensionato a valori più fisiologici nel 2016 a 103 bp (rettifiche pari a 95 milioni circa).

Non certo numeri da best class e che ci portano a una valutazione nell’intorno del 40%/50% del Patrimonio netto tangibile, cioè a un valore che oscilla tra i 2,27 e 2,84 euro per azione, come si evidenzia nella tabella sopra. Per avere un termine di confronto basterà rilevare che UBI BANCA e BANCO BPM, entrambe più redditizie e con parametri patrimoniali migliori, capitalizzano entrambe circa il 50% del PNT.

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